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Autonomia e Rivolte in Cabilia – I Leqbayel, un Popolo che Ripudia l’Autorità e lo Stato

“Un popolo né povero né ricco, che sceglie se stesso i suoi capi per ripudiarli appena cominciano
a diventare forti.” Descrizione dei Leqbayel da parte di uno storico durante l’ultima spedizione militare francese in Cabilia, Algeria (1871).

 

Tamurt n Leqbayel in lingua berbera sta per “terra dei Cabili” e indica quella vasta regione montuosa che si trova intrappolata all’interno dei confini dello Stato algerino e che si affaccia sul Mediterraneo, oggi normalmente conosciuta con il nome di Cabilia. Terra dei Leqbayel, o dei Cabili se preferite, popolo di lingua berbera che da sempre si è opposto con tenacia e dignità ai tentativi di colonizzazione francese e all’assimilazione culturale-politica da parte dello Stato algerino, cercando di mantenere intatte la propria autonomia e le proprie forme di autorganizzazione comunitaria. I Leqbayel sono soliti definirsi “gente di montagna” e perciò, come la maggior parte dei popoli abitanti delle montagne e dei deserti del Nord Africa (ma non solo), sono stati e rimangono tutt’oggi una delle popolazioni più ribelli e resistenti nei confronti dei tentativi di assoggettamento e di oppressione dello Stato algerino finalizzati a privarli della loro autonomia sociale, culturale e politica. Questa loro intrinseca avversione nei confronti dell’autorità coloniale prima e di quella statale oggi e la loro tenacia ribelle nel voler mantenere la propria autonomia sono emerse nuovamente con l’insurrezione popolare del 2001, conosciuta con il nome di “Primavera Nera”, un’estesa rivolta del popolo cabilo nei confronti dello Stato algerino e delle sue continue violenze e tentativi di oppressione. Questa introduzione voleva essere un breve riassunto degli argomenti che andrò a trattare nel seguente articolo e nel prossimo, partendo dall’organizzazione sociale-politica dei Leqbayel fino a giungere a raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), il tutto per comprendere ed analizzare un’ulteriore esempio di lotta contro lo Stato e contro ogni autorità, quella dei Cabili.

Come ho già accennato i Leqbayel o Cabili (da questo momento utilizzerò entrambe le denominazioni) sono stati e, come dimostrato dall’insurrezione popolare del 2001, sono ancora oggi uno dei popoli più ribelli e più resistenti alle ingerenze dei vari Stati (quello coloniale francese una volta, quello algerino oggi) finalizzate all’assimilazione culturale e politica, all’oppressione e alla repressione di ogni forma di autonomia dei Cabili. Nel corso dei secoli infatti le comunità cabile hanno dovuto affrontare per diverse volte i tentativi ed i progetti di assoggettamento ed assimilazione messi in pratica sia durante l’epoca del colonialismo francese sia in epoca moderna dallo Stato algerino, ma questo non hai mai spento il fuoco della rivolta e della libertà che anima il popolo Leqbayel. Il colonialismo francese è stato il primo ad addentrarsi militarmente nelle zone montuose della Cabilia fino a raggiungere i villaggi al fine di “civilizzarli”; la crudele missione civilizzatrice, elemento intrinseco dell’epoca coloniale, era la manifestazione concreta del dogma evoluzionista che vedeva negli Stati dell’europa continentale la fase ultima e definitiva del progresso umano al quale tutte le società dovevano giungere, anche e sopratutto attraverso l’imposizione forzata e violenta delle strutture statali e della cultura politica occidentale. Fino all’espansione coloniale francese e l’invasione militare in quella regione i Leqbayel erano sempre riusciti a respingere gli invasori e nessuno era riuscito ad abbattere la loro resistenza. Ma i Leqbayel non sono l’unico esempio in Nord Africa di popolo che ha resistito per anni e che si è ribellato a difesa della propria autonomia nei confronti delle potenze coloniali; i popoli abitanti delle montagne e dei deserti (basti pensare ai Tuareg, ai Rif in Marocco, i Masiri nel sud della Libia e così via) hanno rappresentato per i vari imperi e per le potenze coloniali un problema permanente a causa della tenacia con cui erano pronti a morire per difendere la loro autonomia e la libertà.

