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Distruggere la Merce, Saccheggiare l’Esistente

La lotta degli operai contro la merce è il vero punto di partenza della rivoluzione. Essa fa vedere chiaramente come il piacere di essere se stessi e di gioire di tutto passa attraverso il piacere di distruggere in modo totale ciò che ci distrugge ogni giorno. (Raoul Vaneigem)


Ho già trattato sulle pagine di Nulmal della pratica del saccheggio nell’articolo “In Difesa del Saccheggio”, nel quale proponevo la traduzione di alcuni estratti di un testo scritto da Vicky Osterweil in cui, non solo viene analizzata tale pratica in un’ottica estremamente approfondita, ma se ne riconosce e sottolinea una sua validità storica e politica. Oggi torno a concentrarmi sul saccheggio della merce (e anche della sua distruzione), vedendo un collegamento diretto con altri importanti momenti di rivolta a sfondo razziale come i riots che hanno incendiato il quartiere di Watts a Los Angeles nell’agosto del 1965 e successivamente la zona di South Central sempre a L.A. nella primavera del 1992, i quali mostrano un continuum interessante con quanto successo in seguito all’omicidio di George Floyd per mano poliziesca. Perché dare così tanta attenzione alla pratica del saccheggio? Per la sua attualità e per il suo ruolo, ovvero quello di negare l’economia mercantile-capitalistica e il suo spettacolo, perchè manifesta il desiderio di riappropriarsi del tempo libero rubatoci dal lavoro salariato e del plusvalore che ci viene sottratto, nonché di imporre una discontinuità radicale con le relazioni sociali regolate unicamente dalle categorie del consumo e del profitto. Perché, in fin dei conti, il saccheggio, e in una relazione di continuitá e/o compresenza, la distruzione della merce, sono pratiche intrinsecamente rivoluzionarie in quanto mettono in discussione l’assunto principale su cui si basa il capitalismo, ovvero la proprietà privata.

In difesa del saccheggio (di Vicky Osterweil)

Distruzione della merce e saccheggio si manifestano dunque come pratiche spesso in continuità o contemporaneità, una relazione traducibile in quella tensione che oscilla tra la distruzione dell’esistente o la sua riappropriazione. Se da una parte si saccheggiano i grandi centri di distribuzione, i supermercati, i centri commerciali per riappropriarsi e servirsi liberamente della merce, dall’altra nei momenti di insurrezione e rivolta possiamo spesso notare un’attacco diretto volto a dare alle fiamme la merce stessa e i templi del consumo, o ancora utilizzare la merce saccheggiata per costruire barricate con cui difendersi dalla repressione poliziesca o per modificare, secondo i propri desideri, l’urbanistica e l’organizzazione degli spazi urbani. Proprio come in un potlatch kwakiutl, in fondo distruggere la merce o i beni accumulati manifesta il rifiuto della proprietà privata.

Le impetuoso rivolte e le oceaniche manifestazioni che hanno incendiato la società e le città statunitensi a seguito all’omicidio poliziesco di George Floyd, hanno rappresentato qualcosa di estremamente importante sia a livello di quantità che dal punto di vista della qualità. Partendo da rivendicazioni e tensioni antirazziste e di abolizione della polizia, il movimento Black Lives Matter così come forme più spontanee di organizzazione tra rivoltosi e di azioni, hanno portato a momenti in cui il livello del conflitto sociale è sembrato giungere ad un punto di impossibile ritorno a quella normalità anelata dall’economia capitalista-mercantile e dallo stato. Nessuna pacificazione sociale sembrava poter mettere freno alla gioia e alla rabbia degli insorti e degli oppressi finalmente divampate, la macchina dello spettacolo mercantile, e il tempo scandito da essa, era stata interrotta e con essa le sue relazioni mediate dal consumo, i suoi ruoli spettacolari di consumatori-produttori e le dinamiche di profitto. Il desideri e le tensioni individuali e collettive degli oppressi, in prevalenza non bianchi, sono tornati a prevalere sulla dimensione economica che sembra dominare le nostre esistenze in tempi di quiete e “normalità”.

Sarebbe però un grave errore pensare all’incendio della caserma di Minneapolis o all’esperienza della CHAZ di Seattle come qualcosa di assolutamente inedito all’Inter della storia statunitense e soprattutto all’interno della storia delle sommosse e delle rivolte delle persone nere e non bianche contro il razzismo strutturale e istituzionalizzato che attraversa l’intera società e cultura USA. È interessante da un punto di vista storico, quanto politico e addirittura antropologico, vedere in altri momenti di insurrezione e rivolta contro il razzismo poliziesco che hanno interessato la società statunitense un continuum di pratiche, tensioni, rivendicazioni, analisi e obiettivi con quanto successo nei mesi scorsi. E soprattutto soffermarci ancora una volta su come la pratica del saccheggio e della distruzione della merce, siano una costante nei momenti di rivolta contro l’esistente capitalista e la sua oppressione. Dopotutto come ha scritto qualcun* su un muro a Kenosha (Wisconsin), dopo l’ennesimo tentato omicidio di un afroamericano per mano poliziesca, “Avete rubato più di quanto noi potremmo mai saccheggiare”. Dunque contro l’alienazione dello spettacolo mercantile, saccheggiare l’esistente è l’unica possibilità che abbiamo per scuoterci di dosso la rassegnazione e prenderci il presente.

