In Ricordo di Enrico Comba, l’antropologo delle religioni dei Nativi Nordamericani

E’ scomparso quest’oggi a causa del Covid-19 l’antropologo e professore di antropologia delle religioni all’Università di Torino Enrico Comba, conosciuto per i suoi importanti studi sulle religioni e i rituali dei nativi nordamericani raccolti in opere importantissime come “La Danza del Sole. Miti e Cosmologia degli Indiani delle Pianure” o “La maschera animale: caccia, mito e sciamanismo tra gli Indiani d’America”. 

Credo che il modo migliore per parlare di lui e ricordare l’importanza che hanno avuto le sue ricerche nell’ambito dell’antropologia delle religioni sia quello di farlo attraverso le sue stesse parole su uno degli argomenti che l’hanno affascinato maggiormente e a cui ha dedicato un intero saggio etnologico. I passi pubblicati di seguito son presi direttamente da un post in ricordo di Enrico Comba pubblicato dalla pagina facebook di Mímameiðr, pagina da cui ho appreso la triste notizia.

“Al termine della cerimonia, quando il suono dei tamburi e i canti sono cessati, il rumore della gente si è allontanato, i partecipanti sono tornati alle loro occupazioni quotidiane, solo la capanna in cui si è svolta la danza rimane in piedi, come silenziosa testimonianza e ricordo dell’evento. Un tempo la struttura era completamente abbandonata: la costruzione che aveva rappresentato per quattro lunghi giorni la creazione del mondo, la riproduzione delle relazioni che intessono l’armonia fra tutti gli esseri dell’universo, veniva lasciata alla mercé degli agenti naturali che ne avrebbero provocato il rapido disfacimento. Il nome del fiume Medicine Lodge, nel Kansas, deriva dalla parola cheyenne hoxé’yohe, che indica un luogo in cui venivano regolarmente svolte le cerimonie dell’hoxéheome (la Danza del Sole), perché lungo le sue rive si potevano vedere numerose costruzioni cerimoniali abbandonate nel corso degli anni. Un motivo simile deve essere all’origine del nome di una cittadina del Wyoming chiamata Sundance, che si trova a poca distanza da Devils Tower, il monumento di roccia che costituiva uno dei luoghi in cui nel passato le popolazioni delle Pianure si riunivano per celebrare la Danza del Sole.
Di tutto l’affaccendarsi, delle preoccupazioni, delle sofferenze, delle speranze e delle intense emozioni, del simbolismo, dei canti, del calore umano che si è irradiato in quel luogo, non rimane che il silenzio, interrotto soltanto dal rumore del vento, che agita i pezzi di stoffa colorata annodati al palo centrale come offerte allo Spirito Supremo e scuote la struttura dei pali, facendola cigolare sommessamente. in questo tacito messaggio sembra di cogliere una saggezza profonda, un insegnamento che risale a tempi antichissimi, forse addirittura a quei primi cacciatori dell’epoca glaciale che migrarono dalle pianure dell’Asia settentrionale fino alle distese che si aprono nel cuore del continente americano. Questo monito ci ricorda che il mondo che gli uomini costruiscono, con tanta fatica e dedizione, con impegno e determinazione, è destinato inevitabilmente a dissolversi. Lo sforzo dell’uomo per ricreare periodicamente il mondo è un modo per procrastinare il più lontano possibile nel tempo il momento inevitabile in cui questo stesso mondo si dovrà esaurire, scomparendo insieme a coloro che lo hanno costruito. La ricerca di mantenere e ristabilire un equilibrio armonico tra gli esseri che compongono l’universo, costituisce un riconoscimento della precarietà e della fragilità del mondo in cui viviamo. Lo scheletro della capanna agitato dal vento costituisce al tempo stesso un monumento alla capacità creativa dell’uomo americano, al suo senso di responsabilità nel mantenimento e nella proliferazione della vita, ma anche l’ammonimento che questa capacità creativa ha dei limiti, al di là dei quali non vi è altro che il silenzio di un mondo che può fare a meno della presenza degli uomini.
Tutto ciò porta a riflettere anche sul lavoro degli antropologi, sulla caducità e provvisorietà delle ricostruzioni con cui si cerca, come nelle pagine di questo volume, di cogliere il significato di creazioni culturali prodotte da altre persone, in tempi e luoghi differenti. Per quanto lo studioso possa divenire familiare con una cultura che non è la sua, per quanto egli possa trascorrere mesi o anni, dialogando con le persone e intessendo quei fili attraverso i quali tenterà di costruire la sua interpretazione, il risultato finale è sempre un quadro imperfetto, un’immagine sfocata, un ritratto semplificato che cerca di afferrare una realtà sfuggente. Viene allora in mente l’immagine evocata in un’indimenticabile pagina, scritta quasi un secolo fa da un grande antropologo, oggi ingiustamente trascurato. Riconoscendo l’importanza del lavoro etnografico di autori come Spencer e Gillen, che descrissero gli aborigeni australiani, o John Roscoe, uno dei grandi etnografi dell’Africa centrale, opere che mantengono una solidità basata sui dati che esse contengono, James George Frazer sottolineava come le opere interpretative, come quelle che lui stesso produceva, erano destinate ad essere rapidamente superate da nuove teorie e nuove ricostruzioni. E continuava:

