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“Non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere” – Teorie Sociologiche della Devianza

“Se prendo la parola non è per difendermi degli atti di cui mi si accusa, poichè solo la società che con la sua organizzazione mette gli uomini in continua lotta gli uni con gli altri, è l’unica responsabile. Atti del genere di quelli che mi si rimproverano non sono altro che la logica conseguenza della lotta per l’esistenza che si fanno gli uomini, che per vivere sono obbligati ad impiegare tutti i mezzi possibili. Dal momento che ciascuno deve pensare a se, colui che si trova nella necessità deve agire.

Quando i padroni licenziano gli operai, si preoccupano poco di vederli morire di fame. Tutti coloro che hanno il superfluo si interessano della gente che manca delle cose necessarie? Vi sono alcuni che danno un qualche aiuto, ma sono impotenti a sollevare tutti coloro che si trovano in stato di necessità e che muoiono prematuramente in seguito a privazioni di ogni tipo, o volontariamente suicidandosi, in ogni modo per porre fine a una esistenza miserabile o per non aver potuto sopportare i rigori della fame e l’onta delle innumerevoli umiliazioni senza alcuna speranza di vederle finire. Tutto questo avviene in mezzo all’abbondanza di qualsiasi tipo di prodotto. […]

Cosa può fare colui che pur lavorando manca del necessario? Se non lavora non gli resta che lasciarsi morire di fame, e allora qualcuno getterà qualche parola di pietà sul suo cadavere. Ecco ciò che ho voluto lasciare ad altri. Ho preferito diventare contrabbandiere, falsario, ladro e omicida! Avrei potuto mendicare, ciò è degradante e vigliacco ed è anche punito dalle vostre leggi che fanno della miseria un delitto.Se tutti i bisognosi, invece di aspettare, prendessero dove vi è, e non importa con quale mezzo, può essere che i benestanti comprenderebbero più in fretta che è pericoloso voler conservare l’attuale stato sociale dove l’inquietudine è permanente e la vita è in ogni istante minacciata: finirebbero senza dubbio per comprendere che gli anarchici hanno ragione quando dicono che per avere la tranquillità morale e fisica, bisogna distruggere le cause che producono il crimine e i criminali, invece di sopprimere colui che preferisce prendere violentemente ciò che gli serve per assicurarsi il benessere, piuttosto che morire di una morte lenta dovuta alle privazioni che sopporta. […]

Ecco perchè ho commesso gli atti che mi si rimproverano e che sono la conseguenza logica dello stato barbaro di una società che non fa altro che aumentare il numero delle sue vittime col rigore delle sue leggi che intervengono sugli effetti senza mai toccare le cause. Ebbene, signori, non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere. Creando gli articoli del Codice, i legislatori hanno dimenticato che non attaccavano le cause ma solamente gli effetti e che in tal modo non distruggevano affatto il crimine. […] Cosa bisogna fare allora? Distruggere la miseria, questo genio del crimine, assicurando a ciascuno la soddisfazione di tutti i bisogni. E quanto sarebbe facile realizzarlo! Bisognerebbe stabilire la società su nuove basi in cui tutto sia in comune, in cui ciascuno producendo secondo proprie possibilità e le proprie forze, possa consumare secondo i propri bisogni.

Si lo ripeto, è la società che fa i criminali e voi, giurati, invece di colpire loro dovreste impiegare le vostre forze per trasformare la società. Di colpo sopprimereste tutti i crimini e la vostra opera, attaccando le cause, sarebbe più grande e più feconda di quanto non lo sia la vostra giustizia che si limita a colpire gli effetti.[…] Dove prendete il diritto di uccidere o rinchiudere un uomo che, messo sulla terra con la necessità di vivere, si è visto nella necessità di prendere ciò che gli occorre? […] “

