“Fuoco alle Galere!” – Una Prospettiva Libertaria in merito all’Istituzione Carceraria

…la prigione annienta tutte le qualità che rendono un uomo adatto alla vita in società. Ne fa un individuo destinato inevitabilmente a tornare in prigione […] Un’unica risposta è possibile alla domanda: «Che cosa possiamo fare per perfezionare il sistema penale?». Niente. È impossibile perfezionare una prigione. Con l’eccezione di pochi trascurabili cambiamenti, non vi è assolutamente altro da fare che distruggerla.” (Petr Kropotkin – Le prigioni e la loro influenza morale sui prigionieri)

Come scriveva A.M Buonanno, “il carcere è anche il professore che lo giustifica, il riformatore che lo vuole più umano, il giornalista che ne tace le condizioni, è il cittadino che lo ignora o lo teme” ed è proprio a partire da questa totale mancanza di presa di posizione critica nei confronti del carcere che ritengo sia utile iniziare da una prospettiva anarchica per mettere in discussione il ruolo e la funzione sociale e politica dell’istituzione carceraria, con il fine non di riformarla rendendo le condizioni di detenzioni migliori e “più umane” (sempre se possa considerarsi umano quello che Dostoevskij, nel racconto che scrisse sulle pareti in cui era detenuto dal titolo “Il diavolo e il prete”, descrisse con queste parole: “questo è l’inferno. Non ne esiste uno peggiore”) ma di distruggere completamente l’istituzione penitenziaria, in una lotta che va di pari passo con l’attacco mortale allo Stato e al Capitalismo, fondamenti della nostra organizzazione sociale e cause del dominio e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Cercando di analizzare l’istituzione carceraria, il suo ruolo sociale e i suoi obiettivi partendo da una prospettiva anarchicha, farò più volte riferimento in questo articolo agli scritti principalmente di Emma Goldman e di Alexandr Berkman, i quali hanno analizzato le due funzioni principali che il carcere dovrebbe perseguire ma che in realtà si dimostrano da secoli un totale fallimento: la rieducazione sociale e la deterrenza.

Possiamo considerare la prigione, l’istituzione penitenziaria, come una protezione sociale? Innanzitutto dovremmo sottolineare come gli individui, a seconda dei casi chiamati criminali, trasgressori della legge, devianti, che finiscono per essere privati della propria libertà e rinchiusi nel “peggiore degli inferni”, subiscano costantemente, giorno dopo giorno, un processo di desumanizzazione volto a degradarli e annullarli nella loro essenza di esseri umani. Tutto questo affinchè, attraverso la brutalità della desumanizzaizone carceraria, la società borghese fondata sue due capisaldi (lo Stato, quindi il dominio dell’uomo sull’uomo, e il Capitalismo, quindi lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo) possa sentirsi in qualche modo protetta dai “fantasmi che essa stessa ha creato” (E.Goldman). La domanda che tutti dovremmo porci è la seguente: ha senso che, nonostante le continue dimostrazioni del fallimento delle due funzioni principali dell’istituzione carceraria, essa continui ad esistere, essere perpetuata e legittimata?

Emma Goldman definisce la prigione non solo come un fallimento, ma prima di tutto come un crimine sociale, partendo dall’analisi della natura del crimine dello psicologo e riformatore sociale Havelock Ellis. Costui individua quattro differenti tipologie di crimine: quello politico, quello passionale, quello per follia e quello occasionale. Io mi soffermerò brevemente solo sul primo e l’ultimo. Il criminale politico viene definito da Ellis come la vittima del tentativo di un governo di conservare la propria stabilità e legittimità agli occhi dei suoi sudditi, perciò il criminale politico non è obbligatoriamente da considerare come colpevole di un reato nei confronti della società, quanto piuttosto come un sovvertitore dell’ordine politico-sociale vigente. Per quanto riguarda invece il crimine occasionale, Ellis individua proprio in questa tipologia di crimine la categoria più numerosa della popolazione penitenziaria (almeno della sua epoca). E’ quindi il criminale occasionale che incarna la reale minaccia per l’ordine ed il benessere sociale. A questo punto subentra, logicamente, una domanda: Qual è quindi il motivo che spinge un così gran numero di persone a compiere atti criminali occasionali? La risposta a cui giungono sia Ellis che Emma Goldman non può che essere la seguente: la nostra stessa organizzazione sociale ed economica.

