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Il Processo di Emancipazione delle Donne Zapatiste

I Primi Passsi dell’EZLN

La mattina del 1°Gennaio 1994 un numerose esercito formato principalmente da indigeni di etnia tzotzil, tzeltal e tojolobal emerse dall’oscurità impenetrabile della Selva Lacandonda in Chiapas, Messico. Fu questo l’inizio della Rivoluzione Zapatista guidata per dall’Ejercito Zapatista de Liberaciòn Nacional (EZLN), che per dodici giorni tenne sotto scacco il governo e l’esercito messicano in una vera e propria guerra di guerriglia nei territori e nei villaggi del Chiapas.  L’EZLN dimostrò fin da subito di essere un esercito particolare non solo perché formato quasi esclusivamente da indigeni, ma perché nel suo processo rivoluzionario ha incorporato una serie di pratiche radicate e sopravvissute nel corso dei secoli nelle comunità indigene chiapaneche come le forme di democrazia diretta e di autogoverno o le assemblee comunitarie nelle quali vengono prese le decisioni politiche. La base della rivoluzione zapatista è quindi sempre stata e continua essere il rispetto per le comunità indigene, per le loro forme di organizzazione sociale, economica e politica e per la loro cultura; non a caso l’EZLN tende a definirsi come il braccio armato delle comunità e perciò auspica la sua dissoluzione nel momento in cui verranno raggiunti gli undici punti per cui combatte (terra, giustizia, casa, educazione, libertà, sanità, indipendenza, lavoro, alimentazione, pace, democrazia). Auspicando la propria dissoluzione l’EZLN dimostra il suo totale disinteresse nella presa di potere e soprattutto il carattere indigeno della sua rivoluzione che pone al centro e al di sopra di tutto le comunità. L’EZLN è insorto non per impossessarsi del potere, piuttosto per affermare la dignità e l’esistenza delle comunità indigene che continuano a resistere e lottare e di conseguenza per affermare il valore della cultura indigena.

Lo zapatismo ha rappresentato fin dall’inizio per le donne indigene del Chiapas una possibilità di riscatto e di radicale cambiamento della loro condizione di oppressione, discriminazione ed esclusione. La lotta delle donne indigene all’interno delle comunità autonome zapatiste e nell’EZLN rappresenta una vera e propria resistenza nella resistenza; un processo di emancipazione che è stato lento, difficile e certamente non privo di ostacoli ma che, come vedremo più avanti, ha raggiunto degli obiettivi importanti per la situazione sociale, politica ed economica delle donne indigene del Chiapas e in parte di tutto il Messico. Del resto la lotta per la parità di genere, l’uguaglianza e i diritti delle donne ha sempre ricoperto un ruolo centrale all’interno del processo rivoluzionario portato avanti dall’EZLN. Fu lo stesso subcomandante Marcos a ribadire in più di un’occasione che l’intento degli zapatisti non era quello di affermare la priorità della lotta per la terra rispetto alla lotta di genere, bensì che le due forme di resistenza e di lotta si sarebbero dovute sviluppare l’una accanto all’altra. Solamente in questo modo la rivoluzione zapatista avrebbe realmente raggiunto il suo scopo, ossia la creazione di un mondo nuovo.

 

Condizioni della Donna Indigena nelle Comunità del Chiapas

Storicamente nel contesto messicano e principalmente in Chiapas la situazione e la condizione delle popolazioni indigene è stata ed è tuttora caratterizzata da esclusione ed emarginazione costante, nonché di vera e propria violenza e di oppressione da parte governativa. E’innegabile che le donne indigene, essendo oppresse tra gli oppressi e ultime tra gli ultimi, si trovino in un ruolo ancora più svantaggiato e sentano sulle loro spalle il peso di una triplice forma di emarginazione e discriminazione rispetto agli uomini. Questa triplice forma di oppressione è dovuta principalmente alla loro condizione di genere, seguita da quella di classe e appunto quella etnica. Se gli uomini sono discriminati e oppressi in quanto indigeni e poveri, oltre queste due caratteristiche le donne devono subire la pesante discriminazione legata al loro essere donne.

Nello Stato del Chiapas, così come nel restante territorio messicano e ugualmente nel resto del mondo latino americano, le donne indigene, principalmente di etnia tzotzil e tzeltal, all’interno delle comunità e della società sono confinate alla sfera lavorativa domestica e relegate a svolgere compiti ritenuti tradizionalmente “da donna” come l’accudimento dei figli, la coltivazione dei campi, la preparazione dei pasti. Anche per quanto riguarda la vita politica delle comunità la donna è stata spesso marginalizzata ed esclusa; basti pensare al fatto che nelle comunità indigene più tradizionali chiapaneche le assemblee nelle quali vengono prese le decisioni politiche per tutta la società sono riservate ai soli uomini adulti ancora oggi.

Successivamente all’Insurrezione Zapatista del 1994, tanto nei territori autonomi e nelle comunità zapatiste quanto all’interno dell’EZLN, il ruolo della donna ha subito una vera e propria trasformazione, rappresentando una vera e propria rivoluzione nella rivoluzione. Durante i primi passi dell’insurrezione zapatista la partecipazione politica e militare delle donne indigene del Chiapas è stata fondamentale; difatti all’interno dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale potevamo trovare una donna come Ana Maria nel ruolo di maggiore. Fu proprio quest’ultima a guidare e comandare il battaglione che il primo gennaio del ’94, in piena insurrezione zapatista, fece irruzione nel villaggio di San Cristobal de Las Casas occupandolo per svariati giorni. La più grande rottura delle donne indigene con la tradizione comunitaria, con la condizione di sottomissione e subordinazione che caratterizzava la loro esistenza nelle comunità è avvenuta proprio all’interno dell’EZLN. Nell’Esercito Zapatista, che risulta essere una delle organizzazioni rivoluzionarie armate latinoamericane che conta la maggiore presenza di donne al suo interno, quasi il 30% (Zibechi, 1998), la donna col tempo è riuscita a raggiungere una condizione di parità assoluta, di rispetto e di libertà che nelle comunità più tradizionali potevano solo immaginare. Nonostante ciò il loro percorso di emancipazione è stato complicato e ancora oggi non può certamente dichiararsi concluso.

