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“Diffondere l’Autogoverno dal Basso” – Il CNI e il Consiglio Indigeno di Governo

La decisione presa dal CNI, ovvero il Congresso Nazionale Indigeno, di creare un Consiglio Indigeno di Governo, il quale presenterà una donna indigena come candidata alle elezioni presidenziali messicane del 2018, rappresenta a tutti gli effetti una novità all’interno del panorama politico latinoamericano, poichè per la prima volta decine e decine di nazioni indigene hanno deciso di dotarsi di un proprio governo, sottraendosi e rifiutando l’imposizione di un governo dall’alto e promuovendo la diffusione dell’autogoverno dal basso.

Infatti dal 26 dicembre al 4 gennaio si è svolta a San Cristobal la seconda parte del V Congresso Nazionale Indigeno (CNI) nel quale si è appunto discussa nuovamente la proposta di costruire un Consiglio Indigeno di Governo, la cui portavoce sarà una donna indigena appartenente al CNI e che verrà candidata alle elezioni presidenziali messicane del 2018. La consulta per discutere in merito alla creazione di questo Consiglio di Governo ha coinvolto più di 500 comunità indigene messicane e 43 popoli; di queste 500, 430 hanno approvato la proposta emersa durante il V Congresso Nazionale Indigeno.

La decisione di costituire questo Consiglio di Governo Indigeno si fonda sulla convinzione dei popoli e delle tribù indigene originarie del Messico di dover rappresentare ed incarnare in esso il principio dell’autogoverno praticato dalle comunità indigene zapatiste, coordinando le varie comunità, e diffondendo la pratica dell’autogoverno di ogni settore sociale.

L’EZLN, dal momento della sua insurrezione nel gennaio del 1994, così come il CNI, ha portato avanti la propria cultura politica che appunto consiste ancora oggi nel praticare l’autogoverno ad ogni livello della società e di ogni settore sociale; una cultura politica che si distacca completamente dalla cultura politica dominante e diffusa che si basa sul governare gli altri e sulla competizione. La cultura politica zapatista, promossa e praticata dallo stesso CNI, si basa sul concetto di “comandare obbediendo”, ovvero una forma di autogoverno praticabile da tutti gli oppressi e che a sua volta rifiuta l’oppressione, rifiuta il potere imposto dall’alto, preferendo ad esso praticare il “potere dal basso” in ogni settore della società, in modo da concretizzare e diffondere l’autogestione delle comunità e dei popoli.

Il Consiglio Indigeno di Governo vuole fungere anche da strumento per opporsi e contrastare la logica delle elezioni e del voto, mezzi che rappresentano in pieno una concezione vecchia di far politica, visti però ancora oggi come unica forma legittima e legittimata di regolamentazione del gioco politico.

All’EZLN e al CNI non è mai interessato impossessarsi del potere, non ha mai avuto interesse nel governare gli altri, nell’opprimere a sua volta attraverso l’istituzione statale ed è per questo che la creazione di questo Consiglio non deve essere vista come un radicale cambio di rotta, un abbandono dei principi cardine che fondano il movimento zapatista e indigeno post ’94, poichè l’intento delle comunità indigene attraverso il Consiglio di Governo non è quello di conseguire incarichi di natura politica a livello federale o statale, bensì quello di fungere da esempio per diffondere la pratica dell’autogoverno a livello nazionale. Perchè come hanno sempre creduto e dimostrato le comunità indigene zapatiste del Messico la pratica dell’autogoverno è una strada concretamente percorribile per contrapporsi al potere centralizzato statale e imposto dall’alto.

Di seguito riporto il comunicato emerso dal V CNI:

E TREMÒ!, RAPPORTO DALL’EPICENTRO…

Ai Popoli Originari del Messico
Alla Società Civile del Messico e del Mondo
Alla Sexta Nazionale e Internazionale
Ai Media Liberi di Comunicazione

Fratelli, sorelle

È il momento dei popoli, di seminare e di ricostruirci. È il momento di passare all’offensiva e questo è l’accordo che disegniamo nei nostri occhi, negli individui, nelle comunità, nei villaggi, nel Congresso Nazionale Indigeno; è giunto il momento che sia la dignità a governare questo paese e questo mondo e che, al suo passaggio, fioriscano la democrazia, la libertà e la giustizia.

