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Il Potlatch tra i Nativi della Costa Nord-Occidentale dell’America Settentrionale

kwakiutlL’antropologo tedesco-statunitense Franz Boas fu il primo, attraverso il suo saggio “L’organizzazione Sociale e le Società Segrete degli indiani Kwakiutl”, a studiare ed analizzare la cerimonia rituale conosciuta con il nome “Potlatch” tipica delle popolazioni indigene stanziate sulla costa nord-ovest degli Stati Uniti e del Canada. Questa cerimonia si svolgeva presso le tribù Kwakiutl, Haida e Tinglit e popoli affini culturalmente fino al 1884, anno in cui il governo canadese e quello statunitense proibirono la celebrazione del Potlatch, rendendolo illegale poichè ritenuto non solo una abitudine culturale inutile, ma anche contraria ai valori etici della società civili americana e canadese. Questa premessa è stata utile per presentare l’argomento su cui mi concentrerò, ovvero il Potlatch, analizzando i vari significati culturali, economici e politici ad esso connessi.

Innanzitutto descriviamo alcune delle tribù nelle quali il Potlatch era un caratteristica culturale fondamentale per il funzionamento dell’organizzazione sociale. Le tre principali tribù nelle quali si svolgeva il Potlatch sono gli Haida, i Tlingit e i Kwakiutl.

Gli Haida sono una popolazione di lingua Athapaskan stanziata originariamente sulle isole al largo della Columbia Britannica. Essi identificano se stessi con il nome Xa’ida, ovvero “Il Popolo”. Grazie alle favorevoli condizioni ambientali e la garanzia di abbondanza di approvvigionamenti, gli Haida erano una popolazione sedentaria che si stabiliva in villaggi permanenti che ospitavano una popolazione relativamente numerosa. La loro organizzazione sociale era basata sulla matrilinearità, infatti i figli ereditavano lo status sociale dalle madri. I Tlingit erano stanziati sulle isole dell’Alaska sudorientale. La loro organizzazione sociale si basava sulla divisone in gruppi ereditari fondamentali detti moities (letteralmente “metà”). Nella società Tlingit ogni individuo apparteneva ad una delle moities, che assumevano generalmente il nome di un animale, e i matrimoni erano consentiti solamente con i membri di un’altra moities, così da rafforzare il legame comunitario e tra i gruppi. Come per gli Haida, anche i Tlingit erano una società matriarcale e matrilineare ed infatti i figli venivano affidati alla moiety della madre. Inoltre ogni moiety si suddivideva a sua volta in gruppi definiti clan, guidati da un capo o leader. Infine troviamo i Kwakiutl, divenuti famosi grazie agli studi di Franz Boas, popolo di lingua Wakashan stanziato originariamente sull’isola di Vancouver e lungo la costa della Columbia Britannica. Tutte e tre queste popolazioni sono accomunate, come già evidenziato, dalla cerimonia denominata potlatch, che è poi l’argomento principale di questo articolo.

Potlatch, in lingua Chinook, una lingua franca utilizzata per gli scambi commerciale tra nativi e colonizzatori insediati nella zona della costa nord-ovest dell’America settentrionale, significa letteralmente “dare”, era una cerimonia rituale svolta ed organizzata durante i mesi invernali da un individuo della comunità che durante l’anno, era riuscito ad accumulare e mettere da parte un surplus di beni materiali e risorse alimentari proprio in occasione di questo evento. Egli invitava i membri di gruppi di parentela, i membri della comunità e di altri villaggi, offrendo agli invitati del cibo e donando loro i beni accumulati. Nel momento in cui gli invitati accettano il cibo e i doni offerti dall’organizzatore del potlatch, confermano il suo onore. Gli invitati rispondevano a loro volta con un proprio potlatch nel quale cercavano di eguagliare o superare la quantità di beni offerti dal precedente organizzatore. Questo sistema permetteva lo scambio di ricchezze materiali all’interno della comunità, tanto che nella maggior parte dei casi, l’organizzatore, al termine della cerimonia, si trovava privo dei suoi iniziali beni materiali.

