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“La Menzogna dell’Homo Oeconomicus” – Economia, Scambio e Pratica del Dono

L’antropologo Marhsall Shalins sosteneva che l’economia non fa parte della natura umana poichè essa (l’economia) è una categoria culturale e non comportamentale, mettendo così in discussione l’idea dell’essere umano come homo oeconomicus tanto cara alla filosofia economica classica che riduce l’uomo a mero e freddo calcolatore dotato di razionalità e mosso solo a soddisfare i suoi interessi individualistici ed egoistici. Questa nozione di homo oeconomicus è estremamente diffusa ed accettata quasi totalmente all’interno del nostro mondo civilizzato, nonostante sia fin troppo evidente la sua natura artificiale, non naturale, che la rende un prodotto ideologico di una società moderna dominata dall’economia, dal capitalismo, e dalla ricerca del profitto attraverso la competizione spietata. Anche Bronislaw Malinoswki, etnologo britannico, sosteneva bisognasse distruggere l’idea dell’uomo economico primitivo. Richard Thurnwald, considerato il padre dell’antropologia economica, affermava che la caratteristica principale della vita economica della società primitiva consisteva nella totale assenza del desiderio di trarre profitto.

Si può quindi affermare senza eccessivi errori che l’essere umano è un homo sociologicus piuttosto che un homo oeconomicus, nonostante si venga abituati a credere, vivendo in un mondo dominato dall’economia, che l’economia sia una caratteristica innata della natura umana. Infatti vari studi antropologici hanno evidenziato che l’uomo primitivo è mosso dall’idea di “dar via ciò che possiede” piuttosto che dal principio economico di trarre profitto da qualsiasi cosa e dallo spirito di concorrenza tipicamente capitalistico. L’uomo primitivo si pone in netto contrasto con l’uomo civilizzato innanzitutto per quanto riguarda il principio che regola la sua vita, ovvero quello di donare (altruistico), contrapposto al principio di scambiare (egoistico) caratteristico dell’uomo economico civilizzato. L’uomo economico civilizzato mosso dal principio egoistico della convenienza, dello scambio, tenda alla concorrenza con i propri simili in vista di assicurarsi un profitto sempre maggiore.

E’ importante, in questa sintetica e certamente non esaustiva analisi sull’homo oeconomicus e sul ruolo dell’economia all’interno della società primitiva e di quella civilizzata, presentare il discorso scambista di Claude Lévi-Strauss. L’antropologo francese inizialmente sostiene che la guerra ed il commercio non possono e non debbano essere indagate separatamente poichè processi che si pongono in una relazione di continuità tra loro. Lévi-Strauss sosteneva che gli scambi commerciali fossero la rappresentazione di potenziali guerre pacificamente risolte e che, al contrario, le guerre fossero la conseguenza inevitabile di transizioni economico-commerciali sfortunate. Secondo questa concezione dell’esistenza innata di un continuum tra guerra e commercio si giunge alla conclusione che le relazioni tra le differenti comunità siano principalmente di natura commerciali; di conseguenza la possibilità della guerra o della pace tra le diverse comunità dipende intrinsecamente dal successo o dal fallimento delle transizioni economiche. Inoltre si può concludere, seguendo l’analisi e la visione iniziale di Strauss, che è il commercio, e non la guerra (come sosteneva Hobbes) ad occupare il ruolo centrale dell’essere sociale primitivo in quanto priorità sociologica.

Con il tempo Lévi-Strauss modifica la sua concezione del rapporto tra guerra e commercio arrivando ad elaborare quello che lui chiama il principio della reciprocità, principio attraverso il quale l’antropologo francese abbandona ogni rimando all’attività commerciale eliminando definitivamente l’idea stessa di commercio dalla sua analisi sulle comunità primitive indiane del Sud America. Attraverso i suoi studi etnologici realizza che all’interno della vita economica (se così vogliamo chiamarla) delle comunità primitive si deve parlare di scambio di doni reciproci e non più di operazioni commerciali, poichè estranea al mondo primitivo. Questo abbandono dell’idea di commercio all’interno delle comunità primitive avviene perchè essendo rette da ideale autarchico, ideale definibile senza problemi come anti-commerciale, le società primitive rifiutano in toto l’attività commerciale, rifiutandosi in questo modo di alienare la propria autonomia in quanto società indivisa e impedendo l’emergere di gerarchia e disuguaglianze sociali. Secondo Lévi-Strauss è perciò lo scambio, non più il commercio, a conferire significato alla guerra.

Strauss considera la società primitiva come un essere-per-lo-scambio, perciò la guerra rappresenta la non realizzazione della società primitiva. Lo scambio è il principale desiderio sociologico della società primitiva mentre la guerra si manifesta come il non-essere di tale società.

