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Prestigio e Potere nelle Società Primitive: I Big Man, ovvero Capi senza Potere

“Le società primitive sono società che rifiutano l’economia.”                                                                                     Non esiste frase più vera. Vera in quanto l’individuo primitivo non è alimentato e animato in nessun modo dalla ricerca costante del profitto, caratteristica strutturale dell’economia intesa in senso capitalistico, ma non delle società primitive. Infatti la società primitiva dedica alla produzione di beni (intesi di consumo immediato, e quindi di sussistenza) un arco di tempo limitato (in media 5 ore al giorno) e un ridotto dispendio energetico. Questi limiti tempistici ed energetici vengono imposti per non essere valicati, oltrepassati, in modo da evitare la scissione (ritenuta catastrofica dalle società primitive) tra sfera dell’economia e sfera sociale, generando la divisione social tra ricchi e poveri. A questo punto possiamo dire che le società primitive non sono prive dell’economia, bensì scelgono di essere contro, di opporsi ad essa in quanto sfera a se stante dal sociale.

Collegato al tema dell’economia nelle società primitive emerge il problema dell’istituzione della Chefferie. Per parlare della Chefferie è innanzitutto necessario evidenziare cosa si intende, antropologicamente parlando, con il termine “Società Primitiva”: ovvero una società che impedisce l’emergere della divisione sociale e priva di qualsiasi organo separato dal sociale detentore del potere politico; brevemente si tratta di società indivise ed egualitarie. Quindi, a seguito di questa descrizione, come funzionano le relazioni di potere tra il leader e la tribù all’interno di una società primitiva?

In soccorso questa volta ci viene l’antropologo statunitense Marshall Sahlins, che attraverso il suo studio etnografico e l’analisi dei sistemi melanesiani e polinesiani, ci descrive la figura del Big Man, individuo in cui confluiscono la sfera politica e quella economica.                                                                                                      Il Big Man per essere tale deve disporre di 2 essenziali qualità. Da una parte deve possedere il talento oratorio, mentre dall’altra è obbligato alla generosità, ovvero è suo compito evitare di accumulare beni, e anzi impegnarsi nella produzione di un surplus di beni da distribuire agli altri membri della comunità. “Obbligato alla generosità”, che significa? Semplicemente che per ottenere lo status di leader deve possedere un quantitativo di beni (un surplus) di cui la società intera usufruirà. Come fa quindi il futuro Big Man per procurarsi questo surplus? L’unico metodo di cui dispone è quello di produrre da sè i beni di cui necessita per compiere il suo obbligo di generosità. Il Big Man può solamente contare sul sudore della sua fronte. In poche parole, il Big Man attua un vero e proprio autosfruttamento di se stesso, non detenendo, e di conseguenza non potendo esercitare, nessun potere che gli permetterebbe di sfruttare il lavoro degli altri.

Sarebbe dunque la figura del Big Man ad aprire la strada per la divisione sociale tra padroni e sudditi? Il Big Man potrebbe essere considerato l’antenato che ha dato origine all’emergere dell’entità statale?

Anche attraverso il lavoro etnologico di Sahlins possiamo evidenziare come nelle società primitive sia un carattere imprescindibile l’assenza della divisione del corpo sociale in una minoranza di dominanti che comandano ed una maggioranza di dominati che obbediscono. Piuttosto, sempre se vogliamo trovare una parvenza lontana di divisione sociale interna a queste società egualitarie, possiamo sottolineare, al contrario, una scissione tra una minoranza di Big Man che si autosfruttano per innalzare il proprio prestigio e una maggioranza di “fannulloni” poveri che non hanno alcuna ambizione di prestigio e quindi nessun interesse ad autosfruttarsi per produrre un surplus di beni. A questo punto arriviamo a tirare una prima fondamentale conclusione; infatti lo status di leader conferito al Big Man dalla tribù, in cambio dell’obbligo di generosità, non conferisce lui alcun potere, che potrebbe esercitare sulla comunità. Perciò come possiamo parlare di potere del Big Man se esso è doppiamente sfruttato (da se stesso e dalla comunità)?