Presso i Kwakiutl il potlatch si svolgeva in maniera leggermente differente. Infatti i Kwakiutl erano soliti, durante questa cerimonia, uccidere i prigionieri di guerra e distruggere i beni materiali posseduti in modo da mostrare pubblicamente alla comunità il disprezzo totale per la proprietà.

Il potlatch è investito di un forte significato sociale; infatti, essendo organizzati dai membri più onorevoli e prestigiosi della tribù, questo rituale permetteva la ridistribuzione delle risorse materiali tra i vari clan e per consolidare il proprio status attraverso la manifestazione di rifiuto della proprietà privata.

Come già evidenziato in un passato articolo sui Big Man della Polinesia, si ripresenta il concetto di autosfruttamento del leader della comunità che, per accumulare i beni materiali da offrire o da distruggere durante i potlatch, può contare solamente sulle sue forze e sul suo lavoro non potendo disporre di alcun potere coercitivo per imporre ad altri individui di lavorare per lui. Inoltre, sempre citando quell’articolo, ” l’obbligo di generosità è un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader.”.

Torna prepotentemente il concetto di rifiuto della proprietà e del disprezzo per il possesso dei beni materiali, comune a moltissimi popoli ritenuti selvaggi e primitivi, nonostante sia innegabile l’effetto che questo rifiuto e questo disprezzo abbiano sull’organizzazione sociale, impedendo alla diseguaglianza e alla divisone di distruggere l’equilibrio egualitario tipico della maggioranza delle popolazioni primitive.

Spazi di Improvvisazione Democratica: Navi Pirata, Società di Frontiera ed EZLN

Negli ultimi decenni di Storia la democrazia rappresentativa si è affermata presentandosi come l’unica possibile espressione politica legittima, portando all’estinzione e soffocando le altre forme di potere comunitario, esteso, egualitario ed orizzontale. L’ordine statale odierno che si fa portavoce della democrazia rappresentativa si è stabilizzato sulla costante oppressione delle diversità culturali e si è affermato globalmente grazie a strumenti di sopraffazione economica, militare ed ideologica, facendo quasi del tutto scomparire forme e modalità decisionali orizzontali ed egualitarie. Infatti, come sostiene David Graeber, le attuali istituzioni politiche si mascherano dietro l’ideale democratico, quando in realtà di democratico non hanno nulla se non la maschera dietro cui si celano oligarchie e repubbliche.

Questa premessa è funzionale all’argomento che voglio trattare in questo articolo, ovvero quegli spazi di improvvisazione democratica in cui si possono sviluppare forme di autonomia ed autogoverno lontano dall’opprimente controllo del Leviatano. Prima di concentrarmi su questo, è utile una breve descrizione della democrazia rappresentativa e del suo opposto, la democrazia diretta o orizzontale. La democrazia rappresentativa è fondata sulla delega e sul sistema del voto, ed è un sistema politico in cui il potere politico viene centralizzato separandolo dal corpo sociale. Al vertice di questo sistema politico troviamo di volta in volta sovrani, presidenti, tiranni, parlamentari e simili che dirigono e governano per conto della massa (o così per lo meno dicono ed illudono di fare), giudicata incapace di autogovernarsi, autorganizzarsi e di provvedere al proprio sostentamento e alla propria sicurezza. Qui subentra il classico dilemma amletico libertario: “Se l’uomo non è capace di governare se stesso, come può governare un popolo? E di conseguenza, se l’uomo sa autogovernarsi a che cosa gli serve un governo?”. Questa questione cruciale che sta alla base di tutto il pensiero anarchico smaschera la presunta necessità dello Stato e di conseguenza del governo, smaschera l’incapacità infantile con cui i governanti dipingono le masse. Ma torniamo alla nostra cara democrazia rappresentativa, presentata come una modalità democratica possibile anche se ad esser completamente sinceri essa non è nè democratica nè tanto meno egualitaria, poichè promuove una oligarchia in cui a decidere è sempre e solo una maggioranza che si impone, soprattutto attraverso la forza ed il potere coercitivo statale, sulla massa di cittadini. Perciò non è del tutto errato sostenere che la contemporanea democrazia rappresentativa è a tutti gli effetti una oligarchia che trova le sue fondamenta nell’elevata diseguaglianza tra chi decide e governa, e chi subisce le decisione e viene governato.