Saccheggiando le parole di Vaneigem: avete già provato il desiderio di bruciare una organizzazione commerciale di distribuzione (supermercato, magazzino di vaste dimensioni, deposito)? In sostanza noi siamo stufi delle apparenze, della noia e dell’essere spettatori; E noi lottiamo di già, coscientemente o no, per una società in cui la vera fine della merce è nel libero uso dei prodotti creati attraverso la fine del lavoro forzato. Contro il lavoro che impedisce l’abbondanza e produce solo il riflesso menzognero, noi vogliamo l’abbondanza che invita alla creatività e alle passioni. Contro l’oppressione della merce e del suo spettacolo, l’unica strada che si apre dinanzi ai nostri occhi non può essere altra che quella dell’insurrezione. Distruggiamo dunque la merce e saccheggiamo l’esistente capitalista-mercantile.


L’11 agosto del 1965 iniziarono, nel quartiere-ghetto multietnico e nero di Watts a Los Angeles, una serie di rivolte e disordini in seguito all’arresto per guida in stato di ebrezza di Marquette Frye, uomo afroamericano. Fin dalle prime ore dell’arresto, alcune persone nere iniziano a ritrovarsi fuori dalla questura per portare solidarietà all’arrestato e contestare l’operato della polizia, protestando contro il razzismo strutturale della società statunitense che regola(va) l’operato anche degli apparati repressivi dello stato. Nel giro di poche ore e centinaia di rivoltosi7e iniziano ad assaltare il dipartimento di polizia locale, mentre la madre e il fratello di Frye vengono arrestati con l’accusa di incitamento alla violenza e alla rivolta. I riots deflagrano presto in direzione dei saccheggi dei negozi e dell’incendio degli edifici, presi di mira in quanto simbolo dell’oppressione, dello spossessamento e della segregazione secolare subita dalla popolazione nera e non bianca negli Stati Uniti. Saccheggiare la merce e scontrarsi con la polizia rientrano dunque nello stesso schema spettacolare, in quanto, per dirla ancora una volta con Vanegeim, il poliziotto è il cane da guardia del sistema mercantile. Dove la menzogna della merce non basta più ad imporre l’ordine, egli esce col suo casco dalle cosce della classe o della casta burocratica dominante. 

L’accenno, estremamente parziale, alle rivolte di Watts vuole fungere da minimo contesto generale per permettere di comprendere al meglio l’estratto che andrete a leggere di seguito. Un frammento tratto direttamente da “Il declino e la caduta dell’economia mercantil-spettacolare” (in Internazionale Situazionisti, numero 10, marzo 1966) che analizza e si concentra sulla pratica del saccheggio della merca nel contesto dei sei giorni di rivolta che hanno interessato il distretto di Watts nell’agosto del 1965.


“Il saccheggio del quartiere di Watts ha manifestato la realizzazione più sommaria del principio bastardo «A ciascuno secondo i suoi falsi bisogni», i bisogni determinati e prodotti dal sistema economico che il saccheggio per l’appunto respinge. Ma nel momento in cui questa abbondanza viene presa in parola, raggiunta nell’immediato, e non più indefinitamente inseguita nella corsa del lavoro alienato e dell’aumento dei bisogni sociali differiti, i veri desideri si esprimono già nella festa, nell’affermazione ludica, nel potlatch distruttivo. L’uomo che distrugge le merci dimostra la sua superiorità umana su di esse. […] I grandi frigoriferi rubati da persone che non avevano l’elettricità, oppure cui era stata tagliata la corrente, è la migliore immagine della menzogna dell’abbondanza diventata verità in gioco. La produzione mercantile, quando cessa di essere acquistata, diventa criticabile e modificabile in tutte le sue forme particolari. Solo quando essa viene pagata con il danaro, in quanto segno di un certo grado nella sopravvivenza, allora è rispettata come un feticcio da ammirare.
La società dell’abbondanza trova la sua risposta naturale nel saccheggio, poiché quella non era affatto abbondanza naturale e umana, era abbondanza di merci. Il saccheggio, che istantaneamente fa crollare la merce in quanto tale, svela anche l’ultima ratio della merce: la forza, la polizia e gli altri distaccamenti specializzati che nello Stato possiedono il monopolio della violenza armata. Che cos’è un poliziotto? È il servitore attivo della merce, è l’uomo totalmente sottomesso alla merce, per la cui azione il prodotto del lavoro umano resta una merce la cui volontà magica è di essere pagata, e non volgarmente un frigorifero o un fucile, cose cieche, passive, insensibili, sottomesse al primo venuto che le userà. Dietro l’indegnità che c’è nel dipendere dal poliziotto, i neri rigettano l’indegnità di dipendere dalle merci. Senza futuro mercantile, la gioventù nera di Watts ha scelto un’altra qualità del presente, e la verità di tale presente fu a tal punto irrecusabile da trascinare con sé tutta la popolazione, le donne, i bambini, fino ai sociologi che vi assistevano in quel momento. Una giovane sociologa nera di questo quartiere, Bobbi Hollon, dichiarava in ottobre all’Herald Tribune. «La gente prima si vergognava di dire che veniva da Watts, lo mormorava appena. Adesso lo dicono con orgoglio. Ragazzi che portavano sempre la camicia aperta fino alla vita e vi avrebbero fatto a fette in mezzo secondo, sono tornati qui ogni mattina alle sette. Organizzavano la distribuzione del cibo. Sicuro, non bisogna farsi illusioni, l’avevano saccheggiato… Tutto quel blabla cristiano è stato usato da troppo tempo contro i neri. Questa gente potrebbe saccheggiare per dieci anni e non recuperare la metà dei soldi che le hanno rubato nei negozi in tutti questi anni… Quanto a me, io sono solo una ragazzina nera.» Bobbi Hollon, che ha deciso di non lavare mai il sangue che ha macchiato le sue scarpe di corda durante la rivolta, dice che «ora il mondo intero guarda al quartiere di Watts”

