“Dissotterrando l’Ascia di Guerra”: Resistere per Esistere

Si aggiungono pagine all’eterno conflitto, almeno quello sul piano “ideologico”, tra due visioni del mondo agli antipodi; da una parte infatti troviamo l’uomo bianco e la sua cultura del progresso capitalistico volto a sottomettere agli interessi del profitto sia l’uomo sia la natura. Dall’altra parte incontriamo i nativi americani, coloro che erroneamente vengono chiamati tuttora “pellerossa” o “indiani d’america”, lontani dalle logiche capitalistiche tese a sfruttare la natura, a cui si oppongono fin dai primi contatti con l’uomo bianco.

Sabato 2 Aprile, North Dakota. Decine e decine di nativi americani appartenenti alla Standing Rock Nation dei Sioux, agli Cheyenne River Lakota e ai Rosebud Sioux attuano una protesta per opporsi alla costruzione dell’oleodotto denominato “Dakota Access Pipeline”. Questo oleodotto prevede l’attraversamento della riserva Dakota e, soprattutto, passerebbe al di sotto del letto del fiume Missouri, unica fonte d’acqua potabile per l’intera riserva.

I nativi americani hanno manifestato a cavallo, recandosi fino ai terreni in cui dovrebbero iniziare i lavori di costruzione del’oleodotto, occupandoli e assicurando che la loro protesta non si sarebbe conclusa fin quando non fosse annullato il progetto dell’oleodotto. I nativi hanno costruito un accampamento nelle zone in cui dovrebbe passare l’oleodotto con lo scopo di bloccare i lavori.

“Non abbiamo bisogno di petrolio per vivere, ma dell’acqua. Acqua che è un diritto umano, non un privilegio” queste le parole di uno dei manifestanti nativi.

Ora, spostandoci in Canada, possiamo evidenziare una simulazione simile a quella avvenuta in North Dakota. Infatti, nel 2015, l’azienda petrolifera malese Petronas ha offerto ai nativi americani della tribù Lax Kw’alaams 1,15 miliardi di dollari per acquistare i loro territori e il loro appoggio per la costruzione di un gasdotto. Gasdotto che dovrebbe trasportare gas naturale dalla British Columbia, costruendo un porto sulle coste in cui sfocia il fiume Skeena, fiume che fa parte dell’area di proprietà della First Nation dei Lax Kw’alaams. Fiume che inoltre, abbondando di pesci, permette ai nativi della First Nation una buona economia regionale e fonti di sostentamento che permettono loro la sopravvivenza. Con grande stupore da parte del governo canadese e dell’azienda malese, i Lax Kw’alaams hanno rifiutato all’unanimità l’ingente cifra di denaro loro offerta, sottraendosi dalla logica capitalistica secondo cui tutto ha un prezzo quindi tutti possono essere comprati.

Capo Yahaan ammette di aver temuto che la sua comunità accettasse la costruzione del gasdotto e il miliardo di dollari a causa della povertà e alle scarse prospettive occupazionali che affliggono gli appartenenti alle First Nation. Ma così, fortunatamente non è stato; rifiutando quei 1,15 miliardi, i nativi indigeni canadesi hanno mostrato il loro totale impegno a preservare il loro territorio e la natura stessa, impedendo all’uomo bianco di piegarla alle logiche industriali del mercato capitalistico.

Nonostante il “No” unanime della comunità Lax Kw’alaams, il governo canadese ha dato il via libera alla Petronas per la costruzione del gasdotto, di fatto ignorando a tutti gli effetti il volere e la decisione presi dalla First Nation, nonostante sia imposto per legge il rispetto delle decisioni prese dai nativi su questioni inerenti alle aree e territori di loro proprietà. Come conseguenza del disinteresse del governo canadese, i Lax Kw’alaams hanno “dichiarato guerra” al gasdotto. Infatti nell’estate 2015 una delegazione della tribù ha costruito un accampamento sull’isola di Lelu, alla foce del fiume Skeena, dove dovrebbe sfociare il gasdotto. Accampamento che rappresenta un chiaro esempio di difesa della natura e dei diritti delle First Nations canadesi, nonchè un importante esempio di resistenza e di lotta.

In entrambi casi vengono a delinearsi due linee guida contrapposte totalmente tra loro. Lo spietato egoismo e la fame di profitto dell’uomo bianco, sordo alle richieste dei nativi e fedele solamente alle logiche del capitale, da una parte. La lotta delle First Nations per difendere i propri diritti (da secoli calpestati ed ignorati) e per preservare la natura. Lotta dei nativi per resistere e continuare ad esistere, sottraendosi alle logiche spietate dell’uomo bianco.

Ancora una volta si evidenzia l’importanza della resistenza concreta, del sabotaggio e della disobbedienza civile per opporsi all’egemonia di un’unica visione del mondo: quella capitalistica dell’uomo bianco in cui tutti hanno un prezzo e tutti possono essere comprati, sottomessi e sfruttati, natura in primis.medium_110217-164521_to301110est_2209-lakota-a-cavallo_h_partb Indiani-Canada-GNL

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