Pierre Clastres individua però nell’analisi di Lévi-Strauss un fondamentale errore, ovvero la confusione dei diversi livelli sociologici nei quali operano la guerra e lo scambio, attività che, al contrario di ciò che sostiene Strauss, non si contraddicono vicendevolmente poichè non si pongono in alternativa tra loro. Clastres sottlinea che la società primitiva è al contempo lo spazio dello scambio e lo spazio della guerra, poichè entrambi i processi appartengono all’essere sociale primitivo. Claude Lévi-Strauss commette un errore simile a quello commesso da Thomas Hobbes: mentre il secondo sosteneva che la società primitiva fosse caratterizzata dalla guerra di tutti contro tutti, il primo definisce la società primitiva come luogo dello scambio di tutti contro tutti; mentre Hobbes non considerava lo scambio all’interno della sua analisi, Strauss non considera la guerra.

Riprendendo il discorso iniziale, la mentalità produttivista del mondo civilizzato tende ad accomunare la pratica del dono alla sfera dell’azione economica, nonostante tale pratica difficilmente può essere assimilata e ricondotta alle leggi economiche del mercato, piuttosto lo contraddice e al contempo lo nega in quanto pratica sostenuta dal principio caratteristico dell’uomo primitivo del dar via, del donare. Questa prassi, al contrario dello scambio, non presuppone il concetto di reciprocità.

Con il passaggio dalla vita primitiva, dominata da una concezione comunitaria, alla vita moderna, dominata dalla mentalità economica, l’umanità ha imboccato la strada della concorrenza, dell’egoismo, del conflitto, dell’inganno, tutte caratteristiche riconducibili all’homo oeconomicus tipico del mondo capitalista moderno presentato come qualcosa di naturale nonostante la realtà dei differenti studi antropologici in merito a questo argomento, dimostrino come l’economia non faccia parte dell’essere umano, ma è semplicemente il prodotto ideologico di un determinato periodo storico che si è imposto (ed è stato imposto) e viene perpetuato facendolo apparire come inevitabile e necessario.

Il Potlatch tra i Nativi della Costa Nord-Occidentale dell’America Settentrionale

kwakiutlL’antropologo tedesco-statunitense Franz Boas fu il primo, attraverso il suo saggio “L’organizzazione Sociale e le Società Segrete degli indiani Kwakiutl”, a studiare ed analizzare la cerimonia rituale conosciuta con il nome “Potlatch” tipica delle popolazioni indigene stanziate sulla costa nord-ovest degli Stati Uniti e del Canada. Questa cerimonia si svolgeva presso le tribù Kwakiutl, Haida e Tinglit e popoli affini culturalmente fino al 1884, anno in cui il governo canadese e quello statunitense proibirono la celebrazione del Potlatch, rendendolo illegale poichè ritenuto non solo una abitudine culturale inutile, ma anche contraria ai valori etici della società civili americana e canadese. Questa premessa è stata utile per presentare l’argomento su cui mi concentrerò, ovvero il Potlatch, analizzando i vari significati culturali, economici e politici ad esso connessi.

Innanzitutto descriviamo alcune delle tribù nelle quali il Potlatch era un caratteristica culturale fondamentale per il funzionamento dell’organizzazione sociale. Le tre principali tribù nelle quali si svolgeva il Potlatch sono gli Haida, i Tlingit e i Kwakiutl.

Gli Haida sono una popolazione di lingua Athapaskan stanziata originariamente sulle isole al largo della Columbia Britannica. Essi identificano se stessi con il nome Xa’ida, ovvero “Il Popolo”. Grazie alle favorevoli condizioni ambientali e la garanzia di abbondanza di approvvigionamenti, gli Haida erano una popolazione sedentaria che si stabiliva in villaggi permanenti che ospitavano una popolazione relativamente numerosa. La loro organizzazione sociale era basata sulla matrilinearità, infatti i figli ereditavano lo status sociale dalle madri. I Tlingit erano stanziati sulle isole dell’Alaska sudorientale. La loro organizzazione sociale si basava sulla divisone in gruppi ereditari fondamentali detti moities (letteralmente “metà”). Nella società Tlingit ogni individuo apparteneva ad una delle moities, che assumevano generalmente il nome di un animale, e i matrimoni erano consentiti solamente con i membri di un’altra moities, così da rafforzare il legame comunitario e tra i gruppi. Come per gli Haida, anche i Tlingit erano una società matriarcale e matrilineare ed infatti i figli venivano affidati alla moiety della madre. Inoltre ogni moiety si suddivideva a sua volta in gruppi definiti clan, guidati da un capo o leader. Infine troviamo i Kwakiutl, divenuti famosi grazie agli studi di Franz Boas, popolo di lingua Wakashan stanziato originariamente sull’isola di Vancouver e lungo la costa della Columbia Britannica. Tutte e tre queste popolazioni sono accomunate, come già evidenziato, dalla cerimonia denominata potlatch, che è poi l’argomento principale di questo articolo.

