“Resistenze Montane e l’Arte di Non Farsi Governare” – Stefano Boni

James C. Scott è un accademico libertario che negli ultimi tre decenni ha studiato il rapporto
tra dominio (padronale, statale, schiavista) e insubordinazione sociale, principalmente in
Malesia, Sud-Est Asia. Già alla fine degli anni Settanta, quando molti degli studi di scienze
umane erano ancorati al paradigma marxista e rivoluzionario, ha pubblicato “The Moral
Economy of the Peasant: Rebellion and Subsistence in Southeast Asia” (Yale University Press,
1979), che descrive le minute resistenze dei contadini malesi per evitare le tasse, le imposizioni
padronali e le invadenze governative. In “Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant
Resistance” (Yale University Press, 1985), le forme di silenziosa ribellione dei contadini
sono esaminate in prospettiva comparativa, illustrando le strategie eversive in vari circuiti
culturali. Scott invita a soffermarsi sui tentativi del corpo sociale di sottrarsi alle imposizioni
tramite sovversioni quotidiane e invisibili ai poteri piuttosto che sui grandi eventi rivoluzionari.
In “Il dominio e l’arte della resistenza” (1990, Eleuthera, 2006), la tesi centrale di Scott è che le masse popolari in diversi contesti culturali non hanno aderito alla ideologia propagandata dai poteri forti. Sebbene pubblicamente e ufficialmente i dominati applaudissero e si prestassero a fare parte dei rituali dei potenti senza ribellioni esplicite, i “verbali segreti”, propri dei contesti in cui gli oppressi erano liberi di esprimersi, deridevano i potenti e comunicavano volontà di eguaglianza e vendetta.

In “Seeing Like a State: How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed”
(Yale University Press, 1998), l’analisi di Scott si sofferma sulla notevole capacità di penetrazione dello Stato moderno e contemporaneo sulla vita quotidiana. Secondo Scott le amministrazioni, grazie ad apparati tecnologici sempre più sofisticati, riescono ad esercitare un notevole controllo sul corpo sociale, imponendo misure che lo rendono omogeneo e leggibile, ovvero ispezionabile secondo canoni burocratici. La schedatura di vari aspetti del territorio e del tessuto sociale è indispensabile allo Stato per poter intervenire con rapidità ed efficacia nella implementazione delle sue politiche. Da un lato quindi lo Stato acquisisce informazioni che facilitano le sue operazioni, dall’altra, mediante i suoi interventi, lo Stato trasforma il reale per renderlo semplice, codificabile, quantificabile secondo le logiche di lettura dello Stato. Tra i campi di intervento dell’invadenza statale, Scott esamina la standardizzazione nell’uso dei cognomi per poter schedare la popolazione; l’abbattimento di quartieri difficilmente penetrabili perché caotici e ingovernabili sostituiti da isolati squadrati tagliati da viali dove esercito e polizia possono muoversi facilmente
e velocemente; la registrazione dei diritti fondiari eliminando gli usi comuni; l’imposizione di una agricoltura ‘scientifica’ e centralmente pianificata; la codificazione nazionale delle unità di misura. Nell’imporre le proprie logiche di omogeneità e controllo burocratico, lo Stato soffoca quella che Scott chiama la mtis, ovvero il sapere pratico, il modo di fare locale e peculiare, sviluppato dall’esperienza pratica delle varie comunità.