Qual è la natura di questo potere se non la sua essenza di non-potere? In realtà dovremmo parlare di prestigio, e non confonderlo o assimilarlo al concetto di potere. Infatti non è la brama di potere a spingere il Big Man al proprio sfruttamento, in quanto, nel momento in cui esso provasse ad esercitare una qualsiasi forma di potere sulla comunità, la tribù si rifiuterebbe di sottomettersi e di obbedirgli, evidenziando la natura stessa del Big Man: un capo senza potere.                                                                                                                                                Perciò è utile ribadire e sottolineare nuovamente come sia il desiderio di prestigio sociale a muovere il leader primitivo, e non l’acquisizione di potere politico atto a comandare sulla tribù. Dalla sua parte la tribù concede il prestigio poichè esso non conferisce nessuna forma di autorità al Big Man; anzi la società primitiva non permette in alcun modo al leader di tramutare il prestigio acquisito in potere da esercitare sulla comunità, creando divisione tra dominanti e dominati.

Abbiamo visto come alla base dell’acquisizione dello status di Big Man si trovi l’obbligo di generosità, un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader, e che cessa nel momento in cui l’individuo cessa di essere Big Man. Il debito è quindi una categoria caratterizzante esclusivamente il funzionamento della relazione tra la Chefferie e la società.

Tirando le conclusioni, è possibile evidenziare per l’ennesima volta come le società primitive non siano affatto “società-senza-potere”, bensì caratterizzate dalla totale avversione nei confronti della separazione tra potere e sfera sociale, poichè è appunto la società ha detenere ed esercitare il potere politico sul leader. Attraverso l’obbligo di generosità, che come abbiamo visto è un obbligo del debito, la società primitiva si assicura il mantenimento del suo essere indiviso e del suo carattere egualitario.                                                                     E quindi, ricollegandoci alla definizione antropologica di società primitiva, possiamo senza alcun errore sostenere che esse siano senza Stato in quanto scelgono consapevolmente e volontariamente di essere contro lo Stato.

Aboriginal Tribal Land in Arnhem Land, Australia
Aboriginal Tribal Land in Arnhem Land, Australia

Il “Fascino” dell’Obbedienza: La Servitù Volontaria e le Società contro l’Obbedienza

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Cosa portò gli uomini a precipitare dalla condizione di libertà alla condizione di schiavitù?

E’ questa la domanda che si pone Etienne de La Boetie e che sta alla base del “Discorso sulla Servitù Volontaria”, saggio scritto dal filosofo francese e pubblicato clandestinamente nel 1576.

La Boetiè si interroga su come sia possibile che un gruppo di uomini non solo obbediscano ad un tiranno, bensì accettino e vogliano servirlo.

Innanzitutto egli arriva ad una prima importantissima conclusione; ovvero che la società caratterizzata dalla volontà dei più di servire un tiranno, ha carattere storico, non è qualcosa di eterno e quindi non è sempre esistita.

In questo momento subentra l’interrogativo posto a incipit di questo articolo/analisi. E de La Boetiè risponde appellandosi al concetto di “Malencontre”, ovvero un tragico evento i cui effetti si amplificano al punto da cancellare il ricordo del prima, al punto da sostituire il desiderio di libertà con l’amore per la servitù.

Dobbiamo però sottolineare come il Malencontre sia stato un accidente nefasto senza necessità, la divisione del corpo sociale tra dominanti e dominati, chi comanda e chi obbedisce è stato appunto accidentale.

A causa di questo Malencontre si viene a formare un uomo nuovo, snaturato. Infatti l’essere umano è per natura un essere-per-la-libertà, indi per cui perdendo la propria libertà egli perde la propria umanità. Introducendo la divisione sociale, questo tragico accidente è stato capace di indurre l’uomo a desiderare la servitù e annullare il desio per la propria libertà.

La Boetiè a questo punto attua una divisione netta tra Società della Libertà e Società senza Libertà. Le prime sono caratterizzate dall’assenza di divisione sociale tra tiranno oppressore e popolo oppresso e obbediente. Le seconde fondate sulla diseguaglianza sociale e sulla presenza di uno che comanda e altri che obbediscono e servono, quindi a tutti gli effetti “Società della Servitù”.

Secondo La Boetiè ogni società divisa è caratterizzata dalla presenza del male assoluto, ovvero l’esistenza di rapporti e diseguaglianze di potere, considerati sempre oppressivi in quanto sono manifestazione della negazione della libertà individuale che caratterizza l’essere umano in quanto essere naturale.

Perciò possiamo dividere le società in buone e cattive. Le buone società sono quelle che si fondano sull’assenza della divisione sociale per assicurare la piena libertà. Le cattive società introducono la divisione sociale che porta al trionfo della tirannia.

