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“Per un pensiero libertario non etnocentrico!” – Andrea Staid

Margaret Mead tra due ragazze samoane

“Come libertari, quando guardiamo alle pratiche politiche degli “altri” dobbiamo porre molta attenzione a non comportarci da etnocentrici e pensare che la nostra visone di società libertaria sia unica ed esportabile in tutto il mondo. Anche in questo caso, per affinare il nostro sguardo sull’alterità culturale, l’antropologia ci viene in aiuto con l’approccio relativista.
Ma cos’è il relativismo? È una teoria formulata a partire dal particolarismo culturale di Franz Boas e dall’antropologo statunitense Melville Jean Herskovits secondo i quali, considerato il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambito culturale, ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico.
I bisogni umani universali possono essere soddisfatti con mezzi culturalmente e politicamente diversi. Su questo non abbiamo dubbi. Quindi l’idea che gli elementi di una cultura debbano essere compresi e analizzati a partire dal contesto in cui agisce la specifica cultura porta alla conclusione che non si può considerare una cultura superiore o inferiore ad un’altra. Anche su questo non dovremmo avere dubbi in quanto libertari.

È stato l’antropologo Melville Herskovits ad affermare, sulla scia dei precedenti fondamenti espressi da Franz Boas, che la specificità di ogni ambito culturale non consente analisi di carattere generale sul confronto tra culture.
Questa visione del mondo culturale degli “altri” ci mette in crisi e più che certezze fa nascere dubbi, ma questo non ci deve spaventare; l’importante è far diventare questi dubbi la possibilità di risposte nuove, la creazione di corpi politici ibridi e inediti.
Per gli antropologi il concetto di relativismo culturale diviene imprescindibile sul campo, grazie anche all’attività divulgativa dell’allieva di Boas, Margaret Mead, la cui opera più celebre, L’adolescente in una società primitiva, può essere considerata paradigmatica dell’utilizzo di argomentazioni di carattere relativistico come strumento di critica della società occidentale. Il testo è frutto di una ricerca nelle isole Samoa, nella quale l’autrice sosteneva che le difficoltà personali incontrate dalle adolescenti occidentali, non sono universali e necessarie, ma contingenti e generate prevalentemente dalle costrizioni e dalle imposizioni che gli elementi più tradizionalisti e moralistici della cultura occidentale impongono. Le adolescenti samoane, al contrario, sarebbero lasciate libere di giungere alla maturità fisica, identitaria, sessuale, sociale, senza condizionamenti eccessivi e non soffrirebbero delle crisi e delle difficoltà incontrate dalle occidentali. Questo è un caso particolare, ma paradigmatico per capire il concetto relativista.
L’impegno dell’antropologia, soprattutto nel periodo che va dai suoi esordi fino alla seconda guerra mondiale produce come conseguenza il superamento dell’antitesi tradizionale tra la superiorità della cultura europea e l’inferiorità degli altri popoli. Sono convinto che il pensiero libertario deve abbandonare completamente un approccio etnocentrico; non può pensarsi unico, giusto ed esportabile tout court nel pianeta, dobbiamo comprendere l’importanza di uno sguardo relativista. Il relativismo culturale è una risposta all’etnocentrismo e nega l’esistenza di un’unità di misura universale per la comprensione dei valori culturali e politici, poiché ogni cultura è portatrice di valori e norme che non hanno validità al di fuori della cultura stessa.

L’emergenza del relativismo culturale ha facilitato una comprensione più profonda e meno superficiale delle culture differenti da quella occidentale. Ma facciamo attenzione, quello che io propongo è un metodo per comprendere l’altro, non una sospensione totale del giudizio e del posizionamento politico dell’individuo. Per questo è molto importante fare una distinzione tra relativismo culturale e relativismo etico; il primo è quello che io propongo per meglio comprendere la cultura e la politica degli “altri”.
Il relativismo culturale (metodologico) va tenuto distinto dal relativismo etico: mentre il primo costituisce un approccio metodologico, indica cioè quale debba essere la metodologia corretta per analizzare i fenomeni culturali, il secondo si riferisce ad un atteggiamento di sospensione del giudizio etico e morale circa usanze, politiche e costumi presenti nelle varie culture. Per il relativismo etico, vale il principio di equivalenza di ogni prescrizione morale; se infatti non esiste una verità assoluta di riferimento in base a cui poter distinguere il bene dal male, allora tutto è lecito, affermazione che pretende di porsi a sua volta come una norma assoluta, a dispetto del presunto carattere “non prescrittivo” del relativismo. Non è tutto relativo, al contrario; ma per comprendere gli “altri” dobbiamo relativizzare il nostro sguardo.”

