A Proposito di Multiculturalismo, Interculturalismo e Pensiero Meticcio

In questo articolo, prendendo come punto di partenza il saggio antropologico “Le Nostre Braccia” scritto da Andrea Staid, proverò non solo a fare luce sulle differenze sostanziali che intercorrono tra termini troppo spesso abusati e utilizzati come sinonimi (ovvero Multiculturalismo, Multietnico, Interculturalismo, ecc…), ma vorrei provare anche ad evidenziare l’importanza del così detto pensiero “meticcio” come paradigma antropologico fondamentale per approcciarsi allo studio e all’analisi dell’alterità culturale e delle comunità umane.

Chi è appassionato di antropologia e discipline affini è perfettamente conscio dell’importanza dell’identità nella vita dell’essere umano. Questo perchè l’identità permette di rispondere a due domande problematiche che l’uomo, partendo dalla suddivisione dell’umanità tra noi e loro, si pone: chi sono io? chi sono gli altri?, sono queste le domande che attanagliano la mente dell’uomo in ogni epoca e in ogni contesto storico. Credo sia utile però ricordare che l’identità culturale può essere analizzata secondo due punti di vista; infatti se da un lato permette una visione particolare del mondo, aiutandoci ad interpretare e semplificare la sua complessità, dall’altro lato l’identità impedisce di comprendere completamente le ragioni degli altri, conducendo quindi spesso, a partire da una visione etnocentrica dell’alterità culturale, all’intolleranza, ala discriminazione e al razzismo. Incontrare l’altro significa incontra l’alterità culturale in quanto ognuno vede il mondo in modo soggettivo e a partire da una propria esperienza personale.

L’errore (forse) più grande commesso dall’antropologia classica è stato quello di considerare le differenti identità culturali come entità ed oggetti monolotici, chiusi, rigidi e perciò non suscettibili di cambiamento o trasformazioni. La realtà dei fatti però è ben diversa; infatti ogni identità culturale è il risultato di un continuo processo di costruzione sociale, politica e culturale, ed è quindi in continua trasformazione, mutamento. Essendo prodotti storici suscettibili di cambiamento, le identità etnico-culturali non possono essere considerate omogenee, chiuse, fissate, bensì bisogna vederle come immesse in un processo di costruzione continua; le identità culturali sono sempre in movimento. E’ impossibile pensare ad una civiltà senza rendersi conto che essa esiste solamente grazie ad un processo storico di contatto, scontro e ibridazione tra popoli differenti portatori di tratti culturali differenti. E’ proprio per questa continua ibridazione e contaminazione tra popoli e culture differenti che è impensabile definire la cultura come un blocco omogeneo e inalterabile nel tempo. Così come è totalmente errato credere nell’esistenza di una fantomatica “cultura originariamente pura”, poichè ogni identità culturale è fin dalla sua nascita il prodotto di una contaminazione. L’impatto di una nuova cultura su una cultura autoctona è segnato dal confronto-scontro tra due modi differenti di vedere ed interpretare il mondo che partono dalle differenti categorie culturali che abbiamo interiorizzato a partire dalla socializzazione primaria. Questo confronto-scontro tra culture differenti permette alla cultura autoctona, che si sente “invasa”, di selezionare elementi della cultura nuova, cercando di rielaborarli e normalizzandoli all’interno della propria identità culturale.

All’interno della società contemporanea, influenzata in modo massiccio dalla globalizzazione, sono emersi differenti paradigmi interpretativi per analizzare il rapporto con l’alterità cultural-etnica. Sentiamo sempre più spesso infatti parlare di multiculturalismo e interculturalismo, termini spesso utilizzati come fossero sinonimi intercambiabili anche quando in realtà ognuno di loro si riferisce ad una specifica interpretazione della società moderna. Il multiculturalismo infatti contempla la semplice convivenza tra culture diverse all’interno della stessa società; convivenza che però implica che i gruppi sociali appartenenti a culture ed etnia differenti occupino spazi diversi e opposti all’interno del contesto sociale, rendendo non solo difficile ma praticamente impossibile l’incontro ed il dialogo. La visione multiculturale vede le identità culturali come dei monoliti immobili e immutabili nel tempo e nello spazio. Il limite principale del multiculturalismo è la sua incapacità o indifferenza nel far dialogare e relazionare tra loro culture differenti, mantenendolo omogenee e lontane, impedendo qualsiasi forma di ibridazione e confronto. L’interculturalismo al contrario auspica che all’interno della società moderna multietnica prevalgano gli atteggiamenti di conoscenza e scambio reciproco tra le differenti culture/etnie e che all’interno della società multietnica tutte le culture possiedono pari dignità e convivono su un piano di uguaglianza. La visione interculturalista rigetta completamente l’idea che possano esistere culture superiori o inferiori, contrapponendo ad essa semplicemente l’idea dell’esistenza di culture differenti tra loro. La problematica maggiore che emerge dall’adozione della visione interculturalista probabilmente si manifesta nell’espressione di un culto quasi morboso verso l’alterità cultural-etnica; questo porta a concepire le culture come un qualcosa da proteggere da qualsiasi tipo di ibridazione e contaminazione e tende a valorizzare i contenuti culturali che fan leva sul sentimento identitario. Se la parola d’ordine del multiculturalismo è “separare per dominare”, possiamo senza troppi problemi sostenere che quella dell’interculturalismo è “separare per proteggere”. E si arriva al punto di incontro tra i due approcci, ovvero il problema commesso da entrambi: la separazione tra le culture. La cultura (le identità culturali) non deve nè esser dominata nè esser protetta; le culture non devono esser separate perchè tale atteggiamento porta solamente all’emergere di sentimenti discriminatori, frammentazione sociale e rivendicazioni dettate dalla costruzione artificiale di identità nazionali.