Etienne de La Boetiè, attraverso il suo Discorso ha evidenziato il funzionamento di questi meccanismi, senza però aver avuto la possibilità (anche a causa dell’epoca in cui è vissuto) di portare, studiare e conoscere degli esempi concreti di “Società precedenti al Malencontre”.

Questa possibilità però ce l’ha data e continua a darcela ( seppur con minor enfasi) l’etnologia, che concentra i propri sforzi alla conoscenza diretta delle società primitive, di quelle comunità di selvaggi antecedenti alla civiltà e che precedono la Storia. Storia che, omologandosi all’ottica etnocentrica occidentale e illuministica, coincide con l’emergere dell’entità statale. Per questo possiamo definire queste società e comunità selvagge come precedenti alla Storia o fuori da essa.

Infatti le società primitive si caratterizzano per l’assenza dello Stato, per l’assenza della divisione dell’essere sociale di queste comunità.

Di conseguenza possiamo evidenziare come la divisione sociale non è qualcosa di pre-esistente all’istituzione dell’entità statale, non esiste come essenza in natura, bensì è lo Stato che la introduce.

Le società primitive, caratterizzate dall’assenza dello Stato e della divisione sociale, sono a tutti gli effetti società egualitarie, poiché nessun membro della comunità detiene ed esercita il potere e perché ignorano la diseguaglianza tra chi detiene il potere e chi è sottomesso ad esso.

Nelle società selvagge è possibile però riconoscere la presenza della “chefferie”, di capi senza potere, ovvero capi che non comandano e che non valgono e non possono più di qualsiasi altro membro della comunità. Perciò la presenza di “chefferie” non può presentarsi come indizio della divisione sociale della tribù.

Per riassumere quindi possiamo dire che con “Società Primitiva” si definiscono tutte quelle macchine sociale che funzionano in assenza di qualsivoglia relazione di potere. Mentre con “Società dello Stato” si descrivono quelle società che comportano l’esercizio del potere e la concentrazione del potere nella mani di uno/pochi, implicando la servitù e la sottomissione del resto della società.

Nel suo Discorso sulla Servitù Volontaria, Etienne de La Boetiè si pone quindi due fondamentali e principali interrogativi.

Da una parte si chiede “Perché è avvenuto il Malencontre?”, dall’altra si domanda “Come mai il Malencontre si perpetua tanto da apparire eterno?”

Alla prima questione egli non sa trovare una risposta. La seconda domanda la spiega attraverso i concetti di alienazione e decadenza.

Infatti, se accettiamo (e personalmente accetto) l’idea che l’essere umano è per natura un essere-per-la-libertà, la perdita della sua libertà comporta l’inevitabile snaturamento della stessa natura umana; snaturamento inteso come regressione dell’essere umano. Il Malencontre plasma un nuovo uomo, caratterizzato da decadenza e alienazione. Decadenza perché ha perso (volontariamente) la sua libertà decidendo di obbedire. Questi uomini nuovi obbediscono perché hanno voglia di obbedire, scelgono e desiderano essere schiavi.

Alienazione poiché nonostante lo snaturamento, l’uomo nuovo è ancora uomo in quanto dotato di libertà di scelta. L’uomo nuovo non ha perso la libertà, bensì la esercita orientandola alla servitù, la volontà di essere libero cede il posto al desiderio di essere servo.

A questo punto sorge spontaneo l’ennesimo interrogativo: Il desiderio di sottomissione e obbedienza è innato o acquisito? E’ preesistente al Malencontre o sua conseguenza?

Per rispondere a questa domanda ci viene ancora una volta in aiuto l’etnologia, che domandandosi come facciano le società primitive per impedire la divisione sociale e le relazioni di potere, sostanzialmente chiedendosi come facciano ad evitare l’emergere del Malencontre, sostengono che le società primitive sono società senza stato non in quanto arretrate, bensì perché scelgono di rifiutare l’entità statale, la ignorano perché non la vogliono.

Per questo possiamo definirle “Società del Rifiuto di Obbedienza”, che fondano il proprio funzionamento sul costante rifiuto delle relazioni di potere, impedendo in questo modo l’emergere e la realizzazione del desiderio e di sottomissione. Per queste società non è necessaria l’esperienza dello Stato per rifiutarla e opporsi ad essa, semplicemente perché definiscono l’emergere della diseguaglianza come qualcosa di cattivo e falso, impedendo così a sentimenti di dominio e sottomissione di realizzarsi, annullando l’essere indiviso della comunità selvaggia.