La Legge Rivoluzionaria delle Donne e la Convenzione delle Donne di San Cristobal

Prima ancora dell’insurrezione armata dell’EZLN è fondamentale sottolineare una data di importanza storica nel processo di emancipazione delle donne indigene in Chiapas. Difatti nel marzo del 1993 fu approvata la Ley Revolucionaria de las Mujeres che da lì in avanti costituì la base per la lotta verso l’uguaglianza e la parità di genere. Tale legge aveva come scopo principale quello di garantire il diritto all’autonomia personale, all’emancipazione e alla dignità di ogni donna indigena all’interno delle comunità del Chiapas. E’proprio grazie a questa legge che oggi le donne indigene zapatiste hanno la possibilità di partecipare a tutti i livelli della vita politica, economica e sociale dei territori autonomi zapatisti e delle comunità di cui fanno parte.

La Legge Rivoluzionaria delle Donne presentava inizialmente solo dieci punti; dieci punti che potrebbero sembrarci scontati se li osserviamo filtrati dalla nostra esperienza occidentale, ma che per le donne indigene rappresentarono una vera e propria trasformazione in senso rivoluzionario della loro condizione di oppressione e discriminazione. Questa Legge, tuttora in vigore nei territori autonomi zapatisti del Chiapas, prevede una serie di diritti che per la prima volta sono stati decisi e scritti dalle stesse donne indigene all’interno delle loro assemblee comunitarie, risultando essere quindi la diretta emanazione delle loro volontà e delle loro aspirazioni. I dieci punti che componevano la prima stesura della legge ci dimostrano un cambiamento radicale nel percorso di emancipazione e di affermazione del ruolo della donna; difatti nel testo della legge si parla del diritto delle donne a partecipare alla lotta rivoluzionaria, del diritto di lavorare e ricevere un salario, del diritto all’educazione, alla salute e al poter scegliere il proprio compagno, fino ad arrivare alla possibilità per la prima volta di prendere parte attiva alle questioni di vitale importanza per la comunità, la possibilità di ricoprire incarichi di natura politica e di natura militare all’interno dell’EZLN.

La partecipazione politica delle donne nelle comunità è sempre stata marginale, ma con la stesura e l’entrata in vigore della Legge Rivoluzionaria è avvenuta una radicale inversione di rotta. Le donne hanno preso coraggio e coscienza del loro ruolo rivoluzionario, hanno iniziato a partecipare alle assemblee, alle manifestazioni, a parlare pubblicamente e soprattutto a ricoprire incarichi e ruoli politici all’interno delle comunità di appartenenza. Dopo i primi dieci punti scritti nel testo della Legge del 1993 le donne zapatiste, pienamente coscienti del loro nuovo ruolo di cambiamento sociale, hanno voluto ampliare le loro richieste di emancipazione e di autonomia personale proponendo trentatré nuovi punti tra cui troviamo la parità assoluta di diritti tra i generi, il diritto di non essere più violentate o aggredite dagli uomini senza che questi ultimi vengano puniti e soprattutto il diritto di possedere la terra. Quest’ultimo punto è in realtà fondamentale nel momento in cui si pensa alla triplice oppressione delle donne indigene, precisamente in questo caso all’oppressione di classe, e alla loro condizione di dipendenza economica dall’uomo.

Di fondamentale importanza nel processo di emancipazione delle donne indigene fu anche la Primera Convenciòn Estatal de Mujeres Chiapanecas tenutasi nel giugno del 1994 a San Cristòbal. In questa assemblea, che ha visto la partecipazione quasi totale di donne indigene, si è discusso e formulato un documento nel quale venivano ampliati i discorsi e le rivendicazioni di genere già presenti nella Legge Rivoluzionaria delle Donne. Nel documento in questione si mise per iscritto la volontà di diffondere e incoraggiare una cultura fondata sull’uguaglianza e la giustizia finalizzata ad eliminare la subordinazione e la discriminazione che determinano il modo in cui le donne indigene costruiscono e percepiscono i loro ruoli sociali così come le loro identità; inoltre le donne indigene che hanno partecipato all’assemblea di San Cristòbal hanno apertamente preso posizione contro la struttura patriarcale che domina tanto le istituzioni dello Stato messicano quanto le relazioni interne alle comunità e alle famiglie. Per la prima volta le donne indigene del Chiapas, con il documento emerso da questa assemblea, hanno preso coscienza della loro triplice oppressione: di genere, di etnia e di classe.

.Femminismo Comunitario e Decolonizzazione del Pensiero Femminista

Se è innegabile che già in epoca pre-colombiana non si potesse parlare di assoluta parità di genere all’interno delle diverse comunità indigene latinoamericane, è altrettanto vero (e sarebbe intellettualmente disonesto negarlo) che con l’inizio dell’era coloniale, dell’invasione dei conquistadores spagnoli ed europei e soprattutto con l’oppressione dei popolo indigeni, il maschilismo ed il patriarcato imperanti nel vecchio continente si siano diffusi anche all’interno dell’organizzazione sociale delle comunità indigene del nuovo mondo.

Oltre quanto detto sopra bisogna però sottolineare il fatto che in epoca pre-coloniale la figura della donna all’interno delle comunità indigene dell’America Latina ricopriva certamente un ruolo differente e ben preciso ed era carico di una moltitudine di significati tra cui, quello più importante di creatrice della vita e dell’esistenza, assimilando la figura della donna a quella della “madre terra”. A causa di questa cosmovisione indigena, in certi casi e certe circostanze, la donna poteva ricoprire un ruolo centrale all’interno della vita sociale delle comunità.

Le lotte delle donne indigene delle comunità autonome zapatiste in Chiapas hanno certamente molti tratti in comune con le lotte femministe nordamericane ed europee; ciò nonostante in quanto indigene le donne zapatiste hanno operato una vera e propria rivisitazione e rilettura delle teorie femministe classiche partendo dalla loro cultura e producendo in questo modo nuovi significati. Il femminismo indigeno, in Chiapas così come nel resto del mondo latinoamericano, confluisce in una tradizione di pensiero che si discosta dalla filosofia di pensiero femminista tipicamente occidentale ed è nota con il nome di “comunismo comunitario” (o comunismo autonomo dell’America Latina). Questa forma di femminismo di ispirazione indigenista si impegna a combattere il patriarcato partendo da un universo cognitivo e da categorie di pensiero indigene e pre-coloniali e operando una vera e propria decolonizzazione del termine “femminismo” stesso poiché prodotto del pensiero occidentale e che risponde principalmente ai bisogni delle donne bianche europee e nord americane.

