Category Archives: Educazione e Pedagogia

“Tu non avrai il desiderio del potere, tu non avrai il desiderio di sottomissione” – Tortura e Società Primitiva

“Voi siete dei nostri. Ciascuno di voi è simile a noi, ciascuno di voi è simile agli altri. Ciascuno di voi occupa fra noi lo stesso spazio e luogo: li conserverete. Nessuno di voi è meno di noi, nessuno di voi è più di noi. Non potrete dimenticarlo. Gli stessi segni che vi abbiamo lasciato sul corpo, ve lo ricorderanno continuamente.”

Questo è probabilmente l’insegnamento più importante che la società primitiva imprime ai propri membri. Ma quando parlano di “segni che vi abbiamo lasciato sul corpo”, a cosa fanno riferimento i “selvaggi”? Sarà questa la domanda a cui cercherò di rispondere (riprendendo le tesi di Pierre Clastres esposte nel saggio “Della tortura nelle società primitive”) in questo articolo incentrato sulla pratica del rituale di iniziazione all’interno delle società primitive e sulla funzione sociale della tortura.

La maggior parte delle società primitive conferisce grande importanza ai riti di passaggio attraverso i quali i giovani completano il loro ingresso nell’età adulta, divenendo membri effettivi della comunità. I rituali di iniziazione, che rappresentano quindi l’essenza della vita sociale della comunità primitiva, coinvolgono quasi sempre il corpo dei giovani, corpo che diventa il mezzo di acquisizione di un sapere che la tribù insegna ai giovani; perciò il rito di iniziazione incarna la presa di possesso del corpo dei giovai da parte della società con la funzione di trasmettere a loro un insegnamento da interiorizzare.

Spesso nelle società primitive l’essenza del rituale di iniziazione è la tortura, pratica mediante la quale il corpo dei giovani viene sottoposto al dolore e alla sofferenza, perchè il primo scopo, anche se non quello principale, della tortura è “far soffrire l’iniziando”; sofferenza che risulta sempre essere insopportabile per chi la subisce, anche se l’iniziando deve sopportarla in silenzio. Nonostante questo, il fine della tortura (che all’interno della società primitiva è sempre volta alla ricerca dell’intensità della sofferenza inflitta) non è semplicemente quello di dimostrare il valore dell’individuo nel sopportare la sofferenza ed il dolore, bensì si fa portatrice di una funzione socializzante-pedagogica. Il fine della sofferenza inflitta dalla tortura è infatti quello di insegnare qualcosa ai giovani che si apprestano a diventare membri a pieno diritto della comunità.

Dopo il rituale di iniziazione, e quindi dopo la tortura, passato il dolore, rimangono solamente le tracce di quella sofferenza impresse sul corpo dei giovani sotto forma di cicatrici e ferite. In questo modo la tribù sottolinea il fine principale del rito di iniziazione, ossia quello di marchiare il corpo dei giovani. La società imprime il suo marchio sul corpo dell’individuo sottoposto al rito di passaggio; il marchio rappresenta l’appartenenza dell’individuo al gruppo. Così facendo il corpo diventa memoria dell’insegnamento che la tribù imprime sulla carne dell’individuo, insegnamento che si può sintetizzare così: “tu sei dei nostri e non lo dimenticherai:”.

Possiamo quindi concludere senza cadere in errore che la funzione della tortura è la volontà di manifestare l’appartenenza sociale dei giovani alla tribù. A questo momento è lecito domandarsi (come fece Clastres) se sia necessario passare per la tortura per far si che l’individuo della società primitiva riconosca il proprio valore e si ricordi del valore della coscienza tribale. E l’unica risposta possibile a questa domanda non può limitarsi ad una affermazione o una negazione, bensì deve riconoscere che la funzione principale del rituale di iniziazione (e quindi della tortura) è l’insegnamento che la comunità primitiva impone ai suoi membri: “Tu non vali meno di un altro, tu non vali più di un altro”. Ecco il sapere che la tribù rivela ai propri membri più giovani attraverso i riti di iniziazione. Ecco il sapere che ogni individuo della società primitiva deve interiorizzare attraverso la sofferenza della tortura.