Prima dell’avanzata del colonialismo francese in Nord Africa e precisamente in Cabilia, i Leqbayel erano un popolo legato ad una cultura contadina di stampo comunitario in cui la terra è bene comune e la comunità rappresenta un’entità indipendente ed autonoma da qualsiasi Stato, potere, autorità o potere centralizzato. La società cabila era una società fortemente comunitaria e di conseguenza la terra era proprietà comune della comunità di base e veniva suddivisa tra le famiglie al solo fine di lavorarla e goderne i frutti, ognuno sulla base dei propri sforzi e delle proprie necessità. Il lavoro della terra si svolgeva per la maggior parte del tempo nell’ambito della famiglia e nonostante fosse praticamente assente qualsiasi forma di lavoro dipendente (nessuno era esclusivamente al servizio di qualcun’altro, piuttosto tutti erano al servizio della comunità), esisteva l’obbligo (non scritto) comunitario di partecipare alla Tiwizi, lavoro collettivo in occasione dei grandi raccolti.

A livello “politico” la comunità di base era il centro del potere (nella sua accezione antropologica di sociopotere, ossia, riprendendo un mio vecchio articolo e il saggio “Culture e Poteri” di Stefano Boni, quel potere diffuso in modo egualitario a tutta la comunità che implica una bassa o inesistente capacità degli individui di dominare e vincolare gli altri) mentre la società e la sua gestione erano compito dei consigli di famiglia e del consiglio di quartiere; a loro volta i quartieri si incontrano e confluiscono nel Consiglio di Villaggio. Spetta ai villaggi scegliere l’Amin (il segretario) e i delegati che, pur detenendo pochissimo potere decisionale poichè è la comunità nel suo insieme ed il suo organo principale, il consiglio di villaggio, a detenere il potere, rappresentano il consiglio e applicano le decisioni prese dalla comunità. Solitamente gruppi di villaggi che abitano e occupano la stessa area geografica tendono a riunirsi e a formare un Aarch; le uniche condizioni da rispettare sia all’interno dell’Aarch che nella comunità di base (il vilaggio) erano l’adesione ad un codice di condotta comune e la partecipazione alla vita comunitaria. La società cabila è quindi fondata su due pilastri fondamentali: solidarietà e responsabilità, intrinsecamente intrecciate tra loro visto che ogni individuo della società cabila deve sentirsi responsabile della vita della comunità e pronto alla ricerca di soluzioni per il bene comunitario. La caratteristica principale, nonché la forza, dei Leqbayel è sempre stata la loro organizzazione sociale orizzontale, egualitaria, comunitaria e priva di capi o autorità; probabilmente è stato proprio il riconoscimento della cultura anti-autoritaria ed estremamente egualitaria di questo popolo, considerata incompatibile con la struttura istituzionale dello Stato coloniale, che ha dato il via ai tentativi violenti e repressivi di assoggettamento ed assimilazione da parte della potenza coloniale francese che non poteva permettere l’esistenza di “uno stadio inferiore dell’evoluzione dell’organizzazione socio-politica umana”.

Nonostante la feroce resistenza del popolo cabilo all’invasione coloniale, la superiorità militare dello Stato francese ebbe la meglio e andò a sconvolgere la vita e l’organizzazione sociale di questo popolo. Difatti per la Francia il modello sociale e culturale dei Leqbayel non poteva essere tollerato e doveva quindi essere distrutto e represso con la violenza in quanto incompatibile con la struttura politica dell’impero coloniale francese. Avvenne così una vera e propria assimilazione forzata e violenta dell’organizzazione socio-politico cabila attraverso la sostituzione dei consigli di villaggio con istituzioni politiche tipiche degli Stati-Nazione europei come tribunali e comuni. L’assimilazione però non si limitò alla sfera sociale e politica ma andò anche a sconvolgere la cultura dei Leqbayel; infatti l’impero coloniale impose nei villaggi della Cabilia l’insegnamento della lingua e della cultura francese. Oggigiorno il sistema comunitario dei Cabili è quasi completamente scomparso e i pochi consigli di villaggio che ancora esistono e sopravvivono vedono limitato il loro raggio d’azione, finendo per ricoprire un ruolo formale che si limita alla gestione degli aspetti più banali della vita quotidiana della società cabila.

Nonostante le difficoltà che hanno dovuto affrontare i Leqbayel durante l’epoca coloniale francese, nelle zone montuose della Cabilia la resistenza e l’indole ribelle, così come alcune forme di autogestione, di cooperazione comunitaria, di autonomia, di questo popolo persistono ancora oggi e sono state alimentate in questi secoli, a partire dalla Guerra per l’indipendenza dell’Algeria fino a giungere alla fatidica Primavera Nera del 2001. Come già detto più volte in questo articolo i Cabili sono un popolo ribelle che ripudia ogni forma di autorità, sopratutto l’autorità dello Stato-Nazione che storicamente ha cercato di privarli della libertà e della loro autonomia attraverso violenze e oppressione. Ed è proprio questa loro indole anti-autoritaria, anti-statale e ribelle che li renderà protagonisti agli inizi degli anni 2000 di un’estesa e spontanea insurrezione popolare conosciuta con il nome di “Primavera Nera”. Ma questa è un’altra storia; una storia che sarà oggetto del prossimo articolo.

