“Chiediamo Terra, ci danno Piombo” – Riforma Agraria e Massacro di Casas Viejas

Nella Spagna della Seconda Repubblica (1931-36) la percentuale dei lavoratori impegnati nell’agricoltura era ancora elevata nonostante stesse iniziando anche in terra iberica il processo di industrializzazione. La struttura della proprietà terriera è ancora saldamente ancorata ad un modello latifondista; infatti agli inizi degli anni ’30 il 3,5% dei proprietari terrieri che risiedevano nella capitale Madrid, possedevano la maggior parte delle terre coltivate. Questa situazione di privilegio si scontra con la situazione di malcontento delle famiglie di braccianti e dei piccoli contadini che iniziano a manifestare questa loro fame di terra.

La Seconda Repubblica spagnola, che vedeva a capo del governo Manuel Azaña e il cattolico Alcalà Zamora in veste di presidente, promette fin dai suoi primi passi un processo di mutamento radicale, sopratutto per quanto riguarda la situazione delle campagne e delle classi agricole. E’ per questo motivo che nel maggio 1931 viene presentata la proposta di riforma agraria che sarebbe stata applicata da un apposito Instituto de Reforma Agraria. Questa riforma agraria, tutt’altro che moderata, inizia a far emergere i malumori dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri che si coalizzano in difesa delle loro terre e stringono alleanze con le gerarchie militari per provare a boicottare la temuta riforma.

Nell’estate del 1932 accadde un fatto di fondamentale importanza all’interno del contesto di riforma agraria. Infatti il capo della Guardia Civil, il generale Sanjuro, prova ad avviare un golpe contro la Repubblica a Siviglia che però fallisce grazie soprattutto alla eroica opposizione delle forze popolari. Il golpe organizzato da Sanjuro aveva come finalità principale quella di annullare la riforma agraria in modo da difendere i privilegi dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri. Il governo repubblicano evita di punire in modo esemplare Sanjuro per evitare un peggioramento dei rapporti con le forze armate. Ma in questo modo dimostra la propria estrema debolezza e la subordinazione del potere politico a quello militare incarnato dalla Guardia Civil.

Quello che è accaduto nell’estate del ’32 da il colpo di grazia alla riforma agraria, segnando il suo fallimento completo. La reazione nelle campagne arrivò immediatamente; nelle zone rurali aumentarono le tensioni sociali tra classe contadina, al grido di “terra a chi la lavora” (che evoca la famosa formula usata da Emiliano Zapata durante la rivoluzione messicana, “Tierra y Libertad”) e latifondisti, il tutto condito con la brutale repressione della Guardias de Asalto (polizia repubblicana) ai danni dei contadini. Nel Gennaio del 1933 iniziano le insurrezioni nelle campagne; numerosi contadini andalusi rispondono all’appello insurrezionale della CNT-FAI e si apprestano a disarmare la Guardia Civil proclamando il “comunismo libertario”. Il gesto probabilmente di maggior valor simbolico è stata l’occupazione degli archivi comunali con la conseguenza di aver dato alle fiamme i documenti che attestano la proprietà terriera.

All’interno di questo contesto insurrezionale, di fallimento della riforma agraria, di scontri sociali tra contadini e latifondisti e di brutalità repressiva delle forze armate, avviene un fatto che è passato alla storia come il “massacro di Casas Viejas”. Casas Viejas era un piccolo villaggio andaluso vicino a Jerez de la Frontera, nel quale una famiglia di anarchici (i Seisdedos) convinta della via insurrezionale intrapresa e decisa a non cedere alla brutalità della polizia repubblicana, non si arrese decidendo di barricarsi in casa per resistere e rispondere all’assalto e al fuoco della Guardia Civil. Nonostante la situazione fosse chiaramente sotto il contro delle forze poliziesche della Guardia Civil in quanto gli insorti erano assediati e non avrebbero potuto resistere al fuoco nemico a lungo, le forze repressive della Guardias de Asalto appena giunte sul posto decisero di reprimere nel sangue la rivolta di questa famiglia anarchica. La casa venne incendiata e le persone che provarono a fuggire vennero fucilate dalla Guardias de Asalto; non soddisfatte le forze armate repubblicane arrestano nel paese decine di uomini accusati di legami con l’insurrezione degli anarchici; questi vennero portati nei pressi della casa ormai distrutta e data alle fiamme per poi essere fucilati. Alla fine degli scontri si contarono una ventina di morti, tra cui anche donne e anziani che non rappresentavano assolutamente un pericolo per l’ordine pubblico.

La CNT e la FAI denunciarono questo massacro e accusarono il governo repubblicano di aver risposto al malcontento del proletariato rurale dovuto alla mancata riforma agraria con la repressione e la brutale violenza delle forze armate e di polizia. Nelle campagne spagnole e nelle zone rurali, successivamente al massacro di Casas Viejas, inizia a diffondersi lo slogan “Chiediamo terra e ci danno piombo!” (che riporta alla memoria la risposta del monarchico Bava alla popolazione milanese che manifestava per la fame) che segna l’inizio dell’allontanamento del consenso contadino al governo repubblicano-socialista.

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