Ora subentra una seconda cruciale questione: qual è l’alternativa alla democrazia rappresentativa? La risposta ci viene data come sempre dalla Storia e dall’Antropologia che dimostrano l’esistenza passata e presente di contesti e modalità caratterizzate da democrazia diretta. Questi circuiti democratici egualitari emergono nelle zone di margine e confine degli stati e sono sostenuti da istituzioni politiche orizzontali, a differenza di quelle verticali che caratterizzano gli odierni stati-nazione fondati sulla democrazia rappresentativa. I contesti che sviluppano forme di democrazia orizzontale e diretta si collocano negli spazi intermedi e si caratterizzano per ibridazione culturale; questi due fattori permettono lo sviluppo di un certo livello di autonomia, favorita anche dall’assenza del controllo opprimente da parte del Leviatano.

Nel corso della storia ci sono stati svariati contesti in cui queste modalità egualitarie e di democrazia orizzontale sono emerse e hanno permesso il funzionamento della società regolando le relazioni personali e collettive tra individui. In questo mio articolo voglio riportare tre esempi di democrazia diretta, due del passato ed uno del presente.

Iniziamo dalle Navi Piratauno dei principali circuiti regolati da democrazia orizzontale della Storia. Nel suo saggio “Where and When was Democracy Invented?”, J.Markoff tratta appunto questo tema. Le navi pirata che solcavano l’atlantico nel XVIII secolo, che avevano dichiarato guerra al mondo e che vivevano sostanzialmente sfuggendo a qualsivoglia controllo statale, presentavano modalità riconducibili alla democrazia diretta, come evidenziato anche dallo storico M.Rediker. Innanzitutto bisogna sottolineare che le ciurme di pirati eleggevano dei capi, ma che la funzione di questi ultimi era più simile al Capo di Guerra dei nativi americani piuttosto che ad una vera e propria autorità dispotica ed egemonica. Infatti il capo di guerra esercitava questo suo potere conferitogli dalla ciurma solamente durante i combattimenti o durante le battute di caccia e razzia; nel resto del tempo, citando il sempre presente Clastres, era un capo senza potere, poichè non aveva nessuno strumento coercitivo per esercitare questa sua autorità sulla ciurma, e veniva considerato un eguale tra gli eguali. Inoltre come ho già evidenziato riportando la terminologia graeberiana, la democrazia diretta nasce negli spazi improvvisati di autogoverno, di autonomia e di scambi (materiali e non) interculturali. E le navi pirata in quanto ad eterogeneità culturale sono un esempio impossibile da tralasciare. Infatti le ciurme di pirati erano raramente omogenee culturalmente e per quanto riguarda la provenienza sociale, come mostrato dalla ciurma di Black Sam Bellamy composta da olandesi, britannici, francesi, africani liberati da navi schiaviste, afro-americani, spagnoli e nativi americani. Da questo punto di vista le navi pirata rappresentavano il contesto perfetto per l’emergere di un esperimento interculturale/multiculturale. Le navi pirata come ho riportato sopra fuggivano dal controllo statale ed è per questo che riuscirono a produrre forme di autonomia e autogoverno fondate su istituzioni democratiche orizzontali.

Il secondo esempio storico di democrazia diretta e di spazi di improvvisazione democratica ci viene fornito dalle Società di Frontiera Americane, anche loro come le navi pirata caratterizzate da forte componente multiculturale che favorì l’emergere di modalità di autogoverno orizzontali ed egualitarie. Infatti nelle ampie terre di frontiera americane che riuscivano ad eludere il controllo dello madre patria inglese prima e del governo statunitense poi, le società di nativi americani e quelle dei coloni vivevano a stretto contatto ed erano perfettamente integrate tra loro, caratterizzandosi per l’elevato livello di scambi e relazioni interculturali.

