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“Antropologia, un Sapere di Frontiera” (di Andrea Staid)

Di seguito riporto un interessante articolo scritto qualche anno fa dall’antropologo Andrea Staid, e pubblicato sul suo blog, riguardante il concepire l’antropologia come  “sapere di frontiera”, con cui mi trovo profondamente d’accordo.

 

Le frontiere, materiali o mentali,
di calce e mattoni o simboliche,
sono a volte dei campi di battaglia,
ma sono anche dei workshop
creativi dell’arte del vivere insieme,
dei terreni in cui vengono gettati e germogliano (consapevolmente o meno)
i semi di forme future di umanità.
Zygmunt Bauman

L’antropologia è un sapere di frontiera perchè oltrepassa i confini culturali e statali, perché rifiuta le certezze del mondo di cui è espressione per aprirsi ad altri mondi, ad altre esperienze di significato, un sapere che non può mai stare fermo. Questa sua caratteristica l’avvicina immediatamente a una delle priorità del pensiero libertario ovvero quella della negazione dei confini, della convinzione che le frontiere sono fatte per essere scavalcate.
L’antropologia è un sapere che sta sulla frontiera: sulla linea di incontro fra tradizioni intellettuali e modi di pensare tra culture diverse. Compito dell’antropologia è gettare un ponte tra queste culture. (Fabietti, 99).
Un sapere quindi che nasce sulla frontiera tra culture diverse, questo essere tra e sulla frontiera le conferisce delle caratteristiche particolari, non ultima quella di essere un sapere meticcio, in cui le idee di coloro che la praticano sono largamente influenzate da quelle di coloro che ne costituiscono l’oggetto.
L’antropologia è sicuramente un sapere critico anche grazie a questo suo posizionamento particolare tra culture. Un sapere che nasce in una zona caratterizzata dal contatto con molteplici forme di espressività pratica e intellettuale. L’antropologia però è anche una frontiera, perché essa esprime il limite della cultura che l’ha vista nascere, perché si è sviluppata in zone di contatto e perché si pone come sapere mobile, sempre disposto a riformulare i propri parametri sulla base delle nuove esperienze, suscettibili di produrre nuove interpretazioni. Quindi è un sapere che sta sulla frontiera: sulla linea di incontro fra tradizioni intellettuali e modi di pensare tra culture diverse.
Prima di tutto questo sapere antropologico è esperienza della diversità culturale, è ricerca sul campo. È comprensione dell’alterità, è attraversamento del contesto fatto di altri esseri umani in cui l’antropologo deve effettuare delle scelte paradigmatiche, e in questi luoghi, in questi momenti di riflessione deve mettere in atto strategie di ricerca.
In questi contesti possiamo notare la forza dell’antropologia, che è un sapere in grado di attraversare mondi tra loro differenti, di mettere in discussione se stesso, misurandosi continuamente con l’alterità. Il pensare criticamente al modo nel quale si pensa; il riflettere sulla propria esperienza è fondamentale per disconoscere un’identità di ferro legata solamente al nostro ambiente culturale e territoriale. L’antropologo cerca di mettere in discussione il proprio sapere e la tradizione di pensiero di cui quel sapere stesso è il prodotto.
Per questo è per lui fondamentale il dubbio, che consiste nell’essere “tra due mondi”, quello della propria tradizione intellettuale e quello che si costituisce a partire dalla consapevolezza che il mondo da cui si proviene non è l’unico possibile.
Da questo dubbio nasce una possibilità di mettersi in prospettiva. Gli antropologi hanno il compito di trasmettere e ampliare proprio questa possibilità di mettere in prospettiva le rappresentazioni culturali del soggetto. Criticarsi, pensare l’alterità, non assolutizzare le nostre idee non significa promuovere un generico relativismo, ma, leggere criticamente il mondo presente, decondizionando lo sguardo dall’esperienza culturale del soggetto per rendere familiare ciò che è estraneo e insolito a ciò che è familiare.
Il tentativo di comprensione dell’altro diviene dialogo quando, interrogandosi sui fondamenti e sulla natura delle conoscenze antropologiche, si osserva come queste prendano forma in precise condizioni sociali di incontro tra saperi locali e sapere “globale” o “universale” (Kilani, 97), caratterizzate spesso da ineguaglianza sociale oltre che distanza culturale. Ormai da anni Francesco Remotti nelle sue pubblicazioni ci mostra efficacemente come non dobbiamo avere paura di decostruire le nostre identità, bisogna andare oltre l’identità, “il primo passo che occorre compiere è esattamente quello di uscire da una logica puramente identitaria ed essere disposti a compromessi e condizioni che inevitabilmente indeboliscono le pretese solitarie, tendenzialmente narcisistiche e autistiche dell’identità. Uscire dalla logica identitaria significa inoltre essere disposti a riconoscere il ruolo formativo, e non semplicemente aggiuntivo o oppositivo, dell’alterità” (Remotti, 2001). Altro aspetto importante dei suoi studi è la necessità di riconoscere che l’antropologia è si il pensare e descrivere l’alterità, gli “altri”, ma che questa non è una prerogativa esclusiva della cultura occidentale moderna. Anche gli “altri”, i popoli o le culture incontrate e descritte dagli antropologi, dispongono di forme di concettualizzazione e di definizione dell’uomo, degli altri uomini, delle loro e altrui culture. In questo senso, il sapere dell’antropologo dovrebbe assumere non tanto la caratteristica di un sapere di “noi” sugli “altri”, quanto piuttosto di un campo in cui si intersecano e interagiscono, dialogando tra loro, la nostra antropologia e le antropologie degli “altri”. Dialogando con l’alterità travalichiamo le frontiere e rendiamo sempre più attuale quello che Pietro Gori scriveva nel lontano 1895, ovvero che la nostra patria è il mondo e dobbiamo continuare ad affermarlo con forza e profondità nel dibattito culturale e nelle lotte contro le frontiere nazionali per la costruzione di un mondo di liberi ed eguali.