A questi due paradigmi interpretativi si contrappone il modello meticcio (o meticciato, o ancora pensiero meticcio), ovvero una modalità di pensiero che si manifesta senza regole prestabilite attraverso il continuo incontro, scambio e condivisione tra individui appartenenti a mondi culturali differenti. Se l’antropologia è “un sapere che fa della molteplicità irriducibile delle soluzioni umane il suo interesse principale e il suo punto di forza” come scrive Remotti, allora approcciarsi allo studio delle comunità umane partendo da un pensiero meticcio è l’unica soluzione che permette di annullare l’assunto gerarchico secondo il quale “noi”(portatori dell’unica e vera cultura) studiamo “loro”(l’alterità culturale). Con l’avvento della globalizzazione e con l’aumento dei flussi migratori le società moderne son diventate sempre più comunità meticce; risulta quindi non solo impossibile ma anche alquanto grottesco, nel mondo globalizzato di oggi, rinchiudersi in una sola cultura, in una sola identità culturale considerata pura e immutabile. Il modello meticcio a differenza di altri modelli interpretativi sopracitati, è pienamente consapevole del carattere cangiante delle identità culturali e per questo non smette di sottolineare che ogni cultura è in continua trasformazione e cambiamento. Il modello meticcio può e deve quindi insegnarci che nel mondo contemporaneo nel quale convivono a contatto svariate culture differenti, è impossibile pensarsi bloccati in una sola identità culturale. E allo stesso tempo il pensiero meticcio smaschera ogni possibile e presunta “purezza culturale originaria” da difendere dall’ibridazione con l’alterità culturale; citando direttamente Laplantine: “Alla nozione di purezza originale noi opporremmo la nozione freudiana di “perverso, polimorfo”, applicata alla cultura. Questo significa che l’identità culturale, nel modo in cui spesso è stata appresa non esiste affatto”.

Per concludere ritengo sia utile citare direttamente Andrea Staid per sottolineare che “con il meticciato nulla è mai definitivo, stabilizzato o fissato, non possiamo immaginare che prenda il potere, che diventi dominante.” E ancora: “E’ il pensiero di un mondo dove si riconosce eguale dignità alle diverse culture ma sopratutto che auspica a un mescolamento, teso al cambiamento, a un’ibridazione continua che sappia adattarsi ai tempi in cui vive, dove le culture vanno messe nelle condizioni di cambiare più rapidamente e felicemente possibile”. Il pensiero meticcio quindi non esiste mai allo stato puro, originario ed intatto, ma solamente nel rapporto e nella relazione con l’alterità. Per questo possiamo definire il pensiero meticcio come il “pensiero della trasformazione”, parafrasando il solito Laplantine.

One thought on “A Proposito di Multiculturalismo, Interculturalismo e Pensiero Meticcio

  1. Tiziano Gianni il said:

    Purtroppo la globalizzazione ci stà portando verso la unica cultura : lo ritengo spaventoso, abominevole.
    Ma non durerà tanto. Siamo dentro la Sesta Estinzione di Massa, e la specie umana si estinguerà entro tempi molto brevi.
    Di sicuro questa globalizzazione finirà ancora prima, e le culture si torneranno a differenziare perchè non ci sarà più la possibìlità di viaggiare su auto, navi, aerei, treni, biciclette, e si riformeranno tante isole culturali.
    Il collasso di questa terrificante cultura unica, è vicino.
    Sopravviveranno pochi di noi, alcuni milioni su tutto il pianeta, e poi, spariranno anche quelli, in pochissimo tempo.
    Siamo noi, la causa di questa Sesta Estinzione di Massa.
    La cultura tecnologico-industriale-antropocentrica, la civiltà.