Due contributi anarchici per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre

Oggi 7 novembre 2017 ricorre il centenario della Rivoluzione d’Ottobre che, in accordo con il calendario giuliano adottato all’epoca in Russia, si ritiene storicamente vinta nella notte tra il 25 e 26 ottobre del 1917. Una rivoluzione che avrebbe dovuto, negli intenti e nei proclami dei suoi protagonisti, rappresentare il riscatto delle masse lavoratrici oppresse e aprire la strada per una società nuova organizzata sulla base dei Soviet liberamente eletti, una società realmente socialista. La realtà negli anni immediatamente successivi alla presa di potere da parte del partito bolscevico fu ben diversa ed il “comunismo di Stato” instaurato da Lenin manifestò in modo tragico la sua natura oppressiva, repressiva, autoritaria e estremamente lontana dalle stesse istanze libertarie che avevano animato la Rivoluzione. Ebbero prova di ciò i marinai, i soldati e gli operai di Kronstadt insorti nel marzo del 1921 al grido di «Viva il potere dei Soviet liberamente eletti» contro l’estrema centralizzazione del potere nelle mani del partito bolscevico. Fatto questo dovuto riassunto, per ricordare quindi il centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, penso sia interessante condividere due scritti di due importantissime figure dell’anarchismo russo che hanno vissuto sulla loro pelle quei giorni intensi nei quali l’ardore rivoluzionario stava ormai lasciando il passo alla disillusione verso i bolscevichi e la loro “dittatura del proletariato”. 

IL MITO BOLSCEVICO di Alexander Berkman

7 marzo — Mentre attraverso il Nevskij mi giunge di lontano un rombo. Lo sento ancora, più forte e più vicino, come se rotolasse verso di me. Improvvisamente, mi rendo conto che è il rumore dell’artiglieria in azione. Sono le sei del pomeriggio. Kronstadt è stata attaccata!
Giorni di angoscia e di cannonate. Il mio cuore è paralizzato dalla disperazione: qualcosa è morto dentro di me. La gente per le vie appare smarrita, prostrata dal dolore. Nessuno osa parlare. Il tuono dell’artiglieria pesante lacera l’aria.
17 marzo — Kronstadt è caduta oggi.
Migliaia di marinai e di lavoratori giacciono morti per le sue strade. Continuano le esecuzioni sommarie di prigionieri e ostaggi.
18 marzo — I vincitori celebrano l’anniversario della comune del 1871. Trotskij e Zinoviev condannano Thiers e Ga- liffet per aver massacrato i ribelli parigini …
17 settembre — Oggi a mezzogiorno sono stati rilasciati dalla Taganka i prigionieri che avevano fatto lo sciopero della fame, due mesi dopo che il governo aveva promesso loro la libertà. Appaiono invecchiati e consumati, deperiti per i tormenti e le privazioni. Sono stati posti sotto sorveglianza ed è stato loro proibito di vedere i compagni. Si dice che passeranno delle settimane prima che venga data loro la possibilità di lasciare il paese. Non gli si permette di lavorare e non hanno mezzi di sostentamento. La Ceka dichiara che non verranno liberati altri prigionieri politici. In tutto il paese si verificano arresti tra i rivoluzionari.
30 settembre — A capo chino cerco nel parco una panchina che mi è familiare. Qui la piccola Fanya sedeva al mio fianco. Volgeva il viso al sole, tutta radiosa d’idealismo. Nel suo riso argentino risuonava la gioia della giovinezza e della vita, ma ad ogni passo io tremavo per la sua incolumità. «Non temere», mi rassicurava continuamente, «nessuno mi riconoscerà nel mio travestimento da contadina». Ora è morta. Giustiziata ieri dalla Ceka come «bandito».
Sono giorni grigi. A poco a poco, ogni traccia di speranza è venuta meno. Il terrore e il dispotismo hanno stroncato la vita nata in ottobre. Gli slogans della rivoluzione sono stati traditi, i suoi ideali soffocati nel sangue del popolo. Il soffio vitale di ieri ha oggi, per milioni di persone, sentore di morte, l’ombra del presente pende come un drappo nero sul paese. La dittatura calpesta le masse. La rivoluzione è morta, il suo spirito grida nel deserto.
E ora di dire la verità sui bolscevichi. Il bianco sepolcro dev’essere scoperchiato, bisogna smascherare il feticcio dai piedi di argilla che incanta il proletariato con fatali fuochi fatui. Il mito bolscevico va distrutto.
Ho deciso di lasciare la Russia.