Resistenze Indigene – Il Disastro di Tucapel e la Battaglia di Marihuenu

I Mapuche, popolo originario del Cile centrale e meridionale (Araucania) e della Patagonia, si sono sempre contraddistinti, nel contesto latinoamericano, per il coraggio dimostrato nel resistere e nel combattere l’invasione dei conquistadores spagnoli. Coraggio che continua ancora oggi ad animare il popolo Mapuche, costretto a dover fronteggiare nuove minacce figlie dello sfruttamento capitalista dei territori del Sud del mondo, come il saccheggio di risorse e la devastazione dei territori indigeni. Un popolo per niente disponibile a chinar la testa dinanzi alla violenza repressiva degli organi polizieschi-militari statali schierati a difesa degli interessi neoimperialisti delle grandi multinazionali (Benetton) che depredano e devastano i territori in nome del profitto e del Capitale. Un popolo che, oggi come in passato, riconosce l’importanza della resistenza armata per difendere la propria autonomia e la propria libertà dalla minaccia dell’imperialismo europeo (prima) e dal neoimperialismo neoliberista (oggi). I Mapuche sono un popolo guerriero disposto a combattere fino alla morte pur di difendere la propria autonomia. L’argomento di cui parlerò in questo articolo, ossia la Battaglia di Tucapel, rappresenta nel modo migliore la resistenza tenace dei guerrieri Mapuche dinanzi all’invasione dei conquistadores spagnoli.

La Battaglia di Tucapel, passata alla storia anche con il nome di “Disastro di Tucapel”, è stata combattuta il 25 dicembre del 1553 tra i conquistadores spagnoli guidati da Pedro de Valdivia e i guerrieri Mapuche al seguito di Lef-Traru (in seguito rinominato Lautaro dagli spagnoli). Questa battaglia viene storicamente considerata parte della prima fase della Guerra di Arauco, il cui inizio si fa risalire alla Battaglia di Reynoguelen del 1536.

Lef-Traru, figlio di un “lonko” (Capo di Pace) Mapuche, fu catturato in giovane età da un gruppo di colonizzatori spagnoli che lo consegnarono a Pedro de Valdivia, diventando così il suo servitore personale. Durante la sua permanenza, non certo da uomo libero, presso Valdivia, Lef-Traru (ormai rinominato Lautaro dagli spagnoli) riuscì ad imparare le tecniche militari dei conquistadores; tecniche che avrebbe successivamente utilizzato nella Battaglia di Tucapel per sconfiggere proprio gli spagnoli. Durante l’adoloscenza Lef-Traru fuggì facendo ritorno in mezzo alla sua gente e grazie alle tecniche belliche imparate dai conquistadores e al suo carisma riuscì a raggruppare un buon numero di guerrieri Mapuche, formando così un esercito indigeno in grado di fronteggiare e sconfiggere gli invasori spagnoli.

Pedro de Valdivia, conquistador spagnolo che era già stato tenente di Francisco Pizarro nelle missioni di conquista del Perù, era a capo della spedizione in terra mapuche e fu lui a costruire le prime città e i primi forti, tra cui quelli di Tucapel e di Purèn, nel territorio cileno conquistato. Intorno ai primi di dicembre del 1553 Valdivia lasciò la città di Concepciòn e, dopo aver formato delle truppe esigue, intraprese un viaggio verso l’area di Arauco, anch’essa città situata in territorio indigeno. La spedizione di Valdivia fu intercettata da delle sentinelle mapuche che però si limitarono a riferire il tutto a Lef-Traru, invece di compiere un agguato ai danni delle truppe spagnole. Nello stesso momento Valdivia non riusciva a spiegarsi il motivo per cui non trovava alcun segno di resistenza indigena al suo passaggio e al passaggio delle truppe spagnole in territorio mapuche.

Nel dicembre del 1553 centinaia e centinaia di guerrieri mapuche guidati dal “toqui” (Capo di Guerra) Lef-Traru attaccarono e distrussero il Forte di Tucapel. Nel mentre Valdivia, che era partito da Concepcìòn con solo 50 soldati, inviò un messaggero a Forte Purèn per chiedere rinforzi; rinforzi che non arrivarono mai poichè il messaggero fu intercettato dai guerrieri mapuche.