Segnaliamo che, durante la seconda fase del quinto CNI, abbiamo valutato con cura il risultato della consultazione di noi popoli, noi del Congresso Nazionale Indigeno, e che si è tenuta durante i mesi di ottobre, novembre e dicembre 2016, in cui con tutti i modi, le forme e le lingue che ci rappresentano nella geografia di questo paese, abbiamo emesso accordi tramite assemblee comunali, degli ejidos, dei collettivi, municipali, intercomunali e regionali, che ancora una volta ci portano a capire e ad assumere con dignità e ribellione la situazione che attraversa il nostro paese, e il nostro mondo.

Accogliamo con piacere i messaggi di sostegno, di speranza e di solidarietà che hanno rilasciato intellettuali, collettivi e popoli che riflettono la speranza della nostra proposta che chiamiamo “Che Tremi nei Suoi Centri la Terra” e che abbiamo reso pubblica durante la prima fase del quinto CNI, accogliamo anche voci critiche, molte di queste con argomenti fondamentalmente razzisti, che riflettono sdegno furioso e disprezzo per pensare che una donna indigena pretenda, non solo, concorrere alle elezioni presidenziali, ma proponga un cambiamento reale, dal basso, a questo paese dolorante.

A tutti loro, diciamo che in effetti la terra ha tremato e noi con essa, e che abbiamo intenzione di scuotere la coscienza della nazione, che in effetti vogliamo che l’indignazione, la resistenza e la ribellione appaiano sulle schede elettorali nel 2018, ma che non è nostra intenzione competere in nessun modo con i partiti e con l’intera classe politica che ci deve ancora molto; ogni morto, ogni desaparecido, ogni prigioniero, ogni saccheggio, ogni repressione e ogni disprezzo. Non fraintendeteci, non intendiamo competere con loro perché non siamo la stessa cosa, non siamo le loro parole bugiarde e perverse. Siamo la parola collettiva, dal basso e a sinistra, quella che scuote il mondo quando la terra trema con epicentri di autonomia, e che ci rendono così orgogliosamente diversi che:

1. Mentre il paese è immerso nella paura e nel terrore che nasce da migliaia di morti e desaparecidos, nei municipi della montagna e della costa di Guerrero i nostri popoli hanno creato condizioni di vera sicurezza e giustizia; e a Santa María Ostula, Michoacán, il popolo Nahua si è unito ad altre comunità indigene per mantenere la sicurezza nelle mani dei villaggi, dove l’epicentro della resistenza è l’assemblea comunale di Ostula, garante dell’etica di un movimento che ha già permeato i comuni di Aquila, Coahuayana, Chinicuila e Coalcomán. Sull’altopiano Purépecha, la comunità di Cherán ha dimostrato che, organizzandosi, togliendo i politici dalla loro posizione di malgoverno e applicando i metodi di sicurezza e di governo propri, non solo si può costruire la giustizia, ma come pure in altre geografie del paese, solo dal basso e dalla ribellione si ricostruiscono nuovi patti sociali, autonomi e giusti, e non smettiamo né smetteremo di costruire dal basso la verità e la giustizia negata ai 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, Guerrero, desaparecidos, ai 3 compagni studenti che sono stati uccisi e ai compagni feriti, tutti dal narco governo messicano e le sue forze repressive. Nel frattempo i malgoverni criminalizzano la lotta sociale, la resistenza e la ribellione, perseguitando, molestando, facendo scomparire, imprigionando e uccidendo gli uomini e le donne d’onore che lottano per giuste cause.

2. Mentre la distruzione raggiunge tutti gli angoli del paese, e non conosce limiti, allontanando l’appartenenza alla terra e al sacro, il popolo Wixárika, insieme ai comitati in difesa della vita e dell’acqua dell’altopiano potosino, hanno dimostrato che si può difendere un territorio, il suo ambiente e gli equilibri basati sul riconoscersi con la natura, con una visione sacra che rinnova ogni giorno i legami ancestrali con la vita, la terra, il sole e gli antenati, ricoprendo 7 municipi nel territorio sacro e cerimoniale di Wirikuta a San Luis Potosí.

