Distruggere la Merce, Saccheggiare l’Esistente

La lotta degli operai contro la merce è il vero punto di partenza della rivoluzione. Essa fa vedere chiaramente come il piacere di essere se stessi e di gioire di tutto passa attraverso il piacere di distruggere in modo totale ciò che ci distrugge ogni giorno. (Raoul Vaneigem)


Ho già trattato sulle pagine di Nulmal della pratica del saccheggio nell’articolo “In Difesa del Saccheggio”, nel quale proponevo la traduzione di alcuni estratti di un testo scritto da Vicky Osterweil in cui, non solo viene analizzata tale pratica in un’ottica estremamente approfondita, ma se ne riconosce e sottolinea una sua validità storica e politica. Oggi torno a concentrarmi sul saccheggio della merce (e anche della sua distruzione), vedendo un collegamento diretto con altri importanti momenti di rivolta a sfondo razziale come i riots che hanno incendiato il quartiere di Watts a Los Angeles nell’agosto del 1965 e successivamente la zona di South Central sempre a L.A. nella primavera del 1992, i quali mostrano un continuum interessante con quanto successo in seguito all’omicidio di George Floyd per mano poliziesca. Perché dare così tanta attenzione alla pratica del saccheggio? Per la sua attualità e per il suo ruolo, ovvero quello di negare l’economia mercantile-capitalistica e il suo spettacolo, perchè manifesta il desiderio di riappropriarsi del tempo libero rubatoci dal lavoro salariato e del plusvalore che ci viene sottratto, nonché di imporre una discontinuità radicale con le relazioni sociali regolate unicamente dalle categorie del consumo e del profitto. Perché, in fin dei conti, il saccheggio, e in una relazione di continuitá e/o compresenza, la distruzione della merce, sono pratiche intrinsecamente rivoluzionarie in quanto mettono in discussione l’assunto principale su cui si basa il capitalismo, ovvero la proprietà privata.

In difesa del saccheggio (di Vicky Osterweil)

Distruzione della merce e saccheggio si manifestano dunque come pratiche spesso in continuità o contemporaneità, una relazione traducibile in quella tensione che oscilla tra la distruzione dell’esistente o la sua riappropriazione. Se da una parte si saccheggiano i grandi centri di distribuzione, i supermercati, i centri commerciali per riappropriarsi e servirsi liberamente della merce, dall’altra nei momenti di insurrezione e rivolta possiamo spesso notare un’attacco diretto volto a dare alle fiamme la merce stessa e i templi del consumo, o ancora utilizzare la merce saccheggiata per costruire barricate con cui difendersi dalla repressione poliziesca o per modificare, secondo i propri desideri, l’urbanistica e l’organizzazione degli spazi urbani. Proprio come in un potlatch kwakiutl, in fondo distruggere la merce o i beni accumulati manifesta il rifiuto della proprietà privata.

Le impetuoso rivolte e le oceaniche manifestazioni che hanno incendiato la società e le città statunitensi a seguito all’omicidio poliziesco di George Floyd, hanno rappresentato qualcosa di estremamente importante sia a livello di quantità che dal punto di vista della qualità. Partendo da rivendicazioni e tensioni antirazziste e di abolizione della polizia, il movimento Black Lives Matter così come forme più spontanee di organizzazione tra rivoltosi e di azioni, hanno portato a momenti in cui il livello del conflitto sociale è sembrato giungere ad un punto di impossibile ritorno a quella normalità anelata dall’economia capitalista-mercantile e dallo stato. Nessuna pacificazione sociale sembrava poter mettere freno alla gioia e alla rabbia degli insorti e degli oppressi finalmente divampate, la macchina dello spettacolo mercantile, e il tempo scandito da essa, era stata interrotta e con essa le sue relazioni mediate dal consumo, i suoi ruoli spettacolari di consumatori-produttori e le dinamiche di profitto. Il desideri e le tensioni individuali e collettive degli oppressi, in prevalenza non bianchi, sono tornati a prevalere sulla dimensione economica che sembra dominare le nostre esistenze in tempi di quiete e “normalità”.

Sarebbe però un grave errore pensare all’incendio della caserma di Minneapolis o all’esperienza della CHAZ di Seattle come qualcosa di assolutamente inedito all’Inter della storia statunitense e soprattutto all’interno della storia delle sommosse e delle rivolte delle persone nere e non bianche contro il razzismo strutturale e istituzionalizzato che attraversa l’intera società e cultura USA. È interessante da un punto di vista storico, quanto politico e addirittura antropologico, vedere in altri momenti di insurrezione e rivolta contro il razzismo poliziesco che hanno interessato la società statunitense un continuum di pratiche, tensioni, rivendicazioni, analisi e obiettivi con quanto successo nei mesi scorsi. E soprattutto soffermarci ancora una volta su come la pratica del saccheggio e della distruzione della merce, siano una costante nei momenti di rivolta contro l’esistente capitalista e la sua oppressione. Dopotutto come ha scritto qualcun* su un muro a Kenosha (Wisconsin), dopo l’ennesimo tentato omicidio di un afroamericano per mano poliziesca, “Avete rubato più di quanto noi potremmo mai saccheggiare”. Dunque contro l’alienazione dello spettacolo mercantile, saccheggiare l’esistente è l’unica possibilità che abbiamo per scuoterci di dosso la rassegnazione e prenderci il presente.