Questi primi due esempi che la storia passata ci ha fornito dimostrano che le pratiche democratiche orizzontali e dirette emergono in quegli spazi di improvvisazione democratica, in quelle situazioni in cui comunità eterogenee vivono a stretto contatto e hanno l’impellente necessità di auto organizzarsi lontane dal controllo statale. L’assenza dell’entità statale comporta infatti l’assenza del meccanismo coercitivo che permetterebbe appunto allo stato di imporre il proprio volere e le proprie decisioni sulla massa di cittadini, anche contro il loro volere ed il loro consenso.

La storia contemporanea porta dinanzi ai nostri sguardi un ulteriore esempio di questi spazi di improvvisazione democratica in cui si cerca di reinventare le istituzioni democratiche in senso orizzontale ed egualitario, lontano dai nefasti governi che mascherano l’oligarchia dietro la facciata di una democrazia rappresentativa. Questo esempio attuale è la Rivolta del Chiapas capeggiata dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), un movimento globale formato da indigeni che aspira a nuove forme di democrazia, fondate sull’egualitarismo e l’autonomia. L’EZLN, dall’insurrezione filo indigenista scoppiata nel 1994, ha elaborato un complesso sistema di assemblee municipali che funzionano su base consensuale e che dovrebbe riprodurre lo schema organizzativo con cui le antiche comunità Maya si sono auto organizzate ed autogovernate per migliaia di anni. Come successo per le navi pirata e per le comunità di frontiera anche il Chiapas e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale sono caratterizzati da un elevatissima multi etnicità che permette l’applicazione concreta di forme di autonomia.

Tutti e tre gli esempi che ho voluto riportare sono la dimostrazione storica dell’attuabilità e della possibilità della democrazia diretta. E sono, come già detto più volte, spazi di improvvisazione democratica in cui emergono valori e pratiche egualitarie ed orizzontali. Questo può accadere se con il termine “Democrazia” intendiamo procedure decisionali di stampo egualitario e modalità governative basate sulla forma assembleare e sulla discussione pubblica accessibile a tutti e volta a cercare il consenso dell’intera comunità, piuttosto che il volere di una maggioranza che andrà ad imporsi a tutta la società.

Perchè se è vero che “Democrazia” significa “potere del popolo”, allora la sua caratteristica principale dovrebbe essere un’elevata distribuzione del potere in modo egualitario, presupponendo la totale assenza di capi. E se così fosse, come sostenuto da David Graeber, “la democrazia è un’istituzione politica egualitaria che si confonde con la nozione di anarchia”. galeone-mezcal-458x297

Le Società dell’Eguaglianza e la Distribuzione Egualitaria del Sociopotere

In questo articolo, traendo spunto dal saggio “Culture e Poteri” dell’antropologo italiano Stefano Boni, parlerò delle caratteristiche comuni alla maggior parte delle organizzazioni sociali egualitarie, ovvero le comunità di cacciatori-raccoglitori e alcune comunità pastorali, tutte definibili senza errori “Società dell’Eguaglianza”

Secondo Stefano Boni si possono evidenziare due modelli di sistemi sociopolitici; il primo rappresentato da tutti quei circuiti egualitari in cui la differenza tra gli individui non comporta delle connotazioni valoriali. Il secondo modelli è incarnato da ambienti sociali caratterizzati dall’accumulazione e l’accentramento del potere, dalla valorizzazione di alcune categorie sociali rispetto ad altre e dall’istituzionalizzazione dell’ambito politico, staccato dalla sfera sociale e andando a formare una sfera a se stante.

Il primo modello di società, che è quello su cui mi concentrerò in questo articolo, è caratterizzato dalla differenza e dall’eguaglianza. In questi contesti sociopolitici il potere è largamente diffuso e viene lasciato un grande spazio all’autonomia individuale. Il sociopotere, all’interno di queste società, è distribuito in maniera egualitaria poichè viene a garantita ad ogni membro la possibilità e la capacità di far sentire la propria voce. Si possono definire queste società anarchiche (o libertarie), anche se il concetto di anarchia non va inteso come l’assenza di organo governativo tipico delle società acefale, in quanto l’esercizio del potere non si limita al presenza dell’istituzione “governo”. Inoltre bisogna stare attenti a non pensare al termine “Anarchia” come sinonimo di “assenza di potere”, poichè ogni individuo esercita forme di influenza nel momento in cui si relaziona con i suoi simili.