LA FORTEZZA EUROPA TRA IPOCRISIA, VIOLENZE E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

L’articolo che seguirà è in realtà la riproposizione di una relazione che ho dovuto scrivere lo scorso anno nell’ambito di un laboratorio universitario in merito alla questione migratoria, al processo di esternalizzazione delle frontiere e alle politiche dell’Unione Europea in tema di flussi migratori.

Alla luce degli ultimi accordi tra il governo italiano, rappresentato dal Ministro degli Interni Minniti, e i governi (sia quello di Tripoli che quello di Topruk) libici finalizzati ad impedire la partenza dei migranti e fermare in questo modo la rotta del meditterraneo, attraverso la detenzione di persone in veri e propri campi di concentramento dove torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno, ritengo che seppur parziale riproporre questa relazione possa risultare interessante per comprendere la complicata questione migratoria e per analizzare i fatti partendo da un’ottica libertaria.

INTRODUZIONE

Il mondo occidentale, oggi più che mai, si dimostra estremamente ossessionato dai confini e delle frontiere e di conseguenza dalla loro difesa da un non meglio specificato “nemico” che, secondo la retorica di una certa classe politica e di una certa frangia dell’opinione pubblica, sarebbe una minaccia capace di mettere in crisi la società occidentale che noi tutti conosciamo. E quindi in quanto minaccia appare fondamentale respingere questo “nemico” al di fuori della fortezza Europa, o meglio ancora, impedire a questo “nemico” di raggiungere il territorio europeo attraverso differenti strumenti, tra cui il processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere e la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti.

Oggigiorno l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa; un’ipocrisia iniziata con il Trattato di Schengen, proseguita con l’istituzione di progetti quali Frontex e Mare Nostrum e che oggi continua attraverso il nefasto processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero il concetto di “dimensione esterna della politica migratoria dell’Unione Europea”.

Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad indentificare, espellerre e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Tutto ciò che ho appena elencato sarà materia della relazione e dell’analisi che segue, nella quale ho cercato di criticare i differenti sistemi di controllo e respingimento attraverso l’assunzione di un approccio libertario e quindi in aperta opposizione allo Stato-Nazione, ai confini, alle frontiere e a tutti quegli strumenti e mezzi volti ad impedire la libertà di movimento e di circolazione degli esseri umani. Perchè purtroppo l’Occidente in generale e l’Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di migrare e di movimento che a noi cittadini europei appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, quella di movimento e circolazione, che non deve in nessun modo essere un privilegio a vantaggio di pochi, bensì una libertà di cui ogni essere umano al di là della sua nazionalità, cultura, religione e colore della pelle deve disporre e godere in ogni momento della propria esistenza.