Potlatch, in lingua Chinook, una lingua franca utilizzata per gli scambi commerciale tra nativi e colonizzatori insediati nella zona della costa nord-ovest dell’America settentrionale, significa letteralmente “dare”, era una cerimonia rituale svolta ed organizzata durante i mesi invernali da un individuo della comunità che durante l’anno, era riuscito ad accumulare e mettere da parte un surplus di beni materiali e risorse alimentari proprio in occasione di questo evento. Egli invitava i membri di gruppi di parentela, i membri della comunità e di altri villaggi, offrendo agli invitati del cibo e donando loro i beni accumulati. Nel momento in cui gli invitati accettano il cibo e i doni offerti dall’organizzatore del potlatch, confermano il suo onore. Gli invitati rispondevano a loro volta con un proprio potlatch nel quale cercavano di eguagliare o superare la quantità di beni offerti dal precedente organizzatore. Questo sistema permetteva lo scambio di ricchezze materiali all’interno della comunità, tanto che nella maggior parte dei casi, l’organizzatore, al termine della cerimonia, si trovava privo dei suoi iniziali beni materiali.

Presso i Kwakiutl il potlatch si svolgeva in maniera leggermente differente. Infatti i Kwakiutl erano soliti, durante questa cerimonia, uccidere i prigionieri di guerra e distruggere i beni materiali posseduti in modo da mostrare pubblicamente alla comunità il disprezzo totale per la proprietà.

Il potlatch è investito di un forte significato sociale; infatti, essendo organizzati dai membri più onorevoli e prestigiosi della tribù, questo rituale permetteva la ridistribuzione delle risorse materiali tra i vari clan e per consolidare il proprio status attraverso la manifestazione di rifiuto della proprietà privata.

Come già evidenziato in un passato articolo sui Big Man della Polinesia, si ripresenta il concetto di autosfruttamento del leader della comunità che, per accumulare i beni materiali da offrire o da distruggere durante i potlatch, può contare solamente sulle sue forze e sul suo lavoro non potendo disporre di alcun potere coercitivo per imporre ad altri individui di lavorare per lui. Inoltre, sempre citando quell’articolo, ” l’obbligo di generosità è un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader.”.

Torna prepotentemente il concetto di rifiuto della proprietà e del disprezzo per il possesso dei beni materiali, comune a moltissimi popoli ritenuti selvaggi e primitivi, nonostante sia innegabile l’effetto che questo rifiuto e questo disprezzo abbiano sull’organizzazione sociale, impedendo alla diseguaglianza e alla divisone di distruggere l’equilibrio egualitario tipico della maggioranza delle popolazioni primitive.

Prestigio e Potere nelle Società Primitive: I Big Man, ovvero Capi senza Potere

“Le società primitive sono società che rifiutano l’economia.”                                                                                     Non esiste frase più vera. Vera in quanto l’individuo primitivo non è alimentato e animato in nessun modo dalla ricerca costante del profitto, caratteristica strutturale dell’economia intesa in senso capitalistico, ma non delle società primitive. Infatti la società primitiva dedica alla produzione di beni (intesi di consumo immediato, e quindi di sussistenza) un arco di tempo limitato (in media 5 ore al giorno) e un ridotto dispendio energetico. Questi limiti tempistici ed energetici vengono imposti per non essere valicati, oltrepassati, in modo da evitare la scissione (ritenuta catastrofica dalle società primitive) tra sfera dell’economia e sfera sociale, generando la divisione social tra ricchi e poveri. A questo punto possiamo dire che le società primitive non sono prive dell’economia, bensì scelgono di essere contro, di opporsi ad essa in quanto sfera a se stante dal sociale.

Collegato al tema dell’economia nelle società primitive emerge il problema dell’istituzione della Chefferie. Per parlare della Chefferie è innanzitutto necessario evidenziare cosa si intende, antropologicamente parlando, con il termine “Società Primitiva”: ovvero una società che impedisce l’emergere della divisione sociale e priva di qualsiasi organo separato dal sociale detentore del potere politico; brevemente si tratta di società indivise ed egualitarie. Quindi, a seguito di questa descrizione, come funzionano le relazioni di potere tra il leader e la tribù all’interno di una società primitiva?