Frammenti sulla Zona Autonoma di Seattle

Come scrivevo nell’articolo con cui annunciavo il cambio di nome, con conseguente seppur lieve inversione di rotta, di questo blog: “… solo una rottura dell’ordine costituito può far intravedere la possibilità di sperimentare modi di vivere diversificati. L’unica possibilità che NULMAL prende in considerazione è quindi quella di sconvolgere questo mondo e sovvertire l’esistente e l’oppressione che impone sulle nostre vite, aprendosi alla sperimentazione di modi di vivere altri…” E un’esperienza, seppur breve, come quella rappresentata dalla CHAZ, la zona autonoma di Capitol Hill, emersa in un momento di forti mobilitazioni e rivolte che hanno attraversato la società statunitense in nome dell’antirazzismo o della volontà di abolire la polizia, sottolinea al meglio l’idea di farla finita con questo esistente fatto di oppressione e alienazione, aprendosi ad infinite possibilità e infiniti modi di vivere altri da quello dominante e dominato dallo spettacolo mercantile. Per sovvertire nelle viscere questa esistenza “definitivamente frammentata in isolati chiusi, in società sorvegliate; la fine delle possibilità di insurrezione e di incontri; la rassegnazione automatica” (Potlatch, n°5, luglio 1954), affinchè si possano intraprendere, insieme ad individualità dalle tensioni affini, percorsi certamente ignoti e tortuosi verso una vita non migliore, bensì radicalmente diversa.

Sulla scia delle rivolte e delle manifestazioni riconducibili al movimento Black Lives Matter, emerse a seguito dell’omicidio di George Floyd per mano poliziesca a Minneapolis, che hanno investito gran parte delle città statunitensi, verso l’8 di giugno a Seattle, un’intero quartiere della città è stato occupato e così sottratto al controllo poliziesco e all’oppressione dell’economia mercantil-spettacolare. A 101 anni dallo sciopero che diede vita alla Comune di Seattle, e’ nata così l’esperienza della Zona Autonoma di Capitol Hill (CHAZ) che, nonostante sia durata solamente una ventina di giorni, rappresenta un momento di assoluta importanza tanto dal punto di vista simbolico quanto a livello meramente pratico. La CHAZ è stata fin dalle prime ore attraversata da una moltitudine di individualità eterogenee e il ruolo dei/delle compagn* in questa particolare situazione è stato portare le proprie pratiche ed esperienze in un luogo e in uno spazio, in quei giorni, ancora in divenire. Collaborazione, mutuo appoggio e autogestione, son state queste le basi e le pratiche su cui si è fondata l’esperienza della zona autonoma di Seattle, che essendo emersa sull’onda delle mobilitazioni e rivolte legate al movimento Black Lives Matter, ha visto al suo interno lo sviluppo di pratiche e idee anticarcerarie e antirazziste. La CHAZ ci dimostra dunque che la lotta contro l’esistente capitalista comincia anzitutto dalla riappropriazione (spesso anche violenta), degli spazi e delle relazioni, sottraendoli all’economia, all’alienazione e allo spettacolo mercantile.

Per approfondire le dinamiche e le pratiche, cosi come le tensioni e le contraddizioni, emerse nel corso di questa esperienza di autogestione, riporto la traduzione di alcuni frammenti estratti da un’interessante intervista fatta a due compagn* presenti nella CHAZ Da Liaisons, in data 12 giugno e il contributo audio di una compagna anarchica di Seattle, preso da Radio Cane.  Prendete dunque quanto andrete a leggere nelle seguenti righe come fossero dei semplici contributi alla lotta, destinati ad essere discussi e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo, per parafrasare il caro, vecchio e sempre attuale Vaneigem. Alcuni frammenti sulla zona autonoma di Seattle che ha un’importanza politica e simbolica nel panorama sociale statunitense odierno di portata storica. Buona lettura.

https://radiocane.info/seattle-chaz/

Per una questione di lunghezza del testo, son stati apportati dei tagli nelle risposte date dalle due persone presenti alla CHAZ di Seattle.


