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“Avevamo Ragione Noi…” – A Proposito di Anarchismo e Anti-Globalizzazione

“Il dito indicava la globalizzazione e avevamo ragione, ma voi avete visto l’estintore”

20 luglio 2001, Genova. Un ragazzo privato della vita disteso sull’asfalto rovente, un estintore, un assassino in divisa al sicuro nel suo blindato. Una città teatro di una lotta spietata tra chi aveva capito che la globalizzazione avrebbe globalizzato lo sfruttamento e non i diritti e i difensori dell’ordine e della legge che, quel giorno più che mai, indossarono i panni dei carnefici e dei boia per difendere i privilegi e gli interessi del capitalismo neo-liberista. Una città che ha conosciuto la brutale violenza poliziesca per le strade, nelle piazze, alla Diaz, a Bolzaneto. Un movimento deciso a contrastare in ogni modo la creazione di un sistema-mondo basato sulla crescente integrazione economica, politica e sociale di stampo neo-imperialista e neo-liberista.

E avevamo ragione noi. La globalizzazione nella sua forma di capitalismo neo-liberista globale, conferendo il primato al mercato, alle sue leggi e alla merce, si è dimostrata nel XXI secolo per quello che realmente era: la globalizzazione dello sfruttamento della classe lavoratrice mondiale, dei poveri e degli sfruttati; la libertà di movimento per le merci ed il capitale, ma non per le persone;

In seguito a questo incipit che ci permette di delineare a grosse linee il contesto, la domanda che voglio porre ai lettori, e che di conseguenza voglio porre a me stesso, è la seguente: qual è stato e qual è tuttora il rapporto tra anarchismo e movimento anti-globalizzazione?

Innanzitutto è importante sottolineare come gli anarchici abbiano partecipato attivamente sia nelle proteste del 1999 a Seattle che in quelle del 2001 a Genova, dimostrando in questo modo di essere una componente rilevante all’interno del movimento “no global”, prendendo in prestito un termine tanto caro ai media e all’opinione pubblica. Ma, pur vedendo nel concetto astratto di globalizzazione (anche se sarebbe meglio utilizzare il termine “internazionalizzazione) un importante possibilità di sviluppo della coscienza di classe a livello internazionale con conseguente lotta di classe internazionalizzata, gli anarchici si sono sempre situati al di là della semplice dicotomia “Globalisti vs Scettici della globalizzazione. Questo perchè, pur essendo anti-globalisti, noi anarchici non eravamo, e non possiamo essere per nostra natura, dalla parte di quella frangia del movimento anti-globalista di stampo statalista che faceva e fa tuttora leva sulla difesa della sovranità dello Stato-Nazione e delle identità nazionali-culturali (intese come entità immutabili, chiuse e monolitiche) attraverso la retorica della “chiusura delle frontiere”.

Difatti gli anarchici all’interno del movimento anti-globalizzazione si son da subito opposti a quegli aspetti neoliberisti e capitalisti della globalizzazione contemporanea che, per difendere gli interessi e i privilegi dei capitalisti, vanno ad attaccare ferocemente tanto i salari quanto i sistemi di welfare. Secondo gli anarchici sono questi gli aspetti della globalizzazione che possono permettere uno sviluppo a livello globale di una coscienza di classe.

La globalizzazione contemporanea, come già detto, è dominata dalle logiche del libero mercato. Questa globalizzazione economica è la conseguenza principale della crisi del Capitalismo iniziata nel 1973 con lo shock petrolifero. Se non voleva soccombere, il capitalismo necessitava di riformarsi e ristrutturarsi attorno ad un nuovo modello favorevole al libero mercato privo di regolamentazione e di interferenze statali, quello neo-liberista appunto. In questo modo il modello economico neo-liberista si è imposto a livello globale, tanto da poter vedere la globalizzazione economica come il trionfo del capitalismo neo-liberista guidato dalle potenze occidentali (USA in primis) e dagli organismi finanziari internazionali come Fondo Monetario Internazionale (FMI) e World Trade Organization (WTO) creati dagli stessi paesi dominanti del Nor del mondo. La globalizzazione economica di stampo neo-liberista ha quindi imposto a livello mondiale una serie di politiche come la flessibilità della forza lavoro, la privatizzazione, la liberalizzazione del mercato e del capitale, i tagli allo stato sociale, orientate all’interesse della classe dominante incarnata dalla classe capitalista a livello globale.

