La Violenza Urbana Esercitata dalla Città sull’Individuo

 

Quando si pensa al termine “Violenza Urbana” le prime immagini che ci vengono in mente sono quelle degli scontri di piazza che sfociano nella violenza diffusa esercitata dagli individui sulle cose, siano esse proprietà private come auto o negozi, siano esse proprietà comuni. In realtà in questa analisi con “Violenza Urbana” voglio sottolineare esattamente l’opposto, ovvero la violenza che il contesto urbano e la sua organizzazione votata al controllo e alla repressione esercitano sulle vite degli individui che abitano le città.

Credo infatti sia giunto il momento di iniziare un serio discorso e una cruda analisi in grado di mettere in luce la tensione esistente tra l’intento repressivo dell’organizzazione urbana e le strategie di resistenza e liberazione messe in atto da chi vive in questo contesto, ovvero di tutti coloro che sentendosi oppressi dall’organizzazione delle città provano a sperimentare forme nuove ed alternative di convivenza e modi d’uso creativo dello spazio cittadino.

L’organizzazione dello spazio urbano è per sua natura progettata per addomesticare I cittadini: è uno spazio alienante, repressivo e frustrante, pieno di regole da rispettare e di sguardi indiscreti. In questo momento storico la tendenza generale è quella di costruire agglomerati urbani dove gli abitanti sono sottoposti al costante e ossessivo controllo da parte delle varie autorità e del loro braccio armato, le forze dell’ordine e le forze armate che mascherano l’intento di militarizzare le città in nome di una serie di non meglio specificate “operazioni di sicurezza” o di “lotta al degrado urbano”.

Dovremmo iniziare tutti a prendere coscienza di questo intento repressivo e addomesticante dello spazio urbano in cui ogni giorno viviamo, lavoriamo e ci muoviamo in modo schizofrenico. Schizofrenia che descrive perfettamente la nostra stessa organizzazione sociale.

Schizofrenia a cui si sommano la paranoia e la paura, le quali diventano emozioni costanti nelle nostre vite e che sono le caratteristiche che dipingono perfettamente la vita sociale all’interno del contesto urbano, sorpatutto delle società capitalistiche occidentali; ed ecco allora che militari armati pattugliano le strade insieme ai poliziotti; ed ecco un aumento generale dei dispositivi di controllo come telecamere e zone ipercontrollate, come le stazioni, le piazze, le zone residenziali.

Bisognerebbe quindi avviare una riflessione ampia sulla qualità dello “spazio” nelle nostre città. Gli spazi nei quali la maggior parte della gente vive e trascorre la sua giornata sono sempre più spazi-spazzatura. Il concetto “junk space”, ovvero spazio-spazzatura, è stato coniato dall’architetto olandese Rem Koohlas. Pensate ai centri commerciali, ai complessi industriali, agli uffici, alle stazioni, alle metropolitane… enormi contenitori semivuoti, dove lo spazio eccede di gran lunga rispetto all’uso. Oggi le nostre città, dal centro alla periferia, fino all’amorfo ed anonimo hinterland, sono invase da spazi-spazzatura, nei quali l’individuo si aliena (gli spazi di lavoro) e nei quali si compiono azioni prive di qualsiasi componente sociale (i grandi magazzini, gli ipermercati, gli shopping center…). Questi sono non-luoghi (in merito ai quali scrissi un articolo qualche mese fa) vacui, brutti, anaffettivi, prede dell’anomia che esasperano il senso di alienazione, di controllo e di repressione che l’individuo tende a provare e subisce all’interno di uno spazio urbano rigido, freddo, apatico e nonostante la sua ossessiva frenesia tendente all’immobilismo generalizzato, all’inazione sociale e collettiva più radicale.

In contrasto agli spazi-spazzatura/non luoghi urbani troviamo gli spazi occupati che sono invece spazi vissuti, condivisi e abitati. Negli spazi occupati si cresce umanamente, artisticamente e politicamente. Purtroppo il destino degli spazi occupati é quello di essere demoliti, chiusi e sgomberati per essere riconsegnati ad una cittadinanza che non sa che farsene e che tornerà a dimenticarsi della loro esistenza. Gli spazi occupati sono solamente uno degli esempi che ci mostra come sia fondamentale riappropriarci dei non-luoghi come unica strada percorribile per sfuggire all’estenuante controllo sociale, all’ossessione per la repressione messa in atto dall’organizzazione del contesto urbano e all’anomia dilagante della società capitalistica moderna caratterizzata da non luoghi e spazi-spazzatura che alimentano l’individualismo più sfrenato a discapito del lato relazionale della vita sociale.

In poche parole riappropiarsi dei non-luoghi e degli spazi-spazzatura per sottrarsi alla quotidiana violenza che il contesto urbano infligge ai suoi abitanti, diffondendo autogestione delle proprie vite e degli spazi cittadini.

 (Centro Sociale Forte Prenestino – Roma)

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3 commenti su “La Violenza Urbana Esercitata dalla Città sull’Individuo

  1. Tiziano Gianni il said:

    Secondo me una enorme violenza che esercita la città, è la mancanza di natura selvaggia, di torrenti che corrono liberi nel loro alveo, di animali allo stato libero e selvatico, di alberi che crescono in libere associazioni con altre piante, di rocce libere da cemento e opere di contenimento, della pochissima presenza di erba selvatica, fiori selvatici, aria pura e rumori naturali (versi e canti degli animali, del vento).
    E’ un mondo reale ma innaturale, che mortifica il cuore ed i pensieri.
    Un mondo che ci separa dalla nostra Madre Terra, e dai nostri fratelli Animali e Piante.
    Li, nella Natura, c’è la libertà. Nella città, nella civiltà, c’è un tipo di vita innaturale, di scarso valore. E ormai più della metà della popolazione mondiale, vive in città.
    Mi accorgo che chi non è spesso a contatto con la Natura, perde di vista in Senso Profondo della Realtà.

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