3. Mentre i malgoverni deformano le politiche dello Stato in materia di istruzione, mettendola al servizio delle multinazionali capitaliste in modo che non sia più un diritto studiare, i popoli originari creano suole elementari, medie, licei e università con i propri sistemi educativi, basati sulla protezione della nostra madre terra, sulla difesa del territorio, sulla produzione, sulle scienze, sulle arti, sulle nostre lingue, e nonostante la maggior parte di questi processi crescano senza il sostegno di alcun livello di malgoverno, sono al servizio di tutte e tutti.

4. I media a pagamento, portavoce di coloro che prostituiscono ogni parola che diffondono e ingannano mantenendo addormentati i popoli della campagna e della città, facendo passare come criminali coloro che pensano e difendono ciò che gli spetta e vengono descritti sempre come i cattivi, i vandali, i disadattati. Chi vive nell’ignoranza e nell’alienazione è socialmente “buono”, e chi opprime, reprime, sfrutta e saccheggia è sempre “buono”, sono quelli che meritano di essere rispettati e di governare per i propri vantaggi. E mentre accade tutto questo i popoli hanno costruito i propri media, escogitando vari modi per far sì che la coscienza non sia oscurata dalla menzogna imposta dai capitalisti, usandoli oltretutto per rafforzare l’organizzazione dal basso, da dove nasce ogni vera parola.

5. Mentre la “democrazia” rappresentativa dei partiti politici è diventata una presa in giro della volontà popolare, dove i voti sono comprati e venduti come una mercanzia in più, la gente è manipolata dalla povertà in cui i capitalisti mantengono le società della campagna e delle città, i popoli originari continuano a prendersi cura e a rafforzare le forme di consenso e le assemblee come organi di governo in cui la voce di tutti e tutte fabbrica accordi profondamente democratici, che coprono intere regioni attraverso le assemblee che si svolgono sugli accordi di altre assemblee e queste, a loro volta, derivano dalla profonda volontà di ogni famiglia.

6. Mentre i governi impongono le loro decisioni per il beneficio di pochi, soppiantando la volontà collettiva dei popoli, criminalizzando e reprimendo chi si oppone ai loro progetti mortali imposti sul sangue del nostro popolo come ad esempio il Nuovo Aeroporto di Città del Messico, facendo finta di consultare le popolazioni mentre impongono la morte. Noi popoli originari abbiamo modi e forme costanti di consultazione preventiva, libera e informata, grande o piccola che sia.

7. Mentre con le loro riforme di privatizzazione, i malgoverni consegnano la sovranità energetica del paese agli interessi stranieri e gli alti costi della benzina tradiscono la menzogna capitalista che traccia solo percorsi per la disuguaglianza, la risposta ribelle dei popoli indigeni, e non, del Messico è che i potenti non possono nascondersi né tacere; noi popoli, affrontiamo e lottiamo per fermare la distruzione dei nostri territori dal fracking, dai parchi eolici, dall’estrazione mineraria, dai pozzi di petrolio, da condutture e oleodotti in stati come Veracruz, Sonora, Sinaloa, Baja California, Morelos, Oaxaca, Yucatán e tutto il territorio nazionale.

8. Mentre i malgoverni impongono un’alimentazione tossica e transgenica a tutti i consumatori della campagna e delle città, i popoli Maya mantengono una lotta instancabile per fermare la semina di transgenici nella penisola dello Yucatán e in tutto il paese per preservare la ricchezza genetica ancestrale, che oltretutto significa la nostra vita e l’organizzazione collettiva e la base della nostra spiritualità.

9. Mentre la classe politica non fa altro che distruggere e promettere, noi popoli per esistere abbiamo costruito, non per governare, l’autonomia e l’autodeterminazione.