 

LA MIA DELUSIONE IN RUSSIA di Emma Goldman

Nei primi giorni della rivoluzione, il principio libertario era forte, il bisogno di una libertà d’espressione era assoluto. Ma quando la prima ondata d’entusiasmo si spense nella routine della vita quotidiana, vi fu bisogno di una salda convinzione per tenere accesi i fuochi della libertà. Erano relativamente pochi, nella grande vastità della Russia, a tenerli accesi — gli anarchici, pochi di numero e i cui sforzi, soppressi nel modo più assoluto sotto lo zar, non avevano avuto tempo di dare i loro frutti. Il popolo russo, in una certa misura istintivamente anarchico, aveva ancora troppa poca familiarità con i vari principi libertari e con i metodi per metterli realmente in pratica. Gli stessi anarchici russi sfortunatamente erano per la maggior parte ancora impegolati negli ingranaggi di attività di gruppo limitate e di un impegno individualistico, così come nella più importante opera sociale e collettiva. Gli anarchici, e gli storici imparziali del futuro lo ammetteranno, hanno ricoperto un ruolo importante nella rivoluzione russa — un ruolo più significativo e fruttuoso di quanto la loro consistenza numerica, relativamente scarsa, potesse far sospettare. Ma sinceramente e onestamente devo dire che la loro opera avrebbe potuto avere molto più valore se essi fossero stati meglio organizzati e dotati di mezzi per convogliare le energie liberate del popolo verso una riorganizzazione della vita su basi libertarie.
Ma il fallimento degli anarchici nella rivoluzione russa ha dimostrato al di là di ogni dubbio che l’idea dello Stato, del socialismo di Stato, in tutte le sue manifestazioni (economica, politica, sociale, educativa) è un totale e inevitabile fallimento. Mai prima di allora, nell’intero corso della storia, l’autorità, il governo e lo Stato si sono dimostrati così statici, reazionari e, in pratica, persino controrivoluzionari. In breve, l’antitesi stessa della rivoluzione.
Rimane sempre vero, come lo è stato per tutta la storia del progresso umano, che solo lo spirito e i metodi libertari possono far avanzare l’uomo verso l’eterno obiettivo di una vita migliore e più libera. Applicata alla grande rivolta sociale nota come rivoluzione, questa tendenza è tanto potente quanto il normale processo rivoluzionario. Il metodo autoritario si è rivelato un fallimento in tutto il corso della storia e per l’ennesima volta nella rivoluzione russa. Finora, l’ingegno umano non ha scoperto altro principio se non quello libertario, poiché l’uomo si è espresso con la più grande saggezza quando ha affermato che la libertà è la madre e non la figlia dell’ordine. Malgrado tutte le teorie e i partiti politici, nessuna rivoluzione può ottenere un successo vero e permanente se non pone un veto assoluto ad ogni tirannia e centralizzazione e non tenta decisamente di trasformarsi in una reale rivalutazione dei valori economici, sociali e culturali. Non la semplice sostituzione di un partito politico con un altro nel controllo del governo, con il camuffamento dell’autocrazia sotto slogan proletari, non la dittatura di una nuova classe sulla vecchia, non un qualsivoglia mutamento della scena politica, ma solo il completo rovesciamento di tutti i principi autoritari servirà la rivoluzione.

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