Per iniziare, potreste darci un po’ di background riguardo il movimento odierno e le dinamiche locali e la rivolta a Seattle e dintorni? Cosa è accaduto prima della creazione della CHAZ?

In vista della formazione della Zona Autonoma di Capitol Hill, l’atmosfera è simile a quella che si sta sviluppando in tutto il paese. L’omicidio di George Floyd evidenzia con una chiarezza viscerale la violenza quotidiana della polizia, in particolare verso le persone nere. Nel bel mezzo di una massiccia crisi economica, dopo mesi in cui si è praticato l’isolamento, le persone si sono riunite nelle strade. L’intera nazione guarda, di volta in volta, la polizia brutalizzare chi protesta contro la violenza poliziesca, evidenziando quale sia il problema in questione. Non sono un[u] che si lamenta di come sia sempre la polizia ad iniziare o che tace riguardo agli attacchi più proattivi verso la polizia e la proprietà; ma in realtà era solo uno scorrimento di esempi continui sugli attacchi polizieschi alle manifestazioni pacifiche. Questi attacchi da parte della polizia sono stati seguiti da rivolte ed espropriazioni senza precedenti. L’abolizione della polizia, espressione che discende dal movimento per l’abolizione della schiavitù, diventa un argomento comune a cena e sulle notizie mainstream. La polizia non si sente più invincibile o necessaria ora che i commissariati bruciano. Coloro che già sapevano che la polizia era il loro nemico si sentono incoraggiat[u].

Molt[u] altr[u] non riescono più a restare in silenzio riguardo la polizia come forza di oppressione storica ed odierna – e come oppressione anti-nera in particolare. A Seattle è stata chiamata una manifestazione esplicitamente anti-polizia venerdì 31 maggio. Come c’era da aspettarsi, la polizia ha attaccato la manifestazione, e una piccola ondata di vandalismo si è scatenata nella zona del centro contro le vetrine di Amazon, gli edifici governativi e contro la polizia stessa. La folla rimane fino a notte, ma non è più la stessa folla. Lentamente le persone vanno ed altre arrivano finché la folla non riflette maggiormente la demografia generale della città ed è piena di rabbia delle persone nere. Alla fine la folla si fa strada dal centro verso Capitol Hill, cogliendo l’occasione per attaccare la prigione minorile, una concessionaria di auto di lusso, nonché la polizia che trova lungo la sua strada.

Il giorno seguente, una folla si raduna per una manifestazione più ampia con sfumature dogmaticamente pacifiste e contro i riot. Nonostante ciò, la polizia attacca nuovamente la folla. Dopo il loro attacco, tutto quello che la polizia può fare è tenere la linea mentre le persone cominciano a saccheggiare quasi ogni negozio nella zona dello shopping e ad attaccare ogni veicolo della polizia in vista.

Nel bel mezzo di tutto questo, i predicatori ed altri restano in un’area della piazza chiamando alla calma. Ma la gioventù nera arrabbiata e le persone a loro alleate danno fuoco ad un numero sempre maggiore di veicoli della polizia e rubano sempre più dai negozi nelle vicinanze. Niente di simile è stato visto in questa città, figuriamoci nello Stato, da decenni. Il sindaco, gli sbirri, il governatore e i media locali si sono spinti in una frenesia contro-insurrezionale. Viene dichiarato il coprifuoco. La Guardia Nazionale, un ramo locale dell’esercito usato generalmente in caso di catastrofe, viene schierata nell’eventualità di una risposta alla rivolta. L’FBI inizia a mobilitarsi. Ogni stazione locale sta spingendo [al] “manifestante buono contro manifestante cattivo”.

Per coloro che si trovano in centro, questi imparano duramente che quel terreno è molto inospitale per i/le ribelli/e. Emergono leader di movimento dalle facce ripulite, che sembrano lavorare mano nella mano con la polizia, il sindaco, i media, ecc, ripetendo la loro propaganda [di Stato] e seguendo i percorsi designati. Lasciano persino che il capo della polizia ed il sindaco parlino indisturbati ai loro raduni. I raduni, inoltre, diventano sempre più borghesi e bianchi. Il movimento alla fine scuote questi sedicenti leader e gli abolizionisti neri intervengono in questo momento critico convocando una manifestazione nel parco proprio accanto al distretto est del Dipartimento di Polizia di Seattle.

Questo parco si trova a Capitol Hill, quartiere storicamente gay e ora gentrificato, e sito di molti gloriosi May Day e manifestazioni anarchiche – tra cui le precedenti rivolte anti polizia. Il quartiere diventa il nuovo punto di incontro per le manifestazioni per le Black Lives e contro la polizia.