Voglio iniziare questo articolo in merito alle differenti teorie sociologiche (almeno quelle più importanti ed interessanti a parer mio) in materia di criminalità e devianza riportando degli estratti del discorso pronunciato dall’anarchico Francois Koenigstein, famoso con lo pseudonimo di Ravachol, durante il processo che lo avrebbe portato alla ghigliottina. Decisione di introdurre l’articolo con tale dichiarazione perchè ritengo il discorso di Ravachol del 1892 il precursore di tutta la sociologia della devianza e della criminalità  (almeno di una certa corrente che vedremo in seguito) e dal quale si possono estrapolare interessantissimi spunti di analisi e di critica al sistema capitalistico, cosi come alle istituzioni poliziesche e giudiziarie che si impegnano a far rispettare con la forza (il famoso “monopolio della violenza legittima”) una presunta legge neutrale che è in realtà chiara emanazione della volontà della classe dominante di mantenere i propri privilegi.

Tralasciando le teorie funzionaliste di Durkehim, che seppur fondamentali non ritengo inerenti all’idea espressa nella dichiarazione di Ravachol, riguardanti la necessità sociale della devianza in quanto incoraggerebbe la definizione dei confini tra comportamenti socialmente ritenuti “buoni” e quindi accettati e comportamenti inaccettabili in quanto “cattivi”, vorrei iniziare questa mia discesa nella sociologia della devianza parlando di un sociologo importante ma spesso tralasciato, ovvero Kai Erikson. Costui sosteneva che anzichè eliminare completamente la devianza, è più probabile che la società abbia bisogno di mantenerla entro certi limiti accettabili. Lui giunse a concludere che il livello di devianza di una determinata società dipende ed equivale alla sua capacità di gestirlo, espressa dal numero di tribunali, giudici e forze dell’ordine; tutte queste istituzioni, secondo Erikson, hanno un interesse nella criminalità e nella devianza e perciò, piuttosto che eliminarle completamente e di conseguenza eliminandone le cause scatenanti, si accontentano di limitarle e reprimerle.

Passiamo ora alle teorie interazioniste, le quali concepiscono la devianza come un prodotto della società, o per meglio dire un fenomeno socialmente costruito, e si interrogano sul perchè alcuni comportamenti ed alcuni gruppi sociali rispetto ad altri vengano etichettati come “devianti”. La principale teoria interazionista è la teoria dell’etichettamento che concentra la propria attenzione sul rapporto tra i soggetti “devianti” e i non-devianti, interrogandosi sul perchè alcuni individui (e alcune categorie sociali) vengano etichettate come devianti. La conclusione iniziale a cui arrivano i sostenitori di questa teoria evidenzia come i processi di etichettamento tendono ad esprimere la struttura del potere dominante all’interno del contesto sociale, poichè i criteri di definizione del comportamento deviante e i contesti in cui si manifestano tali comportamenti vengono stabiliti da coloro che si ritengono e si auto-etichettano come non devianti (es. è la classe dominante che attraverso la legge stabilisce quali siano i comportamenti devianti e pericolosi che potrebbero destabilizzare l’ordine costituito e minacciare i suoi privilegi per reprimerli con l’uso della violenza); per concludere e sintetizzare le posizioni espresse da questa teoria possiamo sostenere che non esistono atteggiamenti e comportamenti intrinsecamente “devianti”, ma solamente l’artificale definizione di deviante formulata attraverso le leggi e interpretata dalle forze di polizia e dai tribunali che hanno compito punitivo-correttivo, e quindi applicata dall’alto a determinati soggetti e gruppi sociali considerati destabilizzanti per l’ordine sociale, il potere costituito e per la classe dominante.