Le nostre resistenze e ribellioni costituiscono il potere dal basso, non offrono promesse né idee, ma processi reali di trasformazione radicale ai quali partecipano tutte e tutti e che sono tangibili nelle diverse e vaste geografie indigene di questa nazione. È per questo che noi 43 popoli di questo paese, come Congresso Nazionale Indigeno, riuniti in questo quinto Congresso, CONCORDIAMO di nominare un Consiglio Indigeno di Governo con rappresentanti, uomini e donne, di ciascuno dei popoli, tribù e nazioni che lo compongono. E che questo consiglio si proponga di governare questo paese. E che avrà come portavoce una donna indigena del CNI, di sangue indigeno e che conosca la propria cultura. Vale a dire che avrà come portavoce una donna indigena del CNI che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico per le elezioni del 2018.

È per questo che il CNI, come Casa di Tutti i Popoli, rappresentiamo i principi che caratterizzano l’etica della nostra lotta che racchiude tutti i popoli originari di questo paese, quei principi su cui si basa il Consiglio Indigeno di Governo sono:

Obbedire e non comandare

Rappresentare e non soppiantare

Servire e non servirsi

Convincere e non sconfiggere

Scendere e non salire

Proporre e non imporre

Costruire e non distruggere

È ciò che abbiamo inventato e reinventato, non per piacere, ma come unico modo che abbiamo per continuare ad esistere. Questi nuovi percorsi presi dalla memoria collettiva delle nostre forme di organizzazione sono il risultato della resistenza e della ribellione, per affrontare ogni giorno la guerra che non è mai finita ma che non è riuscita ad ucciderci. In queste forme non solo è stato possibile tracciare il cammino per la ricostruzione integrale dei villaggi, ma anche nuove forme di civiltà, speranze collettive che diventano comunitarie, comunali, regionali, statali e che stanno dando risposte precise a problemi reali del paese, lontano dalla classe politica e dalla sua corruzione.

Da questo quinto Congresso Nazionale Indigeno, invitiamo i popoli originari di questo paese, i collettivi della Sexta, i lavoratori e le lavoratrici, i fronti e i comitati in lotta dalla campagna e dalle città, la comunità studentesca, intellettuale, artistica e scientifica, la società civile non organizzata e tutte le persone di buon cuore a serrare i ranghi e passare all’offensiva, a smantellare il potere dall’alto e ricostituirci non più solo come popoli, ma come un paese, dal basso e a sinistra, a unirci in un’unica organizzazione in cui la dignità sia la nostra ultima parola e la nostra prima azione. Vi invitiamo a organizzarci e fermare questa guerra, a non avere paura di costruirci e seminare sulle rovine lasciate dal capitalismo.

Questo è quello che ci chiedono l’umanità e la nostra madre che è la terra, in questo troviamo che è il momento della dignità ribelle che concretizzeremo convocando un’assemblea costituente del Consiglio Indigeno di Governo per il Messico nel mese di maggio 2017 e, da questo momento in poi, lanceremo ponti ai compagni e alle compagne della società civile, dei media e dei popoli originari per far tremare nei suoi centri la terra, combattere la paura e riprendere ciò che è dell’umanità, della terra e dei popoli. Per il recupero dei territori invasi o distrutti, per la riapparizione dei desaparecidos del paese, per la libertà di tutte e tutti i prigionieri politici, per la verità e la giustizia per i morti, per la dignità della campagna e della città. Non abbiate dubbi, andremo avanti su tutto, perché sappiamo che ci troviamo di fronte forse all’ultima occasione, come popoli originari e come società messicana, di cambiare pacificamente e radicalmente le nostre forme di governo, rendendo la dignità l’epicentro di un nuovo mondo.

Nunca Más un México Sin Nosotros

Congreso Nacional Indígena
Ejército Zapatista de Liberación Nacional”

 

EZLN e CNI – La Lotta Per Distruggere Il Potere

La proposta dell’EZLN di costituire una consulta dei popoli originari per la creazione di un Consiglio Indigeno di Governo (Consejo Indígena de Gobierno) e di candidare una indigena indipendente alle elezioni presidenziali messicane del 2018, è stata approvata durante il quinto Congresso Nazionale Indigeno (CNI, Congreso Nacional Indígena).

