Differenti Paradigmi Interpretativi per Spiegare le Guerre Africane

Uno dei saggi storico-antropologici che mi ha interessato di più e mi è rimasto maggiormente impresso dopo averlo letto è stato sicuramente “Generazione Kalashnikov” di Luca Jourdan che indaga il conflitto civile congolese concentrandosi sulla figura dei bambini soldato e sul loro ruolo all’interno della guerra, il tutto analizzato attraverso una posizione antropologica. In uno dei primi capitoli Jourdan si concentra sul rapporto tra la disciplina antropologica e i molteplici contesti bellici Africani dal colonialismo ad oggi, presentando differenti paradigmi interpretativi applicabili alle diverse guerre africane.

Per cominciare ad indagare la complicata questione dei conflitti armati del continente africano alcuni studiosi si sono concentrati sul carattere etnico della quasi totalità delle guerre avvenute e presenti in Africa, arrivando a presentare due differenti approcci: una posizione “primordialista” e una “strumentalista”. L’approccio primordialista sottolinea il carattere ancestrale e naturale delle varie identità etniche dei popoli africani, arrivando alla conclusione che questa essenziale differenza etnica stabilizzatasi nel corso dei secoli abbia diviso la popolazione africana in gruppi etnici sostanzialmente distinti e perciò destinati ad entrare in conflitto ad intervalli più o meno regolari. A questa visione si oppone la posizione strumentalista che vede nelle identità etniche un retaggio del periodo coloniale e della dominazione europea che si basò sul concetto “dividi et impera” dando inizio ad un processo di tribalizzazione delle differenti società africane. Questo processo non fece altro che rafforzare alcune identità etniche già esistenti e in alcuni casi portò all’invenzione dal nulla di nuove identità etniche. Inoltre legato a questo approccio strumentalista durante il periodo coloniale la dominazione europea creò le cosi dette “etnie marziali”, ovvero marchiarono alcuni popoli africani come intrinsecamente predisposti alla guerra.

Queste identità etniche, rafforzate e/o create ad hoc durante la dominazione coloniale europea in Africa, continuarono a sopravvivere anche in epoca post-coloniale venendo strumentalizzate soprattutto dai warlords (signori della guerra) e dagli uomini politici per mobilitare le masse con il fine di raggiungere proprie ambizioni di potere e ricchezza. Richard Banègas però sottolinea che, lungi da essere attori passivi, gli indigeni africani spesso hanno partecipato in modo attivo alla produzione e al rafforzamento di queste identità etniche. Sempre Banègas evidenzia come le identità etniche, sopratutto in epoca post-coloniale e moderna, provocano il conflitto bellico e al contempo lo spiegano, in parte, conferendogli un significato.

Un’altro paradigma largamente utilizzato per interpretare e provare a spiegare i conflitti africani è quello economicista di cui il maggior esponente è Paul Collier. L’approccio economicista tende ad applicare alle guerre africane due variabili, la greed e la grievance; la prima variabile riguarda la componente economica del conflitto mentre la seconda indica una rivendicazione di tipo politico-ideologico. Collier arriva alla conclusione che conflitti africani, nella maggior parte dei casi, mostrano un carattere essenzialmente di natura economica, relegando le rivendicazioni politiche a motivazioni non reali e secondarie delle guerre. Molti antropologi però hanno messo in evidenza i limiti dell’approccio economicista. Paul Richards infatti sostiene che il maggior limite del concetto economicista della greed è quello della definizione delle variabili, poichè ciò che alcuni collocano nella sfera economica altri potrebbero ricondurlo a motivazioni di natura politico-ideologica. Per questo possiamo assumere che, nonostante sia innegabile l’importanza delle ragioni economiche per spiegare le guerre africane, il maggior problema dell’approccio economicista rimane la difficoltà di distinguere la greed e la grievance, categorie astratte di difficile applicazione alla particolarità dei molteplici e differenti contesti bellici.

L’interesse degli antropologi per la guerra e per la violenza inizia ad aumentare durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Solo negli anni 80, con l’opera di Terence Ranger “Peasant Consciousness and Guerrilla War in Zimbabwe”, però si segna il passaggio della ricerca antropologica dalle guerre del passato coloniale alle guerre contemporanee, ai movimenti di liberazione, alle ribellioni, alle insurrezioni e alle guerre civili dell’attualità. Con questo nuovo interesse per la guerra e la violenza nei contesti contemporanei, “le aree di conflitto sono quindi diventate luoghi di ricerca etnografica” citando direttamente Jourdan e gli antropologi perciò si sono trovati a dover adottare approcci interpretativi differenti per provare a spiegare i molteplici livelli di questi contesti. Alcuni antropologi, come Taylor e Behrend, si sono concentrati sulla dimensione culturale della violenza; altri, come Hutchinson, hanno cercato di mettere in luce le trasformazioni sociali, culturali e morali che  travolgono le popolazioni nelle zone di guerra; infine altri si sono focalizzati sulla prospettiva storica, interessati a ricostruire le modalità utilizzate nel passato dalle istituzioni africane per gestire la violenza e l’uso legittimo o meno della forza.

Luca Jourdan, che con il suo saggio “Generazione Kalashnikov” cerca di indagare il contesto congolese durante la guerra civile iniziata nel 1996 e il ruolo dei bambini soldato nel conflitto, sostiene che “da un lato mostrerò come la guerra in Congo sia l’esito di una crisi multidimensionale (sociale, politica ed economica) riconducibile a quei processi storici – il passato coloniale, il regime mobutista e da ultimo l’affermazione di un’economia globale neoliberista – che hanno portato ad una crescente marginalità di un’ampia parte della società, in particolare delle generazioni più giovani. Dall’altra ricondurrò la violenza attuale al drastico impoverimento della popolazione congolese, non solo materiale ma anche culturale, e in particolare alla distruzione di quei mezzi culturali necessari ad affrontare i problemi di convivenza sociale”.

A questo articolo ne seguirà un altro incentrato sulla figura dei kadogo, ovvero dei bambini soldato come attori o vittime della guerra in Congo, sempre prendendo spunto dalle pagine del saggio di Luca Jourdan e attraverso l’adozione di un approccio di carattere antropologico.

 

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