 

Nella seguente relazione andrò quindi ad analizzare sostanzialmente la distanza esistente tra le politiche dell’Agenda Europea sulla Migrazione e i loro risultati concreti in termini di vite umane e di salvaguardia dei diritti umani dei migranti, cercando quindi di contrapporre alla Nuova Agenda UE sulla Migrazione il report di Amnesty in merito alla violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti causate dalle stesse politiche migratorie europee.

Tutto questo per evidenziare la estrema distanza che intercorre tra le politiche europee in merito alle migrazioni e la loro messa in pratica reale, dimostrando che dietro all’imperativo dell’UE di “proteggere le persone in stato di necessità…e l’impegno degli Stati membri ad intervenire concretamente per scongiurare le perdite di altre vite umane” vi è in realtà come unico interesse quello di impedire ai migranti di raggiungere l’Europa attraverso un progressivo aumento di risorse spese al fine di rafforzare la protezione non delle persone bensì dei confini nazionali dalla minaccia di una“invasione”inesistente.

 

 

COOPERAZIONE E COLLABORAZIONE TRA UE E PAESI TERZI

Un punto esposto nella Agenda Europea sulla Migrazione che ritengo molto interessante da analizzare in questo capitolo posto in apertura della relazione, come si evince dal titolo, è quello della cooperazione e della collaborazione tra l’UE, gli Stati membri e i paesi terzi extraeuropei. Questo tema è strettamente collegato all’argomento della salvaguardia delle vite umane in mare attraverso operazioni quali Mare Nostrum prima e Triton e Poseidon (Frontex) dopo, argomento al quale verrà dedicato il paragrafo successivo.

Per affrontare la problematica questione della migrazione l’Unione Europea si impegna nella collaborazione con i paesi terzi come ho già sottolineato. L’Unione Europea infatti attraverso la Commissione e il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) interviene nelle regioni e nelle aree di origine e transito di migranti, attuando un processo di collaborazione con i paesi terzi che ha come principale interesse quello di impedire la partenza di persone che hanno come metà il territorio europeo.

Come fare per impedire a migliaia di persone di mettersi in viaggio attraverso vie più o meno legali per raggiungere l’Europa?

L’Unione Europea risponde a questa necessità di bloccare i flussi migratori verso il proprio territorio atteaverso il potenziamento delle frontiere esterne dell’Unione e stipulando accordi con i paesi terzi orientati ad impedire la partenza dei migranti e allo stesso tempo a favorire i rimpatri e le espulsioni di coloro che non soddisfano i requisiti per rimanere sul territorio europeo.

Questi accordi tra UE o un suo singolo stato membro e i paesi terzi di origine o di transito dei migranti non sono mai accordi pubblici in quanto non vengono stipulati tra governi bensì con i servizi dei paesi in questione volti a rafforzare gli strumenti di controllo, detenzione, identificazione e rimpatrio delle masse migranti, ovvero le forze dell’ordine e di polizia. Non essendo accordi pubblici tra governi di due Stati nella maggior parte dei casi essi vanno a collidere con il rispetto dei diritti umani fondamentali di cui dovrebbero godere i migranti respinti e rimpatriati.

Come già accennato sopra l’UE sviluppa accordi sia con i pesi di transito di migranti sia con i paesi di origine dei migranti con il duplice obiettivo di fermare le persone prima che possano raggiungere l’Europa (nel primo caso) e di poter espellere e rimpatriare più facilmente i migranti respinti (nel secondo caso).

Gli accordi tra UE possono essere di tre tipi anche se, parere personale, trovo abbiano maggior importanza i primi due, ovvero gli accordi bilaterali e quelli multilaterali. I primi vengono stipulati tra uno Stato dell’UE e un paese terzo extraeuropeo e ne sono esempi perfetti e recenti gli accordi “segreti” tra Italia e Gambia e Italia e Sudan, entrambi avveuti nel 2016. I secondi, quelli multilaterali, riguardano l’intera Unione Europea e i paesi terzi e ne sono un esempio limpido gli accordi tra UE e Turchia e quello tra UE e Mali, anch’essi del 2016.