Ogni giorno l’odio per la polizia cresce e proliferano le tattiche difensive. Uno scudo di ombrelli è quello che va a formare la prima linea. Sempre più persone iniziano a vestirsi per la prima linea, prendendo in prestito le tattiche dalle rivolte di tutto il mondo. Non ci sono tattiche estremamente offensive. Contro la polizia vengono usati alcuni laser e bottiglie d’acqua, ma coloro che si riuniscono ogni notte mostrano il loro coraggio in un altro modo: tornando ancora ed ancora ed ogni volta con un piglio più feroce. Stare a 10 piedi (circa 3 metri, ndt) dalla linea [antisommossa] si è trasformato nell’essere proprio contro [essa], e così via.

Uno striscione elenca i nomi di più di una dozzina di persone cadute e su un altro si legge “Amnistia per tutt[u]. Non ci sono manifestanti cattiv[u]. Non ci sono sbirri buoni. […] gesti come questi ed il costante antagonismo con la polizia cambiano il carattere della folla. Le idee radicali che sembravano così lontane dal guadagnare un’attrazione generalizzata, cominciano a diventare nozioni comuni tra quasi chiunque stia sul campo.

[…]Quella notte la polizia annuncia di aver intenzione di ritirarsi dal distretto. Alla fine della settimana, nonostante ci fossero molti aspetti del movimento che potevano rivelare la sua rovina, erano state apprese innumerevoli lezioni. Una sorta di militanza difensiva si è inserita all’interno della divisione tra le parti violente-nonviolente [del movimento] ed è stato confermato un rifiuto radicale verso le strategie contro-insurrezionali della polizia di comunità.

Potreste darci in breve un resoconto di come è nata la Zona Autonoma? È un’emanazione di Black Lives Matter (intesa come organizzazione) o è collegata ad altre forze locali? Come possiamo interpretare il fatto che la stazione di polizia sia stata abbandonata?

Risponderò a queste tre domande contemporaneamente.

Per iniziare, la polizia ha eseguito una ritirata tattica. Sentivano di non poter tenere il commissariato a lungo nel modo in cui sentivano di dover fare (quindi con lacrimogeni ecc), senza [che ciò portasse a] generalizzare ed intensificare l’antagonismo radicale contro la polizia.

Rimuovere la presenza della polizia era esplicitamente parte di una strategia di distensione e di pacificazione. La ritirata, inoltre, forzava la manifestazione in una posizione difensiva più reattiva, anziché far sì che ciò avvenisse dalla polizia – la quale poteva ora teoricamente operare con più margine di manovra ed in maniera più attiva. Questo non è per dire che non sono stati forzati a lasciare il luogo. Sono stati assolutamente forzati in una situazione socialmente insostenibile e, a tutti gli effetti, costretti ad andarsene a causa delle persone che assediavano il distretto ogni notte.

C’è stata anche questa idea paranoica, secondo me, per cui il commissariato fosse stato abbandonato in modo da spingere le persone ad attaccarlo. Per quello che posso dire, un risultato della “polizia nella testa delle persone”. In ogni caso, è stato lasciato vuoto ma ridecorato. È stata occupata la strada di fronte ed esso e sono state erette delle barricate per creare un perimetro. Ad essere chiari, non sono dei veri e propri check-point, ma un modo per bloccare le auto dall’investire le persone e rallentare un potenziale raid della polizia.

C’erano state delle barricate precedentemente; ma erano perlopiù barricate della polizia a cui era stata cambiata la destinazione d’uso e che avevano cambiato l’atmosfera. Qualcuno, non so chi, aveva cominciato a scherzare riguardo il fatto che fosse una zona autonoma, e le persone hanno trovato che fosse divertente, ma anche stranamente non inesatto. Un’idea apparentemente folle ed apparentemente realizzata.

Una cosa immediatamente chiara della zona è che questa non è più sorvegliata, o almeno non apertamente. C’erano state operazioni di “peace policing” da parte dei manifestanti e comportamenti machisti di sorveglianza, ma dopo un incontro in cui un gruppo di donne nere abolizioniste hanno parlato contro queste cose, le persone hanno ascoltato. […]Qualcun[u] potrebbe dire che sia solo un parco pubblico allargato dotato di un microfono aperto, ma c’è un livello di ingovernabilità che spinge oltre questo. Così come la disseminazione di idee radicali e di modi efficaci di operare in strada che spingono oltre questo.

Per quanto riguarda la relazione tra CHAZ e Black Lives Matter, dipende di cosa stiamo parlando.

Esiste un’organizzazione formale chiamata Black Lives Matter il cui gruppo locale è Black Lives Matter Seattle-King County – il quale è largamente rimasto al di fuori dagli eventi recenti e che ha tenuto il suo primo evento oggi, 12 giugno, due settimane dopo la prima manifestazione. Avevano delle persone nella Zona, ma sono rimaste perlopiù relativamente distanti.

