“Nè Servi, Nè Padroni” – A Proposito di Dominio, Obbedienza e Legittimità

Che cos’è il potere? In cosa consiste l’autorità? Ma soprattutto, come si chiedeva Etienne de la Boetie, perchè si obbedisce? Perchè esiste l’obbligo all’obbedienza? Perchè si legittima l’autorità ed il dominio che essa esercita sulle nostre vite? A tutte queste domande, prendendo spunto dal saggio “Ovunque in Catene” di Persio Tincani, proverò a dare una risposta cercando di far luce sul complesso rapporto che collega dominio, legittimità e obbedienza.

Partiamo con una ulteriore domanda, fondamentale punto di partenza per questo articolo: In che cosa consiste una situazione di dominio? Situazione di dominio si definisce una situazione nella quale le azioni di un soggetto, o un gruppo di soggetti, sono determinate dalla volontà di altri soggetti. Le situazioni di dominio, che quindi implicano la divisione gerarchica tra dominati e dominanti, si possono suddividere in tre tipologie se osservate dal punto di vista di chi viene dominato: potenza, potere e autorità.

La potenza rappresenta la manifestazione elementare del dominio, ovvero quella situazione nella quale l’azione del dominato è limitata dalla volontà del dominatore e il dominatore obbliga il dominato a tenere un determinato comportamento. Quindi brevemente la potenza delinea la situazione nella quale l’unico comportamento possibile per il dominato è quello che corrisponde e si allinea alla volontà del dominante. La definizione che da della potenza Max Weber potrà esserci utile in questo caso; infatti secondo Weber la potenza si realizza nel momento in cui un soggetto (dominante) impone la propria volontà in qualsiasi modo ad un soggetto subordinato (dominato) che conforma la propria azione ed il proprio comportamento sulla base di questa volontà dominante.

Il potere, che erroneamente si pensa come sinonimo di potenza, è una manifestazione più elaborata del dominio e consiste nella forma classica che assume il dominio di natura politica. Sempre Weber, a proposito del potere, lo definisce come “la possibilità di trovare obbedienza presso certe persone ad un comando che abbia un determinato contenuto”. La principale differenza con la potenza consiste nel fatto che, nel caso del potere, esiste una stabile aspettativa del dominante di conformità all’obbedienza da parte del dominato. Infatti ciò che definisce la situazione di potere è proprio il comportamento (atteso) del soggetto dominato che, dal punto d vista del dominante, dovrebbe essere di conformità al comando e quindi di obbedienza. Quindi la caratteristica fondamentale e fondante del potere è l’aspettativa del dominante di trovare obbedienza nel dominato; e questa relazione di potere resiste anche nel momento in cui l’obbedienza non si verifica e viene sostituita dall’atteggiamento di disobbedienza al comando e quindi al dominante. Al contrario, nel rapporto di potenza, quando subentra il comportamento disobbediente l’aspettativa di obbedienza viene delusa e quindi non resiste all’impatto. Nel rapporto di potere perciò anche in caso di disobbedienza il comando, o la norma, del dominante non viene ritirato o annullato, ma permane e l’atto disobbediente del dominato verrà punito con una sanzione.

La caratteristica probabilmente più importante del potere però è che questa particolare situazione di dominio persiste anche quando non viene emesso nessun comando da parte del dominante. Il dominante rimane quindi tale non perchè impartisce un comando o perchè impone la propria volontà, ma perchè l’obbedienza del dominato è attesa in quanto si stabilisce che il dominato riconosca la propria posizione di subordinazione rispetto al dominante; in breve la subordinazione del dominato al dominante è indipendente dal comando e permane perchè il dominato riconosce e accetta una situazione di gerarchia nella quale egli è subordinato a chi domina; una situazione di subordinazione nella quale il dominato accetta o si sente obbligato all’obbedienza. La situazione di dominio espressa dal potere esiste esclusivamente grazie alla presenza di credenze interiorizzate dal dominato in base alle quali egli accetta la propria posizione subordinata, accettando quindi di obbedire alla volontà del dominante.

In una situazione di potere la conformità al dominio non dipende (solo) dalla volontà di evitare sgradevoli conseguenze causate dal comportamento disobbediente, ma dal contesto nel quale è inserita la relazione di potere; ovvero un contesto strutturato su un generale obbligo e una diffusa accettazione della gerarchia e quindi dell’obbedienza. Il contesto di potere permette che la relazione di dominio sia stabile e definisca chiaramente i ruoli di dominato e dominante. Nel momento in cui si accetta tale situazione, tale relazione e tale gerarchia, l’obbedienza è conseguenza inevitabile di questa accettazione.