Questi accordi tra UE e paesi terzi non sono altro che nuove forme di controllo e gestione dei flussi migratori messi in atto dagli Stati, i quali utilizzano i migranti come merci di scambio per il raggiungimento di fini e interessi politici ed economici che smascherano l’ipocrisia della Fortezza Europa celata dietro la retorica della “salvaguardia delle vite umane e della protezione dei migranti”.

 

 

CONTROLLO DELLA DIMENSIONE ESTERNA DELLE FRONTIERE EUROPEE

Al tema degli accordi tra UE e paesi terzi per impedire le partenze e facilitare i rimpatri si collega direttamente il concetto di controllo delle frontiere esterne, che altro non è che la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti, subappaltando quindi il controllo dei flussi migratori e delle frontiere ai paesi di origine o di transito dei migranti.

Nonostante l’Unione Europea, come possiamo leggere più volte nel testo della sua Agenda Europea sulla Migrazione, parli di protezione e salvaguardia dei diritti umani fondamentali dei migranti, la realtà empirica dei fatti sembra dimostrare una tendenza totalmente opposta. Infatti al centro delle politiche migratorie e di esternalizzazione europee troviamo senza troppi problemi il sistema di trattenimento dei migranti all’interni dei centri di detenzione.

In questi luoghi viene smascherata quotidianamente l’ipocrisia dell’UE; questo perchè la violazione dei diritti umani fondamentali e le violenze sulle persone detenute in questi centri sono quotidiane; quotidiane ma tenute volutamente lontane dagli occhi della società europea, cosi da poter nascondere come polvere sotto un tappeto tutte le incongruenze e le ipocrisie che emergono dalla lontananza tra i discorsi politici dell’UE in merito alla questione migratoria e la realtà delle frontiere fatta di violazioni, violenze, detenzioni, espulsioni, sparizioni e tutto ciò che va a ledere ogni diritto umano fondamentale della persona migrante.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sostiene che ogni essere umano gode del diritto alla libertà di movimento, perciò il trattenimento dei migranti all’interno dei centri di detenzione non è giustificato o legittimato in quanto essi non hanno commesso nessun reato concreto. Questo concetto di libertà di movimento come diritto fondamentale dell’essere umano si va a scontrare con la realtà dell’UE dominata dall’applicazione del Trattato di Schengen, il quale sancise la libertà di movimento come prerogativa esclusiva dei cittadini dei paesi membri dell’Unione Europea, negando lo stesso diritto a tutti i cittadini extraeuropei.

Il sistema di controllo delle masse migranti viene esternalizzato. Se oggi pensiamo all’Europa non possiamo che non pensare automaticamente anche agli infiti muri costruiti per bloccare il transito di persone; la fortezza Europa sta innalzando muri invalicabili e confini sempre più controllati e chiusi per impeidre la libera circolazione delle persone; muri costruiti sia sul territorio europeo, sia direttamente nei paesi terzi dove la lotta alle partenze si fa ogni giorno più pesante e presente.

Non solo il controllo viene esternalizzato, ma anche le stesse violenze nei confronti dei migranti. Infatti le violazioni dei diritti umani delle persone, ancora prima che in Europa, avvengono nelle aree di transito e origine dei migranti, ovvero al di fuori delle frontiere europee, per mano dei paesi terzi attraverso i loro organi di polizia. Questa azione di violazione e violenza viene svolta concretamente dai paesi terzi ma è il risultato di un preciso obiettivo nato da accordi di natura politica ed economica tra gli Stati europei e i paesi terzi, per l’appunto, con il fine di rafforzare la protezione e dil controllo delle frontiere esterne dell’europa e scongiurare la partenza dei migranti.

Viene così smascherato l’intento reale delle politiche migratorie UE; ovvero l’impegno costante per la repressione ed il controllo dei migranti nelle regioni di origine e transito al fine di impedirne la partenza ad ogni costo, quindi anche ricorrendo a violenze quotidiane sia di natura fisica sia di natura psicologica-morale.

Ma tanto finchè le quotidiane violenze e violazioni delle libertà indidivuali dei migranti avvengono al di fuori dei confini europei a chi importa no? Ha davvero senso nascondersi dietro una finta condanna dei paesi terzi quando in realtà i mandanti delle violenze, delle detenzioni illegali, delle espulsioni, sono gli stessi paesi europei che si riempiono la bocca di “diritti umani” e “protezione di vite umane”?