Il femminismo comunitario è emerso da prima in Bolivia e poi si è diffuso in tutto il continente latino americano ed è finalizzato alla lotta contro la patriarcalizzazione e alla decolonizzazione della società. Le ispiratrici di tale teoria femminista sono state alcune donne indigene boliviane di etnia aymara, tra cui troviamo Julieta Paredes, animate dalla volontà di rivendicare la riscoperta ed il recupero della memoria e delle pratiche comunitarie dei popoli indigeni pre-colombiani. In questo modo il processo di lotta per l’emancipazione e la parità di genere da una parte si presuppone l’obiettivo di contrastare le relazioni patriarcali e di oppressione di genere interno alle comunità e alle famiglie, mentre dall’altra trova le sue radici nel sforzo di decolonizzare le teorie femministe occidentali incapaci di intercettare i bisogni delle donne indigene latinoamericane.

 

Dalla Legge Rivoluzionaria delle Donne al Consiglio Indigeno di Governo

Nonostante la strada per la completa emancipazione delle donne indigene sia ancora lunga e gli ostacoli di varia natura da superare siano molteplici, dall’approvazione della Legge Rivoluzionaria ad oggi sono stati indubbiamente fatti passi avanti verso la parità di genere e il riconoscimento dei diritti delle donne all’interno delle comunità indigene del Chiapas. A questo proposito ritengo sia importante sottolineare, anche se in breve e pur non condividendo affatto tale scelta dell’EZLN e del Congresso Nazionale Indigeno, la decisione di creare un Consiglio Indigeno di Governo e soprattutto di candidare una donna scelta tra le comunità zapatiste indigene autonome e indipendenti del Chiapas alle prossime elezioni presidenziali messicane che si terranno nel 2018. Questo fatto non è certamente un punto di arrivo, ma la dimostrazione dei progressi computi dalle donne zapatiste nel processo per la loro emancipazione e per il riconoscimento della loro autonomia personale. Quella delle donne indigene zapatiste rappresenta quindi una vera e propria rivoluzione all’interno della rivoluzione finalizzata alla creazione di un mondo nuovo nel quale la triplice oppressione di classe, di genere e di etnia sia solamente un triste ricordo del passato.

Un Racconto sulle Risorse e sul Potere

L’articolo in questione è in realtà direttamente ripreso dall’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo del manuale “Elementi di Antropologia Culturale” scritto dall’antropologo Ugo Fabietti, recentemente scomparso.

“In un mondo sempre più “globale”, nel quale le risorse del pianeta sono sfruttate all’infinito a vantaggio di una minoranza dei suoi abitanti, ripensare il rapportro tra la gestione delle risorse e la gestione del potere significa, in un certo senso, riconsiderare il futuro stesso del genere umano.

I miti, in qualsiasi modo li si voglia interpretare (come una spiegazione dell’origine del mondo, come un <<trucco pedagogico>>, oppure come il prodotto della <<mente classificatoria>>) hanno sempre la straordinaria capacità di fissare, in una storia, aspetti della condizione umana. I miti infatti non sono qualcosa che proviene dagli abissi dell’inconscio o del tempo, ma sono modi in cui gli esseri umani cercano di attribuire un senso alla propria condizione, alle proprie ansie, speranze e paure. Sono, secondo l’etimologia greca del termine, dei <<racconti>>. Gli esseri umani inventano racconti ogni giorno. La maggior parte di questi racconti vengono dimenticati, altri restano, e alcuni finiscono per diventare <<i miti>> per eccellenza.

Il racconto che segue è opera di un capo degli Yanomami – un popolo di orticoltori amazzonici che come abbiamo visto ha sofferto gli effetti tragici di quella logica di <<sfruttamento all’infinito>> delle risorse che sembra oggi sempre più furoreggiare sul nostro pianeta – e si ispira al presente. Mescolando elementi della tradizione cosmologica yanomami con una visione della condizione attuale di questo popolo e dell’ambiente in cui esso vive, potrebbe, un giorno, diventare un <<mito>>. Lo riportiamo perchè riflette la lucida consapevolezza che gli Yanomami hanno del rapporto che esiste tra l’uso delle risorse e il potere che le controlla. Anche se le figure del racconto sono per noi fantastiche, esse corrispondono, nei codici culturali locali, agli agenti responsabili dell’accadere degli eventi che in esso sono descritti. Il racconto parla di come lo spirito-vapore Xawara, rilasciato dal sottosuolo durante la ricerca dei minerali, porti la distruzione per tutti, Yanomami e bianchi.

Questa cosa che noi chiamiamo Xawara veniva tenuta nascosta molto tempo fa dai nostri antenati. Era Omame, lo spirito-creatore yanomami, a tenere Xawara nascosto. Lo teneva nascosto e non voleva che gli Yanomami lo disturbassero. Omame disse: <<Non toccatelo!>> Per questa ragione lo nascose nella profondità della terra. Egli disse anche: << Se Xawara torna alla superficie, tutti gli Yanomami cominceranno a morire a sciami!>>. Dopo aver detto queste parole, egli lo seppellì molto in profondità.

Ma oggi i Nabebe, i bianchi, dopo aver scoperto le nostre foreste sono stati presi dal desiderio frenetico di tirare fuori questo Xawara dal profondo della terra dove l’ha nascosto Omame. Xawara è anche il nome con cui chiamiamo Booshike, la sostanze che voi chiamate <<minerali>>. Noi ne abbiamo paura. Xawara è il nemico degli Yanomami, e anche il vostro. Vuole ucciderci. Così se cominci ad ammalarti, esso va avanti fino ad ucciderti. A causa di questo, noi Yanomami siamo molto preoccupati. Quando l’oro rimane nelle fredde profondità della terra non è un male. Allora va tutto bene. Non è pericoloso. Quando i bianchi estraggono l’oro dalla terra, lo bruciano, lo girano sul fuoco come se fosse farina di manioca. Questo fa venir fuori il fumo dall’oro. E’ così che Xawara, che è il fumo dell’oro, si viene a creare. Dopo di che lo Xawara wakexi, questo <<fumo epidemico>>, si diffonde non solo attraverso la foresta, dove vivono gli Yanomami, ma anche nelle terre dei bianchi, dappertutto. Ecco perchè stiamo morendo, a causa di questo fumo. Diventa fumo portatore di morbillo. Diventa molto aggressivo e uccide gli Yanomami.