L’altro movimento Black Lives Matter, più informale, è certamente presente. Sebbene ci siano opinioni e persone diverse al suo interno, la Zona ha una cultura molto intenzionale che si è focalizzata sulla liberazione nera, sull’abolizione della polizia e tutto ciò che si discosta troppo da quello che sembra di cattivo gusto. Oltre al gruppo formale di Black Lives Matter ci sono in campo anche diversi gruppi all-black di abolizionist[u] e per l’uguaglianza; ma nessuna organizzazione del genere gestisce ufficialmente il posto o si è formalmente impegnata nel suo endorsement, o cose del genere.

Sono tutti arrivati come individualità, cercando di promuovere un movimento abolizionista più ampio e provando a dare ciò che possono allo spazio. Ci sono anche molte persone nere radicali che vedono il movimento di Black Lives Matter come già esaurito e preferiscono parlare di ciò che sta succedendo nel momento come di una rivolta guidata da persone nere, oppure del movimento abolizionista o perfino di una primavera ACAB.

La CHAZ è uno spazio eterodosso che risolve i problemi emergenti appena fanno capolino, in maniera orizzontale. Non c’è una leadership ufficiale, non ci sono regole ufficiali (ci sono dei suggerimenti sparsi qua e là), non c’è un corpo ufficiale che prende decisioni, ecc. In termini della reale funzionalità della zona, i gruppi di lavoro e i gruppi di affinità di varie dimensioni e forme si prendono cura dei vari progetti e dei ruoli.

[…]Qualunque cosa abbiate ascoltato da Trump o da siti internet anarchici, non è una “zona controllata dagli/dalle anarchici/anarchiche”, ma da varie persone. Senza dubbio, nella Zona si stanno probabilmente usando dei mezzi anarchici; ma sarebbe una sopravvalutazione delle abilità anarchiche ed una sottovalutazione delle dinamiche liberali più problematiche chiamarla “zona controllata dagli/dalle anarchici/anarchiche”.

[…] Abbiamo anche ricevuto dei report sulle nascite in tutto il paese di altri tentativi ispirati alle “zone autonome” anti-polizia e per la liberazione nera. Potrebbe sembrare ovvio, ma anche noi ci siamo ispirat[u] ad un’altra “zona autonoma”: quella nata dalle ceneri del commissariato che è stato bruciato a Minneapolis. Anche loro hanno cacciato i poliziotti ed hanno iniziato programmi di mutuo soccorso e creato uno spazio di incontro. A Minneapolis, quando un’auto-officina di AutoZone è stata saccheggiata, qualcuno ha graffitato “Zona Autonoma” sul lato dell’edificio, a cui senza dubbio si fa riferimento nel nome alla Zona Autonoma di Capitol Hill. Così come noi siamo stat[u] ispirat[u], speriamo di essere d’ispirazione per altr[u].

[…]Stiamo costruendo ogni giorno il nostro potere condiviso in supporto alla liberazione nera e contro la polizia.

Quali sono le prospettive che possiamo immaginare per la Zona Autonoma? Ci sono discussioni sulla sua difesa e di come può essere sviluppata ulteriormente se tiene?

Uno sviluppo interessante è che la polizia, dopo essere stata insultata da Trump sui media ed aver approfittato del basso numero di difensori presenti al mattino, si è intrufolata nella CHAZ con circa una dozzina di agenti e, accompagnata da simpatizzanti autoproclamatisi leader della comunità, è entrata nel commissariato. Questo è stato un punto di svolta. Si è molto discusso su cosa fare. La soluzione venuta fuori è stata quella di bloccare tutte le successive incursioni della polizia e scortare fuori gli agenti rimanenti mentre escono dall’edificio. Allo stesso modo, noti reazionari erano stati circondati e costretti ad uscire diverse volte. L’ethos difensivo rimane ma è fermo nel suo impegno di voler mantenere la Zona libera dalla polizia. La polizia e le istituzioni cittadine hanno anche provato ad avere un incontro con alcuni “leaders” ed “anziani” usando una mossa da manuale della contro-insurrezione dell’esercito degli Stati Uniti: tentare di negoziare una resa del commissariato [e farlo tornare] di nuovo nelle loro mani. [L’operazione è] fallita miseramente ed è stata interrotta. Senza alcun leader formale o figure popolari disposte a svendere la città, è una perdita di tempo.

[…]

Ci sono anche implicazioni più ampie della Zona nella stessa Seattle. Se le persone imparano a difendere uno spazio in un modo che gli permette di guadagnare anche il supporto pubblico, allora uno sgombero è qualcosa di molto più facile da cui difendersi. Poichè gli sgomberi sono spesso annunciati, i gruppi di difesa, con ritrovato coraggio e con tattiche sviluppate, possono impegnarsi per difendere la Zona. E la CHAZ stessa sta diventando una tendopoli. È pieno di punti in cui potersi lavare le mani, una clinica popolare, è piena di cibo, bagni, raccolta della spazzatura, e libera dalle molestie poliziesche contro le persone povere.