La società primitiva in questo modo detta la sua legge ai propri membri, utilizzando come mezzo sul quale imprimere questa legge fondamentale che fonda la vita sociale della comunità, i corpi e la carne degli stessi membri della società. Questo perchè la legge, inscritta sul corpo e nella carne degli membri della comunità, manifesta il completo rifiuto della divisione sociale da parte della società primitiva; il rifiuto di un potere separato dalla società che farebbe emergere la divisione e la gerarchia, eventi nefasti da sempre contrastati ed evitati dai selvaggi, all’interno della società primitiva. Citando direttamente Clastres: “la legge primitiva, insegnata crudelmente, è un divieto di disuguaglianza, di cui ciascuno si ricoderà.”

Avviandoci alla conclusione di questo articolo, se accettiamo i parametri dell’antropologia classica, le società primitive (o arcaiche che dir si voglia) sono caratterizzate dalla mancanza di scrittura, che implica di conseguenza l’assenza di una legge scritta separata dalla società, una legge che si fonda sulla relazione di comando-obbedienza e quindi sulla divisione sociale, in sintesi la legge dello Stato. Ed è appunto scongiurando l’emergere di questa legge separata e lontana dalla società stessa, fondatrice della disuguaglianza e della gerarchia, che la legge primitiva si pone i netta opposizione alla legge dello Stato. Citando nuovamente Clastres: “Il marchio sul corpo, uguale su tutti i corpi, enuncia: tu non avrai il desiderio del potere, tu non avrai il desiderio di sottomissione“. E questa legge indivisa può esprimersi solamente in uno spazio a sua volta indiviso, ossia il corpo stesso dei membri della comunità. Per concludere risulta quindi evidente come la società primitiva, impedendo la separazione tra società e legge, cerca di scongiurare il rischio dell’emergere della disuguaglianza, della gerarchia e di quella relazione di comando-obbedienza che fonda il potere politico delle società dello Stato.

Ihuma e Naklik – Affettuosità e Aggressività tra gli Inuit

In questo articolo cercherò di presentare i concetti più importanti, inerenti alla questione della non-aggressività, contenuti nella ricerca etnografica dell’antropologa statunitense Jean L. Briggs (che ci ha abbandonato di recente, nel giugno di quest’anno) in due società Inuit canadesi: gli Utkuhikhalingmiut (Utku) stanziati nell’Artico centrale e i Qipisamiut (Qipi) dell’Artico orientale. Jean Briggs si è concentrata sull’aggressività, il controllo di essa ed il comportamento non-violento di queste due società.

Queste due società Inuit vivevano una vita sostanzialmente nomade e totalmente autosufficiente, dovuto anche al fatto di aver adottato minimamente lo stile di vita occidentale. Nella vita sociale e politica degli Utku non esistono leader comunitari riconosciuti dal gruppo, mentre tra i Qipi esiste la tendenza dei figli a scegliere volontariamente se continuare a rispettare le direttive dei padri o suoceri anche successivamente aver messo su famiglia; inoltre tra i Qipi spesso la comunità riconosce all’individuo più anziano un certo grado di autorità, condizione che però non permette all’anziano di esercitare tale potere sulle questioni della vita quotidiana, ma sopratutto il conformarsi alle decisioni e desideri dell’anziano leader è una decisione totalmente volontaria.

In entrambe le società il rapporto con il comportamento non violento verso gli esseri umani trova le sue fondamenta nella fusione tra comportamento affettuoso e comportamento aggressivo (due emozioni completamente antitetiche) utilizzati nel processo di socializzazione primaria degli individui. Entrambe le comunità individuano due principali e fondamentali concetti che regolano l’espressione di comportamenti aggressivi: Ihuma Naklik

Ihuma si riferisce ai processi cerebrali come il pensiero, la ragione, la volontà ed è il criterio utilizzato per definire l’umanità e la maturità. Solo possedendo Ihuma si è un Inuk pienamente socializzato e di conseguenza una persona buona e matura poichè retta dalla ragione e si comporta in modo premuroso, protettivo e non aggressivo nei confronti della comunità. Questo atteggiamento premuroso e protettivo è ciò che Utku e Qipi definiscono appunto Naklik.

Il possesso o meno di Ihuma indica verso chi e cosa si può tenere un comportamento aggressivo, ovvero gli animali, e verso chi è condannabile utilizzare violenza, ovvero gli esseri umani, i quali hanno il totale diritto ad essere liberi e autonomi, perciò a non subire interferenze. Gli Utku definiscono interferenze comportamenti come il convincere gli altri a far qualcosa o influenzare le azioni o le opinioni altrui; perciò ritengono che interferire con l’autonomia individuale sia qualcosa di negativo nei confronti dei possessori di Ihuma.