L’applicazione concreta dell’egualitarismo libertario non si limita ad una singola tipologia di società, in quanto come sottolinea l’antropologo David Graeber, storicamente  sono esistiti ambienti culturali libertari in contesti differenti. Le maggiori e consistenti organizzazioni sociali egualitarie e libertarie sono state le comunità nomadi di cacciatori e raccoglitori. Grazie alla ricerca etnografica degli anni Sessanta e Settanta, gli antropologi sono riusciti ad individuare delle tendenze comuni a queste comunità egualitarie; tendenze comuni che non devono però essere viste come caratterizzazioni assolute.et7

Nella quasi totalità delle società basate sulla caccia e raccolta gli etnografi hanno evidenziato un’inclinazione a distribuire in modo egualitario il sociopotere, sottolineando una bassa o inesistente capacità degli individui di dominare e vincolare gli altri. Ciò non significa che non esistano all’interno di queste società delle personalità autorevoli, bensì che esse non hanno alcuno strumento e alcun potere per prendere decisioni vincolanti l’intera comunità e per creare divisione all’interno del corpo sociale, essendo sostanzialmente “capi senza potere” come sosteneva Pierre Clastres. Sempre richiamando in causa Clastres. si sottolinea che in queste società è limitato o inesistente il potere istituzionalizzato, poichè è lo stesso corpo sociale a voler mantenere il suo essere indiviso impedendo consapevolmente la centralizzazione del potere nelle mani di pochi che lo eserciterebbero sulla massa. Altre comunità, come i Borana dell’Etiopia studiati da Bassi, possono essere definite “Società Assembleari” poichè le decisioni vincolanti la collettività  vengono prese in assemblee egualitarie.

Altra tendenza comune a queste società è l’assenza quasi totale del concetto di proprietà privata, contrapponendo ad esso una concezione collettivista del possesso e forme di condivisone dei beni comuni all’interno della comunità. Inoltre, altro aspetto importante, la pedagogia è mirata a favorire la collaborazione tra i bambini, non alla competitività, rifiutando l’esaltazione della concorrenza sfrenata.

Nonostante queste tendenze generali e comuni quasi alla totalità di comunità di nomadi cacciatori-raccoglitori, non esistono e non sono esistite società perfettamente egualitarie. L’etnografia e l’antropologia però ci dimostrano la possibilità e l’esistenza di circuiti culturali in cui il potere è diffuso all’interno della società, non centralizzato o istituzionalizzato, rimanendo così indiviso dalla sfera sociale e continuando ad essere un sociopotere accessibile alla totalità della comunità, a differenza dei contesti statali in cui si concentra nelle mani di pochi che lo esercitano sulla collettività.

Prestigio e Potere nelle Società Primitive: I Big Man, ovvero Capi senza Potere

“Le società primitive sono società che rifiutano l’economia.”                                                                                     Non esiste frase più vera. Vera in quanto l’individuo primitivo non è alimentato e animato in nessun modo dalla ricerca costante del profitto, caratteristica strutturale dell’economia intesa in senso capitalistico, ma non delle società primitive. Infatti la società primitiva dedica alla produzione di beni (intesi di consumo immediato, e quindi di sussistenza) un arco di tempo limitato (in media 5 ore al giorno) e un ridotto dispendio energetico. Questi limiti tempistici ed energetici vengono imposti per non essere valicati, oltrepassati, in modo da evitare la scissione (ritenuta catastrofica dalle società primitive) tra sfera dell’economia e sfera sociale, generando la divisione social tra ricchi e poveri. A questo punto possiamo dire che le società primitive non sono prive dell’economia, bensì scelgono di essere contro, di opporsi ad essa in quanto sfera a se stante dal sociale.