 

 

HOTSPOT: DETENZIONE E IMPRONTE DIGITALI

Dal controllo delle frontiere esterne ai centri di detenzione il passo è breve. Per meglio dire, i centri di identificazione ed espulsione europei e quelli di detenzione nei paesi terzi altro non sono che strumenti funzionali al sistema di controllo e repressione dei flussi migratori messo in pratica dalle politiche dell’Unione Europea.

Da un lato espulsioni e rimpatri, frutto di calcolati accordi economici e politici tra Stati, dall’altro il continuo spostamento dai territori di frontieri ai vari centri hotspot (sopratutto quelli del Sud Italia), ovvero un ulteriore luogo di differenziazione e smistamento dei migranti, nei quali le persone vengono differenziate arbitrariamente in base al fatto di essere o meno migranti economici o profughi, funzionale o meno al mercato e all’economia europea e cosi via. Dopo questa classificazione alcuni migranti entrano nel circuito dell’accoglienza (pochi), altri, la maggioranza, in quello dell’espulsione.

Il primo luogo che un migrante conosce appena arrivato sul territorio italiano è uno dei cinque Hotspot attivi in Italia: Lampedusa, Trapani, Taranto, Pozzallo e Porto Empedocle.

L’Hotspot funge da tappa forzata per i migranti che vi vengono condotti obbligatoriamente, in quanto la loro funzione è quella non solo di detene per un certo periodo di tempo le persone, ma sopratutto di svolgere una raccolta qualitativa e quantitativa di dati sui migranti prima che essi vengano espulsi o smistati nei vari centri di accoglienza sparsi sul territorio.

All’interno degli Hotspot il migrante può dover aspettare anche per diversi anni prima di conoscere il suo destino, prima di conoscere quindi se la sua domanda di accoglienza è stata accettata o se gli viene ordinato il rimpatrio o l’espulsione. Giorni, mesi e anni nei quali i migranti vivono in una condizione semi-detentiva, privati dei prorpi diritti, costretti a subire violenze psicologiche, morali e fisiche di vario genere fino ad arrivare alla spersonalizzazione più totale, alla perdità di identità, poichè trattati come mera merce da piazzare, ricollocare, spostare ed identificati con numeri piuttosto che in quanto essere umani,

Questa descrizione potrà apparire fin troppo cruda per apparire realistica, sembrerebbe più appropriata ad altri contesti storici, potrebbe facilmente riportare alla mente i campi di concentramento e lavoro nazisti. E invece, purtroppo, è la realtà quotidiana degli Hotspot, dei CIE, dei centri di detenzione, tanto all’interno delle frontiere europee quanto all’esterno di esse, nei paesi terzi di transito o di origine dei migranti.

Il sistema degli Hotspot è stato presentato nel 2015 come risposta dell’Unione Europea all’alto numero di arrivi di migranti nei pasi costieri dell’Europa meridionale. Come evidenziato dal rapporto di Ambesty “Hotspot Italia”, “la sua premessa fondamentale era quella di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo, con la distribuzione di una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri per un esame successivo delle loro domande di asilo”.

Fondamentalmente gli Hotspot sono stati creati per soddisfare la necessità degli Stati europei di disporre di luoghi atti a detenere ed identificare velocemente i migranti e i rifugiati, per prima cosa attraverso il rilevamento obbligatorio delle impronte digitali.

Questi luoghi di detenzione ed identificazione hanno rafforzato l’imperativo del controllo sui flussi migratori e sulle persone migranti tanto sbandierato dall’Unione Europea attravrso le sue politiche, incontrando come risultato immediato di questa ossessione per il controllo la sistematica violazione dei diritti dei migranti e dei rifugiati.

Il processo di rilevamento obbligatorio delle impronte digitali si conclude aprendo due scenari possibili, come sostenuto anche dalla Commissione Europea nella sua Agenda sulla migrazione del maggio 2015; “chi presenterà domanda di asilo sarà immediatamente immesso in una procedura di asilo…Per chi invece non necessità di protezione è previsto che Frontex aiuti gli Stati membri coordinando il rimpatrio di migranti irregolari”.

