“Imprevisti Senza Nessuna Certezza” – Quel Giorno che Cremona Bruciò di Gentilezza

In questo articolo ho deciso di staccarmi un attimo dagli argomenti che tratto solitamente per riportare interamente un capitolo, l’ultimo per la precisione, di “Senza Misure”, ovvero un “tentativo di scrittura sui fatti avvenuti in un determinato contesto, per andar oltre al solito punto di vista della morale militante”; un breve racconto-analisi scritto da Emma Varlin (nome vero? pseudonimo? chi lo sa…) sui fatti di quel giorno di gennaio in cui Cremona “bruciò di gentilezza”.

I Fatti: Domenica 18 gennaio 2015, Cremona.

“I fascisti aggrediscono. Un compagno rimane a terra. E’ in fin di vita. Emilio è in coma. Sofferenza. Tensioni che si intrecciano. Preoccupazione per Emilio. Alcuni lanciano un corteo per il sabato seguente. Altri vorrebbero subito andare in strada a sfogare la propria rabbia. Alcuni ritornano a casa ancora più arrabbiati. Altri non torneranno più indietro. Il pensiero va ad Emilio. Le parole del politichese controllano la situazione.”

Sabato 24 gennaio 2015, Cremona

“Corteo affollato in solidarietà con Emilio. Scoppiano i primi tumulti. I manifestanti non si toccano mai con gli sbirri. I difensori dell’ordine indietreggiano. La sbirraglia si apposta davanti al covo fascista per proteggere i loro soci. La difesa si erge. Vengono tirate su le reti stile zona rossa. Si passa dai manifestanti agli ammutinati. Si cerca di arrivare nel luogo dove i fascisti preparano i loro obblighi di morte. Si aggira l’obiettivo. La forza militare vince contro quella del desiderio. Per ora. Si va oltre. L’antifascismo non rimane solo identità da museo. Gli sbirri finiscono i gas lacrimogeni. Il centro città è solo fumo. Nebbia e occhi rossi. Gli ammutinati attaccano tutto quello che aiuta il potere a dominare le vite. L’intelligenza della sovversione dilaga. Vengono giù i vetri della sede di un sindacato. Mazzate contro negozi della tecnologia. Danneggiate delle agenzie immobiliari. Scritte rivoltose ovunque. Telecamere del controllo vengono distrutte. Alcune sedi di assicurazioni vengono rese inagibili. Molte banche vengono attaccate e mandate in frantumi. Il fuoco diviene redentore. Il piano terra della caserma della polizia locale viene completamente messo fuori uso e dato alle fiamme. Cremona viene interamente bloccata dagli insorti. Alla sera cala il buio. Molto è cambiato. Compare il deserto. Il capitale non ha il suo solito sabato sera. La gioia dell’ammutinamento che blocca la realtà prende il sopravvento. Per la prima volta anche a Cremona. Il politichese non ha più parole.”

IMPREVISTI SENZA NESSUNA CERTEZZA

“Determinare il futuro non è possibile. L’esistenza è fatta da ciò che ci capita e da ciò che possiamo minimamente determinare con i nostri pensieri e le nostre azioni. I piccoli obiettivi sono sempre più banali, anche se lasciano un piccolo barlume di felicità nei nostri cuori e sottendono la possibilità di cambiare radicalmente se stessi. I grandi slanci verso qualcosa di indefinito, invece, conoscono, il più delle volte, tanta generosità ed entusiasmo che solo in quei momenti riconosciamo di avere. Di contro, non c’è certezza più implacabile di riconoscersi, davanti alla noiosa realtà, semplici spettatori o critici infuriati. La determinazione delle cose, purtroppo, determina anche il nostro modo di vivere. Il peso dell’inautentico, cioè di tutto quello che è obbligato, scava per farci dimenticare i nostri istinti sommersi ma pulsanti. Oltre al desiderio di agire, molto spesso è anche il senso dell’impotenza, della sofferenza di essere fragili davanti ad un mondo mostruoso, che ci spinge a provare nel cambiare ciò che ci disgusta. Spesso però è la carica persuasiva della retorica che ci spinge a minacciare il potere. Con le parole possiamo sognare di infrangere questo mondo in vetrina. Intorno a questa civiltà tecnologica è l’analfabetismo che sta letteralmente sentenziando il coprifuoco alle coscienze, triste ritorno di chi non ha parole per insorgere. Allora, come tentare e fare?