Collegato al tema dell’economia nelle società primitive emerge il problema dell’istituzione della Chefferie. Per parlare della Chefferie è innanzitutto necessario evidenziare cosa si intende, antropologicamente parlando, con il termine “Società Primitiva”: ovvero una società che impedisce l’emergere della divisione sociale e priva di qualsiasi organo separato dal sociale detentore del potere politico; brevemente si tratta di società indivise ed egualitarie. Quindi, a seguito di questa descrizione, come funzionano le relazioni di potere tra il leader e la tribù all’interno di una società primitiva?

In soccorso questa volta ci viene l’antropologo statunitense Marshall Sahlins, che attraverso il suo studio etnografico e l’analisi dei sistemi melanesiani e polinesiani, ci descrive la figura del Big Man, individuo in cui confluiscono la sfera politica e quella economica.                                                                                                      Il Big Man per essere tale deve disporre di 2 essenziali qualità. Da una parte deve possedere il talento oratorio, mentre dall’altra è obbligato alla generosità, ovvero è suo compito evitare di accumulare beni, e anzi impegnarsi nella produzione di un surplus di beni da distribuire agli altri membri della comunità. “Obbligato alla generosità”, che significa? Semplicemente che per ottenere lo status di leader deve possedere un quantitativo di beni (un surplus) di cui la società intera usufruirà. Come fa quindi il futuro Big Man per procurarsi questo surplus? L’unico metodo di cui dispone è quello di produrre da sè i beni di cui necessita per compiere il suo obbligo di generosità. Il Big Man può solamente contare sul sudore della sua fronte. In poche parole, il Big Man attua un vero e proprio autosfruttamento di se stesso, non detenendo, e di conseguenza non potendo esercitare, nessun potere che gli permetterebbe di sfruttare il lavoro degli altri.

Sarebbe dunque la figura del Big Man ad aprire la strada per la divisione sociale tra padroni e sudditi? Il Big Man potrebbe essere considerato l’antenato che ha dato origine all’emergere dell’entità statale?

Anche attraverso il lavoro etnologico di Sahlins possiamo evidenziare come nelle società primitive sia un carattere imprescindibile l’assenza della divisione del corpo sociale in una minoranza di dominanti che comandano ed una maggioranza di dominati che obbediscono. Piuttosto, sempre se vogliamo trovare una parvenza lontana di divisione sociale interna a queste società egualitarie, possiamo sottolineare, al contrario, una scissione tra una minoranza di Big Man che si autosfruttano per innalzare il proprio prestigio e una maggioranza di “fannulloni” poveri che non hanno alcuna ambizione di prestigio e quindi nessun interesse ad autosfruttarsi per produrre un surplus di beni. A questo punto arriviamo a tirare una prima fondamentale conclusione; infatti lo status di leader conferito al Big Man dalla tribù, in cambio dell’obbligo di generosità, non conferisce lui alcun potere, che potrebbe esercitare sulla comunità. Perciò come possiamo parlare di potere del Big Man se esso è doppiamente sfruttato (da se stesso e dalla comunità)?

Qual è la natura di questo potere se non la sua essenza di non-potere? In realtà dovremmo parlare di prestigio, e non confonderlo o assimilarlo al concetto di potere. Infatti non è la brama di potere a spingere il Big Man al proprio sfruttamento, in quanto, nel momento in cui esso provasse ad esercitare una qualsiasi forma di potere sulla comunità, la tribù si rifiuterebbe di sottomettersi e di obbedirgli, evidenziando la natura stessa del Big Man: un capo senza potere.                                                                                                                                                Perciò è utile ribadire e sottolineare nuovamente come sia il desiderio di prestigio sociale a muovere il leader primitivo, e non l’acquisizione di potere politico atto a comandare sulla tribù. Dalla sua parte la tribù concede il prestigio poichè esso non conferisce nessuna forma di autorità al Big Man; anzi la società primitiva non permette in alcun modo al leader di tramutare il prestigio acquisito in potere da esercitare sulla comunità, creando divisione tra dominanti e dominati.

Abbiamo visto come alla base dell’acquisizione dello status di Big Man si trovi l’obbligo di generosità, un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader, e che cessa nel momento in cui l’individuo cessa di essere Big Man. Il debito è quindi una categoria caratterizzante esclusivamente il funzionamento della relazione tra la Chefferie e la società.

