La Nostalgia del Selvaggio: Antropologia e Idea di Wilderness

“La vita è stato selvaggio. Quel che è più vivo è più selvaggio, e quel che non è ancora soggetto all’uomo lo rinvigorisce. E’ come se colui che si è spinto avanti incessantemente, senza mai cercare riposo dalle proprie fatiche, crescendo saldo e chiedendo molto, si fosse trovato sempre in paesi sconosciuti, in luoghi selvaggi, circondato dal materiale grezzo della vita.”  H.D. Thoreau

Servendomi della citazione di Thoreau posso introdurre l’argomento di questo articolo, ovvero, come riportato nel titolo, il concetto di Wilderness all’interno della riflessione antropologica. Dal ‘900 è avvenuta una rivalutazione intellettuale del paesaggio in quanto oggetto di riflessione di differenti discipline e all’interna dell’epoca postmoderna c’è stato un ritorno del paesaggio nell’interesse di una necessità di ripensamento di questo concetto. Nella condizione postmoderna si presentano, da un lato l’esigenza di ridisegnare un orizzonte epistemologico delle categorie antropologiche legata al concetto di paesaggio, mentre dall’altro l’eclissi della natura sottomessa e sfruttata dalla concezione antropocentrica dell’economia capitalistica contemporanea. Secondo F.Jameson nel postmodernismo abbiamo assistito alla definitiva morte della natura dovuta all’esteso processo di modernizzazione. Questa premessa ci porta ad evidenziare un collegamento tra il collasso economico ed il collasso ambientale-ecologico,causate dall’estensione e dall’imposizione del modello economico capitalistico occidentale che caratterizza appunto la società postmoderna; società nella quale la natura ed il paesaggio vengono visti semplicemente come mezzi da sfruttare per trarne un profitto.

A tutto ciò che ho scritto sopra si contrappone l’idea di Wilderness, ovvero del paesaggio selvaggio, idea che trova un suo spazio prediletto all’interno dell’antropologia, la quale, all’interno del discorso sul paesaggio si è finora limitata al dualismo “natura vs cultura”. Ora invece il concetto di paesaggio deve essere oggetto di studio in quanto campo di interazioni concrete e come categoria antropologica dell’immaginario umano, poichè è nell’immaginario che il paesaggio cessa di essere solamente un prodotto storico di una determinata cultura, assumendo invece un carattere di paradigma universale e transtorico.

All’interno dell’epoca (post)moderna stiamo assistendo ad una dissoluzione ambientale che comporta una distruzione dell’elemento naturale, implicando in questo modo una drastica riduzione degli ambienti primari e selvaggi e perciò una dislocazione dell’alterità, ovvero una distorsione dell’esperienza dell’Altro privato della sua condizione di alterità. E’ in questo contesto che si attua una riscoperta del paesaggio come soggetto culturale e soprattutto antropologico legato al concetto di Wilderness.

L’antropologia del paesaggio deve tendere ad un carattere multidisciplinare perchè bisogna rendere il soggetto (ovvero il paesaggio) qualcosa di inedito e creato nuovamente, non appartenente a nessuna determinata disciplina, divenendo in questo modo una condizione per l’esercizio del pensiero. In questo modo l’antropologia del paesaggio si troverà costantemente a dover definire il proprio oggetto/soggetto di studio poichè pone come suo problema centrale la percezione e la rappresentazione del paesaggio ed il rapporto tra esso e l’uomo. Ponendo al centro della propria riflessione si tende a far emergere il bisogno di praticare la conoscenza dell’Altro, dell’Altrove, di ciò che è a noi sconosciuto, e di conseguenza l’esigenza di confrontarsi con entità cognitive inedite e sconosciute (esigenza che fonda l’antropologia).L’idea di Wilderness quindi come evidenziato funge da vera e propria lezione di alterità.