L’ Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN) è tornato a farlo. Ha deciso che è il momento che il Congresso Nazionale Indigeno si ponga davanti e gli zapatisti dietro. Durante il quinto CNI ha proposto una idea “assurda”(con le parole del Subcomandante Galeano), così strana che inizia a sembrare possibile: la creazione di un Consiglio Indigeno di Governo, che collettivamente appoggi una donna “che parli e sia nata indigena” come candidata indipendente alle elezioni nazionali del 2018. Come già è successo a gennaio del 1994 con la sollevazione armata, l’EZLN è tornato a scuotere il paese e il mondo dal suo sonno attraverso le radici della terra che sono i popoli indigeni.

Riuniti nel ventesimo anniversario del CNI al Cideci-Uitierra di San Cristobal de las Casas (Chiapas), si è deciso di mantenere il congresso in assemblea permanente per l’importanza del tema che si stava trattando. Il primo giorno del congresso, lunedì 11 ottobre, in seduta plenaria a porte chiuse, è stato raggiunto un accordo sulle linee principali della proposta presentata dalla delegazione zapatista a questo quinto CNI. L’idea è rafforzare il processo organizzativo, potenziare la forza politica del Congresso, connettersi con altri settori del proletariato, tornare a riproporre le lotte della popolazione come tema centrale della politica nazionale.

Una proposta che ancora deve essere sottoposta alla consultazione tra le popolazioni, che dovranno discuterne, ma che ha come obiettivo di smettere di pensare ai dolori della resistenza e passare a pensare “nella possibilità dell’offensiva”. Una parte della realtà che si sta analizzando dall’incontro del Pesamiento Critico frente la hidra capitalistica (Il Pensiero Critico di fronte alla Idra Capitalista, 2015) è che “ci stanno uccidendo”, “SE NON VINCIAMO MORIREMO”…. queste erano alcune delle voci che risuonavano nell’auditorium raccontando le esperienze dell’attacco frontale e crudo dello Stato e delle multinazionali. Così lo diceva anche il portavoce del EZLN, il Sub. Moisés, nelle parole di apertura del congresso “OGGI NON CI RIMANE ALTRO, che affidarci all’organizzazione di noi stessi, la popolazione originaria della campagna e della città… non abbiamo più dove rifugiarci!”

Così si ascoltava nei quattro tavoli in cui si è discusso di espropriazioni, repressione, ribellione, resistenza, bilancio e proposte per rafforzare la struttura autonoma del coordinamento delle popolazioni indigene messicane che in questa occasione ha compiuto 20 anni: il Congresso Nazionale Indigeno, che lo stesso EZLN spinse dopo il tradimento del governo messicano ai negoziati nel 1995-1996.

“Arrivò il momento di attaccare e colpire il sistema dove più può far male: nella classe politica” di un paese profondamente classista e razzista al quale solo rimane il dominio neoliberale di fronte ai principi dello zapatismo e del CNI: convencer y no vencer, proponer y no imponer, bajar y no subir, representar y no suplantar, obedecer y no mandar, construir y no destruir, servir y no servirse, enlazar y no aislar.(convincere e non vincere, proporre e non imporre, scendere e non salire, rappresentare e non soppiantare, obbedire e non comandare, costruire e non distruggere, servire e non servirsene, collegare e non isolare).

Convincere e non vincere

Una parte importante della proposta sta nel saperla trasmettere. Per questo si concordarono diverse forme di appoggio nella quali inserire correttamente le parole per far si che non sia “una proposta per rovesciare un governo, ma per mandarli tutti via”. Si è insistito dal coordinamento provvisorio del CNI che “non è un approccio elettorale, né propaganda elettorale”. E che è importante ricordare che le popolazioni indigene organizzate tengono nella loro pratica quotidiana l’assemblea, la gestione comunitaria delle risorse, l’assunzione di voci collettive e unite con l’ambiente e i suoi avi. Un soggetto politico molto distinto a quello della società civile.