Come si è detto sopra, noi anarchici siamo anti-globalisti anche se prendiamo le distanze da tutto quello spettro di posizioni scettiche incentrate sulla centralità del ruolo dello Stato-Nazione e a difesa della sua sovranità erosa dal processo di globalizzazione. Infatti secondo gli anarchici lo Stato-Nazione capitalista non è affatto una vittima della globalizzazione capitalista (come sostenuto dagli anti-globalisti statalisti), bensì uno, se non il, principale attore protagonista della globalizzazione economica di stampo neo-liberista. Gli statalisti sostengono che lo sviluppo delle multinazionali e delle istituzioni multilaterali di governance regionale e globale implichi l’erosione della legittimità e della sovranità dei singoli Stati-Nazione. La ristrutturazione neoliberista ha in realtà rafforzato il ruolo dello Stato, in quanto attore che ha reso possibile lo sviluppo di un mercato internazionale del lavoro, un vero e proprio “mercato dello sfruttamento su scala globale”.

In realtà questa posizione statalista non tiene conto della funzione reale e del ruolo che ha lo Stato-Nazione all’interno dell’economia capitalista globale, ossia quello di motore trainante della ristrutturazione economica neo-liberista. Perciò gli statalisti presentano lo Stato come una vittima innocente da difendere da una globalizzazione “brutta e cattiva”, quando in realtà l’entità statale è storicamente riconosciuta come l’attore principale dell’economia capitalista poichè da un lato permette lo sfruttamento della classe lavoratrice e dall’altra difende la proprietà privata dei mezzi di produzione, attraverso il monopolio dell’uso “legittimo” della violenza, difendendo di conseguenza i privilegi e gli interessi della classe dominante, fungendo in questo modo da “cane da guardia” del capitalismo. E questo suo ruolo, anche se leggermente ridimensionato, permane anche all’interno della globalizzazione economica di stampo neo-liberista. Lo Stato-Nazione è quindi parte del problema anziché vittima. Perciò combattere la globalizzazione non può prescindere dall’attaccare i suoi due principali cardini, il capitalismo e lo Stato-Nazione

Per concludere, noi anarchici, che da sempre combattiamo e ci opponiamo tanto lo Stato quanto il Capitalismo, ritenute le due principali fonti di oppressione e di violenza per i lavoratori e per i popoli, vediamo nella lotta contro la globalizzazione la possibilità di uno sviluppo dell’autorganizzazione dei lavoratori su scala internazionale in vista di una lotta di classe internazionalista; sviluppando in questo modo l’opposizione allo stato ed al capitale in vista del trionfo del socialismo autogestito e senza Stato.

Avevamo ragione.‭ ‬Ma non è servito a nulla.‭ ‬Avevamo detto cosa avrebbe causato la globalizzazione e le nostre previsioni si sono puntualmente verificate.‭ Abbiamo combattuto la globalizzazione nel momento in cui cercava di imporsi,‭ ‬a cavallo del passaggio di millennio,‭ ‬a Seattle,‭ ‬a Genova e ovunque ce ne fosse l’occasione.‭ ‬Abbiamo pagato un prezzo altissimo in termini di morti,‭ ‬feriti,‭ ‬arresti,‭ ‬torture e repressione,‭ ‬ma non siamo riusciti ad impedirla.‭ ‬Ed oggi viviamo in un mondo che ne sta pagando le conseguenze.” (Estratto tratto da un articolo di Umanità Nova)

(Anarchici durante il G8 di Genova)

 

A Proposito di Comunismo Originario, Spazio Comune e Proprietá Privata

Gli Yanomami dell’Alto Orinoco, regione situata tra Brasile e Venezuela, sono organizzati in tribù di 300-400 unità e non vivono in vere e proprie case come siamo soliti intenderle oggigiorno noi in Occidente; infatti loro tendono a sviluppare la vita della comunità in uno spazio comune chiamato shapuno. Ma cos’è uno shapuno?