Riguardo la difesa, dovrei anche menzionare che quasi sempre ci sono persone armate nella Zona. Queste persone naturalmente non sono qui per difendere la Zona da un’incursione della polizia, in quanto la folla spesso si imbroncia anche di fronte a persone che fanno una cosa innocua quale il tirare bottigliette di plastica agli sbirri. Invece, questi individui armati sono lì come deterrente agli attacchi da parte dei reazionari armati. […] E nonostante avere un esercito di stanza o un gruppo di agenti di sicurezza è qualcosa che quasi nessun[u] nella Zona vuole, se le persone di propria iniziativa arrivano per offrire ciò che possono, nessun[u] sembra farci troppo caso.

In termini di sviluppo della situazione, la cosa di cui molte mie persone amiche si preoccupavano era di mantenere la pressione sulla città; ma finora mantenere il commissariato sembra avere questo effetto. C’è anche ovviamente la nostra coordinazione da migliorare, così come il controllo di notizie infondate (che hanno fatto molta strada) ed altre cose di questo tipo. Sebbene le persone armeggino con le barricate ogni giorno ed aggiungano cose, la fortificazione non è necessariamente una preoccupazione primaria in questo momento, in quanto la lotta è fortunatamente per lo più sociale in questo momento.

[…] Stiamo anche costantemente provando a produrre informazioni pratiche e critiche riguardo le pratiche di anti-repressione e roba rilevante sul piano teorico che saranno particolarmente appetibili in questo spazio in modi mai visti prima d’ora.

Un’altra area su cui stiamo lavorando sono le nostre relazioni con i primi abitanti di questa terra, i Duwamish, i Muckleshoot e altri gruppi dei Salish della Costa. Anche loro hanno perso molte persone a causa della polizia e qualunque zona che desideri diventare autonoma in un buon modo, dovrebbe seguire delle regole per costruire relazioni simili.

Tutta questa cosa è interessante perché talvolta è considerata saggezza d’avanguardia, cioè il fatto che la polizia e i reazionari non siano altro che ostacoli sulla strada della rivoluzione e della costruzione di ciò che vogliamo – che è vero in molti aspetti, ma la creazione di questo spazio è stata possibile solo attraverso il confronto diretto, ostinato e abbastanza a lungo contro gli sbirri (che hanno dovuto lasciare). E la tensione contro la polizia sembra essere un importante fattore nella creazione dello spazio e nel coltivare l’attuale disposizione abolizionista.

Ora non stiamo solo cercando misure difensive, ma stiamo pensando a come espandere le nostre azioni al di fuori della Zona o possibilmente farle partire da essa, o in coordinamento con essa. Altri raduni sono già stati chiamati, in parte intenzionalmente, di fronte ad altri commissariati, bloccando le auto della polizia in modo tale da interrompere al massimo le azioni logistiche. Le persone stanno adocchiando i monumenti confederati, ed altri escono a graffitare per poi tornare indietro nella sicurezza della Zona.

Oltre a cercare di non perdere la tensione animatrice, c’è anche uno sforzo di tenere nella Zona uno spazio orientato alla liberazione nera. Tutto sembra così incredibilmente complesso e semplice allo stesso tempo. Tutto sembra così fragile e potente allo stesso tempo. Apparentemente ci sono vicoli ciechi ovunque, e potenzialità che spuntano dalle crepe nel cemento. È selvaggio.

 

In difesa del saccheggio (di Vicky Osterweil)

Che i barbari si scatenino. Che affilino le spade, che brandiscano le asce, che colpiscano senza pietà i propri nemici. Che l’odio prenda il posto della tolleranza, che il furore prenda il posto della rassegnazione, che l’oltraggio prenda il posto del rispetto. Che le orde barbariche vadano all’assalto, autonomamente, nei modi che decideranno, e che dopo il loro passaggio non cresca più un parlamento, un istituto di credito, un supermercato, una caserma, una fabbrica. (Crisso, Odoteo – Barbari, L’Insorgenza Disordinata)


Pubblico sulle pagine di Nulmal alcuni estratti da un interessantissimo contributo scritto da Vicky Osterweil e originariamente pubblicato per The New Inquiry. Un articolo che, negli ultimi mesi, è tornato più attuale e valido che mai visti i recenti movimenti di protesta emersi oltreoceano come Black Lives Matter ed estremamente utile per dare una lettura diversa da quella dominante alle azioni e ai momenti di insurrezione che hanno attraversato e stanno tuttora attraversando la società statunitense (ma non solo). Un testo che, a differenza di innumerevoli voci reazionarie (spesso uomini bianchi cis ed etero) fedeli al mantenimento dello status quo che vorrebbero insegnare alle classi più oppresse e alle frange più emarginate della popolazione i presunti modi legittimi per insorgere o protestare, denunciando come incivili e barbare determinate azioni, pone l’attenzione sulla pratica del saccheggio, analizzandone la sua validità da un punto di vista sociale, politico e storico. Come sostiene  difatti la stessa autrice nell’introduzione dell’articolo: <<for most of America’s history, one of the most righteous anti-white supremacist tactics available was looting>> Dopotutto il il saccheggio è una pratica che da sempre emerge prepotentemente nelle situazioni di rivolta e nei momenti che manifestano tensioni dal potenziale insurrezionale, in quanto mette in totale discussione l’idea stessa su cui si fonda il capitalismo e la società odierna , ovvero la proprietà privata, difesa dalla violenza dello Stato attraverso i suoi organi di repressione poliziesca e, dunque, il riappropriarsi (o la distruzione) della merce rappresenta un momento fondamentale di interruzione dello spettacolo mercantile e della sua oppressione sulle nostre vite di produttori-consumatori sacrificate sull’altare del profitto di pochi.