Dopo una notte e mezza giornata, il 25 dicembre, Valdivia e i suoi uomini giunsero finalmente al forte di Tucapel, ma lo trovarono completamente distrutto e perciò decisero di accamparsi nei pressi di ciò che rimaneva del forte. Proprio in questo momento i guerrieri mapuche, che avevano assistito nascosti nella foresta all’arrivo di Valdivia e dei soldati spagnoli, decisero di compiere un primo assalto che però, inizialmente, fu repsinto dalla superiorità militare dei conquistadores. Dopo aver respinto nella foresta il primo gruppo guerriero mapuche, i soldati spagnoli pensarono di aver sventanto la minaccia di un secondo agguato, ma si sbagliarono completamente. Infatti poco dopo un secondo gruppo di guerrieri mise in atto uno spettacolare assalto che sorprese le truppe di Valdiva, infliggendo loro gravi perdite. I soldati spagnoli che ebbero la fortuna di non cadere sul campo di battaglia, fuggirono immediatamente. Solo in questo momento apparve Lef-Traru, alla guida di un terzo gruppo di guerrieri, deciso ad uccidere i soldati spagnoli rimasti in vita ma sopratutto mosso dal desiderio di catturare Pedro de Valdivia, il quale dal canto suo cercò di radunare i pochi e malconci soldati rimasti per tentare un controattacco. Quando capì che ormai la battaglia era persa e dopo aver visto tutti i suoi uomini uccisi, Valdivia tentò la fuga ma finì per rimanere bloccato in una palude ed essere raggiunto dai guerrieri mapuche al seguito di Lef-Traru. Dopo la cattura Valdivia fu giustiziato dai guerrieri Mapuche, anche se sul modo in cui avvenne l’uccisione del conquistador ci sono parecchie versioni discordanti, tutte al limite tra Storia e leggenda.

In seguito al “Disastro di Tucapel” in cui persero la vita una cinquantina di soldati e il loro comandante Pedro de Valdivia, la sete di vendetta che animava i conquistadores spagnoli nei confronti dei Mapuche si tramutò presto in una spedizione punitiva guidata da Francisco de Villagra a capo di 180 uomini. Ancora una volta il coraggio, la tenacia e la volontà di difendere la propria libertà, permisero ai guerrieri mapuche di riorganizzarsi e di fronteggiare nuovamente i conquistadores. Lef-Traru riuscì a radunare 8000 guerrieri. Il 23 febbraio del 1554 ebbe così luogo la Battaglia di Marihuenu (dal nome della collina scelta dal capo mapuche per attaccare i soldati spagnoli) che vide ancora una volta uscire trionfanti i guerrieri indigeni.

In seguito a queste due vittorie mapuche, la violenza militare e la repressione dei conquistadores spagnoli, affamati di vendetta nei confronti dei coraggiosi e ribelli indigeni, si fecero sempre più brutali e portarono a due nuove battaglie, quella di Peteroa (1556) e quella di Mataquito (1557); queste due battaglie sancirono due pesanti sconfitte per i Mapuche, sopratutto in termini di vite umane (morirono complessivamente più di 1000 guerrieri). Il toqui Lef-Traru fu ucciso e decapitato proprio durante la Battaglia di Mataquito, che decretò la fine di uno dei leader più coraggiosi e rappresentativi della resistenza mapuche all’invasione e alla colonizzazione spagnola nei territori indigeni cileni e argentini.

Il racconto di queste due battaglie vuole essere un modo per sottolineare ancora una volta la lotta dei Mapuche per la libertà e per la propria autonomia; una lotta per sottrarsi al dominio del colonialismo e dell’imperialismo spagnolo in passato, una lotta per difendersi dall’idra capitalista che saccheggia e devasta i territori e che sfrutta, uccide e reprime i popoli che si ribellano in nome della libertà oggigiorno.

 

Noi della Confederazione Irochese delle Sei Nazioni: Per l’Armonia e la Pace nel Mondo

“Gli Haudenosaunee, o confederazione Irochese delle sei nazioni, sono su questa terra dall’inizio della memoria umana. La nostra cultura è tra le più antiche che ancora esistano nel mondo. Noi ricordiamo ancora i primi atti del comportamento umano. Noi ricordiamo le istruzioni originarie dei creatori della vita a questo luogo che noi chiamiamo Etenoha, Madre terra. Noi siamo i guardiani spirituali di questo luogo. (…)

Al principio ci è stato detto che gli esseri umani che camminano sulla terra sono stati dotati di tutto ciò che è loro necessario per vivere. Abbiamo imparato ad amarci gli uni con gli altri, ad avere un grande rispetto per tutti gli esseri della terra. Ci è stato mostrato che la nostra vita esiste grazie alla vita degli alberi, che il nostro benessere dipende dalla vita vegetale, che noi siamo i parenti più prossimi degli esseri a quattro zampe. (…)