Uno shapuno è una grande tettoia dalla forma circolare con lo spiovente rivolto verso l’esterno e disposta attorno ad uno spiazzo. In questo spazio comune si svolgono tutti i lavori necessari alla comunità, cosi come comuni sono i prodotti del lavoro, della caccia e della coltivazione-raccolta. Alla base di questa pratica di condivisione dei prodotti del lavoro c’è una “legge” rituale interna alla comunità secondo la quale nessun membro della tribù può consumare il cibo che produce o che caccia, ma deve condividerlo con gli altri membri; si sviluppa in questo modo un processo di collettivizzazione dei prodotti delle fatiche individuali e comunitarie della tribù. Inoltre è importante evidenziare che, come dimostrato da svariate ricerche etno-antropologiche, gli Yanomani, al pari di molti altri popoli dediti ancora principalmente alla caccia e alla raccolta, dedicano al lavoro per il proprio sostentamento circa 2 giorni a settimana, che significa non più di 4/5 ore al giorno. Questo perché, come già evidenziato in passati articoli, all’interno della società dei popoli “primitivi” il surplus di prodotti creato da un surplus di lavoro è totalmente inutile e contrario alle necessità della comunità.

All’interno dello shapuno lo spazio è suddiviso per nuclei famigliari, anche se la maggior parte di esso è organizzato per la vita sociale della comunità intera. Verso l’esterno che da sulla foresta, chiuso da una parete, troviamo lo spazio esclusivamente famigliare; verso l’area centrale lo spazio è di tutti, quindi comune e addirittura aperto anche a membri di altre tribù che si trovano a passare per il villaggio Yanomani per motivi di caccia o viaggio.

Come ben evidenziano gli Yanomani e la loro struttura abitativa, lo shapuno, prima che si sviluppasse la proprietà privata, l’unica costante delle società era la vita comune e la condivisione non solo degli spazi, ma anche delle attività di lavoro e dei prodotti di tali attività. Questa situazione comune alla maggior parte delle comunità e ai popoli primitivi (e per primitivi si intende quei popoli che si contrappongono all’idea occidentalecentrica di civiltà e progresso) può essere definito “comunismo originario”.

Le societá di classe (come la nostra) annullano le forme sociali e comunitarie precedenti alla comparsa della proprietá privata. Ed è proprio qui che subebtra la domanda che andrà a concludere questo breve articolo: La società di oggi, o meglio ancora quella di domani, potrà re-impossessarsi delle modalità abitative tipiche del “comunismo primordiale” superando la propria specificità di classe tramite l’abbattimento della struttura capitalistica che divide il corpo sociale tra chi detiene i mezzi di produzione e chi vende la propria forza lavoro?

(Entrambe le immagini sono prese dal sito ArchEyes)

A Proposito di Disuguaglianza e Sfruttamento nella Società Primitiva – P.Clastres

Ricollegandomi ad uno dei temi maggiormente affrontati in questo blog, non che uno dei principali argomenti trattati nei primissimi articoli, ho decido di riportare un estratto di “L’Anarchia Selvaggia” opera antropologica scritta dal francese Pierre Clastres (antropologo e opera che mi diedero la spinta per aprire questo blog) sul tema dello sfruttamento, della disuguaglianza sociale e della divisione del lavoro all’interno della società primitiva. Società primitiva che Clastres ama definire “contro lo Stato” proprio perchè si oppone all’emergere della divisione sociale tra chi governa e chi viene governato, cosi come alla disuguaglianza economica tra chi sfrutta e chi viene sfruttato. Di seguito troverete l’estratto:

“Poichè ne impedisce la comparsa, la società primitiva ignora la differenza tra ricchi e poveri, la contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati, il dominio del capo sulla società. Il modo di produzione domestico che assicura l’autarchia economica della comunità in quanto tale, permette l’autonomia dei gruppi parentali che compongono l’insieme sociale e anche l’indipendenza degli individui. Tranne quella relativa al sesso, nella società primitiva non esiste infatti alcuna divisione del lavoro. Ogni individuo è in qualche misura polivalente: gli uomini sanno far tutto quello che gli uomini devono saper fare, le donne sanno svolgere tutte le mansioni che ogni donna deve saper svolgere.

Nell’ordine del sapere e del saper-fare, a nessun individuo viene attribuita un’inferiorità che possa lasciare spazio alle imprese di un altro più dotato e meglio fornito: il gruppo parentale della “vittima” contesterebbe subito la vocazione dell’apprendista-sfruttatore.

Gli etnologi hanno fatto a gara nel rilevare l’indifferenza dei selvaggi rispetto ai propri beni e possessi, che rifabbricano facilmente quando sono consumati o rotti, e l’assenza di qualsiasi desiderio di accumulazione. E perchè mai dovrebbe esserci un desiderio del genere? L’attività di produzione è esattamente commisurata alla soddisfazione dei bisogni e non va oltre; la produzione di un surplus è del tutto possibile nell’economia primitiva, ma anche del tutto inutile: a che servirebbe? D’altra parte l’attività di accumulazione (produzione di un surplus inutile) in questo tipo di società potrebbe essere solamente un’impresa strettamente individuale e l’ “imprenditore” potrebbe contare solo sulle sue forze, poichè lo sfruttamento degli altri sarebbe sociologicamente impossibile.