Una parte della traduzione che andrete a leggere è opera di Nicola Carella ed è stata presa direttamente dalla pagina fb di Liaisons Italiaun’altra porzione è invece totalmente inedita. Le uniche aggiunte che mi sono permesso di fare a questi frammenti dell’articolo intitolato In Defense of Looting è la citazione iniziale estrapolata dal pamphlet “Barbari, l’insorgenza disordinata” e una conclusiva tratta direttamente da un opuscolo pubblicato qualche mese fa in merito alle rivolte che stavano incendiando il Cile. Prendete dunque i frammenti che andrete a leggere nelle seguenti righe come fossero dei semplici contributi alla lotta, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo, per parafrasare il caro, vecchio e sempre attuale Vaneigem. Buona lettura.


“…L’affermazione ideologica e mistificante che il saccheggio sia violento e apolitico è stata prodotta con cura dalla classe dominante perché è proprio la difesa violenta della proprietà il mezzo e il fine del suo potere.
Il saccheggio è estremamente pericoloso per i ricchi (per la maggior parte bianchi) perché rivela immediatamente che l’idea di proprietà privata è proprio questo: un’idea, una struttura tenue e contingente di consenso, sostenuta dalla forza letale dello Stato. Quando i rivoltosi prendono il territorio e saccheggiano, stanno disvelando esattamente come, in uno spazio senza poliziotti, i rapporti di proprietà potrebbero essere distrutti e le merci distribuite gratuitamente. A un livello meno astratto c’è un vantaggio pratico e tattico nel saccheggio. Ogni volta che le persone si scandalizzano per il saccheggio, c’è la convinzione che il saccheggiatore agisca sempre in modo egoistico, “opportunistico” ed esasperato… solo se credi che avere cose belle gratis sia sbagliato, se credi, in breve, che l’attuale regime di proprietà (suprematista bianco, colono-colonialista) sia giusto, puoi credere che il saccheggio sia di per sé amorale…
…i bianchi sbandierano l’idea del saccheggio in un modo che implica che le persone di colore siano avide e pigre, ma è esattamente l’opposto: il saccheggio è un atto pericoloso conquistato a fatica e con conseguenze potenzialmente terribili, e i saccheggiatori stanno solo rubando ai ricchi proprietari i loro margini di profitto. Quei proprietari, nel frattempo, soprattutto se possiedono una catena come QuikTrip, rubano quaranta ore ogni settimana a migliaia di dipendenti che in cambio ottengono il privilegio di non morire per altri sette giorni….
E l’ipotesi che il saccheggiatore non stia condividendo il suo bottino è altrettanto razzista e ideologica. Sappiamo che le comunità povere e le comunità di colore praticano più mutuo aiuto e sostegno rispetto alle ricche comunità bianche, in parte perché sono costrette a farlo. La persona che saccheggia potrebbe essere qualcuno che deve darsi da fare ogni giorno per tirare avanti, qualcuno che, afferrando qualcosa di valore, può permettersi di trascorrere il resto della settimana protestando “non violentemente”. Potrebbero nutrire la loro famiglia o persone anziane nella loro comunità che sopravvivono a malapena con la previdenza sociale e non possono lavorare (o saccheggiare) da sole. Potrebbero semplicemente espropriare ciò che altrimenti comprerebbero – liquori, per esempio – ma rappresenta comunque un modo materiale in cui le rivolte e le proteste aiutano la comunità: fornendo una modalità alle persone di risolvere alcuni dei problemi immediati della povertà e creando un spazio in cui le persone possano riprodurre liberamente le loro vite piuttosto che farlo attraverso il lavoro salariato.”

“Di fronte a una tale estensione della rivolta, c’è una tensione classica che vorremmo inoltre sottolineare: quella tra la riappropriazione dell’esistente e la sua distruzione […]
Se i saccheggi dei beni di consumo si moltiplicano, abbiamo anche potuto vedere una parte dei rivoltosi incendiare i templi del consumo, e altri gettare decisamente nel fuoco schermi al plasma e altri apparecchi appena espropriati per incendiare le barricate. […]

Passaggio tratto dall’opuscolo “Il Cile in Fiamme”