Posso concludere questa analisi, con l’ennesimo interrogativo, che per il momento rimarrà incompiuto: Perché lo Stato si presenta come eterno? E per quale motivo la morte dello Stato non comporta il ripristino del carattere egualitario ed indiviso della società?

Critica alla Guerra Moderna: gli Ilongot, Cacciatori di Teste

Uno degli aspetti più importanti e allo stesso tempo trascurati, della ricerca antropologica è certamente la critica culturale e la forte denuncia sociale che stanno alla base di questa disciplina. L’antropologia è una forma di sapere fortemente provocatorio, polemico e scomodo, in quanto si oppone ad ogni tentativo di uniformare il mondo a seconda di una singola interpretazione e modello culturale, ritenuta superiore e presentata come verità unica ed universale a cui ogni civiltà o popolazione deve aspirare. Questo modello culturale ritenuto superiore e universalmente giusto storicamente è stato presentato dall’etnocentrismo occidentale, che si presenta come unica strada percorribile per il progresso e la civilizzazione, e quindi sordo ad ogni differenza culturale o possibile messa in discussione del suo carattere egemonico e centrale. E’ proprio partendo dal relativismo culturale che si rende possibile un confronto alla pari tra pratiche, modelli interpretativi, visioni del mondo tra culture differenti. Ed è sempre il  relativismo culturale che permette di criticare, da una posizione esterna, le proprie pratiche culturali credute e presentate come dato naturale ed universale.

Partendo da questa premessa posso presentare il tema di questo articolo/analisi: i cacciatori di teste e la guerra moderna.

Presentato così, questo titolo appare tutt’altro che chiaro. Infatti il titolo si riferisce alla pratica culturale in uso tra gli Ilongot, di tagliare la testa di un nemico/sconosciuto per esorcizzare e sfogare la rabbia prodotta dalla morte di una persona cara e/o un parente. Cerchiamo di spiegare innanzitutto chi sono gli Ilongot: erano una società tradizionale di circa 3500 individui (negli anni 60 del 1900) stanziata nella regione del Luzon settentrionale nelle Filippine.

Questa società fu campo di studio e ricerca dell’antropologo americano Renato Rosaldo, che passò insieme agli Ilongot un periodo di circa 30 mesi tra il 1968-69 e il 1974.

A primo impatto la pratica culturale Ilongot del taglio delle teste per esorcizzare il dolore causato dalla perdita di un familiare produce nell’osservatore occidentale un, giustificato, senso di orrore e sorpresa, in quanto pratica fortemente discutibile e condannabile per chi è esterno al mondo culturale e alle modalità di produzione di significato degli Ilongot.

Perché indirizzare il dolore, e la rabbia successiva, su un altro essere umano? Gli Ilongot rispondono che hanno bisogno di un luogo sui cui rivolgere la propria rabbia e il proprio dolore, e che quindi per il loro mondo culturale è del tutto normale l’atto di tagliare la testa della vittima e lanciarla in aria per liberarsi dalla rabbia prodotta dalla situazione di lutto.

Nonostante sia indiscutibilmente una pratica barbara da condannare, lo studio e la conoscenza di questa modalità d’azione permettono a Rosaldo di interrogarsi sulla “forza culturale delle emozioni”. Infatti la percezione e l’espressione delle emozioni sono sempre il prodotto di un’intensa e costante costruzione culturale, non sono un fatto universale comune a tutti gli uomini e a tutte le culture. Quindi, mentre la culturale occidentale esprime la disperazione prodotta dal lutto attraverso la tristezza, la cultura degli Ilongot presenta la possibilità di convertire il dolore in rabbia.

Durante il suo periodo di ricerca, Rosaldo fu chiamato per combattere nella guerra del Vietnam. E a questo punto che si inserisce il tema della guerra moderna. Infatti gli Ilongot, i feroci tagliatori di teste, anziché spingerlo ad andare in guerra, gli proposero di nascondersi nel loro villaggio, disertando.

Com’è possibile che una cultura dedita al taglio delle teste “legittimato” dalla rabbia per la perdita di una persona cara possa opporsi e criticare la pratica occidentale della guerra?