Noi salutiamo ed esprimiamo la nostra riconoscenza alle numerose cose che mantengono la nostra vita: il granoturco, i fagioli, le farine, il vento e il sole. Allorquando le genti smettono di rispettare e di esprimere la loro gratitudine per tutte queste cose, allora tutta la vita comincia ad essere distrutta, e la vita umana su questo pianeta arriva alla sua fine. Le nostre radici sono profonde nella terra dove viviamo. Noi nutriamo un grande amore per il nostro paese, perché il luogo della nostra nascita è là. Il suolo è pieno delle ossa di migliaia di nostri antenati, ciascuno di noi fu creato su queste terre, ed è nostro dovere averne grande cura, poiché da queste terre scaturiranno le future generazioni. Noi proseguiamo il nostro cammino con grande rispetto perché la terra è un luogo estremamente sacro. (…)

A tutt’oggi, i territori che ci restano sono coperti di alberi, pieni di animali e di tutti gli altri doni della Creazione. In questo luogo riceviamo ancora il nutrimento della nostra Madre Terra. Noi abbiamo sottolineato che tutti i popoli della terra non mostrano lo stesso rispetto per questo mondo e gli esseri che esso reca. Il popolo Indoeuropeo, che ha colonizzato le nostre terre, ha mostrato assai poco rispetto per le cose che cerano e mantengono la vita. Noi pensiamo che questi popoli hanno cessato di rispettare il mondo già da molto tempo. Migliaia di anni fa tutti i popoli del mondo credevano nella stessa maniera di vivere, quella dell’armonia con l’universo. Tutti vivevano in accordo con la natura. (…)

Gli europei attaccarono ogni aspetto dell’America del Nord con uno zelo incomparabile. I popoli nativi furono implacabilmente distrutti poiché essi erano un elemento non assimilabile dalla civilizzazione occidentale. (…)
Ma il nostro messaggio essenziale al mondo è fondamentalmente un appello alla presa di coscienza. La distruzione delle culture dei popoli nativi appartiene allo stesso processo che ha distrutto e distrugge ancora la vita su questo pianeta. Le tecnologie e i sistemi di organizzazione sociale che hanno distrutto la vita animale e vegetale stanno distruggendo anche la vita dei popoli naturali. Questo processo è la civiltà occidentale. (…)

Se deve esserci un avvenire per gli esseri viventi su questo pianeta, noi dobbiamo cominciare a cercare le vie di cambiamento. Il processo di colonizzazione ed imperialismo che ha colpito gli Haudenosaunee non è che un microcosmo del processo che ha colpito il mondo.(…) Ciò di cui abbiamo bisogno è la liberazione di tutte le cose che sostengono la vita: l’aria, le acque, gli alberi, tutte cose che sostengono la trama sacra della vita. (…)

Noi siamo impegnati in una lotta di decolonizzazione delle nostre terre e le nostre vite, ma non possiamo compiere questa lotta da soli e senza aiuto. Da secoli sappiamo che ogni azione individuale crea condizioni e situazioni che mutano il mondo. Da secoli ci preoccupiamo di evitare tutte le azioni che non offrono una prospettiva a lungo termine finalizzata all’armonia ed alla pace nel mondo. In questo contesto, con i nostri fratelli e le nostre sorelle dell’emisfero ovest, siamo venuti fin qui per parlare di questi importanti problemi con altri membri della famiglia dell’uomo.”

La confederazione irochese delle sei nazioni

 (Immagine presa da WuMing Foundation – Bandiera della Lega Irochese esposta da due militanti No Tav in Val Susa)

Tratto direttamente dal libro “ Messaggio degli Irochesi al mondo occidentale. Per un risveglio della coscienza”, ripreso direttamente dall’articolo di Andrea Staid per “A Rivista Anarchica”

Resistenze Indigene – La Battaglia di Mactan

Qualche giorno fa, precisamente il 27 aprile, è caduto l’anniversario della Battaglia di Mactan, battaglia nella quale perse la vita il famoso navigatore e conquistatore Ferdinando Magellano. E visto che in questo blog non parlo solamente di anarchismo e antropologia (che pur rimangono gli argomenti principali), ma anche di storia (sopratutto quella che riguarda le popolazioni indigene extraeuropee), oggi ho deciso di focalizzare la mia attenzione sulla Battaglia di Mactan per scriver questo articolo. Ma andiamo con ordine, spiegando premesse e avvenimenti di questa battaglia.

La Battaglia di Mactan fu combattuta il 27 aprile 1521 sull’Isola di Mactan, nelle attuali Filippine, tra Ferdinando Magellano e i soldati spagnoli e i guerrieri indigeni dell’isola guidati dal capo Lapu-Lapu.