Immaginiamo tuttavia che, nonostante la solitudine del proprio impegno, l’imprenditore selvaggio riesca, con il sudore della fronte, a costituire una riserva di risorse della quale, non dimentichiamolo, non sa che farsene, perchè si tratta di un surplus di una quantità di beni non necessari che non servono alla soddisfazione dei bisogni. Che succederebbe allora? Semplicemente, la comunità lo aiuterebbe a consumare quelle risorse gratuite: l’uomo fattosi così ricco con le proprie mani vedrebbe svanire la sua ricchezza in un batter d’occhio nelle mani dei suoi vicini. La realizzazione del desiderio di accumulazione si ridurrebbe cosi a un puro fenomeno di autosfruttamento dell’individuo e di sfruttamento del ricco da parte della comunità.

I selvaggi sono abbastanza assennati da non cedere a questa follia: la società primitiva funziona in modo da rendere impossibili la disuguaglianza, lo sfruttamento e la divisione.”

 

“Siamo la Crepa nel Vostro Muro” – A Proposito di Capitalismo, Globalizzazione e Frontiere

(Immagine ripresa da Comune-Info)

 

Il 14 febbraio il Subcomandante Insurgente Moisés ed il Subcomandante Insurgente Galeano, a nome della Commisisone Sexta dell’EZLN, hanno scritto un comunicato per la convocazione di una campagna mondiale dal titolo: “Di fronte ai muri del Capitale: la resistenza, la ribellione, la solidarietà e l’appoggio dal basso e a sinistra.” attraverso il quale analizzano con tono critico la sempre più costante tendenza del Capitale e del Potere a costruire “muri” e invitano ad opporsi ad essi con la lotta, la resistenza, la ribellione e l’organizzazione (dal basso a sinistra).

Inizialmente il comunicato si concentra sul Potere incarnato oggigiorno dal Capitale. In quanto anarchico il mio atteggiamento in merito al “Potere” non può che essere di critica, di opposizione e di distruzione; il potere è infatti “il rapporto sociale per mezzo del quale chi comanda mantiene la schiavitù”. E questa definizione non può che applicarsi perfettamente al Potere inteso, nel mondo contemporaneo, come il dominio del Capitale e del regno del mercato. Un Potere, quello del Capitale, che è innegabilmente esclusivo, elitario, discriminatorio e che cerca di mantenersi in vita attraverso lo sfruttamento, la predazione, la repressione e la discriminazione. Il Capitale al giorno d’oggi domina il mondo, si è imposto tramite la guerra e si perpetua attraverso di essa, imponendo a livello globale il regno del mercato, un regno nel quale tutto si compra e tutto si vende, natura (devastata e saccheggiata in nome del profitto e degli interessi capitalistici) ed esseri umani in primis. Il mercato di natura capitalista si basa, e sembra anche banale ricordarlo, sulla predazione e sullo sfruttamento e la sua stabilità dipende solamente dalla costante repressione che attua nei confronti di coloro che provano a ribellarsi, a lottare e ad insorgere. Il Capitale è una macchina alimentata a distruzione e morte. “La distruzione del pianeta, i milioni di profughi, l’auge del crimine, la disoccupazione, la miseria, la debolezza dei governi, le guerre a venire, non sono il prodotto degli eccessi del Capitale, o di una conduzione erronea di un sistema che prometteva ordine, progresso, pace e prosperità”. Tutto questo in realtà costituisce l’essenza di questa macchina nefasta che chiamiamo “Capitalismo”; e l’unico modo per fermare questa macchina è agire concretamente per distruggerla attraverso la lotta anticapitalista.

