Per un’antropologia militante (di Naven)

Ho già accennato ieri all’esistenza di Naven, un “foglio volante di antropologia” come lo definisce il collettivo che sta dietro a questo progetto. Adesso invece ritengo valido riportare per intero l’articolo che ho trovato più interessante e con cui mi son ritrovato d’accordo dal titolo emblematico “Per un’antropologia militante”. Un modo anche per far conoscere ai lettori di questo blog una realtà nuova come quella incarnata da Naven alla quale partecipano individualità che rispetto e stimo sia in ambito antropologico sia in ambito politico-militante. Buona lettura.

Per un’antropologia militante

“Con non poco successo abbiamo cercato di scuotere il mondo, tirando da sotto i piedi i tappeti, rovesciando tavolini da té, facendo esplodere petardi. Compito di altri è stato di rassicurare, il nostro quello di destabilizzare. Fra australopitechi, bricconi, consonanti avulsive, megaliti noi siamo insomma venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore.” C. Geertz

Che cos’è l’antropologia? E’ forse questo il titolo più inflazionato tra seminari, convegni, festival, programmazioni e dibattiti a tema antropologico. Soltanto in questi mesi del 2018 crediamo di averne contate quasi una decina. Ogni occasione è buona per tentare definizioni, stabilire programmi, immaginare percorsi teorici, dire tutto e il contrario di tutto, giustificare, giustificarsi, esaltare e crocefiggere. Il tutto con quel fare puntiglioso da primi della classe, di quelli attenti a mettere sempre i puntini sulle “i”, smarcandosi dai letterati, ma anche dagli scienziati, dai medici ma anche dai viaggiatori. Alla fine – come spesso accade – la questione si risolve nel nulla o quasi. Che cosa sia l’antropologia e a che cosa serva resta un mistero ai più e, probabilmente, nemmeno noi siamo riusciti a capirlo.

Dopo un po’ – però- questo spiccato gusto per il detournement fa perdere di vista gli obiettivi delle ricerche, lasciando intendere che l’antropologia sia un po’ di tutto e un po’ nulla. C’è allora chi pensa che sia quel vezzo bo-boe intellettuale che a noi occidentali, meglio se di buona famiglia, piace tanto [e così troppo spesso è]; chi la paragona alle scienze “dure”: la fisica, la matematica, la chimica; chi la pensa scienza sì, ma in una versione edulcorata; chi l’avvicina alla letteratura e chi, più semplicemente, non sa dove collocarla.

Forse perché tra tutte le “scienze” (e ci teniamo ben ai margini di un dibattito troppo grande per noi), le “scienze antropologiche” sono, a buon parere nostro e di tutti, le più autoreferenziali in assoluto. Tonnellate di pagine scritte in neanche due secoli di storia; fiumi d’inchiostri e libri stampati affollano gli angoli più remoti delle librerie più fornite e le vetrine di quelle indipendenti, “alternative” [chi più e chi meno]: dimenticati. A comprarli è spesso lo stesso studente di antropologia, obbligato a imparare a memoria [certosinamente quanto inutilmente] interi capitoli, o, in casi più rari, l’inconsapevole curioso//finto o presunto intellettuale (non si è mai capito chi c’è e chi ci fa), che arrivato all’ultimo con i regali natalizi opta per una scelta letteraria un po’ snob solo cercando di attirare l’attenzione di amici o parenti con “qualcosa di diverso”. Scienza timida dal disilluso fascino esotico, troppo spesso incapace di camminare sulle proprie gambe, fatica a costruirsi spazi di credibilità o d’interesse al di fuori dell’ambiente accademico. E quando lo fa, fa disastri.

Per l’opinione pubblica l’antropologo non esiste se non sui dizionari: “l’antropologo, chi è costui?” potremmo sentirci dire da amici e parenti. E come dargli torto. In effetti, a cercarlo, un antropologo – che faccia solo l’antropologo – praticamente non esiste. Si arrabatta a scrivere di un po’ di tutto, sconfinando nella narrativa e nel giornalismo, strizza l’occhio alle ONG e accetta quasi qualsiasi impiego, tradendo tradizioni teoriche, modelli metodologici, anni di studio e di vita; infine porta a casa il pane a costo di pesi sulla coscienza.

E allora perché una rivista di antropologia? Già. La verità è che ci andava, e questo basterebbe. Di cambiare il mondo non abbiamo la stoffa né, sicuramente, la voglia. Che però una certa volontà di uscire dalle ammuffite mura dell’accademia non sia un fatto singolo, ma un’esigenza diffusa, è da annotare. Si proverà a fare questo dunque, a condividere riflessioni e analisi con chi di antropologia sa poco o nulla, cercando di comprendere – e magari di far comprendere – che le possibilità di lettura di un evento, di una situazione, di un fatto, sono molteplici e talvolta tutte egualmente valide, e che un’altra realtà c’è, anche se non si vede [o non si vuol vedere].
Non si tratta di nozioni, è una questione di sguardo. Cambiare il nostro “modo di vedere le cose” null’altro è che tentare un approccio riflessivo verso ciò che accade [spesso neanche troppo lontano da noi] negli universi della politica, dell’attualità, delle storia, delle scienze e delle cose del mondo. Uno “sguardo antropologico” può essere utile a porre l’attenzione sul come si guarda e non sul dove si guarda, a istillare in noi quel “perpetuo principio d’inquietudine”, arma preziosa contro uno status quo che aspira al riconoscimento di “unico possibile”. Val bene un’antropologia dunque, ma che sia militante, che si spenda a dire la sua, che si imponga di entrare nel dibattito, di rompere le scatole, di punzecchiare, di infastidire. Di destabilizzare, appunto.

Sito di “Naven”: http://naven.altervista.org/

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