Le premesse dello scontro dell’Isola di Mactan possono essere ritrovate nel secondo sbarco di Magellano a Cebu, avvenuto il 14 aprile, dove il navigatore portoghese aveva intessuto relazioni amichevoli con il Raja Humabon; quest’ultimo aveva deciso in quei giorni di sottomettersi alla corona spagnola incarnata dalla figura di Magellano e di convertirsi al Cristianesimo per assicurarsi l’alleanza della Spagna. A causa di questa sottomissione (opportunistica) di Humabon, Magellano si decise a voler dimostrare al Raja che, nel caso avesse avuto bisogno di aiuto militare per rafforzare il proprio potere e legittimare la propria autorità sui territori vicini, le forze spagnole sarebbero state in prima linea sul campo di battaglia; si evidenzia in questo modo la totale disponibilità di sostegno militare di Magellano e dei suoi soldati al Raja Humabon.

Allo stesso tempo in quei giorni il Raja dell’Isola di Mactan, Lapu Lapu, si era ribellato all’autorità di Humabon rifiutandosi di accogliere sulla sua isola e di offrire assistenza a Magellano e i suoi uomini, nuovi alleati e ospiti del Raja di Cebu. La mancata accoglienza e la decisione di ribellarsi a Humabon era stata dettata dal rancore provato da Lapu Lapu vero Magellano e i soldati spagnoli; questi ultimi infatti avevano commesso nei giorni precedenti atroci violenze ai danni della popolazione indigena locale, tra le quali le violenze ai danni delle donne e l’incendio delle abitazioni.

L’occasione della rivolta armata degli indigeni di Mactan contro l’autorità di Humabon fu il pretesto perfetto per Magellano per attaccare l’isola e dimostrare al Raja Humabon la superiorità militare degli spagnoli e per cementare sul campo la loro alleanza. Sull’onda dell’entusiasmo per sedare la rivolta di Lapu Lapu e dei suoi uomini, nella notte a cavallo tra il 26 ed il 27 di aprile, 3 battelli con a bordo 60 soldati spagnoli armati partirono alla volta dell’Isola di Mactan.

L’intenzione iniziale del navigatore portoghese era quella di offrire a Lapu Lapu una pace preventiva e totalmente sfavorevole per il Raja indigeno in modo da assicurarsi la sua sottomissione alla corona spagnola; se Lapu Lapu avesse rifiutato la trattativa di pace e le condizioni imposte da Magellano sarebbe stata guerra. E così è stato, poichè Lapu Lapu non aveva alcuna intenzione di sottomettersi alla dominazione spagnola. A questo punto, all’alba del 27 aprile, Magellano decise di scendere sulla terra ferma a capo di una cinquantina di soldati equipaggiati con armi sconosciute agli indigeni, Arrivati a riva i soldati si trovarono ad accoglierli più di millecinquecento indigeni armati di frecce e lance. Iniziò cosi uno scontro mortale che portò alla morte di Magellano per mano del Raja Lapu Lapu. Oltre al navigatore portoghese, nello scontro armato morirono anche otto soldati spagnoli e una quindicina di guerrieri indigeni.

Lapu Lapu e i suoi uomini armati di sole frecce e lance riuscirono fronteggiare e sconfiggere i soldati spagnoli e Magellano che volevano privarli della loro libertà, sottomettendoli al dominio imperialista e coloniale della corona spagnola.

Questo evento rappresenta solamente una delle innumerevoli rivolte e resistenze mosse dalle popolazioni indigene per tentare di contrastare l’espansione imperialista e l’invasione europea dei loro territori. Lapu Lapu incarna alla perfezione la lotta di resistenza del mondo indigeno contro la presunta superiorità della civiltà europea che è stata imposta con la forza durante la Storia attraverso l’imperialismo ed il colonialismo. Resistenze indigene che continuano ancora oggi dinanzi a fenomeni di natura neo-imperialista atti a devastare e saccheggiare i territori indigeni in nome del Capitale e della presunta superiorità (in termini evoluzionistici) dell’Occidente, che proietta la sua immagine di incarnazione di progresso e civiltà sul mondo indigeno ritenuto erroneamente primitivo, arretrato e perciò non ancora evoluto. Nonostante questa sua “arretratezza” il mondo indigeno, attraverso le sue rivolte e resistenze, ha dimostrato però più volte di poter sconfiggere la “superiorità” e l’arroganza della civiltà occidentale; e la Battaglia di Mactan è solo uno dei tantissimi esempi di resistenze indigene.