Ellis per sostenere la tesi della nostra organizzazione sociale ed economica come causa del crimine cita due scienzati sociali, lo statistico Quetelet e l’antropologo Lacassagne. Il primo sostiene che la sia la stessa società moderna a predisporre l’individuo al crimine e che di conseguenza i criminali siano solamente i suoi strumenti di esecuzione; il secondo ritiene che sia l’ambiente sociale in cui viviamo e cresciamo a fungere da terreno fertile per la coltivazione dei semi della devianza e della criminalità, arrivando a concludere che “ogni società ha i criminali che si merita”. E la nostra società che si basa sui due assunti principali dell’economia capitalista, ossia incessante accumulazione di capitale e proprietà privata, cause dello sfruttamento, della povertà e dell’esclusione della maggior parte della classe lavoratrice, di cosa si dovrebbe meravigliare quando nove reati su dieci vengono commessi contro la proprietà privata? Come scriveva Kropotkin, “sapendo che la fame di ricchezza, da acquisire con tutti i mezzi possibili, costituisce l’essenza stessa della società borghese” chi può contestare il fatto che l’istituzione penitenziaria sia il mero strumento del Capitalismo e dello Stato per mantenere il privilegio dei pochi ai danni dei molti? La maggior parte dei crimini occasionali sono quindi la conseguenza diretta delle nostre disuguaglianze economiche e sociali, frutto del costante processo di rapina e sfruttamento messo in atto dall’economia capitalista. In fin dei conti non aveva dunque ragione l’anarchico Ravachol quando disse: <<non ci sono criminali da giudicare ma solamente cause del crimine da distruggere>>?

Anarchici dal carcere di San Vittore

Chiudendo la parentesi legata alle cause sociali ed economiche che spingono l’individuo a compiere crimini, vorrei soffermarmi ora sulla funzione punitiva dell’istituzione penitenziaria. Nella pratica quotidiana la società reagisce al crimine attuando un processo di vendetta nei confronti del criminale che si manifesta nel concetto di punizione. L’entità statale, auto-legittimata a detenere il monopolio “legittimo” dell’uso della forza e della violenza, mette in atto un quello che a tutti gli effetti è un vero e proprio atteggiamento vendicativo nei confronti del trasgressore della legge. Quest’ultima, almeno dal punto di vista legale e sociale, impartisce la punizione non per il semplice gusto personale di infliggere dolore al criminale, ma sopratutto per incutere paura nel resto della società, in modo da scongiurare tramite il terrore della punizione l’imitazione dell’atto criminale e deviante (e anche insurrezionale nei confronti dell’ordine sociale, politico ed economico dominante) da parte di un numero sempre crescente di cittadini. Il concetto di punizione è intrinsecamente legato all’idea di libero arbitrio, ossia la credenza, ancora oggi interiorizzata da ogni governo, che l’essere umano in ogni situazione scelga sempre liberamente, e più o meno razionalmente, il bene o il male; perciò a partire da questa idea, quando l’individuo dotato di libero arbitrio sceglie il male, deve subentrare immediatamente la punizione da parte dello Stato. La teoria del libero arbitrio, ancora applicata dallo Stato, è radicata nella convinzione della classe dominante che maggiore è la paura suscitata dalla punizione, più efficace sarà di conseguenza il suo effetto preventivo.

In merito alla stessa tematica, l’anarchico Alexandr Berkman individua una duplice origine della pena inflitta dall’istituzione carceraria, assimilabile a quanto detto sopra, ossia da una parte l’assunto che l’uomo è dotato di libero arbitrio ed è quindi responsabile delle sue azioni, mentre dall’altra parte lo spirito i vendetta che anima la società e che essa coltiva nei confronti del criminale. E’ lo Stato nelle cosi dette “società civili” ha farsi carico del sentimento di vendetta della società, avendo tra i propri doveri appunto quello di punire i criminali, i devianti e i trasgressori della legge. Appare quindi evidente che la pena, considerata in quanto istituzione sociale, non è altro che una forma diversa, considerata più “civile” e legale, di vendetta promossa non più dal singolo individuo, ma dal “più gelido di tutti i mostri” (lo Stato secondo Friedrich Nietzsche) che detiene il monopolio “legittimo” e dell’uso della violenza e della forza. Lo Stato deve quindi punire il criminale per una duplice motivazione: per sanare il sentimento di vendetta della società offesa e affinchè la legittimità della Legge venga rispettata e si perpetui. Di conseguenza, come sostenuto da Berkma, l’essenza della pena è calcolata per soddisfare l’intensità del sentimento di vendetta che la società nutre nei confronti del criminale. Questo forma moderna di “vendetta civile” da una parte condanna a morte, in senso figurato, il nemico della cittadinanza, ma contemporaneamente dall’altra parte genera il nemico della società intera.