Il concetto di Ihuma possiede una triplice valenza nel processo di controllo della violenza. Innanzitutto funge da motivazione per l’importanza che gli Inuit attribuiscono all’autonomia e alla non intromissione. In secondo luogo Ihuma definisce la ragione, ovvero ciò che permette agli individui di esercitare l’autocontrollo su loro stessi rispettando in questo modo l’autonomia altrui. Infine questo concetto viene utilizzato come sanzione nei confronti di perde il controllo ed esprime aggressività, definendo tali comportamenti come espressione di immaturità. All’interno delle varie società Inuit la tendenza a difendere la propria autonomia si manifesta attraverso il ricorso alla fuga piuttosto che alla violenza. Questo si collega al concetto di Naklik, strettamente correlato a quello di Ihuma, ovvero la manifestazione di un comportamento protettivo, il preoccuparsi per il benessere degli altri. Naklik definisce il desiderio di proteggere qualcun’altro dalla fame, dal pericolo e dal freddo.

Ihuma e Naklik, come ho già evidenziato, sono strettamente correlati tra loro e si rinforzano vicendevolmente, perchè la capacità di “sentire Naklik” e comportarsi secondo tale sentimento è conseguenza diretta del possesso di Ihuma, ovvero di maturità. Utku e Qipi sostengono che è principalmente nei confronti dei possessori di Ihuma (gli esseri umani) che si deve adottare un comportamento coerente con il sentimento Naklik.

All’interno del processo di socializzazione e delle comunità Utku e Qipi esiste però una categoria intermedia di possessori di Ihuma, ovvero i bambini, i quali non essendo ancora dotati di piena autonomia non possiedono ancora completamente Ihuma. All’interno di entrambe le società si tende a rimproverare e criticare i bambini senza però picchiarli. Gli Utku sostengono che i rimproveri non siano necessari e che basta l’insegnamento-esperienza, perchè nel momento in cui il bambino acquisisce pieno Ihuma saprà ricordare. I Qipi invece credono nell’utilità dei rimproveri anche se sostengono che una persona buona non dovrebbe mai farne utilizzo. In entrambi i casi però la tendenza e la credenza diffusa è quella secondo cui i bambini non devono mai essere aggrediti fisicamente.

L’aggressione fisica è accettabile solo nei confronti dei non possessori di Ihuma, gli animali. I Bambini però si pongono, come già detto, in una posizione intermedia tra chi possiede Ihuma (esseri umani adulti) e chi non possiede Ihuma (animali), poichè detengono parziale Ihuma. E proprio per questo motivo, paradossalmente, vengono trattati dagli adulti con maggiore Naklik, anche se non nella sua forma pura, ritenuta ideale solo per relazionarsi tra adulti. Il Naklik nei confronti dei bambini si manifesta come una forma di comportamento affettuosamente aggressivo definito Ugiangu dai Qipi e Kiilinngu dagli Utku. Questo comportamento affettuosamente aggressivo si riferisce ad atteggiamenti, come abbracciare o baciare intensamente il proprio bambino, che nonostante siano segni d’affetto provocano dolore più o meno intenso nel bambino. Nonostante ciò le manifestazioni di Ugiangu e Kiilinngu sono controllate dagli adulti in modo non fare realmente male al bambino.

Citando direttamente Jean Briggs, per concludere questo primo articolo dedicato alla non aggressività all’interno della società Inuti, “Paradossalmente ritengo che sia proprio questa ambigua fusione di affetto e di aggressione quello che produce un adulto naklik ben socializzato […] Essa (la fusione di affetto e di aggressione) dà al bambino un modello benevolmente aggressivo da imitare. Il bambino impara implicitamente ed esplicitamente che non vi è altro modello accettato; cioè che la violenza ostile verso gli esseri umani non è mai accettata…”

Per ora mi fermo qui altrimenti diverrebbe estremamente lungo e complicato il discorso sulla aggressività e affettuosità all’interno del mondo culturale Inuit. Nella seconda parte (che spero di scrivere al più presto) vedrò di esporre altre tre importanti concetti tipici delle società Utku e Qipi: La paura di perdere le persone amate, la paura dell’aggressività e la paura di essere amati.