La Relazione tra Razzismo, Colonialismo e Concezione dello Straniero

In questo articolo proverò ad analizzare un concetto polisemico e quindi di difficile definizione, ovvero il termine razzismo, attraverso un’ottica antropologica-storica.Il termine razzismo è caratterizzato da complessità e possiamo banalmente definirlo, antropologicamente parlando, un processo di rappresentazione/descrizione dell’altro o dello straniero. Molto spesso si utilizza il termine razzismo confondendolo o utilizzandolo come sinonimo di altri termini quali etnocentrismo, xenofobia o proteofobia. Ed è appunto dando una definizione più chiara di questi termini che inizierò questa analisi.

Con il termine Etnocentrismo si definisce la tendenza a considerare il proprio gruppo culturale di appartenenza come universale e di conseguenza come l’unica possibilità e la sola verità, come qualcosa di naturale e non come conseguenza di un processo di costruzione culturale di significato e di visione ed interpretazione della realtà. L’etnocentrismo è una caratteristica comune alla maggior parte delle culture umane, poichè permette di definire il NOI, e quindi la nostra cultura/società, partendo dalla creazione di un LORO/ALTRO, sulla base di differenze più o meno oggettive. L’etnocentrismo evidenzia la necessità umana di costruire la propria identità attraverso l’esperienza dell’altro e dell’alterità; questo processo di definizione del noi permette la creazione di un senso di appartenenza ad un determinato gruppo socio-culturale che può emergere solo in contrapposizione all’identità dell’alterità. Quando ci poniamo le complicate domande  “Chi è l’altro? Chi è lo straniero?” ci stiamo in realtà domandando “Chi sono io? Chi siamo noi?” in quanto il discorso sull’altro è solamente un modo per parlare, definire e riconoscere se stessi sulla base di differenze con l’alterità. Il concetto di “straniero” non è un qualcosa di naturale, poichè la sua stessa esistenza può esistere solamente all’interno di una relazione in cui almeno uno dei due soggetti considera l’altro diverso da se e quindi lo definisce straniero. Dopotutto l’idea di straniero è sempre il prodotto di una determinata cultura all’interno di un determinato processo storico e quindi, la narrazione dello straniero è sempre etnocentrica. Sul concetto di straniero ci tornerò più tardi.

La Xenofobia è la conseguenza di un eccessivo etnocentrismo che si basa la paura ed il rifiuto dell’altro e di conseguenza implica la totale chiusura e l’ostilità nei confronti dell’altro.

Infine la Proteofobia, termine utilizzato da Zygmunt Bauman, si riferisce al contesto delle società globalizzate moderne, nelle quali l’incontro con l’alterità è costante e quotidiano, e quindi non richiama più quell’idea di incontro tra due culture monolitiche e ben distinte. Il termine proteofobia evidenzia il timore nei confronti della diversità, non più la paura dell’estraneità. Questo avviene perchè all’interno della società contemporanea c’è una tendenza ossessiva al controllo di tutto ciò che non rientra nei nostri schemi mentali e culturali, perciò emerge questa fobia nei confronti di ciò che viene percepito come diverso e quindi come potenzialmente distruttivo, che elude il nostro controllo.

Il Razzismo tende a definire e rappresentare l’altro non solo in quanto diverso, ma sopratutto inferiore e come una minaccia da sorvegliare. Il razzismo implica l’idea di una sostanziale differenza che annulla e rifiuta l’universalismo degli esseri umani, creando dei confini e delle barriere culturali tra noi e loro. Questa differenza viene considerata insuperabile ed irriducibile, assumendo un carattere generalizzato, ovvero “tutti noi siamo diversi da tutti loro”. Inoltre le differenze hanno sempre un carattere negativo, essendo non solo di natura descrittiva ma sopratutto qualitativa. Infine questa tendenza a marcare le differenze e rappresentarle come irriducibili porta a giustificare un determinato tipo di atteggiamenti e trattamenti aggressivi nei confronti di chi è vittima di razzismo, attraverso la discriminazione e la gerarchia tra noi e gli altri. Il razzismo può essere di natura inferiorizzante oppure di carattere differenzionizzante; inferiorizzante nel momento in cui l’altro viene considerato appunto come inferiore, legittimando in questo modo una gerarchia sociale, economica e politica ed un atteggiamento volto a controllare l’altro in quanto portatore di inuguaglianza. Questo modello di razzismo si è diffuso e rafforzato durante l’epoca coloniale ed imperialista attraverso la schiavitù e lo sfruttamento delle colonie da parte degli occidentali. Il razzismo differenzionizzante invece è teso a sottolineare l’esistenza di una radicale differenza tra noi e loro. L’altro viene dipinto come l’opposto del noi e di conseguenza rappresenta una minaccia all’integrità e all’identità del noi. Questa concezione non è più interessata ad inferiorizzare l’altro per sfruttarlo a proprio vantaggio, bensì è una logica ben più radicale tesa a distruggere ed eliminare definitivamente l’altro attraverso pulizie etniche ed espulsioni.