Antropologicamente parlando il concetto di Wilderness, a causa della sua polisemia, è complesso da definire in quanto designa un’insieme eterogeneo di esperienze e di concettualizzazioni della natura selvaggia, che vanno dall’anarcoprimitivismo all’etnoantropologia, dall’ecologia profonda ai movimenti bioregionalisti. Tutte queste esperienze hanno in comune il ruolo centrale conferito alla riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura.

Il concetto di Wilderness si è generato dall’esposizione al paesaggio materiale e mentale tipico della cultura americana, la quale ha dovuto far esperienza del confronto costantemente con le popolazioni native indigene, ovvero con una alterità che nonostante gli sforzi si è dimostrata impossibile da ridurre dentro categorie culturali di stampo occidentale, rendendole quindi non ammissibili e mantenendo la loro caratteristica di alterità rispetto all’uomo bianco.

R.Nash individua nell’idea di Wilderness l’elemento fondamentale che permette la costruzione dell’identità e dell’immaginario americano, a causa di un paesaggio e di una natura in parte ancora selvaggi ed incontaminati. Inoltre sempre Nash individua due aspetti importanti del concetto di Wilderness: innanzitutto nota come questo concetto abbia a che fare con la percezione dell’alterità dei luoghi nella sua dimensione materiale. In secondo luogo l’idea di Wilderness incarna anche il sentimento di esposizione verso il limite e verso l’ignoto. Questi due aspetti si ricollegano a loro volta a due dimensioni antropologiche, ovvero la dimensione materiale e quella filosofica, che si dispongono sullo stesso piano del significato dato alla percezione e alla rappresentazione di ciò che viene percepito come irriducibilmente Altro.

Etimologicamente il termine Wilderness si riferisce sia alla condizione di selvatichezza tipica degli animali sia al luogo naturale selvaggio, ovvero luogo che sfugge al controllo umano ed è invece dominato da totale autonomia e assoluta indipendenza. J.Hansford Vest collega il tema della Wilderness all’idea di uno spazio fuori dal controllo e caratterizzato dalla “volontà selvatica” che non sottostà a nessuna regola. L’idea di Wilderness si fonda quindi sulla totale assenza dell’uomo, ed è quindi un concetto che rifiuta l’antropocentrismo facendo emerge una volontà selvaggia della terra, volontà che si contrappone all’idea di ambiente umano dominato, sfruttato e ordinato dall’uomo che rappresenta la civiltà, ovvero tutto ciò che non è più selvaggio, ignoto, sconosciuto.

L’idea di Wilderness vista inoltre come paradigma tipico del frontiersman americano, del pioniere attratto dalle terre selvagge inesplorate e da una inclinazione libertaria. Secondo R.Nash per l’uomo della frontiera americana il Wilderness è visto come una continua lotta contro la natura e le sue forze; trovandosi dinanzi ad un mondo ignoto composta da vaste aree di natura selvaggia e primordiale abitate da popoli indigeni e animali ostili, l’uomo della frontiera si trova ad oscillare tra la volontà di conoscere e controllare l’ignoto e la tendenza nostalgica all’assoluta libertà dello stato selvaggio.

L’etnologo americano R.Nelson connette la sua ricerca etnoantropologica alle necessità ecologiche ed ambientali dell’era contemporanea, conferendo all’antropologia un carattere militante rendendo le culture di interesse etnografico materia capace di rispondere efficacemente ai problemi di natura ecologica del presente. Nelson rispecchia la tendenza di una parte dell’antropologia contemporanea di indicare alternative da seguire a partire dal confronto con l’alterità, ridimensionando l’antropocentrismo tipico del modello culturale occidentalecentrico.

Per concludere trovo interessante citare una frase estrapolata dal romanzo di J.Krakuer “Nelle Terre Estreme”: “Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.”

P.s. Fonte:  Valentina Rametta, Il desiderio del selvatico. La Wilderness come categoria antropologica dell’immaginario

 

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