La risposta può essere riscontrata nella domanda posta da alcuni Ingolot all’antropologo: “Come può un uomo comportarsi come i soldati, ordinando ai propri fratelli di avanzare verso la linea del fuoco?”. Secondo gli Ingolot i soldati erano uomini che vendevano il loro corpo ad una autorità, e per loro questo concetto oltrepassava la loro capacità di comprensione morale. Infatti gli Ilongot erano totalmente estranei a concetti tipicamente occidentale come autorità statale, gerarchia sociale e vincoli imposti da chi dominava/comandava. E per questi motivi ai loro occhi la guerra moderna appariva come una pratica barbara, da condannare allo stesso modo in cui Rosaldo condannava e criticava il taglio delle teste.

Gli Ilongot condannavano il modo in cui nella società occidentale un uomo vendesse il suo corpo per obbedire ad una autorità. Questa critica mossa dagli Ilongot permette all’osservatore occidentale e all’antropologo di riconoscere, grazie alla descrizione che fanno gli altri di noi, che comportamenti/pratiche discutibili e condannabili sono presenti anche nella nostra cultura. Ciò permette di rivedere e criticare l’etnocentrismo tipicamente occidentale che pone il proprio modello culturale come verità universale di civiltà, progresso e valori giusti.

Il confronto tra due diverse barbarie ha permesso il dialogo ed il confronto tra culture diverse, concedendo la possibilità a Rosaldo (e ad ogni osservatore occidentale) di approfondire con occhio critico la conoscenza della sua cultura, partendo dalla descrizione che gli Ingolot ne fanno.

Grazie al confronto, possiamo così condannare sia la caccia alle teste, sia la guerra moderna. Oppure non condannare nessuna delle due. O ancora, perché è atteggiamento diffuso, nel mondo occidentale, ritenere la guerra qualcosa di accettabile, al contrario di una pratica altrettanto orrenda e barbara come il taglio della testa.

Dopotutto quale differenza c’è tra queste due pratiche, accomunate dall’uccisione di sconosciuti, se non il mondo culturale che dà senso alle pratiche e alle visioni della realtà?ilongotCOLLECTIE_TROPENMUSEUM_Portret_van_een_Dajak_krijger_op_Borneo_met_twee_van_hoofddeksels_voorziene_schedels_in_zijn_handen_en_een_kleed_over_zijn_schouder_TMnr_60043379

La Democrazia Selvaggia: La Confederazione degli Irochesi

La Democrazia è un concetto tipicamente ed esclusivamente Occidentale? Democrazia implica necessariamente il dominio della maggioranza, eletta tramite la il sistema del voto?

Solitamente si pensa e si è convinti che la Democrazia sia una invenzione dell’Occidente, che fonda le sue radici nell’Atene classica, considerata la patria del concetto di democrazia. Nonostante queste convinzioni comuni, nel corso della Storia umana abbiamo avuto svariati esempi di società e comunità egualitarie che possedevano procedure specifiche per prendere decisioni su questioni riguardanti e vincolanti la vita della collettività. La sostanziale differenza tra la “democrazia classica” ateniese e successivamente occidentale e questi altri esempi di società egualitarie si può riscontrare nelle procedure utilizzate per prendere decisioni riguardanti la vita pubblica dell’intera comunità. Infatti mentre la democrazia ateniese/occidentale si fonda sul sistema del voto e della delega dei rappresentanti, e quindi del dominio della maggioranza, le società egualitarie avevano come procedura di base la forma assembleare, ovvero il riunirsi e discutere in assemblee in cui ogni membro della comunità poteva esprimer la propria opinione.

A questo punto sorge spontanea un ulteriore domanda: Per quale motivo queste società egualitarie vengono difficilmente definite e riconosciute come democratiche? La risposta è semplice: perché la tradizione democratica occidentale fatica a riconoscere come democratiche tutte quelle società o comunità che non utilizzano il sistema del voto e della delega, bensì ricercano il consenso di tutta la comunità attraverso il metodo assembleare. Si viene così a creare una contrapposizione tra Democrazia Verticale, tipica dei moderni Stati-Nazioni e della tradizione occidentale liberale, e Democrazia orizzontale, basata sulla ricerca del consenso, tipica di quelle società in cui non c’è un’entità statale che detiene il monopolio della forza coercitiva capace di obbligare la minoranza a concordare con le decisioni della maggioranza.