E’ ora di riprendere una delle fondamentali domande poste ad apertura di questo articolo: Perchè esiste l’obbligo all’obbedienza? Etienne de la Boetie nel suo importantissimo pamphlet sulla servitù volontaria, cerca di trovare una spiegazione ed una risposta valida alla fatidica domanda “Perchè si obbedisce?” arrivando alla conclusione, come scrissi in un vecchio articolo proprio in merito a questa questione, che la maggior parte degli uomini obbedisce perché ha voglia di obbedire, sceglie e desidera essere schiavo. Secondo Etienne de la Boetie infatti l’uomo nuovo (nato dalla divisone sociale tra chi domina e chi viene dominato) non ha perso la libertà, bensì la esercita orientandola alla servitù, la volontà di essere libero cede il posto al desiderio di essere servo. Tutto questo confluisce nella definizione di legittimità, caratteristica necessaria ed esclusiva del rapporto di potere, ovvero la credenza che la relazione dominato/dominante sia giusta e necessaria per il funzionamento della società. La legittimità in astratto però non è sufficiente. Per l’esistenza, e il perpetuarsi, della relazione di potere e dominio è essenziale infatti che questa credenza della necessità della relazione dominato/dominante esista e sia interiorizzata dai dominati perchè è dalla loro condizione subordinata di dominati, e quindi dal loro comportamento, che dipende il rapporto di potere.

Infine arriviamo all’ultima forma possibile che può assumere la situazione di dominio: l’autorità; ovvero una forma autonoma del potere che porta con se l’idea di un titolo di legittimità superiore che assicuri la gerarchia tra chi domina e chi viene dominato. L’autorità di per sè non appartiene all’individuo a titolo originario, bensì dipende dalla sua posizione e dalla sua relazione con istituzioni che ne legittimino il ruolo di dominio. Autorità diventa forma di dominio solamente nel momento in cui esiste la possibilità per un soggetto di imporre la propria volontà ad altri; la condizione necessaria per il passaggio da autorità a dominio è quindi la capacità del soggetto a cui viene conferita autorità di orientare secondo la propria volontà le azioni altrui, ovvero di esercitare il proprio dominio su un gruppo subalterno di dominati.

Come è emerso, tralasciando la definizione di potenza, il collegamento che unisce potere ed autorità con l’aspettativa di obbedienza da parte del dominante è appunto la questione della legittimità, condizione come visto necessaria per l’esistenza e la sopravvivenza della relazione di dominio. La legittimità può assumere svariate forme ma tutte si fondano sull’idea diffusa e sulla convinzione comune che l’obbedienza verso il dominante sia non solo cosa buona e giusta, ma addirittura qualcosa di necessario e imprescindibile. La legittimità quindi potrebbe essere definita come l’insieme delle ragioni che producono la credenza nei dominati che il potere e l’autorità esercitata dai dominanti sia giusta e di conseguenza sia giusto obbedirvi. In questo modo, se la legittimità del dominio consiste in un atto cieco di obbedienza all’autorità da parte dei dominati, la stabilità del rapporto di potere viene perpetuata poichè i dominati non mettono più in dubbio la loro condizione subordinata nè tanto meno il loro atteggiamento di obbedienza verso il dominante. Detto ciò si diffonde la credenza e la convinzione che la presenza del dominio e dell’obbedienza siano qualcosa da accettare in quanto ovvie, scontate e giuste; come un qualcosa di imprescindibile per il funzionamento della vita sociale e politica.

In una situazione di dominio, qualsiasi sia la sua forma (potenza, potere, autorità), è riscontrabile sempre la stessa costante, cioè il fatto che pochi comandino su molti, che gruppi esigui di individui esercitino potere e dominio su gruppi più numerosi di persone. Una situazione di dominio duratura come il rapporto di potere è chiaramente un’istituzione; e in quanto istituzione essa rimuove volutamente la domanda sulla propria legittimità. Possiamo quindi asserire senza alcun errore che, all’interno del rapporto di potere, se la domanda sulla legittimità è assente questo è da imputare particolarmente al gruppo dei dominati che ha deciso di non porsela e non porla, negandone in questo modo l’esistenza. Appare in questo modo ovvio come le strutture di dominio dipendano chiaramente dal fatto che una componente della relazione di potere (ovvero i dominati, coloro che subiscono il dominio) non mettano in dubbio e non considerino problematica la questione della legittimità e dell’obbedienza, bensì ritengono la divisione dominati-dominanti, e di conseguenza l’obbedienza dei primi ai secondi, come un inevitabile dato di fatto; un dato di fatto indiscutibile in quanto prodotto storico emerso come presunta verità assoluta dal passaggio dallo “stato di natura” hobbesiano alla “società civile” caratterizzata da strutture di dominio e obbedienza.

Forse però, per concludere questo lunghissimo articolo, riprendendo una massima cara al pensiero libertario, abbiamo sempre avuto ragione noi anarchici quando scandivamo queste parole: “Nè servi, nè padroni”. Per non esser più sfruttati e per non voler sfruttare, pace agli oppressi, guerra agli oppressori, padroni di niente e servi di nessuno!

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