Claude Levi-Strauss si concentrò su altre due concezioni del razzismo, quello antropofagico e quello antropoemico. Il razzismo antropofagico sostiene che l’accettazione dell’altro può avvenire solamente nel momento in cui l’altro elimina le differenze che lo rendono inaccettabile dal noi, in poche parole quando l’altro abbandona il suo carattere di alterità e diventa come noi. Il razzismo antropoemico invece si pone la domanda “Come possiamo difenderci dallo straniero?” e trova come unica risposta l’esclusione dal noi, sottolineando quindi il completo rifiuto di accettare l’altro.

Questa costante polarità “Noi/Altri” è stata fondamentale durante l’epoca coloniale ed è ciò che ha permesso all’Occidente di imporsi globalmente attraverso lo sfruttamento e la sottomissione degli altri, ovvero dei non occidentali, costantemente rappresentati come inferiori, arretrati ed infantili. Senza il processo di colonizzazione ed imperialismo probabilmente la società occidentale capitalista moderna non esisterebbe. Uno dei più importanti filosofi e scrittori francesi del novecento che ha dato un importante contributo alla relazione tra razzismo, colonialismo e differenza è stato Frantz Fanon.

Fanon sostiene che la più importante (nella sua accezione negativa) violenza perpetuata dagli occidentali durante il colonialismo è stata il tentativo di appropriarsi della dimensione culturale dei colonizzati, attraverso la tendenza ad annullare la storia e l’identità dei popoli sottomessi e sfruttati. In questo modo si creò l’immagine del colonizzato come individuo inferiorizzato, irrazionale e incapace di provvedere a se stesso, diventando perciò dipendente dal colonizzatore. Durante il colonialismo i popoli colonizzati subivano un processo di desumanizzazione ed imposizione culturale da parte del dominante/colonizzatore occidentale in modo da mantenere il dominio. Secondo Fanon il colonialismo ha creato individui che inconsapevolmente si vedono e definiscono inferiori, arretrati ed infantili e che sentono il peso del proprio colore della pelle come caratteristica della loro condizione di inferiorità rispetto ai bianchi occidentali. Il colonizzato si accorge di essere “nero” nel momento in cui entra in relazione con il colonizzatore, e quindi l’esser nero emerge solamente nell’esperienza di esposizione allo sguardo dell’uomo bianco. Quindi Fanon individua nella desumanizzazione dell’altro la reale violenza coloniale; il colonizzato (nero) viene educato ad essere come il colonizzatore (bianco), attraverso l’interiorizzazione della cultura del colonizzatore occidentale. Ma proprio in questo momento che emerge l’ambiguità, ovvero quando il colonizzato si accorge che non potrà mai essere ciò che ha la cultura del colonizzatore gli ha fatto interiorizzare. Perciò il colonizzato si trova dinanzi ad una condizione paradossale nella quale deve scegliere tra due opzioni/soluzioni; o domanda agli altri di non badare al suo colore della pelle e quindi di venir trattato come se fosse un uomo bianco, oppure domandando agli altri di notare il suo essere nero, valorizzando in questo modo qualcosa che dalla cultura occidentale-coloniale veniva considerato negativo.

Per concludere riprendo il discorso sullo straniero che avevo momentaneamente abbandonato prima. Il sociologo-filosofo Georg Simmel individua nel concetto di straniero una rapporto di vicinanza e lontananza, polarità che contraddistingue ogni relazione tra gli individui. Lo straniero secondo Simmel rappresenta una posizione sociale, non un carattere basato su caratteristiche morali/fisiche. Le relazione umane sono quindi caratterizzate da questa polarità tra vicinanza e lontananza, e quando prevale quest’ultima iniziamo a percepire l’altro come una categoria, ovvero non entriamo più in relazione con un singolo individuo ma come la rappresentazione e l’esempio della sua categoria. Questo atteggiamento comporta la generalizzazione dello straniero e il fatto che esso ci appare non più come individuo unico lontano da qualsiasi stereotipo, bensì semplicemente come esempio della categoria che rappresenta.

Questa lunga analisi ci porta a concludere che la differenza-l’alterità hanno un carattere esclusivamente relazionale, non possono esistere isolate, e quindi la differenza non possiede una propria essenza naturale ma è sempre il risultato di un confronto. Dopotutto non esistono caratteristiche oggettivo ed universali che definiscono il concetto di straniero, poichè semplicemente nessun essere umano è straniero in natura e non lo è mai in modo assoluto.