‘Sulle sponde del grande oceano della realtà gli uomini continuano perpetuamente a costruire castelli teorici di sabbia, che sono continuamente spazzati via dalla marea crescente della conoscenza. Non posso aspettarmi che le mie speculazioni abbiano durata maggiore di quelle dei miei predecessori. Tutto quello che un pensatore speculativo può sperare è di essere ricordato per qualche tempo come uno di coloro che, in una lunga fila di corridori, i quali divengono sempre più indistinti, a mano a mano che si perdono in lontananza, si sono sforzati di passare la fiaccola della conoscenza, il cui piccolo cerchio di luce scintilla nelle illimitate oscurità dello sconosciuto’ (Frazer 1935: VIII)

Come si può giustificare tutto ciò? Quale senso attribuire ai numerosi anni dedicati a conoscere, a studiare, culture che non appartengono al mio mondo, storie raccontate in lingue che non parlo, eredità di antenati e predecessori che non sono i miei? Come spiegare la costanza, forse l’ostinazione, che ha accompagnato sempre la ricerca di risposte a domande troppo ampie e difficili, il desiderio impellente di restituire almeno in parte un’immagine sfocata e parziale di un sistema culturale che oggi, in certa misura, non esiste più? L’analogia forse più efficace è quella con l’innamorato, il quale vuole sapere tutto della persona amata, vuole conoscere ogni cosa, nessun ostacolo gli sembra troppo arduo per raggiungere una conoscenza completa ed esauriente. Impresa evidentemente impossibile, perché l’altro rimane e rimarrà sempre un oggetto enigmatico, una fonte di incertezze e di perplessità. Nessuno è perfettamente trasparente, neanche per la persona che rappresenta la compagnia ideale, la combinazione perfetta. Tuttavia, la propensione verso l’altro, la disponibilità ad accoglierne il punto di vista, il pensiero, il modo di vedere le cose, costituisce il nucleo essenziale della comunicazione umana, la possibilità di trovare un terreno comune e di comprendere, almeno parzialmente, la diversità dell’altro come complemento della nostra propria interiorità. Perché, alla fine, l’innamorato che vuole conoscere la persona amata scopre al tempo stesso i propri limiti e le proprie manchevolezze, così come l’antropologo che vuole conoscere i segreti di culture lontane si ritrova a fare i conti con le proprie origini e con i propri fantasmi.
In fin dei conti, la miglior conclusione a cui si può pervenire è che l’impresa meritava di essere affrontata. Non perché la meta sia stata raggiunta o l’obiettivo realizzato, ma perché il viaggio è stato appagante, sorprendente, imprevedibile. Durante questi anni di ricerca e di studio ho imparato un’infinità di cose, ho incontrato persone eccezionali, ho modificato gradualmente alcune convinzioni, ho consolidato certe intuizioni, ho scoperto la ricchezza e l’inesauribile complessità di culture come quelle dell’America indigena. Se poi sono riuscito a delineare un quadro comprensibile e condivisibile del sistema rituale denominato Danza del Sole, se questo lavoro consente di percepire, anche se confusamente, qualcosa dello ‘spirito’ che anima questa cerimonia, allora sarò riuscito a restituire almeno in parte qualcosa di ciò che questi anni di lavoro mi hanno donato.
La capanna abbandonata della danza si staglia contro un cielo grigio piombo. Folate di vento muovono i ciuffi d’erba e fanno svolazzare le strisce di stoffa appese ai pali. Un brivido di freddo sembra penetrare nelle ossa, mentre all’orizzonte si accumulano grosse nuvole scure. Lassù, sulle montagne, è già caduta la prima neve”.

Tratto da “La Danza del Sole. Miti e cosmologia degli Indiani delle Pianure”, di Enrico Comba.