Quando il fumo raggiunge il centro del cielo, anche il cielo comincia ad ammalarsi, comincia anch’esso ad esser colpito dallo Xawara. Anche la terra si ammala. Perfino gli Hekurabe, gli spiriti aiutanti degli sciamani, si ammalano molto. Perfino Omame è colpito. Deosime, Dio, anche. Per questo ora siamo molto preoccupati. Non sono sollo gli Yanomami a morire. Tutti moriranno insieme. Quando il centro del cielo sarà pieno di fumo, anche il cielo comincierà a morire, come uno yanomami. A causa di ciò, quando esso si ammalerà il tuono si farà sentire senza sosta. Anche il tuono si ammalerà e romberà di rabbia, senza sosta, afflitto dal calore.

Per gli Yanomami questo significa che il cielo si spezzerà e i numerosi sciamani yanomami morti vorranno vendicarsi: quando gli sciamani muoiono i loro Hekurabe, gli spiriti aiutanti, si arrabbiano molto. Essi vedono che i bianchi causano la morte degli sciamani, i loro <<padri>>. Vorranno vendetta, taglieranno il cielo a pezzi facendolo crollare sopra la terra; faranno anche cadere il sole e quando il sole cadrà diventerà tutto buio. Quando la luna e le stelle cadranno, il cielo diventerà buio. Noi vogliamo dire ai bianchi tutto questo, ma loro non ascoltano […] (cit. in Rocha, 2001, pp. 62-63) “

Autonomia e Rivolte in Cabilia – Dalla Guerra d’Indipendenza alla Primavera Nera

 

Questo articolo rappresenta la seconda parte di un macroargomento, ossia l’autonomia e le rivolte che hanno interessato la regione della Cabilia ed il suo popolo di cultura berbera, i Leqbayel, che ho iniziato a presentare nello scorso articolo dal titolo “i Leqbayel, un popolo che ripudio l’autorità e lo Stato (http://anarcoantropologo.altervista.org/autonomia-rivolte-cabilia-leqbayel-un-popolo-ripudia-lautorita-lo/). Nel seguente articolo, partendo dalla Resistenza al colonialismo francese e dalla Guerra per l’Indipendenza e la decolonizzazione dell’Algeria, cercherò di analizzare e raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), evento fondamentale nella storia recente della Cabilia e del suo popolo ribelle.

Per giungere all’insurrezione popolare scoppiata nel 2001, passata alla storia appunto con il nome di “Primavera Nera”, dobbiamo quindi fare un bel salto indietro nel tempo e nella storia dell’Algeria. La Guerra d’Indipendenza algerina scoppiò nel 1958 per mano delle popolazioni berbere, degli indipendentisti algerini e del Fronte di Liberazione Nazionale, un movimento rivoluzionario di stampo socialista, ed era mossa dal desiderio di porre fine all’epoca coloniale francese in terra d’Algeria. Nonostante venga definita da molti come una rivoluzione, la Guerra d’Algeria non ha mai avuto il carattere di rivoluzione popolare capace di coinvolgere tutto il popolo algerino e anzi questo conflitto si è svolto principalmente in due zone a maggioranza berbera, l’Aures e appunto la Cabilia. Nel 1962 si conclude la Guerra d’Indipendenza, viene completata la decolonizzazione dell’Algeria e di conseguenza prende vita il nuovo Stato-Nazione algerino. Al momento della proclamazione dell’indipendenza fa però l’apparizione sullo scenario algerino il cosidetto “Esercito delle Frontiere”, un esercito che si era formato al di fuori dei confini, composto da giovani reclutati nei campi profughi in Marocco e Tunisia e che non aveva quindi partecipato alla Resistenza e alla sanguinosa guerra per la decolonizzazione e l’indipendenza, ma che aveva il solo scopo di prendere il potere nel nuovo Stato algerino appena formatosi. In realtà i “maquisard”, ossia i partigiani della Resistenza interna che avevano combattuto tra le montagne della Cabilia l’esercito coloniale francese ed erano morti per l’indipendenza, si trovavano ora in una situazione disastrosa di isolamento e decimazione. Si può quindi ben notare come, mentre all’interno del territorio algerino i partigiani berberi (Cabili ma non solo) combattevano l’invasore francese, al di fuori si era andato a creare un esercito (il già citato “Esercito delle Frontiere”), manifestazione concreta dell’accordo segreto tra il nazionalismo arabo (di stampo nasseriano), il blocco socialista-sovietico e il blocco occidentale guidato da Francia e USA al fine di sancire la permanenza del nuovo Stato algerino indipendente nella sfera di influenza francese.

Nonostante il grande apporto delle popolazioni berbere della Cabilia e dell’Aures nella guerra per la decolonizzazione dell’Algeria, nel periodo post indipendenza, con la nascita dello Stato-Nazione algerino queste due regioni sono state quelle maggiormente colpite dagli attacchi e dalla repressione governativa a causa della loro indole ribelle e della tenacia con la quale tentavano di salvaguardare le loro pratiche di autonomia e di comunitarismo dai tentativi di assimilazione statale. L’”Esercito delle Frontiere” non fece nessuna fatica a disarmare gli ultimi partigiani Cabili che si erano rifugiati in montagna decisi a continuare la resistenza (questa volta contro il nuovo Stato algerino) e ad accentrare nelle proprie mani il potere governativo.

Inizialmente fu creata un assemblea costitutiva che rappresentava tutte le fazioni politiche del Fronte di Liberazione Nazionale che avevano preso parte alla resistenza e alla guerra di indipendenza; questo clima di partecipazione pluralista però ebbe vita breve. Con il passare del tempo gli spazi di espressione e di movimento iniziarono a chiudersi per coloro che la pensavano in modo differente dai colonnelli dell’Esercito delle Frontiere, i quali avevano ormai egemonizzato la vittoria nella guerra di liberazione e consolidato il loro ruolo all’interno del Fronte di Liberazione Nazionale. Nel 1963, come conseguenza di questo clima di tensione tra l’Esercito delle Frontiere e altre anime della resistenza, la regione della Cabilia si trovò nuovamente in aperto conflitto con il neo-regime di Algeri; difatti un gruppo di “maquisard” decise di imbracciare nuovamente le armi e rifugiarsi tra le montagne cabile per continuare la resistenza armata, questa volta però contro il nuovo stato algerino. A differenza però della guerra di liberazione contro i francesi, questa volta la maggioranza del popolo cabilo, provato e logorato da sette lunghi anni di conflitto, decise di manifestare apertamente la loro volontà di non collaborare con gli ultimi partigiani cabili rifugiatosi in montagna.

