I Non-Luoghi: il Trionfo dell’Anomia e della Standardizzazione

L’antropologo ed etnologo francese Marc Augè utilizzò il neologismo “non-luogo” per definire ed identificare tutti quegli spazi che, all’interno della sovramodernità, non rientrano nella definizione di luogo antropologico poichè non possiedono le tre caratteristiche principali proprie del luogo inteso in senso antropologico, ovvero il senso identitario, il senso relazionale e quello storico.

Il luogo antropologico deve essere innanzitutto identitario, ovvero deve caratterizzare l’identità di chi lo abita e lo vive. Inoltre deve essere relazionale, cioè deve trasmettere un senso di appartenenza comune che rende possibile l’emergere e l’instaurazione di rapporti e relazioni interpersonali. Infine il luogo in senso antropologico deve ricordare all’individuo le proprie radici storiche-culturale. Il luogo antropologico possiede una ambivalenza di significato poichè da una parte conferisce senso e identità a chi lo abita e dall’altra parte permette all’osservatore il riconoscimento del luogo e dell’identità che esso incarna.

All’interno dell’urbanistica moderna che caratterizza la società capitalistica l’individuo è assalito da sentimenti di smarrimento identitario, emarginazione e individualismo che si tramuta in solitudine. Ed è proprio in questo contesto che emergono e si espandono i non-luoghi come prodotti della sovramodernità capitalistica e che incarnano il senso di assoluta precarietà e di estremo individualismo trasudante solitudine tipici della nostra epoca storica. All’interno dei non-luoghi gli individui si muovono, transitano e si spostano senza però interagire e senza relazionarsi con lo spazio e tanto meno con gli altri individui. Il non-luogo rappresenta il (non)rapporto che si instaura e crea tra l’individuo e questi spazi in completa contrapposizione al luogo antropologico. Spazi come i centri commerciali o i mezzi di trasporto incarnano perfettamente la definizione di non-luogo poichè sono spazi nei quali svariate migliaia di individui si incontrano senza però entrare in relazione tra loro.

I non-luoghi sono caratterizzati dalla standardizzazione, sono luoghi in cui non viene lasciato spazio al caso, alla creatività e all’improvvisazione, perchè è tutto calcolato alla perfezione e dominato dalla logica del controllo estremo. I non-luoghi rappresentano perfettamente lo spazio fruibile dall’individuo generico, omologato, standardizzato che abbandona il suo carattere creativo e personale.

Come già riportato sopra, il concetto di non-luogo definisce il rapporta tra quest’ultimo e l’individuo, rapporto che si instaura a partire dal momento in cui l’individuo perde la sua personalità iniziando ad esistere solamente come mero consumatore, passando da individuo a semplice utente/cliente. All’interno dei non-luoghi perciò avviene una trasformazione del soggetto da individuo a semplice entità anonima, privata della coscienza e conoscenza individuale. In questo modo l’individuo si rende socializzato ed identificato solamente nel momento in cui entra o esce da un determinato non-luogo, mentre nel resto del tempo l’individuo continua ad essere caratterizzato da anomia e standardizzato ad altre migliaia di individui a lui uguali, fedeli alle regole vigenti all’interno dei non-luoghi; regole che non vengono messe mai in discussione ma anzi trovano una accettazione totalmente acritica.

Tirando delle conclusioni sul concetto di non-luogo possiamo dire che lo studio di questi spazi ha come fine specifico l’analisi del rapporto che si instaura tra l’individuo e appunto il non-luogo, rapporto che crea non solo anomia, ma sopratutto omologazione e individualismo dal sapor di solitudine. In poche parole possiamo definire il non-luogo come qualcosa di disumanizzato caratterizzato da non-relazioni tra individui che portano alla perdita di identità individuale e all’anomia e perciò all’omologazione.

Esistono però degli esempi di riappropriazione di questi non-luoghi all’interno della società capitalistica (sovra)moderna. Una delle più importanti tattiche dai forti connotati socio-politici che si contrappone e prova ad opporsi al proliferare dei non-luoghi è la cosi detta TAZ, acronimo che sta per Zone Temporaneamente Autonome, ovvero spazi sociali temporanei liberati dall’onnipresente controllo del capitalismo sovramoderno, una sorta di processo inverso di trasformazione del non-luogo in luogo antropologico. Le TAZ rappresentano zone in cui si conferisce nuovamente un ruolo centrale alla socialità, all’autonomia, all’autodeterminazione, alla creatività e nelle quali si instaurano rapporti interpersonali di carattere orizzontale.

Le TAZ sono solamente uno degli esempi che ci mostra come sia fondamentale riappropriarci dei non-luoghi, liberandoli, rendendoli identitari, relazionali e storici (in senso antropologico) come unica strada percorribile per sfuggire all’estenuante controllo sociale e all’anomia dilagante della società capitalistica dominata dall’individualismo e dall’omologazione.

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