 

Antropologia a Scuola: Arma contro le Armi del Fondamentalismo

Insegnare l’antropologia culturale nelle scuole per sconfiggere integralismo, radicalismo e razzismo. Lo hanno chiesto alle Istituzione dell’UE i rappresentanti delle associazioni antropologiche europee che si sono riuniti nei giorni scorsi a Milano rispondendo all’appello delle due sigle italiane, Anuac e Aisea. E’ singolare che in un mondo sempre più globalizzato e multiculturale, dove forme di vita, tradizioni, identità e religioni diverse convivono gomito a gomito, manchi totalmente nelle nostre scuole una qualsiasi educazione alla differenza. Che sarebbe invece il presupposto indispensabile per costruire un dialogo interculturale pacifico. Insomma conoscenza contro diffidenza. E contro violenza. Che spesso nascono dall’ignoranza reciproca. E dalla paura dell’altro. E’ paradossale, secondo Cristina Papa, presidente Anuac, che in uno scenario del genere la scuola, che avrebbe il compito di formare i cittadini di domani, non preveda l’insegnamento dell’antropologia, l’unica scienza che studia proprio le differenze, ma anche la compatibilità tra culture, modi di vita, usi e costumi dei diversi popoli. E che oggi sarebbe fondamentale sia per i ragazzi europei sia per i migranti di seconda e terza generazione che, sempre più spesso reagiscono negativamente all’impatto con il paese ospitante. Col risultato, che è sotto i nostri occhi, di rinchiudersi nella propria apartheid identitaria. E di radicalizzare la propria origine, o la propria religione, trasformandole in un’arma a disposizione del fondamentalismo. E’ indispensabile che la scuola e l’università colmino questo anacronistico ritardo formativo. E facciano della competenza antropologica la chiave di volta di un nuovo umanesimo.

Pezzo scritto dall’antropologo Marino Niola per la rubrica “Miti d’Oggi” di Repubblica.

Libertà e Cooperazione: la Non-Aggressività dei Fore della Nuova Guinea

La credenza comune porta a pensare che l’aggressività sia un carattere inscindibile della natura umana, che porta l’essere umano a comportarsi in modo violento ed aggressivo nei confronti dei propri simili, sfruttandoli e sottomettendoli. Come prova di questa tesi del carattere essenzialmente votato all’aggressività dell’essere umano, alcuni sostengono che i primi tratti aggressivi siano emersi nelle comunità dedite alla caccia e alla raccolta. Questi tratti aggressivi sarebbero stati funzionali ai cacciatori-raccoglitori per garantirsi la propria sopravvivenza e utili per il loro stile di vita incentrato sulla caccia. Ma possiamo davvero credere che questa visione estremamente negativa del carattere dell’essere umano sia comune a tutte le società umane in ogni epoca storica?

L’antropologo Richard Sorenson studiando i Fore della Nuova Guinea smentisce questa credenza diffusa, individuando due caratteri fondamentali che stanno alla base dell’organizzazione sociale di questo popolo: la cooperazione e la libertà.

Innanzitutto devo descrivere brevemente chi sono i Fore. I Fore sono un popolo di cacciatori.orticoltori stanziata nell’odierna Nuova Guinea che basano la loro esistenza e sopravvivenza sulla caccia, la raccolta e la coltivazione. Infatti i Fore rappresentano l’esempio perfetto del passaggio da uno stile di vita basato interamente sulla caccia e la raccolta ad uno protoagricolo incentrato sull’orticoltura, che comporta l’emergere di un nuovo modello di organizzazione sociale e una modifica del comportamento economico.

Come ho riportato sopra, Sorenson individua nella libertà e nella cooperazione, due tratti caratteristici della società Fore. Mentre noi occidentali siamo portati a pensare che libertà e cooperazione possono essere due categorie antitetiche, per i Fore l’elevato livello di libertà individuale non porta ad un egoismo/individualismo sfrenato, bensì sta alla base delle relazioni personali estremamente cooperative tipiche della loro società.