Si giunge così al 1980, anno in cui scoppiano una serie di rivolte e di sommosse passate alla storia con il nome di Primavera Berbera, dalla quale nascerà il MCB (Movimento Culturale Berbero). Questo movimento ricopre un ruolo fondamentale nel contesto berbero degli anni ’80 innanzitutto per la sua struttura fortemente orizzontale che implica l’assenza totale di leader e sopratutto per una serie di rivendicazioni per cui si batte: dal riconoscimento della lingua berbera e dell’arabo popolare algerino alla libertà di espressione e di organizzazione socio-politica, passando per una richiesta di maggiore giustizia sociale nei confronti delle comunità berbere oppresse e attaccate continuamente dal governo centrale di Algeri. Per un decennio il MCB fu la principale forza politica berbera che si poneva in netta opposizione e in alternativa al partito unico al potere; il movimento culturale berbero però fu “ucciso” dalla nuova costituzione algerina scritta nel 1989 la quale sancì l’introduzione del multipartitismo nello scenario politico nazionale. L’ingresso del multipartitismo e la nascita di circa 60 nuovi partiti ebbe una conseguenza diretta anche sulla vita politica della stessa Cabilia; difatti la regione si trovò presto spaccata in due, a causa della presenza di due partiti che tentarono di egemonizzare lo scenario politico cabilo: l’FFS (Fronte delle Forze Socialiste) di Hocine Ait Ahmed, partigiano e storico leader del partito d’opposizione al governo di Algeri nato dall’insurrezione contro i colonnelli dell’Esercito delle Frontiere del 1963, ed il RCD (Rassemblement pour la Culture et la Democratie) di Said Saadi, già animatore carismatico del MCB. Il movimento cabilo-berbero si spacca del tutto nel 1995, proprio nel momento in cui il Movimento Culturale Berbero mette in atto la sua più radicale azione: il famoso “sciopero della cartella”, una vera e propria azione di boicottaggio da parte di migliaia di studenti di lingua berbera nei confronti della scuola statale algerina, accusata nuovamente di voler soppiantare la cultura e la lingua cabila incentrando l’insegnamento scolastico sull’uso esclusivo della lingua francese. Dinanzi a questa imponente azione di boicottaggio che riuscì a fermare e a tener chiuse le scuole per più di un anno la popolazione della Cabilia dimostrò nuovamente tutta la sua capacità di organizzare una mobilitazione popolare dal basso che mise in seria difficoltà lo stato centrale algerino che si dimostrava sempre più oppressore della cultura delle popolazioni cabile.

Bisogna però tener conto di un fattore fondamentale per comprendere appieno l’importanza di questo evento nella storia della Cabilia: questo sciopero infatti è avvenuto contemporaneamente allo scoppio di una sanguinosissima guerra civile tra i gruppi islamici armati (GIA) e lo Stato algerino che attraverso il terrorismo cercava di mantenere in vita il proprio regime dittatoriale e liberticida. La Cabilia ed il suo popolo si trovarono così stretti tra due fuochi: da una parte i guerriglieri integralisti sfruttarono le montagne e le foreste della regione per rifugiarsi, dall’altra il governo algerino cercò di guadagnarsi l’appoggio e la collaborazione delle popolazione cabile per opporsi ai GIA. La popolazione della Cabilia rimane neutrale e continua la sua resistenza tanto contro l’avanzata dell’integralismo islamista quanto nei confronti del corrotto e invasivo Stato algerino. Le popolazioni cabile si sono limitate organizzare delle vere e proprie forme di autodifesa armata popolare e comunitaria nelle zone maggiormente minacciate dall’intrusione dei gruppi islamisti armati. Il popolo Leqbayel avevano preso una posizione netta: nè con lo Stato algerino nè con la sua creatura, l’integralismo islamico.

Passati gli anni della Guerra Civile si arriva al 2001, probabilmente l’anno più importante della storia recente della Cabilia e del suo popolo; difatti è proprio nel 2001 che scoppia quella grande insurrezione popolare passata alla storia come “Primavera Nera”, con la quale il conflitto passa finalmente nelle mani del popolo cabilo, non più spettatore neutrale ma artefice e combattente del proprio destino.

La rivolta ebbe inizio il 18 aprile del 2001 a Beni-Douala, un piccolo villaggio situato sulle montagne della Grande Cabilia, a seguito dell’assassinio di un liceale per mano di alcuni gendarmi (ossia un membro dell’esercito governativo). Il giorno dopo, il 19 aprile, scoppia effettivamente la rivolta quando i compagni di classe del ragazzo ucciso dallo Stato algerino vanno a manifestare al grido di “ulac smah ulac” (niente perdono) fuori dalla gendarmeria e ricevono come unica risposta nuove raffiche di kalashnikov. Si era ormai arrivati ad un punto di non ritorno: lo Stato aveva ucciso un ragazzo e l’esercito non si faceva problemi ad aprire il fuoco nei confronti di chiunque manifestasse contro tale situazione. Iniziò così un escalation di rivolte e manifestazioni dal basso che interessarono l’intero territorio della Cabilia e che ben presto si trasformarono in una imponente e partecipata insurrezione popolare animata da un sentimento anti-governativo e di aperta ostilità nei confronti del potere statale. Quando ormai l’intera regione era stata messa a dura prova dalla repressione e dalle violenze dell’esercito algerino e dallo Stato, tutti i villaggi reagirono e cominciarono a consultarsi nelle antiche piazze del consiglio di villaggio per organizzare una nuova resistenza e il successivo contrattacco. Persa ormai la fiducia verso la politica istituzionale, verso le rappresentanze politiche ed i partiti accusati di esser solamente in cerca di potere e poltrone, le comunità cabile riscoprirono gli antichi meccanismi della democrazia diretta e dell’autorganizzazione comunitaria: la consultazione più ampia possibile, l’ascolto, il consenso, la solidarietà e la responsabilità. E’ in questo contesto di attacchi violenti da parte dello Stato e di riscoperta della propria tradizione socio-politica che, per la prima volta dopo la sconfitta del 1871, vengono ricostruiti gli Aarch della Cabilia. L’aspetto più interessante di questa riscoperta della propria tradizione politica e sociale da parte dei Leqbayel è stato sicuramente il fatto di non aver rappresentato un ritorno monolitico ed immutabile al passato e ai suoi arcaismi, bensì di essersi confrontato direttamente con i problemi della modernità; da sottolineare infatti come il ruolo delle donne, in passato escluse totalmente dai consigli di villaggio, durante la Primavera Nera, abbia assunto un ruolo rilevante all’interno delle mobilitazioni anti governative. Infine la riscoperta della democrazia diretta, della partecipazione popolare, dell’autogestione comunitaria, del consenso contrapposto alla logica del voto hanno dato prova ancora una volta dell’esistenza di un’alternativa valida al potere statale centralizzato e alla democrazia rappresentativa, istituzioni per la loro natura sorde alle idee di libertà, autonomia e autogestione popolare e comunitaria tipiche di gran parte delle popolazioni indigene, di cui i Leqbayel ne sono un esempio perfetto. La Primavera Nera, Tafsut taberkant, terminò solamente agli inizi del 2003 e contò più di 120 vittime tra la popolazione cabila insorta contro l’esercito algerino ed il potere governativo, il quale non ha smesso di ricorrere agli arresti, alle denunce e alle condanne per reprimere un’insurrezione popolare dal basso che chiedeva maggiore autonomia e libertà.