Anche da questa realtà non si vuole suscitare l’interesse di candidati regionali e municipali, ma si pongono le basi per iniziare un processo di consultazioni dalle basi che possano accendere l’immaginazione, creare collegamenti e cammini possibili dentro l’organizzazione indigena: “che crepi e non rafforzi il sistema”. “Se decidiamo che va bene, inizia la raccolta delle firme. Una volta raccolte le firme scopriremo che la forza l’abbiamo nel cuore e già non ci interesserà il si o no al candidato, ma ci interesseremo a quello che è cresciuto in questo processo” commentava il Sub. Galeano in un emotivo discorso che è servito a chiarificare dicerie e dissipare incomprensioni in questa proposta, che non elude i processi di autonomia che si stanno costruendo, ma che le dà un altro strumento per lottare.

Né elettorale, né propaganda

L’intenzione, si è precisato, non è il potere; quello che si cerca è precisamente distruggere il potere. Nelle parole di un compagno delegato dello stato costiero di Veracruz: “non vogliamo decidere per gli altri, e nemmeno che decidano per noi. Non vogliamo il potere, ma poter fare, che siano le nostre assemblee quelle che decidano”. Cosi si chiarisce nel documento conclusivo del quinto congresso, che riprende come titolo uno dei versi dell’inno nazionale messicano, riaffermando che la proposta non è solo per i popoli indigeni, ma per tutti: “sottolineiamo che la nostra lotta non è per il potere, non lo cerchiamo; ma che chiameremo i popoli indigeni e la società civile a organizzarci per fermare questa distruzione, rafforzarci nella nostra resistenza e ribellione, come dire, nella difesa della vita di ogni persona, ogni famiglia, collettivo, comunità, quartiere. Per costruire la pace e la giustizia dal basso, da dove siamo quello che siamo”.

La proposta di formare un consiglio indigeno di governo non si ridurrà ad un individuo, ma ad una struttura organizzata, una forza politica anticapitalista, in basso a sinistra. Un’altra politica, non una nuova forza politica, non un partito: un’idea di sovversione capace di “ribaltare tutto a testa in giù”. Un’altra volta.

L’ora dei popoli

“E’ difficile credere che è arrivata la nostra ora, credevamo che arrivasse in un’altra vita, ebbene ci tocco adesso. Gli zapatisti sono stati così generosi che ci hanno mostrato un simbolo, una di noi, una donna del CNI nel mezzo dei miliziani (ad Oventik, durante la celebrazione del 12 ottobre)… se avevamo alcun dubbio, bene, si è dissolto. Già ci stiamo”. E’ stato il pensiero espresso da un delegato del popolo mixteca in un clima di confusione crescente, fino all’ottimismo di chi sente la possibilità di cambiare il sistema.

I proletari e gli indigeni – nell’idea della (teologia della) liberazione così importante a quelle latitudini- sono portatori di un mondo nuovo che mette le vittime al centro. Da qui che nasce in parte questa proposta, “non avremo nulla di quello che vogliamo e di quello che necessitiamo, nei partiti che ci sono, né in quelli che si dicono i nuovi che verranno, perché sono gli stessi”, commentava il subcomandante Moisés in un auditorium stracolmo, nel quale ci contavano più di mille delegati durante i cinque giorni di congresso. E ha affermato, davanti al silenzio e l’emozione di chi sente nascere – un’altra volta – qualcosa che possa smuovere il cielo senza doverlo prendere d’assalto:

Adesso è l’ora del Congresso Nazionale Indigeno.

Che al suo passo scuota nel suo centro la terra.

Che nel suo sogno si sconfigga il cinismo e l’apatia.

Che dalla sua parola si alzi chi non ha voce.

Che dal suo guardo si illumini l’oscurità.

Che nel suo ascolto trovi casa il dolore di chi si pensa solo.

Che nel suo cuore incontri consolazione e speranza la disperazione.

Che con la sua sfida si stupisca ancora il mondo.

Subcomandante Moisés, parole dell’EZLN alla riapertura del quinto Congresso Nazionale Indigeno

(Tratto da “El Diagonal”, periodico spagnolo)