“Quando la Xenofobia Mette Radici Nelle Urne”

 

Come si presenta oggigiorno ai nostri occhi l’Unione Europea se non come un’organismo sovranazionale pervaso da costante instabilità e dilaniato da una crisi politica ed economica?

Questo clima di perenne crisi economica iniziato nel lontano 2008 ha come conseguenza intrinseca il progressivo aumento dei sentimenti di scoraggiamento e di insicurezza dei cittadini europei che si riflettono in atteggiamenti ostili sia nei confronti della stessa Unione Europea in quanto istituzione, sia nei confronti delle differenti elitè politiche ritenute responsabili, non solo della crisi, ma sopratutto della svendita della sovranità dello Stato-Nazione, erodendo perciò l’importanza ed il peso politico delle singole nazioni europee assoggettate al volere dell’UE. Con l’inizio della crisi economica nel 2008 i cittadini europei hanno visto aumentare la propria insicurezza socio-economica, le difficoltà lavorative con conseguente aumento della disoccupazione e della precarietà occupazionale e l’incertezza nei confronti di un futuro che non sembra promettere scenari idilliaci. Ed è proprio in questo scenario che emergono e guadagnano consensi forze politiche radicali dai tratti marcatamente populisti e spesso vicine ad idee ultranazionaliste ed identitarie tipiche di una certa retorica e di certe idee di estrema destra.

Accanto alla crescita di consensi verso questi movimenti e partiti populisti dalla forte retorica nazionalista, xenofoba ed “euroscettica”, c’è da segnalare un’altra tendenza strettamente collegata alla crisi economica e alla crescente sfiducia verso le istituzione politiche-economiche dell’Unione Europea, ovvero l’aumento dell’astensionismo elettorale. La questione dell’astensionismo, che evidenzia un marcato malcontento popolare nei confronti delle istituzioni politiche rappresentative e disillusione verso le elitè governative, seguendo la mia inclinazione libertaria, di per se non è affatto un problema, anzi, tendenzialmente potrebbe essere visto in un ottica positiva se il diffuso ricorso all’astensionismo fosse dettato da una forte presa di coscienza politica e non solamente da semplice apatia-afasia che tendono a sfociare in un futile immobilismo generale, incapace perciò di contrapporre al sistema dei partiti, del voto e della delega una valida alternativa politica. Purtroppo però nella stragrande maggioranza dei casi questo astensionismo diffuso, sopratutto tra le classi popolari, è dettato semplicemente da disillusione verso la politica classica (un bene, non ci son dubbi su questo) ma che sfocia nell’immobilismo o nella disaffezione verso l’azione politica individuale-collettiva, rivelandosi perciò incapace di presentare concrete strade alternative da seguire per contrastare e delegittimare la politica istituzionale e rappresentativa.

Torniamo al discorso principale di questo articolo, ovvero l’ascesa politica sulle scene nazionali di attori, partiti e movimenti che riscuotono un ampio consenso e riescono a guadagnare voti attraverso una retorica fortemente nazionalista, fascista e xenofoba, e in alcuni casi indirizzata verso l’estrema destra di ispirazione neonazista (vedi Jobbik in Ungheria e Alba Dorata in Grecia). In Europa i maggiori partiti riconducibili a questo “filone” di estrema destra caratterizzato da un discorso politico incentrato sul populismo, il nazionalismo e il razzismo, possono essere individuati certamente nel Front National di Marine Le Pen (in Francia), nel Partito della Libertà Austriaco (FPO) e in Italia certamente nella Lega Nord e nel suo esponente Matteo Salvini (senza tralasciare attori minori più o meno ufficiosamente alleati della Lega come Forza Nuova e Casa Pound, questi ultimi si autodefiniscono “fascisti del terzo millennio”).