Termina così il nostro viaggio diviso in due parti nella storia della Cabilia e del suo popolo, i Leqbayel. Una storia fatta di autonomia e rivolte; la storia di un popolo che ripudia ogni forma di autorità e di potere e che da sempre si ribella allo Stato-Nazione; un popolo che non ha mai dimenticato e abbandonato del tutto le tradizionali ed ancestrali forme di autorganizzazione popolare che le comunità berbere hanno da sempre opposto ai progetti di colonizzazione francese e di assimilazione culturale e politica da parte del centralismo di Stato.

Autonomia e Rivolte in Cabilia – I Leqbayel, un Popolo che Ripudia l’Autorità e lo Stato

“Un popolo né povero né ricco, che sceglie se stesso i suoi capi per ripudiarli appena cominciano
a diventare forti.” Descrizione dei Leqbayel da parte di uno storico durante l’ultima spedizione militare francese in Cabilia, Algeria (1871).

 

Tamurt n Leqbayel in lingua berbera sta per “terra dei Cabili” e indica quella vasta regione montuosa che si trova intrappolata all’interno dei confini dello Stato algerino e che si affaccia sul Mediterraneo, oggi normalmente conosciuta con il nome di Cabilia. Terra dei Leqbayel, o dei Cabili se preferite, popolo di lingua berbera che da sempre si è opposto con tenacia e dignità ai tentativi di colonizzazione francese e all’assimilazione culturale-politica da parte dello Stato algerino, cercando di mantenere intatte la propria autonomia e le proprie forme di autorganizzazione comunitaria. I Leqbayel sono soliti definirsi “gente di montagna” e perciò, come la maggior parte dei popoli abitanti delle montagne e dei deserti del Nord Africa (ma non solo), sono stati e rimangono tutt’oggi una delle popolazioni più ribelli e resistenti nei confronti dei tentativi di assoggettamento e di oppressione dello Stato algerino finalizzati a privarli della loro autonomia sociale, culturale e politica. Questa loro intrinseca avversione nei confronti dell’autorità coloniale prima e di quella statale oggi e la loro tenacia ribelle nel voler mantenere la propria autonomia sono emerse nuovamente con l’insurrezione popolare del 2001, conosciuta con il nome di “Primavera Nera”, un’estesa rivolta del popolo cabilo nei confronti dello Stato algerino e delle sue continue violenze e tentativi di oppressione. Questa introduzione voleva essere un breve riassunto degli argomenti che andrò a trattare nel seguente articolo e nel prossimo, partendo dall’organizzazione sociale-politica dei Leqbayel fino a giungere a raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), il tutto per comprendere ed analizzare un’ulteriore esempio di lotta contro lo Stato e contro ogni autorità, quella dei Cabili.

Come ho già accennato i Leqbayel o Cabili (da questo momento utilizzerò entrambe le denominazioni) sono stati e, come dimostrato dall’insurrezione popolare del 2001, sono ancora oggi uno dei popoli più ribelli e più resistenti alle ingerenze dei vari Stati (quello coloniale francese una volta, quello algerino oggi) finalizzate all’assimilazione culturale e politica, all’oppressione e alla repressione di ogni forma di autonomia dei Cabili. Nel corso dei secoli infatti le comunità cabile hanno dovuto affrontare per diverse volte i tentativi ed i progetti di assoggettamento ed assimilazione messi in pratica sia durante l’epoca del colonialismo francese sia in epoca moderna dallo Stato algerino, ma questo non hai mai spento il fuoco della rivolta e della libertà che anima il popolo Leqbayel. Il colonialismo francese è stato il primo ad addentrarsi militarmente nelle zone montuose della Cabilia fino a raggiungere i villaggi al fine di “civilizzarli”; la crudele missione civilizzatrice, elemento intrinseco dell’epoca coloniale, era la manifestazione concreta del dogma evoluzionista che vedeva negli Stati dell’europa continentale la fase ultima e definitiva del progresso umano al quale tutte le società dovevano giungere, anche e sopratutto attraverso l’imposizione forzata e violenta delle strutture statali e della cultura politica occidentale. Fino all’espansione coloniale francese e l’invasione militare in quella regione i Leqbayel erano sempre riusciti a respingere gli invasori e nessuno era riuscito ad abbattere la loro resistenza. Ma i Leqbayel non sono l’unico esempio in Nord Africa di popolo che ha resistito per anni e che si è ribellato a difesa della propria autonomia nei confronti delle potenze coloniali; i popoli abitanti delle montagne e dei deserti (basti pensare ai Tuareg, ai Rif in Marocco, i Masiri nel sud della Libia e così via) hanno rappresentato per i vari imperi e per le potenze coloniali un problema permanente a causa della tenacia con cui erano pronti a morire per difendere la loro autonomia e la libertà.