Tirando le conclusioni, è possibile evidenziare per l’ennesima volta come le società primitive non siano affatto “società-senza-potere”, bensì caratterizzate dalla totale avversione nei confronti della separazione tra potere e sfera sociale, poichè è appunto la società ha detenere ed esercitare il potere politico sul leader. Attraverso l’obbligo di generosità, che come abbiamo visto è un obbligo del debito, la società primitiva si assicura il mantenimento del suo essere indiviso e del suo carattere egualitario.                                                                     E quindi, ricollegandoci alla definizione antropologica di società primitiva, possiamo senza alcun errore sostenere che esse siano senza Stato in quanto scelgono consapevolmente e volontariamente di essere contro lo Stato.

Aboriginal Tribal Land in Arnhem Land, Australia
Aboriginal Tribal Land in Arnhem Land, Australia

Il “Fascino” dell’Obbedienza: La Servitù Volontaria e le Società contro l’Obbedienza

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Cosa portò gli uomini a precipitare dalla condizione di libertà alla condizione di schiavitù?

E’ questa la domanda che si pone Etienne de La Boetie e che sta alla base del “Discorso sulla Servitù Volontaria”, saggio scritto dal filosofo francese e pubblicato clandestinamente nel 1576.

La Boetiè si interroga su come sia possibile che un gruppo di uomini non solo obbediscano ad un tiranno, bensì accettino e vogliano servirlo.

Innanzitutto egli arriva ad una prima importantissima conclusione; ovvero che la società caratterizzata dalla volontà dei più di servire un tiranno, ha carattere storico, non è qualcosa di eterno e quindi non è sempre esistita.

In questo momento subentra l’interrogativo posto a incipit di questo articolo/analisi. E de La Boetiè risponde appellandosi al concetto di “Malencontre”, ovvero un tragico evento i cui effetti si amplificano al punto da cancellare il ricordo del prima, al punto da sostituire il desiderio di libertà con l’amore per la servitù.

Dobbiamo però sottolineare come il Malencontre sia stato un accidente nefasto senza necessità, la divisione del corpo sociale tra dominanti e dominati, chi comanda e chi obbedisce è stato appunto accidentale.

A causa di questo Malencontre si viene a formare un uomo nuovo, snaturato. Infatti l’essere umano è per natura un essere-per-la-libertà, indi per cui perdendo la propria libertà egli perde la propria umanità. Introducendo la divisione sociale, questo tragico accidente è stato capace di indurre l’uomo a desiderare la servitù e annullare il desio per la propria libertà.

La Boetiè a questo punto attua una divisione netta tra Società della Libertà e Società senza Libertà. Le prime sono caratterizzate dall’assenza di divisione sociale tra tiranno oppressore e popolo oppresso e obbediente. Le seconde fondate sulla diseguaglianza sociale e sulla presenza di uno che comanda e altri che obbediscono e servono, quindi a tutti gli effetti “Società della Servitù”.

Secondo La Boetiè ogni società divisa è caratterizzata dalla presenza del male assoluto, ovvero l’esistenza di rapporti e diseguaglianze di potere, considerati sempre oppressivi in quanto sono manifestazione della negazione della libertà individuale che caratterizza l’essere umano in quanto essere naturale.

Perciò possiamo dividere le società in buone e cattive. Le buone società sono quelle che si fondano sull’assenza della divisione sociale per assicurare la piena libertà. Le cattive società introducono la divisione sociale che porta al trionfo della tirannia.

Etienne de La Boetiè, attraverso il suo Discorso ha evidenziato il funzionamento di questi meccanismi, senza però aver avuto la possibilità (anche a causa dell’epoca in cui è vissuto) di portare, studiare e conoscere degli esempi concreti di “Società precedenti al Malencontre”.

Questa possibilità però ce l’ha data e continua a darcela ( seppur con minor enfasi) l’etnologia, che concentra i propri sforzi alla conoscenza diretta delle società primitive, di quelle comunità di selvaggi antecedenti alla civiltà e che precedono la Storia. Storia che, omologandosi all’ottica etnocentrica occidentale e illuministica, coincide con l’emergere dell’entità statale. Per questo possiamo definire queste società e comunità selvagge come precedenti alla Storia o fuori da essa.