La ricerca del consenso è un processo di compromesso e sintesi teso a produrre decisioni che nessuno troverà così fortemente inaccettabili da doverle rifiutare o opporsi.

 

Perché questa lunghissima premessa?

Semplicemente per iniziare un discorso su una di quelle comunità egualitarie che difficilmente viene definita e riconosciuta come democratica, e troppo spesso dipinta come selvaggia, primitiva o, parafrasando Hobbes, in una perenne condizione di guerra di tutti contro tutti: gli Irochesi.

Gli Irochesi erano una popolazione di nativi americani del Nord America stanziata negli attuali Quebec e Ontario, New York, Wisconsin e Oklahoma. Attorno al 1570, 5 tribù di lingua Iroquian (Onondaga, Oneida, Mohawk, Cayuga e Seneca) diedero vita alla Confederazione o Lega Irochese, anche chiamata Lega delle 5 nazioni (che divennero 6 con l’ingresso nella confederazione dei Tuscarora). Gli Irochesi si riferiscono a loro stessi utilizzando il nome “Haudenosaunee”, ovvero “Popolo della Lunga Casa”. Questo nome fa riferimento alle loro tipiche abitazioni, le “Lunghe Case”, in lingua iroquian “Ho-de-no-sote”, che rappresentavano la manifestazione fisica del loro complesso sistema sociale, i valori di solidarietà familiare, cooperazione economica e governo tramite mutuo soccorso. La Lunga Casa divenne col tempo simbolo del potere politico unificato delle tribù raccolte nella Confederazione, che si basavano sulla Grande Legge della Pace (Gayanashagowa).

La Confederazione Irochese si riuniva in un Grande Consiglio, una assemblea a cui partecipavano 50 sachem (capi di pace), ognuno di uguale rango, designati dalle “Madri del clan”, ovvero le leader femminili delle tribù, in quanto la società irochese si fondava sul matriarcato e la matrilinearità. Quando si riuniva il Grande Consiglio? Ogni volta che ve ne era bisogno per discutere di argomenti vincolanti la collettività. Come venivano prese le decisioni? Certamente non attraverso il sistema del voto, modalità sconosciuta agli Irochesi, bensì tramite assemblee finalizzate al raggiungimento del consenso di tutti i componenti. Infatti il Consiglio non decideva in base alla maggioranza, ma si impegnava al confronto, alla discussione e alla mediazione fin quando non si sarebbe raggiunta l’unanimità. Comunque, anche nel momento in cui i 50 sachem raggiungessero un accordo unanime, le decisioni prese avrebbero dovuto avere il consenso e l’appoggio dell’intera popolazione. Tutto il popolo, sia uomini sia donne erano rappresentati e controllavano il Consiglio. Infatti i sachem possono essere definiti “capi senza potere”, sotto costante controllo della comunità che impedisce loro di sviluppare desideri di potere e di egemonia.

La Grande Legge della Pace è uno dei più antichi documenti che contenga i valori che le moderne democrazie liberali occidentali presentano come proprie invenzioni. Infatti, grazie a questa legge veniva riconosciuto ad ogni membro della Confederazione la libertà di parola, di religione e soprattutto il diritto delle donne di partecipare alla vita politica ed assembleare della comunità. Queste libertà venivano garantite anche ai prigionieri di guerra, che venivano adottati dagli Irochesi e venivano loro assegnate delle terre, diventando membri effettivi della tribù.

Penso sia chiaro il carattere fortemente egualitario e democratico del popolo Irochese, estraneo a concetti come voto, patriarcato, possesso, proprietà privata, forza coercitiva, ovvero a tutti quei valori considerati fondanti della modernità e delle democrazie occidentali.

Ancora una volta viene smascherato l’etnocentrismo occidentale, che tende a presentare la democrazia come invenzione propria, e a ritenere tutte le comunità, le società e i popoli “non moderni” come selvaggi o primitivi che necessitano dell’aiuto occidentale per intraprendere la strada della civiltà e del progresso, abbandonando una presunta condizione di inferiorità, arretratezza e infantilità.2000px-Flag_of_the_Iroquois_Confederacy.svgZZ3108C4CF