Per comprendere ed evidenziare meglio questi due caratteri che contraddistinguono la società e lo stile di vita Fore, Sorenson si concentra sulla socializzazione primaria dei bambini. I bambini più piccoli restano in contatto corporeo costante con le proprie madri, poichè il grembo materno funge da centro della vita infantile e per questo i bambini non vengono lasciati da parte nemmeno durante lo svolgimento delle attività quotidiane. Questo continuo contatto fisico con la madre e i familiari rende possibile la soddisfazione immediata dei bisogni basilari degli infanti, sviluppando una sorta di “linguaggio del contatto fisico” che impedisce la manifestazione di frustrazione infantile o esplosioni di rabbia. Questa comunicazione tattile attraverso l’ininterrotto contatto fisico è funzionale dunque all’espressione e alla soddisfazione dei principali problemi del bambino, ovvero il nutrimento e la sicurezza. Possiamo evidenziare come, grazie a questa relazione basata sul contatto fisico, emerga all’interno della società Fore un carattere fortemente votato alla cooperazione e relazioni umane di tipo consensuale, creando così un ordine sociale fortemente egualitario.

All’interno della società Fore viene concesso un elevato grado di libertà individuale ai bambini fin dai primi anni dell’infanzia, e ciò permette loro di sviluppare un’attività esplorativa seguendo i propri interessi e la propria iniziativa, senza nessuna interferenza o sorveglianza da parte degli adulti. Nonostante venga garantita questa elevata libertà individuale, i bambini raramente si fanno del male o procurano dolore ai propri coetanei. Fin dalla prima infanzia, i bambini Fore sono liberi di esplorare le attività e gli oggetti che attraggono la loro attenzione, il loro interesse e la loro curiosità.  Essendo in contatto fisico continuo con gli adulti impegnati nei compiti quotidiani e disponendo di libertà individuale, i piccoli apprendono facilmente le forme comportamentali e di reazione che caratterizzano la cultura Fore. L’approccio estremamente cooperativo tipico della cultura Fore deriva inoltre dalla sintonizzazione sociosensuale con i coetanie, con cui procede l’apprendimento dei bambini.

I Fore presentano un approccio totalmente non-autoritario nell’allevamento e nella socializzazione dei bambini, e questo permette l’emergere di una personalità esplorativa, curiosa, non repressa e funzionale alla cooperazione che caratterizza la loro organizzazione sociale egualitaria. Inoltre è praticamente assente la manifestazione di ira o rabbia da parte degli adulti, i quali ignorano completamente il rimprovero o la punizione nei confronti dei bambini, reagendo ai rari atteggiamenti ed azioni ostili dei più piccoli in modo divertito ed interessato.

Perciò per concludere, posso solamente sottolineare che i Fore sono uno degli svariati esempi che permettono di smentire il pensiero comune che vede l’essere umano aggressivo e violento per natura, dimostrando che l’aggressività è un carattere culturale che si impara attraverso le prime forme di socializzazione e non una essenza comune a tutte le culture, società e popoli, in quanto è possibile educare alla non-aggressività, alla libertà e alla cooperazione.anga-mummies-cliff

Educare alla Non-Aggressività: i !Kung del Kalahari

Come mai in alcune società definite selvagge la violenza e l’aggressività sono quasi inesistenti?                       E’ proprio da questo interrogativo che evidenzierò e tratterò il tema dell’aggressività all’interno della società !Kung, basandomi soprattutto sulle analisi etnografiche dell’antropologa Patricia Draper che ha vissuto e studiato i queste comunità tra il 1968 e il 1969. Ma chi sono i !Kung? I !Kung sono un popolo di cacciatori e raccoglitori attualmente stanziato nel deserto del Kalahari. Nonostante la grande maggioranza della popolazione attualmente abbia abbandonato lo stile di vita tradizionale, esistono ancora alcuni gruppi di cacciatori-raccoglitori semi nomadi, che vivono in bande di 35-75 individui. La composizione e la dimensione dei membri del gruppo dipende dalla stagione e dalla disponibilità d’acqua, poichè vivendo in un’area fortemente arida è necessario un certo grado di mobilità tra le varie bande; mobilità che può essere vista come un comportamento irrinunciabile per adattarsi all’ambiente naturale. Per i !Kung è fondamentale il muoversi continuamente e rimanere in contatto con gli altri gruppi, l’armonia del gruppo e la solidarietà è possibile solamente grazie all’interdipendenza tra gli individui. Ed è per questo motivo che i !Kung provano una fortissima diffidenza nei confronti degli individui che manifestano atteggiamenti aggressivi, poichè potrebbero mettere in serio pericolo l’unità e l’essere indiviso della comunità. I soggetti che che non riescono a controllare l’ira o le pulsioni aggressive vengono temuti dai !Kung, in quanto pericolosi non solo per sè stessi, ma innanzitutto per la stabilità e la solidarietà sociale.Il comportamento aggressivo all’interno del mondo culturale !Kung ha un forte carattere disgregante ed è per questo motivo che essi tendono ad allontanare gli individui violenti e riottosi.

