Alcuni Estratti da “Green Anarchy – Introduzione al Pensiero e alla Pratica Anarchica dell’Anticivilizzazione”

Pur non considerandomi un primitivista ritengo estremamente interessanti alcune delle teorie esposte dal pensiero primitivista, principalmente quelle dal carattere antropologico e che trovano i loro fondamenti nelle ricerche etnologiche. E’ per questo motivo che nell’articolo in questione ho deciso di presentare alcuni estratti da “Green Anarchy”- Introduzione al pensiero e alla pratica anarchica dell’anticivilizzazione; estratti da non prendere come verità assolute, ma da leggere con occhio estremamente critico.

 

Che cos’è il primitivismo?
Anche se non tutti gli ecoanarchici si definiscono specificamente “primitivisti”, buona parte di essi riconosce l’importanza che la critica primitivista ha avuto per le prospettive anticivilizzazione. Il primitivismo è semplicemente un’analisi antropologica, intellettuale ed esperienziale delle origini della civiltà e delle circostanze che hanno portato all’incubo in cui viviamo ora. Il primitivismo riconosce che, per gran parte della storia umana, abbiamo vissuto in comunità a tu per tu, in equilibrio gli uni con gli altri e con l’ambiente circostante, senza gerarchie e istituzioni formali che mediassero controllassero le nostre vite. I primitivisti vogliono trarre insegnamento dalle dinamiche in gioco nelle società di raccoglitori-cacciatori/primitive del passato e contemporanee (quelle esistite e attualmente esistenti al di fuori della civiltà). Alcuni primitivisti auspicano un immediato e totale ritorno alle società costituite da gruppi di raccoglitori-cacciatori, ma gran parte di essi comprende che il riconoscimento di ciò che ha avuto successo in passato non significa incondizionatamente che le stesse modalità funzioneranno in futuro. L’espressione “futuro primitivo”, coniata dall’autore anarco-primitivista John Zerzan, allude alla possibilità di unire una sintesi di tecniche e idee primitive ai concetti e alle motivazioni anarchiche contemporanee per creare situazioni decentrate sane, sostenibili ed egalitarie. Se applicato in modo non ideologico, l’anarco-primitivismo può essere un importante strumento nel progetto di decivilizzazione.

Che cos’è la civiltà?
Gli ecoanarchici tendono a considerare la civiltà come la logica, le istituzioni e l’apparato materiale
dell’addomesticamento, del controllo e del dominio. Anche se i diversi individui e gruppi danno priorità ad aspetti distinti della civiltà (per esempio i primitivisti si concentrano tipicamente sulla questione delle origini, le femministe essenzialmente sulle radici e sulle manifestazioni del patriarcato e gli insurrezionalisti principalmente sulla distruzione delle attuali istituzioni di controllo), la maggioranza degli ecoanarchici concorda sul fatto che essa è il problema di fondo o l’origine dell’oppressione e deve essere smantellata. L’avanzamento della civiltà può essere descritto a grandi linee come il passaggio, nel corso degli ultimi 10.000 anni, da un’esistenza integrata e profondamente collegata alla trama della vita a un’esistenza separata che controlla il resto della vita. Prima della civilizzazione, si disponeva di abbondante tempo da dedicare ai propri interessi e piaceri e vi era notevole autonomia e uguaglianza fra i sessi, un atteggiamento non distruttivo nei confronti del mondo naturale, l’assenza di violenza organizzata, nessuna mediazione o istituzione formale, buona salute e robustezza fisica. La civiltà ha inaugurato la guerra, la sottomissione delle donne, la crescita della popolazione, il lavoro di fatica, il concetto di proprietà, le gerarchie costituite e praticamente ogni malattia nota, per nominare solo alcuni dei suoi derivati devastanti. La civilizzazione comincia con e si basa su una rinuncia forzata alla libertà istintiva. La civiltà non può essere riformata ed è quindi nostra nemica.

Rivoluzione contro Riforma
Come anarchici, siamo fondamentalmente contro il governo e contro ogni forma di collaborazione o
mediazione con lo Stato (o qualsiasi istituzione gerarchica e di controllo). Questa convinzione
determina una certa continuità, o direzione strategica, storicamente definita come rivoluzione. Il
termine, seppur distorto, diluito e cooptato da varie ideologie e programmi, può ancora avere senso
per la pratica anarchica e antideologica. Per rivoluzione, intendiamo l’azione continua volta a
cambiare lo scenario sociale e politico in modo radicale; per gli anarchici, ciò significa la sua
completa distruzione. Il termine “rivoluzione” dipende dalla situazione da cui essa prende le mosse,
così come quella che si definirebbe “attività rivoluzionaria”. Anche in questo caso, per gli anarchici
si tratta dell’attività diretta alla totale dissoluzione del potere. Per contro, la riforma implica
qualsiasi attività o strategia volta a correggere, modificare o mantenere in modo selettivo elementi
del sistema attuale, tipicamente utilizzando i metodi o l’apparato del sistema stesso. Gli obiettivi e i
metodi della rivoluzione non possono essere dettati né realizzati nel contesto del sistema. Per gli
anarchici, rivoluzione e riforma evocano metodi e obiettivi incompatibili e, nonostante alcuni  approcci anarco-liberali, non esistono in un continuum. Per gli anarchici anticivilizzazione,
l’attività rivoluzionaria contesta, sfida e opera per distruggere l’intero impianto o paradigma della
civiltà. Inoltre, la rivoluzione non è un evento unico, remoto o distante per cui ci organizziamo o
prepariamo le persone, bensì un modo di vita o una pratica con cui si affrontano le situazioni.

 

Ritorno e ricongiungimento al selvaggio
Per la maggioranza degli anarchici ecologisti, anticivilizzazione e primitivisti, il ritorno e il
ricongiungimento alla terra è un progetto di vita. Non si limita all’elaborazione intellettuale o alla
pratica di tecniche primitive, ma si propone di raggiungere una profonda comprensione dei modi
pervasivi in cui veniamo addomesticati, divisi e separati da noi stessi, dagli altri e dal mondo, e di
compiere l’enorme impresa quotidiana di tornare integri. Il ritorno al selvaggio ha una componente
fisica che comprende la riappropriazione di tecniche e lo sviluppo di metodi di coesistenza sostenibili,
tra cui il modo in cui alimentarsi, trovare riparo e guarire con le piante, gli animali e le sostanze
naturalmente presenti nelle nostre bioregioni. Comporta inoltre lo smantellamento delle
manifestazioni fisiche, dell’apparato e delle infrastrutture della civiltà. Il ritorno al selvaggio ha
anche una componente emotiva, che significa guarire noi stessi e gli altri dalle profonde ferite che ci
affliggono da 10.000 anni, imparare a vivere insieme in comunità non gerarchiche e non repressive e
debellare la mentalità addomesticante nei nostri modelli sociali. Il ritorno al selvaggio significa dare
priorità all’esperienza diretta e alla passione rispetto alla mediazione e all’alienazione, ripensare ogni
dinamica e ogni aspetto della nostra realtà, entrare in contatto con la nostra furia selvaggia per
difendere le nostre vite e lottare per un’esistenza liberata, riponendo maggiore fiducia nel nostro
intuito e restando in contatto diretto con i nostri istinti, ristabilendo l’equilibrio di fatto distrutto
dopo migliaia di anni di controllo e addomesticamento patriarcale. Il ritorno al selvaggio è il
processo attraverso il quale si diventa incivili.

 

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