“Il Più Gelido di Tutti i Mostri” – Lo Stato è la Guerra Permanente

Il filosofo Thomas Hobbes sosteneva che le società primitive (ovvero quelle società che l’antropologo Pierre Clastres giustamente ama definire “contro lo Stato” piuttosto che “senza lo Stato”) fossero caratterizzate da una innata e costante tendenza alla violenza di tutti contro tutti e quindi immesse in un clima continuo di guerra perenne e di disordine. Stanno veramente così le cose? Aveva ragione Thomas Hobbes?

L’idea che la guerra sia una propensione naturale ed inevitabile dell’essere umano non ha molti riscontri nella storia dell’umanità precedente alla cosi detta “Civilizzazione”. Le comunità di raccoglitori-cacciatori mostrano infatti una generale avversione nei confronti della guerra; come dimostrano innumerevoli studi di antropologia ed etnologia esistono moltissimi popoli primitivi (Andamane, Shoshoni, Yahgani, Semai, ecc.) che non hanno mai intrapreso un’azione bellica degna di questo nome e altrettante popolazioni che ripudiano totalmente la violenza ed ogni manifestazione di essa, come i Fore della Nuova Guinea o i !Kung del Kalahari (entrambi popoli considerati dalla maggioranza di antropologi, etnologi, storici come esempi di gentilezza e non aggressività).

Margaret Mead, antropologa statunitense, sosteneva che la guerra fosse solo un’invenzione nefasta, non una necessità biologicamente determinata, dall’essere umano “civilizzato” poichè mosso da sentimenti aggressivi quali competizione, concorrenza, sopraffazione e rivalità. Un’altra antropologa statunitense, Ruth Benedict, evidenziò che la tendenza bellica non è la manifestazione dell’indole bellicosa dell’essere umano, bensì la conseguenza principale della mentalità tipica della società civilizzata fedele a valori feroci ed abituata ad un clima oppressivo che tende a perpetuare e ad esportare.

Possiamo quindi vedere come inizia a sgretolarsi la visione di Hobbes per quanto riguarda le società primitive e non statuali. E possiamo aggiungere, con il supporto della Storia, che la guerra e la violenza sono piuttosto le basi sulle quali si è fondata la civiltà e di conseguenza l’entità immonda conosciuta con il nome di Stato. Perchè come scrisse il grande anarchico Michail Bakunin “lo Stato è la guerra permanente”; ed infatti la legge suprema dello Stato è la conservazione di se stesso a tutti costi e con ogni mezzo e questa tendenza è comune a tutti gli stati moderni, poichè dal momento che esistono essi sono condannati alla lotta reciproca perenne.

Lo Stato si impone sulle popolazioni e i territori che controlla come entità che detiene il monopolio della violenza legittima; violenza esercitata sia all’interno che all’esterno dei propri confini, da una parte per mantenere l’ordine e il controllo sui propri cittadini e dall’altra parte per mantenere la propria indipendenza e di conseguenza per espandere la propria egemonia attraverso la guerra di conquista. Ed è per questo che oggigiorno sarebbe errato completamente pensare allo Stato-Nazione senza pensare alla sua manifestazione primaria, ovvero la guerra. Guerra organizzata e pianificata da strutture istituzionali con una sola principale finalità: estendere l’egemonia politica, economica e militare dello Stato. E’ la tendenza alla conquista il principio che sta alla base del comportamento predatorio dello Stato, il quale attraverso la guerra cerca appunto di conquistare territori, risorse e assoggettare popolazioni per estendere la propria egemonia e ampliare la propria sfera di influenza. Arriviamo quindi ad un paradigma tanto banale quanto vero: “Lo Stato è  la guerra perenne; di conseguenza la guerra è possibile solo con l’avvento dello Stato”.

Secondo Randolph Bourne la guerra è quell’attività che mantiene lo Stato in buona salute, poichè la guerra rafforza lo Stato ed il potere che esso esercita ricorrendo alla violenza o alla minaccia di essa. Heinrich von Treitschke sostiene che “se non ci fosse la guerra uno Stato non esisterebbe”; questo perchè la quasi totalità degli Stati oggi esistenti è nata in seguito ad una guerra ( e come disse Montesquieu “un impero fondato sulla guerra deve conservare se stesso con la guerra”) e quindi finchè ci sarà una moltitudine di Stati anche le guerre, di conseguenza, saranno presenti fino alla fine della storia. Un altro grandissimo filosofo del ‘800, Friedrich Nietzsche, evidenziò la natura intrinsecamente predatoria del “più gelido di tutti mostri”, ovvero “l’immoralità organizzata…la volontà bellica di conquista e vendetta”. Questa natura predatoria che anima il Leviatano lo spinge ad ingrandirsi sempre di più, ad allargare la propria sfera di dominio ed egemonia in aperto conflitto con altri Stati mossi da identico istinto predatorio.

Non è perciò errato affermare che la guerra sia la caratteristica tipica della civilizzazione e dello Stato, così come non lo è sostenere che le comunità primitive di cacciatori-raccoglitori ripudiano e provano un forte senso di disgusto nei confronti della guerra e della violenza. Sarebbe però errato pensare che i popoli primitivi rifiutino la violenza poichè animati dai valori della “non-violenza” intesa come ideologia tesa ad esprimere più il terrore per la violenza che non il rifiuto di essa come pratica intesa a sottomettere.

Marcello Bernardi, pedagogista italiano, distinse la violenza in due categorie, quella “distruttiva” (conseguenza della mentalità dell’aggressione e volta a sottomettere) e quella “non-distruttiva” (che oppone pratiche violente alla violenza di aggressione). Questa differenziazione della violenza va ricercata nel fine che essa si propone. Infatti la violenza animata da volontà di dominio utilizzata per imporre il proprio potere sugli altri cosi da controllarli è radicalmente diversa dalla violenza utilizzata per combattere questa aggressione ed imposizione di potere. Bernardi, rifacendosi più o meno direttamente ad una certa retorica anarchica, riassunse così: “La violenza dello sfruttatore non è come quella dello sfruttato che si ribella”.

Concludo riprendendo il concetto con cui ho aperto questo articolo, se Hobbes utilizzava il concetto di “Bellum omnium contra omnium” per riferirsi allo stato di natura, ovvero la condizione delle società primitive mancanti di una entità statale capace di garantire l’ordine e sopprimere gli istinti bellicosi individuali, mi permetto a mia volta di utilizzare lo stesso concetto di “Guerra di tutti contro tutti”, concetto che trovo maggiormente adatto a descrivere il comportamento tipico di quei “gelidi mostri” anche conosciuti come “Stati”.

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