L’imprevidibilità può mandare in tilt il nemico, nella sua accezione di macchina del dominio. Portare l’imprevisto alla superficie delle cose non è solamente un gioco individuale, nè può essere soltanto un moto collettivo. Mischiare entrambi gli elementi, seminando confusione nelle file del nemico, perchè ogni contesto collettivo ha sempre visto la determinazione dell’individuo, nel portare il proprio cuore aldilà del muro di cinta della rassegnazione. Quando l’apatia rende questo mondo scontato, una mossa imprevedibile, aprirsi una breccia, rompere chiavistelli, con il rischio di perdere tutto, possono dare un senso a quel fuoco che ogni individuo, insito in chi si contrappone all’oppressione irrespirabile in cui è soffocato. Le lamentele non possono aprire i cuori e le ragioni del pessimismo possono venire distrutte dal piacere della rivolta. Qualcosa è sempre possibile fare a cui non serve la forza dei numeri: tentare di sospendere il tempo della sottomissione per far precipitare la situazione. Non promette niente di concreto, non sa risultati immediati ma è pur sempre un’opportunità potenziale. Se questa possibilità non fa parte dei nostri progetti, la storia dello sfruttamento non terminerà di certo. Cogliere le occasioni perchè se il dominio è ovunque, ovunque può essere interrotto.

Per gli anarchici la rivolta è poesia, non propaganda. Sono gli unici che non rivendicano soltanto bisogni materiali ma anche desideri inespressi. Gli anarchici, come tutti gli altri, abitano questo mondo ma hanno sempre puntato il loro sguardo verso il cielo stellato della libertà. E’ per questo che sono sempre stati considerati idealisti, sognatori e bambini. E di questo, ogni individuo sensibile, anche chi non si definisce anarchico, non dovrebbe vergognarsene, anzi potrebbe divenire la sua forza necessaria. Nel cuore di ogni dubbioso c’è l’esplorazione delle proprie passioni: non un obbligo, ma tanti desideri, non qualcosa di scientificamente provato, ma qualcosa di utopico da percorrere. Per cogliere questa stupenda visione, soprattutto in momenti dove la rivolta ci accompagna nel suo incendio, guardare anche altrove potrebbe rivelarsi decisivo. Cercando di confondere chi ci vuole reprimere, invece di essere sempre agli appuntamenti prestabiliti. Sorprendere il nemico per sorprendere anche se stessi, stabilendo autonomamente dove stare, preferibilmente scegliendo luoghi dove non ci si aspetta. Sperimentare un modo altro di fare le cose, ricercando l’ebbrezza di ciò che non si è mai fatto, anche per battere la solita noiosa ripetizione di ciò che si fa sempre. Quanto oggi i sovversivi sanno ricercare simili possibilità? In alcune situazioni succede, continuando a dar respiro a certe affascinanti teorizzazioni. Un esempio è la lotta contro le frontiere: se le frontiere sono ovunque perchè questo mondo ci confina dove lo decide lui, allora percepire ogni cosa come limite, appunto confine, può darci delle idee senza limiti. Oltretutto non stiamo parlando di situazioni difficili, per attuare il proprio fine: un po’ di attenzione, qualche mezzo semplice che può dare il senso ad una sua riproducibilità, andando aldilà di qualunque specialismo, e un intreccio di creatività e determinazione, tanto basta per distruggere ogni frontiera esterna e ogni confine interno. Una paralisi o al passo con i tempi un blackout, oltre a fermare la quotidianità e scrollarsi di dosso un po’ di questo mondo, potrebbe servire a realizzare i desideri nascosti nei meandri della stanchezza di esistere. E a ogni possibile disordine che si presenterà, gli insorti avranno già pensato e preparato prima, anche in modo minimale, come generalizzare i tanti eccessi?