 

 CONCLUSIONE

Come si può evincere da tutto ciò evidenziato sopra, la collaborazione tra UE e paesi terzi di origine e transito dei migranti, il controllo della dimensione esterna delle frontiere europee e il sistema degli Hotspot non sono altro che strumenti funzionali alla stessa fortezza Europea per rafforzare la protezione e la difesa dei propri confini e delle proprie frontiere dallo spettro di una invasione che rimanere solamente qualcosa di astratto non avendo nessun riscontro empirico nella realtà attuale dei fatti e mai ce l’avra.

Inoltre questi differenti strumenti di controllo e repressione messi in pratica dall’Unione Europea ai danni dei migranti, dei rifugiati, dei richiedenti asilo vanno a distruggere ogni pretesa di protezione dei diritti umani fondamentali poichè, come già sottolineato sopra,le violenze subite dai migranti sono la quotidianità, così come le violazioni delle loro libertà e dei loro diritti.

Mentre l’Europa continua a far finta di nulla e a mascherarsi dietro la retorica della salvaguardia delle vite umane e dei migranti che attraversano il Mediterraneo, gli accordi da essa stipulati con i paesi terzi permettono il perpetuarsi delle violenze nelle zone di frontiera, dove i migranti ogni giorno devono lottare contro abusi, repressione, detenzione e violenze di ogni genere per non abbandonare il loro sogno di raggiungere le coste europee.

E poichè la fortezza Europa alza i suoi muri e si impegna nella difesa dei confini piuttosto che nella protezione degli esseri umani, visti solamente come merce da piazzare per motivi economici e politici, l’unica risposta possibile è quella di opporsi e lottare contro a tutto il marcio di questo sistema. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno. Perchè potrà anche suonare banale e retorico ma sostanzialmente la verità è che siamo tutti cittadini del mondo e il mondo intero è la nostra patria, perciò non possiamo accettare che il diritto alla libertà di movimento sia un privilegio di pochi eletti. E non possiamo in nessun modo accettare una “fortezza Europa” costruita sull’ipocrisia, sulle violenze e sulle violazioni dei diritti umani.

“Distruggere le Frontiere ogni Giorno” – Due parole sul tentativo dei migranti di attraversare il confine a Ventimiglia

“Le barriere sono l’emblema del nostro presente. Accettarle rende disumani e complici. Cercare di abbatterle è l’inizio di una libertà possibile.”

Nella notte tra il 25 ed il 26 giugno, 300-400 migranti hanno provato ad attraversare il confine tra l’Italia e la Francia a Ventimiglia e come di consueto si sono trovati ad affrontare le forze dell’ordine in assetto antisommossa che hanno tentato di bloccare questo tentativo di riaffermazione della loro “libertà di movimento” con i lacrimogeni. I migranti hanno deciso di provare a oltrepassare il confine, mettendo in atto una vera e propria sfida alle politiche liberticide della Fortezza Europa, in seguito all’ordinanza emanata da Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, che prevedeva lo sgombero degli accampamenti dei migranti situati sulle sponde del fiume Roja nei quali vivevano, o meglio sopravvivevano, da mesi centinaia di persone. L’ordinanza del sindaco di Ventimiglia appare chiaramente come un’operazione che, sotto alla solita retorica della “lotta al degrado”, tenta di far “scomparire” le persone migranti attraverso azioni di sgombero o di internamento nei campi della Croce Rossa allestiti al di fuori della città, come avvenuto mesi fa. Peccato che coloro i quali pensano di risolvere il “problema” con gli sgomberi non si accorgano che questa modalità d’azione avrà come unica risposta la rinnovata determinazione dei migranti nel tentare di travalicare il confine. Come scrivono i compagni di Progetto 20k: “È una semplice questione fisica: se sgomberi le persone non puoi aspettarti che spariscano all’improvviso, se mandi le ruspe dove dormono le persone perché “indecorosi”, queste persone si sposteranno provando a superare il confine”. Lo sgombero è avvenuto effettivamente nella mattinata di lunedì 26 giugno, ma i migranti hanno anticipato tale operazione consci del fatto che se fossero rimasti all’accampamento per loro si sarebbe aperta solamente la strada della deportazione verso i famosi CPR. Purtroppo oggi 27 giugno un gruppo di migranti che era riuscito ad arrivare in Francia è stato fermato dalla polizia francese, la quale ha organizzato una vera e propria caccia all’uomo, ed è stato portato alla frontiera italiana dalla quale probabilmente alcuni saranno deportati nel CIE/CPR di Taranto mentre altri torneranno sulle sponde del Roja a Ventimiglia, dove tenteranno quasi certamente di organizzare un nuovo assalto alla frontiera.