L’ultimo libro, “The Art of not being governed. An anarchist history of upland southeast Asia” (Yale University Press, 2009), mi pare particolarmente coerente con i temi proposti da Nunatak. Scott sostiene che in un’enorme area dell’Asia sudorientale, equivalente alle dimensioni dell’Europa, non si sono consolidati Stati fino a metà Novecento. Questa area, chiamata Zomia dall’autore, comprende le colline e le montagne di vaste aree delle attuali Laos, Cambogia, Tailandia, Birmania, India, Malesia. Le riflessioni e le analisi sono estese, oltre le peculiarità di Zomia, alle popolazioni che hanno cercato di sottrarsi alla dominazione statale, ovvero ai Pashtun, rom, cosacchi, berberi, comunità amazzoniche, nonché agli scozzesi e irlandesi
pre-annessione. La tesi di fondo per Zomia è che nelle vallate caratterizzate dalla coltivazione di riso si
creano Stati che controllano contadini sedentari, tassabili, costretti al lavoro forzato, arruolabili. Nelle colline, nei terreni impervi e soprattutto in alta montagna dove ci sono serie difficoltà di trasporto per merci ed eserciti, prevale una società egualitaria e frammentata: le esperienze di centralizzazione del potere in Stati sono rare ed effimere. Secondo Scott, se in alcuni periodi di particolare prosperità dello Stato prevale lo spostamento di popolazione dalle colline alle vallate, in genere avviene il contrario: i contadini degli Stati sono attratti dalla libertà e dall’uguaglianza delle comunità collinari e montane perché prive di guerre, leggi, imposizioni, tasse ed epidemie (più frequenti dove c’è una concentrazione della popolazione). Le alture accolgono contadini impoveriti dalle tasse, uomini indisposti ad arruolarsi, fuorilegge, disertori ed interi villaggi che fuggono dall’arrivo eserciti. Gli Stati si trovano spesso alla ricerca di contadini da tassare, ottenuti con spedizioni schiaviste in collina: il bottino umano veniva ricollocato in vallata e obbligato a
produrre riso.

Le comunità che si organizzano nelle colline hanno le seguenti caratteristiche.
1. L’economia si basa su caccia e raccolta, pastorizia, brigantaggio, agricoltura itinerante
(con una preferenza per coltivazioni che crescono velocemente e sono difficili da trasportare).
In alcuni periodi le colline riescono ad imporre il pagamento di tributi agli Stati a valle.
2. La residenza è mobile. Alcuni gruppi si muovono con continuità altri son pronti a farlo se
si avvicinano guerre o spedizioni schiaviste. La capacità di segmentarsi e disperdersi manda
a vuoto i tentativi di conquista statale.

3. L’identità religiosa è eclettica, sincretica ed eretica: non si seguono i canoni, la liturgia, i
dogmi della religiosità ufficiale, associata ai poteri politici statali. L’identità etnica è plurima
e cangiante, spesso vivono a stretto contatto gente con origini diverse, formando un mosaico
culturale complesso, mutevole, ibrido.
4. L’organizzazione sociale è tendenzialmente egualitaria, basata su fragili accordi tra comunità
e reti familiari. Quando il potere si accentra, a volte prendendo la forma di protoStati,
segue rapidamente una fase di dissoluzione e frammentazione. Quando esce sconfitto
in un conflitto, assume atteggiamenti dispotici o è lacerato da fratture interne il proto-Stato
si disgrega e perde settori di popolazione che si allontanano dal suo raggio di azione.
5. C’è una cosciente dimenticanza della scrittura per lasciare spazio all’oralità che garantisce
il flusso e la negoziabilità della memoria. Sono assenti storie ufficiali o etniche.

La storia che si racconta è la storia dei vincitori, tra i vincitori di questi ultimi secoli ci sono gli Stati. Questi hanno propagandato e imposto tramite le istituzioni che hanno generato (scuola, informazione, media) una narrazione della storia centrata su un cammino verso un progresso positivo e indubitabile che porta verso… lo Stato. Scott dimostra che la storia del sud-est asiatico e di altre popolazioni che sono vissute fuori dal controllo di Stati non è comprensibile secondo lo schema egemonico. Lo Stato si afferma solo in certe nicchie ecologiche; altre, anche estese, accolgono gente che rifiuta il lavoro agricolo intensivo e l’autorità
Statale. Queste comunità collinari e montane non possono essere considerate degli aborigeni in attesa della redenzione evolutiva statale ma il frutto di un continuo flusso di umanità che rifiuta lo Stato e si organizza sulle alture per tenerlo a distanza.

 

[Articolo scritto dall’antropologo italiano Stefano Boni per il numero 23 della rivista Nunatak, rivista di storie, culture, lotte della montagna]

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