Infatti le società primitive si caratterizzano per l’assenza dello Stato, per l’assenza della divisione dell’essere sociale di queste comunità.

Di conseguenza possiamo evidenziare come la divisione sociale non è qualcosa di pre-esistente all’istituzione dell’entità statale, non esiste come essenza in natura, bensì è lo Stato che la introduce.

Le società primitive, caratterizzate dall’assenza dello Stato e della divisione sociale, sono a tutti gli effetti società egualitarie, poiché nessun membro della comunità detiene ed esercita il potere e perché ignorano la diseguaglianza tra chi detiene il potere e chi è sottomesso ad esso.

Nelle società selvagge è possibile però riconoscere la presenza della “chefferie”, di capi senza potere, ovvero capi che non comandano e che non valgono e non possono più di qualsiasi altro membro della comunità. Perciò la presenza di “chefferie” non può presentarsi come indizio della divisione sociale della tribù.

Per riassumere quindi possiamo dire che con “Società Primitiva” si definiscono tutte quelle macchine sociale che funzionano in assenza di qualsivoglia relazione di potere. Mentre con “Società dello Stato” si descrivono quelle società che comportano l’esercizio del potere e la concentrazione del potere nella mani di uno/pochi, implicando la servitù e la sottomissione del resto della società.

Nel suo Discorso sulla Servitù Volontaria, Etienne de La Boetiè si pone quindi due fondamentali e principali interrogativi.

Da una parte si chiede “Perché è avvenuto il Malencontre?”, dall’altra si domanda “Come mai il Malencontre si perpetua tanto da apparire eterno?”

Alla prima questione egli non sa trovare una risposta. La seconda domanda la spiega attraverso i concetti di alienazione e decadenza.

Infatti, se accettiamo (e personalmente accetto) l’idea che l’essere umano è per natura un essere-per-la-libertà, la perdita della sua libertà comporta l’inevitabile snaturamento della stessa natura umana; snaturamento inteso come regressione dell’essere umano. Il Malencontre plasma un nuovo uomo, caratterizzato da decadenza e alienazione. Decadenza perché ha perso (volontariamente) la sua libertà decidendo di obbedire. Questi uomini nuovi obbediscono perché hanno voglia di obbedire, scelgono e desiderano essere schiavi.

Alienazione poiché nonostante lo snaturamento, l’uomo nuovo è ancora uomo in quanto dotato di libertà di scelta. L’uomo nuovo non ha perso la libertà, bensì la esercita orientandola alla servitù, la volontà di essere libero cede il posto al desiderio di essere servo.

A questo punto sorge spontaneo l’ennesimo interrogativo: Il desiderio di sottomissione e obbedienza è innato o acquisito? E’ preesistente al Malencontre o sua conseguenza?

Per rispondere a questa domanda ci viene ancora una volta in aiuto l’etnologia, che domandandosi come facciano le società primitive per impedire la divisione sociale e le relazioni di potere, sostanzialmente chiedendosi come facciano ad evitare l’emergere del Malencontre, sostengono che le società primitive sono società senza stato non in quanto arretrate, bensì perché scelgono di rifiutare l’entità statale, la ignorano perché non la vogliono.

Per questo possiamo definirle “Società del Rifiuto di Obbedienza”, che fondano il proprio funzionamento sul costante rifiuto delle relazioni di potere, impedendo in questo modo l’emergere e la realizzazione del desiderio e di sottomissione. Per queste società non è necessaria l’esperienza dello Stato per rifiutarla e opporsi ad essa, semplicemente perché definiscono l’emergere della diseguaglianza come qualcosa di cattivo e falso, impedendo così a sentimenti di dominio e sottomissione di realizzarsi, annullando l’essere indiviso della comunità selvaggia.

Posso concludere questa analisi, con l’ennesimo interrogativo, che per il momento rimarrà incompiuto: Perché lo Stato si presenta come eterno? E per quale motivo la morte dello Stato non comporta il ripristino del carattere egualitario ed indiviso della società?