La globalizzazione neoliberale, ovvero l’imposizione globale del capitalismo e del regno del mercato, non ha portato al trionfo della libertà, della giustizia o della pace, bensì ha diffuso e imposto ancor più marcatamente la separazione a livello mondiale tra la classe degli sfruttati e la classe degli sfruttatori, tra chi domina poichè detiene il Capitale e chi viene dominato. La globalizzazione, come possiamo benissimo notare oggi, non ha in alcun modo creato il famoso quanto fantomatico “villaggio globale” poichè in realtà solamente il mercato si è fatto globale, si è mondializzato, e di conseguenza la guerra in nome del Capitale e del profitto si è diffusa e amplificata. Oggi nel tempo della crisi globale, finalmente possiamo smascherare il vero volto del capitalismo, sintetizzato perfettamente nella formula “Guerra sempre, guerra ovunque.” Questo perchè il capitalismo, messo in seria difficoltà da una crisi diffusa a livello globale, ricorre alla guerra in quanto unico mezzo che può permettergli di perpetuarsi e mantenersi in vita. Ed è proprio in questo contesto di crisi globale del regno del mercato, in questi tempi in cui assistiamo al fallimento della globalizzazione e della favola del “villaggio globale”, che ci troviamo dinanzi al collasso del capitalismo inteso come sistema mondiale. Lo stesso capitalismo che si è imposto come sistema mondiale tramite la guerra, le violenze, la devastazione ambientale, la distruzione sistematica dei territori, lo sfruttamento dei popoli della parte meridionale del mondo e che Francis Fukuyama definì vent’anni fa “fine della storia”. Fine della storia perchè il capitalismo neoliberalista si presentava agli occhi del mondo come il sistema economico-politico ultimo, la cui supremazia aveva sconfitto il “nemico comunista”, che imponendosi a livello globale avrebbe concesso benessere, ricchezza, stabilità e pace a tutti i popoli e in tutte le regioni del mondo. In realtà il capitalismo come sistema mondiale è al collasso nonostante cerchi di mantenersi in vita attraverso la guerra e la distruzione, attraverso i muri e le frontiere.

Come scritto nello stesso comunicato della Sexta dell’EZLN “Il sistema è arrivato al punto di non ritorno” ed ora tocca a noi, che siamo le crepe di questo sistema e stiamo in basso a sinistra, lottare, resistere, ribellarci, insorgere ed organizzarsi.

Riportando direttamente le parole della Commisione Sexta “L’offensiva internazionale del Capitale contro le differenze razziali e nazionali, che promuove la costruzione di muri culturali, giuridici e di cemento e acciaio, vuole restringere ancora di più il pianeta. Vogliono creare così un mondo dove ci stiano solo quelli che sopra sono uguali tra loro. Suonerà ridicolo, ma è così: per affrontare la tormenta il sistema non vuole costruire tetti per ripararsi, ma muri dietro i quali nascondersi. Questa nuova tappa della guerra del Capitale contro l’Umanità deve essere affrontata con resistenza e ribellione organizzate, ma anche con la solidarietà e l’appoggio verso chi vede attaccate le proprie vite, libertà e beni.  Considerando che il sistema è incapace di frenare la distruzione. Considerando che, in basso e a sinistra, non ci deve essere posto per il conformismo e la rassegnazione. Considerando che è il momento di organizzarsi per lottare ed è tempo di dire “NO” all’incubo che ci impongono da sopra.”

Con l’obiettivo di chiamare all’organizzazione mondiale dal basso a sinistra per opporsi e resistere all’aggressività del Capitale e per contrattaccare insorgendo ed autorganizzandosi, il Subcomandante Moisès e il Subcomandante Galeano, invitano ad “organizzarsi con autonomia, a resistere e ribellarsi contro le persecuzioni, detenzioni e deportazioni. Se qualcuno se ne deve andare, che siano loro, quelli di sopra. Ogni essere umano ha diritto ad un’esistenza libera e degna nel luogo che ritiene migliore, ed ha il diritto di lottare per restarci. La resistenza alle detenzioni, sgomberi ed espulsioni sono un dovere, come un dovere è appoggiare chi si ribella contro questi arbitri senza che importino le loro frontiere. Bisogna far sapere a tutta quella gente che non è sola, che il suo dolore e la sua rabbia è visibile anche a distanza, che la sua resistenza non è solo benvenuta, ma è anche appoggiata anche se con le nostre piccole possibilità. Bisogna organizzarsi. Bisogna resistere. Bisogna dire “NO” alle persecuzioni, alle espulsioni, alle prigioni, ai muri, alle frontiere. E bisogna dire “NO” ai malgoverni nazionali che sono stati e sono complici di questa politica di terrore, distruzione e morte. Da sopra non verranno le soluzioni, perché lì sono nati i problemi.”