La Questione del Potere Politico: le Società contro lo Stato

Da dove viene il potere politico? Questa è una delle principali domande che si pone l’antropologo anarchico francese Pierre Clastres nel suo saggio sull’Anarchia Selvaggia. La ricerca e lo studio di Clastres ruotano attorno a quelle società e culture che vengono definite “primitive” o “selvagge” e in cui, secondo l’antropologo, è ben visibile la problematica legata al potere politico. L’etnologia ha commesso nel corso della sua storia il grande errore di comparare le culture primitive alla cultura occidentale, minimizzando e ritenendo prive di interesse le forme politiche primitive, anzi dipingendo queste società come incomplete a causa dell’assenza dell’entità statale che ne segnerebbe il loro stato embrionale ed arretrato. La differenza sostanziale si può riscontrare nel modo in cui viene percepito il potere politico; se in Occidente il potere politico si basa su relazioni gerarchiche e autoritarie di comando e obbedienza, quindi di coercizione, allora si può sostenere senza grossi errori che le società primitive sono prive di questo tipo di potere politico.

Clastres sostiene che sarebbe totalmente errato pensare di dividere le società in due gruppi caratterizzati dalla presenza o dall’assenza di potere, in quanto il potere politico è qualcosa di universale e intrinseco alla società. Le società però possono dividersi a seconda del modo in cui si realizza e viene esercitato il potere politico, che può essere di due tipi: coercitivo e non coercitivo. Il potere politico di tipo coercitivo è quello più sviluppato in quanto sta alla base dei moderni Stati-Nazione; questo suo sviluppo però non lo rende qualcosa di universale, né tanto meno l’unico modello in cui è possibile sviluppare ed esercitare il potere politico. Infatti anche laddove l’istituzione politica statale è assente la politica, con il conseguente problema del potere e del suo esercizio sono presenti e permeano i differenti ambiti della vita sociale, in quanto semplicemente non può esistere il politico senza il sociale e viceversa, perciò non possono esservi società immuni ed estranee al potere e alle problematiche che esso crea. Quindi, ciò che differenzia le società non è affatto l’assenza o la presenza del potere, ma su un piano diverso, le relazioni che si instaurano tra sfera della società e sfera della politica.

Qui subentra una seconda importante domanda: come e perché si passa dal potere politico non coercitivo a quello coercitivo? Clastres evidenzia un tratto comune alla maggioranza delle comunità amerindiane, ovvero che l’organizzazione politica di queste società è caratterizzata dalla totale assenza di stratificazione sociale e di qualsiasi tipologia di autorità che avesse il diritto esclusivo di detenere il potere politico. In realtà anche in queste società primitive troviamo la presenza di capi, che però sono senza autorità, impotenti. Sorge spontaneo domandarsi come possa essere possibile questo. Clastres sostiene che le società selvagge amerindiane separano la sfera politica da quella sociale grazie ad una fondamentale intuizione, ovvero che è nella stessa essenza del potere politica la coercizione. Coercizione che viene percepita dall’intera società come una costante minaccia per la coesione del gruppo, e ne minerebbe l’esistenza. Si può facilmente evincere da questa visione come le società primitive non siano per loro incompletezza o arretratezza senza stato, ma al contrario che attraverso una loro profonda riflessione politica scelgano di opporsi alla formazione di una entità statale centrale dotata di potere politico coercitivo che scatenerebbe il caos all’interno del gruppo sociale, facendo sorgere la diseguaglianza, la stratificazione sociale e la gerarchia. Queste le spiegazioni che stanno alla base della filosofia politica fortemente anti-statalista delle società primitive.

Nonostante l’antropologia classica sostenga che con “Società Primitive” si definiscono tutte quelle società caratterizzate dall’assenza dello Stato, e quindi caratterizzate da incompletezza ed arretratezza socio-politica. Per Clastres invece queste società primitive sono tali in quanto scelgano volutamente di opporsi alla nascita dell’entità statale per scongiurare l’emergere di divisione sociale e della gerarchia, respingendo ogni possibile accumulo di potere che potrebbe creare stratificazione sociale. Ed è proprio questo che rende le società primitive non senza Stato, ma più correttamente contro lo Stato, mostrando a tutti gli effetti la complessità della loro riflessione politica e sociale e della loro volontà di opporsi al dominio dell’essere umano sui suoi simili, alla divisione tra governanti e governati.

Quindi, per concludere, è evidente come queste società primitive incarnino alla perfezione l’”Anarchia Selvaggia” e si pongano come esempio possibile e replicabile per opporsi e staccarsi dalla costante oppressione prodotta dal Leviatano.conclusion