Saccheggiando le parole di Vaneigem: avete già provato il desiderio di bruciare una organizzazione commerciale di distribuzione (supermercato, magazzino di vaste dimensioni, deposito)? In sostanza noi siamo stufi delle apparenze, della noia e dell’essere spettatori; E noi lottiamo di già, coscientemente o no, per una società in cui la vera fine della merce è nel libero uso dei prodotti creati attraverso la fine del lavoro forzato. Contro il lavoro che impedisce l’abbondanza e produce solo il riflesso menzognero, noi vogliamo l’abbondanza che invita alla creatività e alle passioni. Contro l’oppressione della merce e del suo spettacolo, l’unica strada che si apre dinanzi ai nostri occhi non può essere altra che quella dell’insurrezione. Distruggiamo dunque la merce e saccheggiamo l’esistente capitalista-mercantile.


L’11 agosto del 1965 iniziarono, nel quartiere-ghetto multietnico e nero di Watts a Los Angeles, una serie di rivolte e disordini in seguito all’arresto per guida in stato di ebrezza di Marquette Frye, uomo afroamericano. Fin dalle prime ore dell’arresto, alcune persone nere iniziano a ritrovarsi fuori dalla questura per portare solidarietà all’arrestato e contestare l’operato della polizia, protestando contro il razzismo strutturale della società statunitense che regola(va) l’operato anche degli apparati repressivi dello stato. Nel giro di poche ore e centinaia di rivoltosi7e iniziano ad assaltare il dipartimento di polizia locale, mentre la madre e il fratello di Frye vengono arrestati con l’accusa di incitamento alla violenza e alla rivolta. I riots deflagrano presto in direzione dei saccheggi dei negozi e dell’incendio degli edifici, presi di mira in quanto simbolo dell’oppressione, dello spossessamento e della segregazione secolare subita dalla popolazione nera e non bianca negli Stati Uniti. Saccheggiare la merce e scontrarsi con la polizia rientrano dunque nello stesso schema spettacolare, in quanto, per dirla ancora una volta con Vanegeim, il poliziotto è il cane da guardia del sistema mercantile. Dove la menzogna della merce non basta più ad imporre l’ordine, egli esce col suo casco dalle cosce della classe o della casta burocratica dominante. 

L’accenno, estremamente parziale, alle rivolte di Watts vuole fungere da minimo contesto generale per permettere di comprendere al meglio l’estratto che andrete a leggere di seguito. Un frammento tratto direttamente da “Il declino e la caduta dell’economia mercantil-spettacolare” (in Internazionale Situazionisti, numero 10, marzo 1966) che analizza e si concentra sulla pratica del saccheggio della merca nel contesto dei sei giorni di rivolta che hanno interessato il distretto di Watts nell’agosto del 1965.


“Il saccheggio del quartiere di Watts ha manifestato la realizzazione più sommaria del principio bastardo «A ciascuno secondo i suoi falsi bisogni», i bisogni determinati e prodotti dal sistema economico che il saccheggio per l’appunto respinge. Ma nel momento in cui questa abbondanza viene presa in parola, raggiunta nell’immediato, e non più indefinitamente inseguita nella corsa del lavoro alienato e dell’aumento dei bisogni sociali differiti, i veri desideri si esprimono già nella festa, nell’affermazione ludica, nel potlatch distruttivo. L’uomo che distrugge le merci dimostra la sua superiorità umana su di esse. […] I grandi frigoriferi rubati da persone che non avevano l’elettricità, oppure cui era stata tagliata la corrente, è la migliore immagine della menzogna dell’abbondanza diventata verità in gioco. La produzione mercantile, quando cessa di essere acquistata, diventa criticabile e modificabile in tutte le sue forme particolari. Solo quando essa viene pagata con il danaro, in quanto segno di un certo grado nella sopravvivenza, allora è rispettata come un feticcio da ammirare.
La società dell’abbondanza trova la sua risposta naturale nel saccheggio, poiché quella non era affatto abbondanza naturale e umana, era abbondanza di merci. Il saccheggio, che istantaneamente fa crollare la merce in quanto tale, svela anche l’ultima ratio della merce: la forza, la polizia e gli altri distaccamenti specializzati che nello Stato possiedono il monopolio della violenza armata. Che cos’è un poliziotto? È il servitore attivo della merce, è l’uomo totalmente sottomesso alla merce, per la cui azione il prodotto del lavoro umano resta una merce la cui volontà magica è di essere pagata, e non volgarmente un frigorifero o un fucile, cose cieche, passive, insensibili, sottomesse al primo venuto che le userà. Dietro l’indegnità che c’è nel dipendere dal poliziotto, i neri rigettano l’indegnità di dipendere dalle merci. Senza futuro mercantile, la gioventù nera di Watts ha scelto un’altra qualità del presente, e la verità di tale presente fu a tal punto irrecusabile da trascinare con sé tutta la popolazione, le donne, i bambini, fino ai sociologi che vi assistevano in quel momento. Una giovane sociologa nera di questo quartiere, Bobbi Hollon, dichiarava in ottobre all’Herald Tribune. «La gente prima si vergognava di dire che veniva da Watts, lo mormorava appena. Adesso lo dicono con orgoglio. Ragazzi che portavano sempre la camicia aperta fino alla vita e vi avrebbero fatto a fette in mezzo secondo, sono tornati qui ogni mattina alle sette. Organizzavano la distribuzione del cibo. Sicuro, non bisogna farsi illusioni, l’avevano saccheggiato… Tutto quel blabla cristiano è stato usato da troppo tempo contro i neri. Questa gente potrebbe saccheggiare per dieci anni e non recuperare la metà dei soldi che le hanno rubato nei negozi in tutti questi anni… Quanto a me, io sono solo una ragazzina nera.» Bobbi Hollon, che ha deciso di non lavare mai il sangue che ha macchiato le sue scarpe di corda durante la rivolta, dice che «ora il mondo intero guarda al quartiere di Watts”