Come espresso nel comunicato, bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna lottare, bisogna organizzarsi. Tocca a noi, noi che siamo le crepe in basso a sinistra abbattere i muri del Capitale, abbattere ogni frontiera.

(immagine presa dal blog “Voci dalla Strada)

 

 

“Quando la Xenofobia Mette Radici Nelle Urne”

 

Come si presenta oggigiorno ai nostri occhi l’Unione Europea se non come un’organismo sovranazionale pervaso da costante instabilità e dilaniato da una crisi politica ed economica?

Questo clima di perenne crisi economica iniziato nel lontano 2008 ha come conseguenza intrinseca il progressivo aumento dei sentimenti di scoraggiamento e di insicurezza dei cittadini europei che si riflettono in atteggiamenti ostili sia nei confronti della stessa Unione Europea in quanto istituzione, sia nei confronti delle differenti elitè politiche ritenute responsabili, non solo della crisi, ma sopratutto della svendita della sovranità dello Stato-Nazione, erodendo perciò l’importanza ed il peso politico delle singole nazioni europee assoggettate al volere dell’UE. Con l’inizio della crisi economica nel 2008 i cittadini europei hanno visto aumentare la propria insicurezza socio-economica, le difficoltà lavorative con conseguente aumento della disoccupazione e della precarietà occupazionale e l’incertezza nei confronti di un futuro che non sembra promettere scenari idilliaci. Ed è proprio in questo scenario che emergono e guadagnano consensi forze politiche radicali dai tratti marcatamente populisti e spesso vicine ad idee ultranazionaliste ed identitarie tipiche di una certa retorica e di certe idee di estrema destra.

Accanto alla crescita di consensi verso questi movimenti e partiti populisti dalla forte retorica nazionalista, xenofoba ed “euroscettica”, c’è da segnalare un’altra tendenza strettamente collegata alla crisi economica e alla crescente sfiducia verso le istituzione politiche-economiche dell’Unione Europea, ovvero l’aumento dell’astensionismo elettorale. La questione dell’astensionismo, che evidenzia un marcato malcontento popolare nei confronti delle istituzioni politiche rappresentative e disillusione verso le elitè governative, seguendo la mia inclinazione libertaria, di per se non è affatto un problema, anzi, tendenzialmente potrebbe essere visto in un ottica positiva se il diffuso ricorso all’astensionismo fosse dettato da una forte presa di coscienza politica e non solamente da semplice apatia-afasia che tendono a sfociare in un futile immobilismo generale, incapace perciò di contrapporre al sistema dei partiti, del voto e della delega una valida alternativa politica. Purtroppo però nella stragrande maggioranza dei casi questo astensionismo diffuso, sopratutto tra le classi popolari, è dettato semplicemente da disillusione verso la politica classica (un bene, non ci son dubbi su questo) ma che sfocia nell’immobilismo o nella disaffezione verso l’azione politica individuale-collettiva, rivelandosi perciò incapace di presentare concrete strade alternative da seguire per contrastare e delegittimare la politica istituzionale e rappresentativa.

Torniamo al discorso principale di questo articolo, ovvero l’ascesa politica sulle scene nazionali di attori, partiti e movimenti che riscuotono un ampio consenso e riescono a guadagnare voti attraverso una retorica fortemente nazionalista, fascista e xenofoba, e in alcuni casi indirizzata verso l’estrema destra di ispirazione neonazista (vedi Jobbik in Ungheria e Alba Dorata in Grecia). In Europa i maggiori partiti riconducibili a questo “filone” di estrema destra caratterizzato da un discorso politico incentrato sul populismo, il nazionalismo e il razzismo, possono essere individuati certamente nel Front National di Marine Le Pen (in Francia), nel Partito della Libertà Austriaco (FPO) e in Italia certamente nella Lega Nord e nel suo esponente Matteo Salvini (senza tralasciare attori minori più o meno ufficiosamente alleati della Lega come Forza Nuova e Casa Pound, questi ultimi si autodefiniscono “fascisti del terzo millennio”).