Come possiamo notare, l’aggressività, e il controllo di essa, all’interno della popolazione !Kung sono una questione fondamentale. Questa comunità possiede pochissimi meccanismi formali per mantenere sotto controllo il conflitto sociale e lo scopo della soluzione del conflitto non ha mai carattere punitivo, bensì è rivolto a ripristinare le relazioni amichevoli e armoniose tra gli individui. Per mantenere sotto controllo gli impulsi aggressivi e disgreganti, è importante la socializzazione primaria dei bambini,a cui viene insegnato un comportamento non aggressivo; questo perchè all’interno della società !Kung si tende a sviluppare all’interno dei bambini il sentimento di cooperazione di gruppo, scoraggiando la competitività e l’aggressività tra coetanei, sopratutto durante l’infanzia. Grazie allo studi etnografico della Draper possiamo concentrarci su due fattori tipici del contesto socio-culturale principali che influenzano la socializzazione primaria del bambino. Da una parte abbiamo una vita familiare dalla natura pubblica. Dall’altra parte si nota l’onnipresenza della figura adulta e del controllo che essa esercita sull’ambiente formativo dei figli; controllo volto a sconfiggere ed attenuare le manifestazioni di aggressività. Questi due fattori evidenziano la stretta interazione fisico-sociale tra adulti e bambini all’interno della comunità !Kung.

Nonostante questo costante controllo dell’aggressività, della violenza e delle loro manifestazioni all’interno del gruppo, anche i !Kung nutrono emozioni negative quali rabbia, ira, invidia e così via. Infatti possiamo notare come, in caso di litigi con conseguenti aggressioni fisiche tra bambini, gli adulti non intervengano per punire o riprendere, bensì il loro intervento è orientato a minimizzare il conflitto semplicemente separando i due bambini e spostando la loro attenzione su qualcos’altro di diverso dal litigio. In questo modo gli adulti impediscono al comportamento aggressivo di tramutarsi in una situazione più grave. Inoltre è utile sottolineare l’assenza di punizione fisica da parte dei genitori !Kung nell’educazione dei figli. Gli adulti evitano questo tipo di atteggiamenti aggressivi non solo perchè hanno carattere fortemente negativo all’interno della società, ma soprattutto perchè in questo modo i bambini non hanno nessuna opportunità di osservare, e conseguentemente imitare e riprodurre, il comportamento violento degli adulti. Inoltre attraverso il metodo disciplinare applicato dai genitori !Kung, il bambino non avrà mai la possibilità di sperimentare la soddisfazione seguita ad una aggressione fisica e verbale nei confronti di un suo coetaneo.

Altra importante ed interessante questione è l’elevata tolleranza presente all’interno del mondo culturale !Kung per le manifestazioni di aggressività rivolte ai genitori da parte dei bambini. Nella quasi totalità dei casi gli adulti tendono ad ignorare le esibizioni di rabbia dei bambini. In questo modo il bambino impara che manifestando la sua ira o la sua rabbia non attira l’attenzione dell’adulto, nè tanto meno può far cambiare atteggiamento all’adulto nei suoi confronti. E’ assai difficile inoltre il maltrattamento o la punizione fisica inflitti dai genitori ai propri figli, poichè c’è un’elevatissima disponibilità di tutti gli adulti del gruppo ad intervenire prontamente nel momento in cui un bambino manifesti atteggiamenti riottosi nei confronti della madre, impedendo così che il genitore possa perdere il controllo e scaricare la tensione aggressiva sul figlio.

E’ quindi evidente la capacità comune a tutti gli adulti !Kung di percepire anticipatamente gli stati emotivi dei bambini, impedendo e controllando le manifestazioni di aggressività all’interno del gruppo e tra coetanei. Ed è inoltre innegabile la prova che ci viene fornita da questo popolo per quanto riguarda la socializzazione e l’educazione, dimostrando la possibilità di educare alla cooperazione e alla non aggressività per formare individui adulti non aggressivi e una società basata sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione e la competitività che caratterizzano la società moderna occidentale.19ddee70b4338f9c636ba71a74ba3d93