Prima dell’avanzata del colonialismo francese in Nord Africa e precisamente in Cabilia, i Leqbayel erano un popolo legato ad una cultura contadina di stampo comunitario in cui la terra è bene comune e la comunità rappresenta un’entità indipendente ed autonoma da qualsiasi Stato, potere, autorità o potere centralizzato. La società cabila era una società fortemente comunitaria e di conseguenza la terra era proprietà comune della comunità di base e veniva suddivisa tra le famiglie al solo fine di lavorarla e goderne i frutti, ognuno sulla base dei propri sforzi e delle proprie necessità. Il lavoro della terra si svolgeva per la maggior parte del tempo nell’ambito della famiglia e nonostante fosse praticamente assente qualsiasi forma di lavoro dipendente (nessuno era esclusivamente al servizio di qualcun’altro, piuttosto tutti erano al servizio della comunità), esisteva l’obbligo (non scritto) comunitario di partecipare alla Tiwizi, lavoro collettivo in occasione dei grandi raccolti.

A livello “politico” la comunità di base era il centro del potere (nella sua accezione antropologica di sociopotere, ossia, riprendendo un mio vecchio articolo e il saggio “Culture e Poteri” di Stefano Boni, quel potere diffuso in modo egualitario a tutta la comunità che implica una bassa o inesistente capacità degli individui di dominare e vincolare gli altri) mentre la società e la sua gestione erano compito dei consigli di famiglia e del consiglio di quartiere; a loro volta i quartieri si incontrano e confluiscono nel Consiglio di Villaggio. Spetta ai villaggi scegliere l’Amin (il segretario) e i delegati che, pur detenendo pochissimo potere decisionale poichè è la comunità nel suo insieme ed il suo organo principale, il consiglio di villaggio, a detenere il potere, rappresentano il consiglio e applicano le decisioni prese dalla comunità. Solitamente gruppi di villaggi che abitano e occupano la stessa area geografica tendono a riunirsi e a formare un Aarch; le uniche condizioni da rispettare sia all’interno dell’Aarch che nella comunità di base (il vilaggio) erano l’adesione ad un codice di condotta comune e la partecipazione alla vita comunitaria. La società cabila è quindi fondata su due pilastri fondamentali: solidarietà e responsabilità, intrinsecamente intrecciate tra loro visto che ogni individuo della società cabila deve sentirsi responsabile della vita della comunità e pronto alla ricerca di soluzioni per il bene comunitario. La caratteristica principale, nonché la forza, dei Leqbayel è sempre stata la loro organizzazione sociale orizzontale, egualitaria, comunitaria e priva di capi o autorità; probabilmente è stato proprio il riconoscimento della cultura anti-autoritaria ed estremamente egualitaria di questo popolo, considerata incompatibile con la struttura istituzionale dello Stato coloniale, che ha dato il via ai tentativi violenti e repressivi di assoggettamento ed assimilazione da parte della potenza coloniale francese che non poteva permettere l’esistenza di “uno stadio inferiore dell’evoluzione dell’organizzazione socio-politica umana”.

Nonostante la feroce resistenza del popolo cabilo all’invasione coloniale, la superiorità militare dello Stato francese ebbe la meglio e andò a sconvolgere la vita e l’organizzazione sociale di questo popolo. Difatti per la Francia il modello sociale e culturale dei Leqbayel non poteva essere tollerato e doveva quindi essere distrutto e represso con la violenza in quanto incompatibile con la struttura politica dell’impero coloniale francese. Avvenne così una vera e propria assimilazione forzata e violenta dell’organizzazione socio-politico cabila attraverso la sostituzione dei consigli di villaggio con istituzioni politiche tipiche degli Stati-Nazione europei come tribunali e comuni. L’assimilazione però non si limitò alla sfera sociale e politica ma andò anche a sconvolgere la cultura dei Leqbayel; infatti l’impero coloniale impose nei villaggi della Cabilia l’insegnamento della lingua e della cultura francese. Oggigiorno il sistema comunitario dei Cabili è quasi completamente scomparso e i pochi consigli di villaggio che ancora esistono e sopravvivono vedono limitato il loro raggio d’azione, finendo per ricoprire un ruolo formale che si limita alla gestione degli aspetti più banali della vita quotidiana della società cabila.

Nonostante le difficoltà che hanno dovuto affrontare i Leqbayel durante l’epoca coloniale francese, nelle zone montuose della Cabilia la resistenza e l’indole ribelle, così come alcune forme di autogestione, di cooperazione comunitaria, di autonomia, di questo popolo persistono ancora oggi e sono state alimentate in questi secoli, a partire dalla Guerra per l’indipendenza dell’Algeria fino a giungere alla fatidica Primavera Nera del 2001. Come già detto più volte in questo articolo i Cabili sono un popolo ribelle che ripudia ogni forma di autorità, sopratutto l’autorità dello Stato-Nazione che storicamente ha cercato di privarli della libertà e della loro autonomia attraverso violenze e oppressione. Ed è proprio questa loro indole anti-autoritaria, anti-statale e ribelle che li renderà protagonisti agli inizi degli anni 2000 di un’estesa e spontanea insurrezione popolare conosciuta con il nome di “Primavera Nera”. Ma questa è un’altra storia; una storia che sarà oggetto del prossimo articolo.

“Resistenze Montane e l’Arte di Non Farsi Governare” – Stefano Boni

James C. Scott è un accademico libertario che negli ultimi tre decenni ha studiato il rapporto
tra dominio (padronale, statale, schiavista) e insubordinazione sociale, principalmente in
Malesia, Sud-Est Asia. Già alla fine degli anni Settanta, quando molti degli studi di scienze
umane erano ancorati al paradigma marxista e rivoluzionario, ha pubblicato “The Moral
Economy of the Peasant: Rebellion and Subsistence in Southeast Asia” (Yale University Press,
1979), che descrive le minute resistenze dei contadini malesi per evitare le tasse, le imposizioni
padronali e le invadenze governative. In “Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant
Resistance” (Yale University Press, 1985), le forme di silenziosa ribellione dei contadini
sono esaminate in prospettiva comparativa, illustrando le strategie eversive in vari circuiti
culturali. Scott invita a soffermarsi sui tentativi del corpo sociale di sottrarsi alle imposizioni
tramite sovversioni quotidiane e invisibili ai poteri piuttosto che sui grandi eventi rivoluzionari.
In “Il dominio e l’arte della resistenza” (1990, Eleuthera, 2006), la tesi centrale di Scott è che le masse popolari in diversi contesti culturali non hanno aderito alla ideologia propagandata dai poteri forti. Sebbene pubblicamente e ufficialmente i dominati applaudissero e si prestassero a fare parte dei rituali dei potenti senza ribellioni esplicite, i “verbali segreti”, propri dei contesti in cui gli oppressi erano liberi di esprimersi, deridevano i potenti e comunicavano volontà di eguaglianza e vendetta.