In soccorso questa volta ci viene l’antropologo statunitense Marshall Sahlins, che attraverso il suo studio etnografico e l’analisi dei sistemi melanesiani e polinesiani, ci descrive la figura del Big Man, individuo in cui confluiscono la sfera politica e quella economica.                                                                                                      Il Big Man per essere tale deve disporre di 2 essenziali qualità. Da una parte deve possedere il talento oratorio, mentre dall’altra è obbligato alla generosità, ovvero è suo compito evitare di accumulare beni, e anzi impegnarsi nella produzione di un surplus di beni da distribuire agli altri membri della comunità. “Obbligato alla generosità”, che significa? Semplicemente che per ottenere lo status di leader deve possedere un quantitativo di beni (un surplus) di cui la società intera usufruirà. Come fa quindi il futuro Big Man per procurarsi questo surplus? L’unico metodo di cui dispone è quello di produrre da sè i beni di cui necessita per compiere il suo obbligo di generosità. Il Big Man può solamente contare sul sudore della sua fronte. In poche parole, il Big Man attua un vero e proprio autosfruttamento di se stesso, non detenendo, e di conseguenza non potendo esercitare, nessun potere che gli permetterebbe di sfruttare il lavoro degli altri.

Sarebbe dunque la figura del Big Man ad aprire la strada per la divisione sociale tra padroni e sudditi? Il Big Man potrebbe essere considerato l’antenato che ha dato origine all’emergere dell’entità statale?

Anche attraverso il lavoro etnologico di Sahlins possiamo evidenziare come nelle società primitive sia un carattere imprescindibile l’assenza della divisione del corpo sociale in una minoranza di dominanti che comandano ed una maggioranza di dominati che obbediscono. Piuttosto, sempre se vogliamo trovare una parvenza lontana di divisione sociale interna a queste società egualitarie, possiamo sottolineare, al contrario, una scissione tra una minoranza di Big Man che si autosfruttano per innalzare il proprio prestigio e una maggioranza di “fannulloni” poveri che non hanno alcuna ambizione di prestigio e quindi nessun interesse ad autosfruttarsi per produrre un surplus di beni. A questo punto arriviamo a tirare una prima fondamentale conclusione; infatti lo status di leader conferito al Big Man dalla tribù, in cambio dell’obbligo di generosità, non conferisce lui alcun potere, che potrebbe esercitare sulla comunità. Perciò come possiamo parlare di potere del Big Man se esso è doppiamente sfruttato (da se stesso e dalla comunità)?

Qual è la natura di questo potere se non la sua essenza di non-potere? In realtà dovremmo parlare di prestigio, e non confonderlo o assimilarlo al concetto di potere. Infatti non è la brama di potere a spingere il Big Man al proprio sfruttamento, in quanto, nel momento in cui esso provasse ad esercitare una qualsiasi forma di potere sulla comunità, la tribù si rifiuterebbe di sottomettersi e di obbedirgli, evidenziando la natura stessa del Big Man: un capo senza potere.                                                                                                                                                Perciò è utile ribadire e sottolineare nuovamente come sia il desiderio di prestigio sociale a muovere il leader primitivo, e non l’acquisizione di potere politico atto a comandare sulla tribù. Dalla sua parte la tribù concede il prestigio poichè esso non conferisce nessuna forma di autorità al Big Man; anzi la società primitiva non permette in alcun modo al leader di tramutare il prestigio acquisito in potere da esercitare sulla comunità, creando divisione tra dominanti e dominati.

Abbiamo visto come alla base dell’acquisizione dello status di Big Man si trovi l’obbligo di generosità, un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader, e che cessa nel momento in cui l’individuo cessa di essere Big Man. Il debito è quindi una categoria caratterizzante esclusivamente il funzionamento della relazione tra la Chefferie e la società.

Tirando le conclusioni, è possibile evidenziare per l’ennesima volta come le società primitive non siano affatto “società-senza-potere”, bensì caratterizzate dalla totale avversione nei confronti della separazione tra potere e sfera sociale, poichè è appunto la società ha detenere ed esercitare il potere politico sul leader. Attraverso l’obbligo di generosità, che come abbiamo visto è un obbligo del debito, la società primitiva si assicura il mantenimento del suo essere indiviso e del suo carattere egualitario.                                                                     E quindi, ricollegandoci alla definizione antropologica di società primitiva, possiamo senza alcun errore sostenere che esse siano senza Stato in quanto scelgono consapevolmente e volontariamente di essere contro lo Stato.

Aboriginal Tribal Land in Arnhem Land, Australia
Aboriginal Tribal Land in Arnhem Land, Australia