 

(Articolo scritto dall’antropologo Andrea Staid sul suo Blog)

Il Potlatch tra i Nativi della Costa Nord-Occidentale dell’America Settentrionale

kwakiutlL’antropologo tedesco-statunitense Franz Boas fu il primo, attraverso il suo saggio “L’organizzazione Sociale e le Società Segrete degli indiani Kwakiutl”, a studiare ed analizzare la cerimonia rituale conosciuta con il nome “Potlatch” tipica delle popolazioni indigene stanziate sulla costa nord-ovest degli Stati Uniti e del Canada. Questa cerimonia si svolgeva presso le tribù Kwakiutl, Haida e Tinglit e popoli affini culturalmente fino al 1884, anno in cui il governo canadese e quello statunitense proibirono la celebrazione del Potlatch, rendendolo illegale poichè ritenuto non solo una abitudine culturale inutile, ma anche contraria ai valori etici della società civili americana e canadese. Questa premessa è stata utile per presentare l’argomento su cui mi concentrerò, ovvero il Potlatch, analizzando i vari significati culturali, economici e politici ad esso connessi.

Innanzitutto descriviamo alcune delle tribù nelle quali il Potlatch era un caratteristica culturale fondamentale per il funzionamento dell’organizzazione sociale. Le tre principali tribù nelle quali si svolgeva il Potlatch sono gli Haida, i Tlingit e i Kwakiutl.

Gli Haida sono una popolazione di lingua Athapaskan stanziata originariamente sulle isole al largo della Columbia Britannica. Essi identificano se stessi con il nome Xa’ida, ovvero “Il Popolo”. Grazie alle favorevoli condizioni ambientali e la garanzia di abbondanza di approvvigionamenti, gli Haida erano una popolazione sedentaria che si stabiliva in villaggi permanenti che ospitavano una popolazione relativamente numerosa. La loro organizzazione sociale era basata sulla matrilinearità, infatti i figli ereditavano lo status sociale dalle madri. I Tlingit erano stanziati sulle isole dell’Alaska sudorientale. La loro organizzazione sociale si basava sulla divisone in gruppi ereditari fondamentali detti moities (letteralmente “metà”). Nella società Tlingit ogni individuo apparteneva ad una delle moities, che assumevano generalmente il nome di un animale, e i matrimoni erano consentiti solamente con i membri di un’altra moities, così da rafforzare il legame comunitario e tra i gruppi. Come per gli Haida, anche i Tlingit erano una società matriarcale e matrilineare ed infatti i figli venivano affidati alla moiety della madre. Inoltre ogni moiety si suddivideva a sua volta in gruppi definiti clan, guidati da un capo o leader. Infine troviamo i Kwakiutl, divenuti famosi grazie agli studi di Franz Boas, popolo di lingua Wakashan stanziato originariamente sull’isola di Vancouver e lungo la costa della Columbia Britannica. Tutte e tre queste popolazioni sono accomunate, come già evidenziato, dalla cerimonia denominata potlatch, che è poi l’argomento principale di questo articolo.

Potlatch, in lingua Chinook, una lingua franca utilizzata per gli scambi commerciale tra nativi e colonizzatori insediati nella zona della costa nord-ovest dell’America settentrionale, significa letteralmente “dare”, era una cerimonia rituale svolta ed organizzata durante i mesi invernali da un individuo della comunità che durante l’anno, era riuscito ad accumulare e mettere da parte un surplus di beni materiali e risorse alimentari proprio in occasione di questo evento. Egli invitava i membri di gruppi di parentela, i membri della comunità e di altri villaggi, offrendo agli invitati del cibo e donando loro i beni accumulati. Nel momento in cui gli invitati accettano il cibo e i doni offerti dall’organizzatore del potlatch, confermano il suo onore. Gli invitati rispondevano a loro volta con un proprio potlatch nel quale cercavano di eguagliare o superare la quantità di beni offerti dal precedente organizzatore. Questo sistema permetteva lo scambio di ricchezze materiali all’interno della comunità, tanto che nella maggior parte dei casi, l’organizzatore, al termine della cerimonia, si trovava privo dei suoi iniziali beni materiali.

Presso i Kwakiutl il potlatch si svolgeva in maniera leggermente differente. Infatti i Kwakiutl erano soliti, durante questa cerimonia, uccidere i prigionieri di guerra e distruggere i beni materiali posseduti in modo da mostrare pubblicamente alla comunità il disprezzo totale per la proprietà.

Il potlatch è investito di un forte significato sociale; infatti, essendo organizzati dai membri più onorevoli e prestigiosi della tribù, questo rituale permetteva la ridistribuzione delle risorse materiali tra i vari clan e per consolidare il proprio status attraverso la manifestazione di rifiuto della proprietà privata.

Come già evidenziato in un passato articolo sui Big Man della Polinesia, si ripresenta il concetto di autosfruttamento del leader della comunità che, per accumulare i beni materiali da offrire o da distruggere durante i potlatch, può contare solamente sulle sue forze e sul suo lavoro non potendo disporre di alcun potere coercitivo per imporre ad altri individui di lavorare per lui. Inoltre, sempre citando quell’articolo, ” l’obbligo di generosità è un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader.”.

Torna prepotentemente il concetto di rifiuto della proprietà e del disprezzo per il possesso dei beni materiali, comune a moltissimi popoli ritenuti selvaggi e primitivi, nonostante sia innegabile l’effetto che questo rifiuto e questo disprezzo abbiano sull’organizzazione sociale, impedendo alla diseguaglianza e alla divisone di distruggere l’equilibrio egualitario tipico della maggioranza delle popolazioni primitive.