L’azione di attraversamento del confine organizzata e messa in atto dai migranti è a risposta migliore che si poteva dare a chi continua a considerarli e trattarli come merci o come oggetti da far scomparire, posizionare, nascondere in quanto “individui indecorosi” e produttori di “situazioni di degrado”. L’attraversamento del confine dimostra ancora una volta l’importanza e la capacità dei migranti di decidere il proprio destino e di autorganizzare le proprie lotte e le azioni dirette a superare le frontiere ed i confini per sottolineare la possibilità di un attacco deciso alla Fortezza Europa. Riprendendo le parole di uno dei migranti che era pronto ad oltrepassare il confine: “vogliamo solo costruirci una vita dignitosa in cui possiamo autodeterminarci”.

Oggigiorno infatti l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa. Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad identificare, espellere e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Occidente in generale ed Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè, come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen, a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di movimento che a noi appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo contrastare e combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, appunto quella di movimento. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno, in ogni luogo.

Nomadismo e Confini in Età Contemporanea

Nonostante si è portati a pensare che in epoca contemporanea e moderna popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori siano praticamente inesistenti o nel peggiore dei casi vengono dipinte come retaggi del passato, come qualcosa di primitivo e di arretrato e quindi da superare, il nomadismo storicamente è stato la spina dorsale dell’evoluzione e dell’organizzazione sociale dell’uomo e continua ad esistere ancora oggi. La Storia evidenzia che la condizione naturale dell’essere umano è quella del nomade e solo durante il Neolitico con la nascita dell’agricoltura è avvenuto il passaggio da nomadismo a sedentarietà. Passaggio che ha fatto emergere la dicotomia “nomade/sedentario” della quale si serve il sedentario per definire se stesso e costruire la propria identità in contrasto al nomade, e viceversa.

Il nomadismo è ancora presente in alcune regioni africane e asiatiche e in epoca contemporanea le popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori si trovano a dover fronteggiare un contesto economico-politico che li sottopone a pressioni per indurli a modificare i propri mezzi di sussistenza e adottando uno stile di vita sedentario e passando all’agricoltura. Spesso sono gli Stati a esercitare pressione sulle popolazioni nomadi affinchè esse si insedino stabilmente dedicandosi all’agricoltura; questo perchè il nomadismo, ovvero lo spostamento ciclico di questi popoli di cacciatori-raccoglitori entra in conflitto con il concetto di Stato-Nazione territoriale basato sul rispetto ed il controllo dei confini.

Dopotutto il nomade è per sua essenza in continuo movimento e quindi per sua natura sfugge al controllo di un un mondo basato su Stati-Nazione e confini e perciò in costante conflitto con chiunque cerca di sedentarizzarlo e modificare il suo stile di vita e di organizzazione sociale. Infine è innegabile che all’interno del mondo contemporaneo globalizzato e dominato da società sedentarie tese al controllo di tutto e tutti il nomade rimane sempre e ovunque straniero e altro, cercando di riaffermare il suo stile di vita in contrapposizione alla sedentarietà che domina la società capitalista moderna.

Bisognerebbe iniziare a vedere il nomadismo come colonna portante della storia dell’essere umano e come una realtà possibile da opporre all’egemonica visione della società sedentaria ed immobile, abbandonando l’idea occidentalecentrica sviluppata nel corso del colonialismo e dell’imperialismo europeo che nomadismo sia in qualche modo sinonimo di arretratezza nell’organizzazione sociale e quindi un qualcosa da superare in quanto retaggio dell’epoca primitiva.

Nomadismo quindi, per concludere, non come sinonimo di arretratezza poichè come sostiene l’antropologo Marco Aime ” la storia degli esseri umani è fatta di migrazioni e di movimenti” e sopratutto perchè quella che oggi noi identifichiamo come civiltà esiste anche grazie al fondamentale apporto di popolazioni e culture nomadi.