Ormai gli eventi del palcoscenico sono del tutto prevedibili, nel loro andamento la collera è data addirittura per scontata e questo non può che far piacere. E’ davvero questa la miglior possibilità di cambiare la realtà? O è la sola che con pochi sforzi, qualche buon materiale e un pizzico di risolutezza alcuni sovversivi riescono a produrre? In questi stessi eventi altri sovversivi possono essere altrove? Per esempio: se c’è un obiettivo chiaro, intorno ne esistono anche tanti altri da attaccare? Nella sua piccola questione, una parte del ventiquattro gennaio, quella che ha praticato la distruzione, è stato andare oltre ad un obiettivo, ma chi si è ribellato non può essere soddisfatto totalmente da questa portata degli eventi. Insoddisfatti perchè estranei a questo mondo, per chi sente la libertà è sogno di prigioniero, lo si farà sempre, fino a quando da un possibile tramonto non si scorgerà un’aurora autentica. C’è chi le chiama sbavature, anche se un anno dopo a difeso anche gli attacchi ai simboli del potere. C’è chi le chiama prospettive, perchè è un modo altro di interpretare la lotta per qualcosa di sconosciuto: la vita. Il non voler conquistare nessun territorio si intreccia con la consapevolezza che la riproduzione sociale è una schifezza, dove la continua fabbricazione di ruoli, gerarchie e generi aiuta prepotentemente il dominio. Non vogliamo aggiustare nessun ingranaggio, anzi cerchiamo a volte sassi, a volte sabbia, per incepparlo. Non abbiamo nulla da salvare tranne le nostre relazioni appassionanti di reciprocità. Il Moloc che vogliamo debellare è cosi grande che noi, molto spesso, ci sentiamo piccoli e insignificanti, talmente fragili che il più delle volte diveniamo impercettibili. Questa debolezza che fa i conti con la quantità può essere battuta dal discorso qualitativo, che non ha bisogno di nessun calcolo ma di molta fantasia. Dopo il ventiquattro gennaio qualcosa è cambiato e, emozionalmente, sta proprio qui la totalità della rottura che provoca l’ammutinamento; di contro, quella giornata, ha espresso solamente una piccola potenzialità di quell’enorme carica sovversiva che sono il blocco della situazione, che apre a infinite vie, e il recarsi altrove, che apre ad un’infinità di mondi. Gli abitanti inconsapevoli di questo mondo, però, quando ci vedono, rimangono perplessi, i sinistroidi legalitari cambiano strada per paura che gli si dica quanto meschine siano le loro esistenze: i primi ci riducono sempre alla nostra età, dicendoci in modo paternalistico che prima o poi cresceremo, i secondi ci disprezzano perchè ogni nostra parola e azione rendono le loro preghiere, i loro sermoni e i loro banchetti per la democrazia sempre più difficili da propagandare. Tutti sono uniti dal semplice fatto di non capirci, non rendendosi conto che non ce ne frega niente della loro meschina benedizione politica-religiosa. I politic come i politicanti ci fanno ribrezzo, perchè alla forza poliziesca di qualunque partito, sindacato e movimento per il bene comune (sarebbe meglio chiamarlo movimento per il bene dello Stato), preferiamo andare alla deriva, cioè dove ci pare e piace.

Questo mondo ci fa talmente schifo che l’unica posizione che prendiamo è quella del suo possibile sconvolgimento. I problemi amministrativi di quello e di quello, di regolare i conti, dell’organizzare questa  e quell’opera caritatevole che riempiono il tempo di molte anime pie dell’obbligo e dell’assistenzialismo non ci interessano. Per sovvertire la totalità dell’esistente desideriamo complicità e affinità, di tempi e di spazi decisi insieme, dove vediamo nel sudore delle relazioni qualcosa che non troviamo da nessun altra parte e di solidarietà; quella solidarietà che abbraccia, oltre all’affezione, anche un’idea di liberazione. La verità, gli ideali, le abitudini, il linguaggio, gli atteggiamenti e i bisogni di questo abominevole mondo ci sono del tutto estranei. La contaminazione con altri la troviamo quando nella serenità di quell’attimo sembra che questo mondo possa essere trasformato. Se rifiutiamo qualsiasi valore obbligato dell’esistente è perchè ci sentiamo stranieri in territorio nemico e vorremmo cessare di essere ospiti indesiderabili in un posto che disprezziamo, per diventare creatori di un mondo radicalmente diverso. Se solo una rottura dell’ordine costituito può far intravedere la possibilità di sperimentare modi di vivere diversificati, allora anche la rottura di un certo linguaggio può dare la possibilità di esprimere e sperimentare una lingua che rompe con omologazione e schiavitù. In gioco abbiamo una enorme prospettiva: una vita senza misure, dire parole che nessuno vuol sentire per spingersi oltre qualunque barriera linguistica. Partire dal nostro modo di intendere il rifiuto verso quello che ci opprime e di volere un mondo in cui le intelligenze singolari, l’intransigenza etica e le cattive passioni diventino quel fiume in piena che nessun argine può contenere. E i complici non si incontreranno su strade già battute, ma su percorsi scoscesi quanto inesplorati. Donandoci alla gioia di vivere, alla creatività ed a un immaginario di libertà, possiamo distruggere la civiltà che è in noi. Un amore profondo e senza riserve. D’altronde, perdersi nell’ignoto è la passione che contiene tutte le altre.

Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione.”

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