Il leitmotiv che sta alla base di entrambi i discorsi e le visioni politiche di Salvini e Le Pen è principalmente la feroce opposizione al fenomeno dell’immigrazione, argomento usato dai vari movimenti della destra razzista e populista per fare becera propaganda politica indirizzata a parlare alla pancia dell’elettorato facendo leva sulla crescente frustrazione popolare e la dilagante sfiducia dei cittadini. Dato che al centro del loro discorso politico “anti-europeista” o “euroscettico” venato di razzismo e discriminazione c’è appunto la dura e convinta opposizione al fenomeno dell’immigrazione, ecco che questi partiti e i loro leader incentrano la loro propaganda politica su temi marcatamente populisti come la chiusura delle frontiere, l’identità nazionale, il rafforzamento dello Stato-Nazione da contrastare all’Unione Europea, tutti argomenti che riescono facilmente a far presa su quegli strati sociali ormai sfiduciati e stremati dalle infinite promesse non mantenute dalla politica “tradizionale”. Come già detto questi partiti, queste “nuove” forze politiche, non si preoccupano minimamente di utilizzare un discorso politico permeato da xenofobia e razzismo, enfatizzando fino al limite del paradosso la teoria del “capro espiatorio”, dipingendo perciò la realtà in modo distorto e attribuendo le colpe della crisi economica, sociale ed occupazionale ad individui “esterni alla patria” o “esterni alla nazione”, ovvero gli immigrati e tutto ciò che viene definito “altro” e che, secondo loro, sfida la stabilità e l’omogeneità nazionale e la sua identità.

Il fattore che preoccupa maggiormente, sia in Italia che in Francia ma cosi anche nel resto dell’Europa, è il fatto che certi movimenti e partiti riescano a riscuotere un gran numero di consensi tra l’elettorato giovane, quello under 30. Un elettorato probabilmente ancor più sfiduciato rispetto alla generazione over 40, poichè si trova a dover affrontare l’insicurezza del futuro, la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro e la disillusione per le promesse di inserimento-ascesa sociale mai mantenute dalle elitè politiche a causa della crisi economica. E’ allarmante il fatto che molti, sopratutto tra i più giovani, vedano in questi personaggi e partiti populisti, razzisti e vicini a certe idee fasciste e di estrema destra la soluzione possibile alla crisi socio-economica e al vuoto lasciato dalla politica tradizionale e dalle elitè governative assoggettate alle direttive imposte dall’UE.

Altro dato allarmante, riscontrabile nell’ultimo decennio, è il progressivo allontanamento delle masse operaie e proletarie dai partiti storicamente vicini agli interessi e ai diritti dei lavoratori, ovvero i partiti di sinistra radicale o democratica. Questo allontanamento ha come conseguenza logica l’aumento dei consensi della classe operaia verso i partiti populisti analizzati sopra. Senza gridare allo scandalo questa tendenza può considerarsi senza grossi problemi un fatto di importanza e portata storica, anche dovuto al progressivo disinteresse della sinistra istituzionale nei confronti delle masse operaie-proletarie, storicamente la base stabile e maggioritaria del loro elettorato. Classe operaia che però oramai dimostra di non rispecchiarsi più in una sinistra istituzionalizzata che è andata via via allontanandosi dagli interessi e dalle preoccupazioni dei lavoratori.

L’ascesa politica della (più o meno estrema) destra populista, nazionalista e xenofoba europea rafforza il diktat romano “dividi et impera” volto a scatenare l’ennesima guerra tra ultimi e penultimi, dalla quale a trarne giovamento e vantaggi non sarà mai il popolo, ma ancora una volta le elitè politiche, questa volta però incarnate da “nuovi” attori come Salvini, Orban, Le Pen, in Europa, e da personaggi del calibro di Donald Trump al di fuori dei confini europei.

Ancora una volta si andrà a creare ciò che oggi la maggioranza dell’elettorato imputa alle classi dirigenti filo-europeiste, ovvero una netta scissione e una incolmabile lontananza tra gli interessi delle elitè e quelli del popolo. Si riprodurrà l’eterna scissione tra chi governa e chi viene governato, e a farne le spese sarà sempre il popolo, i singoli individui, che ancora una volta dovrà far i conti con la disillusione verso una politica istituzionale e rappresentativa, e con la frustrazione che essa genera. E magari dall’ampia percentuale di astensionismo diffuso in tutta Europa si possono porre le basi per un modo diverso di intendere la politica e l’organizzazione sociale, non più basata sulla delega ma piuttosto sull’azione politica diretta ed orizzontale, collettiva ed individuale, sperimentando un modello libertario di società che rigetta l’Unione Europea, lo Stato-Nazione, la democrazia rappresentativa e tutte le loro dinamiche orientate a mantenere e perpetuare l’eterna scissione tra chi governa e chi viene governato.