Il leitmotiv che sta alla base di entrambi i discorsi e le visioni politiche di Salvini e Le Pen è principalmente la feroce opposizione al fenomeno dell’immigrazione, argomento usato dai vari movimenti della destra razzista e populista per fare becera propaganda politica indirizzata a parlare alla pancia dell’elettorato facendo leva sulla crescente frustrazione popolare e la dilagante sfiducia dei cittadini. Dato che al centro del loro discorso politico “anti-europeista” o “euroscettico” venato di razzismo e discriminazione c’è appunto la dura e convinta opposizione al fenomeno dell’immigrazione, ecco che questi partiti e i loro leader incentrano la loro propaganda politica su temi marcatamente populisti come la chiusura delle frontiere, l’identità nazionale, il rafforzamento dello Stato-Nazione da contrastare all’Unione Europea, tutti argomenti che riescono facilmente a far presa su quegli strati sociali ormai sfiduciati e stremati dalle infinite promesse non mantenute dalla politica “tradizionale”. Come già detto questi partiti, queste “nuove” forze politiche, non si preoccupano minimamente di utilizzare un discorso politico permeato da xenofobia e razzismo, enfatizzando fino al limite del paradosso la teoria del “capro espiatorio”, dipingendo perciò la realtà in modo distorto e attribuendo le colpe della crisi economica, sociale ed occupazionale ad individui “esterni alla patria” o “esterni alla nazione”, ovvero gli immigrati e tutto ciò che viene definito “altro” e che, secondo loro, sfida la stabilità e l’omogeneità nazionale e la sua identità.

Il fattore che preoccupa maggiormente, sia in Italia che in Francia ma cosi anche nel resto dell’Europa, è il fatto che certi movimenti e partiti riescano a riscuotere un gran numero di consensi tra l’elettorato giovane, quello under 30. Un elettorato probabilmente ancor più sfiduciato rispetto alla generazione over 40, poichè si trova a dover affrontare l’insicurezza del futuro, la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro e la disillusione per le promesse di inserimento-ascesa sociale mai mantenute dalle elitè politiche a causa della crisi economica. E’ allarmante il fatto che molti, sopratutto tra i più giovani, vedano in questi personaggi e partiti populisti, razzisti e vicini a certe idee fasciste e di estrema destra la soluzione possibile alla crisi socio-economica e al vuoto lasciato dalla politica tradizionale e dalle elitè governative assoggettate alle direttive imposte dall’UE.

Altro dato allarmante, riscontrabile nell’ultimo decennio, è il progressivo allontanamento delle masse operaie e proletarie dai partiti storicamente vicini agli interessi e ai diritti dei lavoratori, ovvero i partiti di sinistra radicale o democratica. Questo allontanamento ha come conseguenza logica l’aumento dei consensi della classe operaia verso i partiti populisti analizzati sopra. Senza gridare allo scandalo questa tendenza può considerarsi senza grossi problemi un fatto di importanza e portata storica, anche dovuto al progressivo disinteresse della sinistra istituzionale nei confronti delle masse operaie-proletarie, storicamente la base stabile e maggioritaria del loro elettorato. Classe operaia che però oramai dimostra di non rispecchiarsi più in una sinistra istituzionalizzata che è andata via via allontanandosi dagli interessi e dalle preoccupazioni dei lavoratori.

L’ascesa politica della (più o meno estrema) destra populista, nazionalista e xenofoba europea rafforza il diktat romano “dividi et impera” volto a scatenare l’ennesima guerra tra ultimi e penultimi, dalla quale a trarne giovamento e vantaggi non sarà mai il popolo, ma ancora una volta le elitè politiche, questa volta però incarnate da “nuovi” attori come Salvini, Orban, Le Pen, in Europa, e da personaggi del calibro di Donald Trump al di fuori dei confini europei.

Ancora una volta si andrà a creare ciò che oggi la maggioranza dell’elettorato imputa alle classi dirigenti filo-europeiste, ovvero una netta scissione e una incolmabile lontananza tra gli interessi delle elitè e quelli del popolo. Si riprodurrà l’eterna scissione tra chi governa e chi viene governato, e a farne le spese sarà sempre il popolo, i singoli individui, che ancora una volta dovrà far i conti con la disillusione verso una politica istituzionale e rappresentativa, e con la frustrazione che essa genera. E magari dall’ampia percentuale di astensionismo diffuso in tutta Europa si possono porre le basi per un modo diverso di intendere la politica e l’organizzazione sociale, non più basata sulla delega ma piuttosto sull’azione politica diretta ed orizzontale, collettiva ed individuale, sperimentando un modello libertario di società che rigetta l’Unione Europea, lo Stato-Nazione, la democrazia rappresentativa e tutte le loro dinamiche orientate a mantenere e perpetuare l’eterna scissione tra chi governa e chi viene governato.

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