All’interno del carcere il criminale subisce quotidianamente un processo di desumanizzazione volto ad umiliarlo, degradarlo, trasformarlo in mero automa privato della propria volontà e sopratutto della propria libertà, divenendo in questo modo un essere non più umano in balia dei suoi carcerieri. Una volta riacquistata la tanto agognata libertà, l’individuo che l’istituzione penitenziaria restituisce alla società è un individuo fortemente svuotato della propria umanità, annichilito nel profondo, che finisce nella maggior parte dei casi nella recidività del crimine, unica sua possibilità di sopravvivenza in un mondo che si dimostra lui avverso e ostile. Questa costante recidività degli ex detenuti evidenzia in maniera marcata la totale inefficacia della funzione di rieducazione sociale che si è soliti attribuire, negli ultimi due secoli, all’istituzione carceraria. Rieducazione sociale che dovrebbe essere finalizzata a restituire alla società un detenuto completamente rieducato alla vita collettiva e sociale, un nuovo essere umano. Peccato che questo, statisticamente parlando, avviene assai raramente. Sopratutto oggi, nell’epoca contemporanea, la presunta necessità dell’istituzione carceraria viene giustificata dalla sua, anch’essa presunta, funzione di rieducazione sociale.

Al termine del penultimo paragrafo ho scritto questa frase: “Questo forma moderna di “vendetta civile” da una parte condanna a morte, in senso figurato, il nemico della cittadinanza, ma contemporaneamente dall’altra parte genera il nemico della società intera.” ed è proprio a questo concetto che voglio ricollegarmi, riprendendo alcuni pensieri del solito Berkman. Il prigioniero detenuto e rinchiuso in carcere vede nello Stato la fonte primaria della sua pena, della sua sofferenza dovuta alla privazione della libertà, finendo così per dichiarare nemici personali i rappresentanti della Legge. Il detenuto iniziare a coltivare odio e rancore nei loro confronti, amplificati dal sentimento di esclusione sociale che egli deve affrontare sia prima, quando è segregato tra le mura del carcere, sia dopo, al momento della sua scarcerazione. In questo modo l’istituzione penitenziaria, che teoricamente avrebbe il compito di rieducare il criminale, non fa altro che accrescere e nutrire i sentimenti di ostilità e odio del detenuto nei confronti della collettività, rendendolo così il nemico di tutta la società. Il criminale inizia a nutrire verso quest’ultima un forte desiderio di vendetta, rea di emarginarlo e di escluderlo, divenendo il suo nemico naturale. Dopo la scarcerazione quindi l’ex criminale si trova a dover affrontare una situazione di esclusione perpetuata dalla società ai suoi danni che lo riduce a scarto umano “contro il quale tutti si rivoltano. E allora lui si rivolta contro tutti” (A.Berkman).

Ritornando nuovamente a Berkman, egli sostiene che la funzione rieducativa dell’istituzione carceraria viene meno poichè la finalità penale-punitiva di tutte le carceri rende impossibile ogni possibile forma di rieducazione e recupero sociale del detenuto. E’ lo stesso concetto di pena che di fatto preclude ogni possibilità di recupero sociale.

Per concludere l’articolo ci tengo a ribadire ancora una volta che io (ma mi permetto di parlare a nome di tutti gli anarchici) in quanto anarchico non auspico certamente alla riforma dell’istituzione penitenziaria verso una forma più “umana” delle condizioni di detenzione dei prigionieri, bensì la totale distruzione di ogni carcere esistente con la conseguente abolizione dell’istituzione penitenziaria stessa, perchè ritengo la lotta anticarceraria una componente fondamentale nella lotta contro lo Stato e contro il Capitalismo, al fine di abolire sia il dominio dell’uomo sull’uomo, sia lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E sopratutto perchè credo fortemente, come disse Ravachol, che non ci siano criminali da giudicare ma cause del crimine da distruggere. E le cause del crimine rispondono al nome di Stato e Capitalismo. Perciò “Fuoco alle Galere” non deve rimanere uno slogan, ma tramutarsi in una concreta pratica di distruzione dell’istituzione carceraria, strumento della classe dominante per mantenere i propri privilegi espropriati al popolo sfruttando la classe lavoratrice.

 

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