In “Seeing Like a State: How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed”
(Yale University Press, 1998), l’analisi di Scott si sofferma sulla notevole capacità di penetrazione dello Stato moderno e contemporaneo sulla vita quotidiana. Secondo Scott le amministrazioni, grazie ad apparati tecnologici sempre più sofisticati, riescono ad esercitare un notevole controllo sul corpo sociale, imponendo misure che lo rendono omogeneo e leggibile, ovvero ispezionabile secondo canoni burocratici. La schedatura di vari aspetti del territorio e del tessuto sociale è indispensabile allo Stato per poter intervenire con rapidità ed efficacia nella implementazione delle sue politiche. Da un lato quindi lo Stato acquisisce informazioni che facilitano le sue operazioni, dall’altra, mediante i suoi interventi, lo Stato trasforma il reale per renderlo semplice, codificabile, quantificabile secondo le logiche di lettura dello Stato. Tra i campi di intervento dell’invadenza statale, Scott esamina la standardizzazione nell’uso dei cognomi per poter schedare la popolazione; l’abbattimento di quartieri difficilmente penetrabili perché caotici e ingovernabili sostituiti da isolati squadrati tagliati da viali dove esercito e polizia possono muoversi facilmente
e velocemente; la registrazione dei diritti fondiari eliminando gli usi comuni; l’imposizione di una agricoltura ‘scientifica’ e centralmente pianificata; la codificazione nazionale delle unità di misura. Nell’imporre le proprie logiche di omogeneità e controllo burocratico, lo Stato soffoca quella che Scott chiama la mtis, ovvero il sapere pratico, il modo di fare locale e peculiare, sviluppato dall’esperienza pratica delle varie comunità.

L’ultimo libro, “The Art of not being governed. An anarchist history of upland southeast Asia” (Yale University Press, 2009), mi pare particolarmente coerente con i temi proposti da Nunatak. Scott sostiene che in un’enorme area dell’Asia sudorientale, equivalente alle dimensioni dell’Europa, non si sono consolidati Stati fino a metà Novecento. Questa area, chiamata Zomia dall’autore, comprende le colline e le montagne di vaste aree delle attuali Laos, Cambogia, Tailandia, Birmania, India, Malesia. Le riflessioni e le analisi sono estese, oltre le peculiarità di Zomia, alle popolazioni che hanno cercato di sottrarsi alla dominazione statale, ovvero ai Pashtun, rom, cosacchi, berberi, comunità amazzoniche, nonché agli scozzesi e irlandesi
pre-annessione. La tesi di fondo per Zomia è che nelle vallate caratterizzate dalla coltivazione di riso si
creano Stati che controllano contadini sedentari, tassabili, costretti al lavoro forzato, arruolabili. Nelle colline, nei terreni impervi e soprattutto in alta montagna dove ci sono serie difficoltà di trasporto per merci ed eserciti, prevale una società egualitaria e frammentata: le esperienze di centralizzazione del potere in Stati sono rare ed effimere. Secondo Scott, se in alcuni periodi di particolare prosperità dello Stato prevale lo spostamento di popolazione dalle colline alle vallate, in genere avviene il contrario: i contadini degli Stati sono attratti dalla libertà e dall’uguaglianza delle comunità collinari e montane perché prive di guerre, leggi, imposizioni, tasse ed epidemie (più frequenti dove c’è una concentrazione della popolazione). Le alture accolgono contadini impoveriti dalle tasse, uomini indisposti ad arruolarsi, fuorilegge, disertori ed interi villaggi che fuggono dall’arrivo eserciti. Gli Stati si trovano spesso alla ricerca di contadini da tassare, ottenuti con spedizioni schiaviste in collina: il bottino umano veniva ricollocato in vallata e obbligato a
produrre riso.

Le comunità che si organizzano nelle colline hanno le seguenti caratteristiche.
1. L’economia si basa su caccia e raccolta, pastorizia, brigantaggio, agricoltura itinerante
(con una preferenza per coltivazioni che crescono velocemente e sono difficili da trasportare).
In alcuni periodi le colline riescono ad imporre il pagamento di tributi agli Stati a valle.
2. La residenza è mobile. Alcuni gruppi si muovono con continuità altri son pronti a farlo se
si avvicinano guerre o spedizioni schiaviste. La capacità di segmentarsi e disperdersi manda
a vuoto i tentativi di conquista statale.

3. L’identità religiosa è eclettica, sincretica ed eretica: non si seguono i canoni, la liturgia, i
dogmi della religiosità ufficiale, associata ai poteri politici statali. L’identità etnica è plurima
e cangiante, spesso vivono a stretto contatto gente con origini diverse, formando un mosaico
culturale complesso, mutevole, ibrido.
4. L’organizzazione sociale è tendenzialmente egualitaria, basata su fragili accordi tra comunità
e reti familiari. Quando il potere si accentra, a volte prendendo la forma di protoStati,
segue rapidamente una fase di dissoluzione e frammentazione. Quando esce sconfitto
in un conflitto, assume atteggiamenti dispotici o è lacerato da fratture interne il proto-Stato
si disgrega e perde settori di popolazione che si allontanano dal suo raggio di azione.
5. C’è una cosciente dimenticanza della scrittura per lasciare spazio all’oralità che garantisce
il flusso e la negoziabilità della memoria. Sono assenti storie ufficiali o etniche.

La storia che si racconta è la storia dei vincitori, tra i vincitori di questi ultimi secoli ci sono gli Stati. Questi hanno propagandato e imposto tramite le istituzioni che hanno generato (scuola, informazione, media) una narrazione della storia centrata su un cammino verso un progresso positivo e indubitabile che porta verso… lo Stato. Scott dimostra che la storia del sud-est asiatico e di altre popolazioni che sono vissute fuori dal controllo di Stati non è comprensibile secondo lo schema egemonico. Lo Stato si afferma solo in certe nicchie ecologiche; altre, anche estese, accolgono gente che rifiuta il lavoro agricolo intensivo e l’autorità
Statale. Queste comunità collinari e montane non possono essere considerate degli aborigeni in attesa della redenzione evolutiva statale ma il frutto di un continuo flusso di umanità che rifiuta lo Stato e si organizza sulle alture per tenerlo a distanza.

 

[Articolo scritto dall’antropologo italiano Stefano Boni per il numero 23 della rivista Nunatak, rivista di storie, culture, lotte della montagna]