Arriviamo a questo punto alle teorie del conflitto, chiaramente ispirate dalla teoria marxista, come possiamo vedere nel massimo esponente di questa corrente sociologica, ossia Taylor. Ispirati e fortemente influenzati dalla teoria marxista della lotta di classe, i sociologi esponenti di questa teoria affermano che la devianza è una scelta deliberata, e spesso rappresenta un atto fortemente politico. Gli esponenti della teoria del conflitto respingono quindi l’idea che la devianza sia qualcosa di determinato dalla personalità, dalla biologia e dall’etichettamento; piuttosto ritengono che l’adozione di un comportamento deviante sia una risposta, ed una reazione, cosciente, e quindi politica, per rispondere alle diseguaglianze prodotte dal sistema capitalistico. I comportamenti devianti e considerati criminali messi in atto dalle classi sociali escluse, proletarie ed oppresse sono perciò da considerare come veri e propri atti politici volti a mettere in discussione l’intero ordine sociale e di rapporti di forza che dominano la società, facendo emergere una netta divisione sociale tra la classe oppressa ed esclusa dei proletari e dei lavoratori e la classe dei produttori di capitale e dei detentori dei mezzi di produzione, ovvero la classe dominante degli oppressori.

Nasce dalla teoria del conflitto, la cosi detta “nuova criminologia” che studia la formazione e lo scopo delle leggi all’interno del contesto sociale, terreno di scontro nel quale si svolge la lotta di classe; i teorici della nuova criminologia affermano che le leggi, all’interno della società dominata dalle logiche del Capitalismo, non sono altro che gli strumenti utilizzati dalla classe dominante per conservare la propria posizione di potere e privilegio rispetto alle masse oppresse e sfruttate. Per questo gli esponenti di questa corrente sociologica rifiutano la possibilità dell’esistenza di fantomatiche “leggi neutrali” applicabili indistintamente ad ogni classe e gruppo sociale; loro sottolineano, al contrario, che nel momento in cui aumentano le diseguaglianze tra la classe dominante e quella lavoratrice, la legge diventa uno strumento di repressione ed oppressione nelle mani dei detentori del potere per mantenere l’ordine e i propri privilegi in nome di una presunta “pace sociale”.

Esistono all’interno del variegato panorama della sociologia della devianza anche altre correnti e teorie (una su tutte la teoria del controllo) ma che ho deciso di non prendere in esame perchè, come già detto, ritengo siano poco inerenti con la dichiarazione dell’anarchico Ravachol davanti al tribunale che lo stava condannando alla ghigliottina a causa dei reati da lui commessi. E come disse Ravachol quindi, e anche rifacendosi alla maggior parte delle teorie sopra esposte, possiamo ribadire che “non ci sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere!”. Ma questo non avverrà fin quando si manterrà in vita e si difenderà il sistema capitalistico, principale produttore delle cause del crimine e della devianza e perciò primo bersaglio da abbattere per far trionfare la giustizia proletaria.

 (Arresto dell’anarchico Ravachol)

 

A Proposito di Legge Bossi-Fini, Centri di Permanenza Temporanea e CIE

In questo articolo, prendendo spunto dal libro “Immigrazione e Sicurezza in Italia” scritto dal sociologo Marzio Barbagli, cercherò di presentare e analizzare due importanti leggi italiane, tra di loro antitetiche, varate al fine di ridurre e regolamentare i flussi migratori irregolari e la criminalità ad essi collegata che hanno interessato l’Italia a partire dagli anni 90′, periodo nel quale il dibattito sull’immigrazione iniziò ad essere enfatizzato dai media e dai vari schieramenti politici scatenando nella popolazione la paura dell’immigrazione clandestina e della criminalità.

Facciamo un piccolo passo indietro al 1990, anno in cui entra in vigore la Legge Martelli. Questa legge prevedeva che chiunque avesse violato le norme sull’ingresso e sul soggiorno fosse espulso attraverso un provvedimento amministrativo. L’immigrato veniva intimato di lasciare l’Italia entro quindici giorni e se questo non accadeva lo straniero veniva accompagnato dalle forze dell’ordine alla frontiera per essere imbarcato verso il suo paese di origine. Nonostante questo procedura possa apparire semplice ad un primo sguardo, la realtà dimostra la sua difficile applicazione. Innanzitutto uno straniero irregolare non può essere espulso nel momento in cui egli abbia dei procedimenti penali in corso. Inoltre, ed è questo il problema più rilevante, è quasi impossibile espellere un immigrato irregolare nel momento in cui non si è in grado di identificare con certezza le sue generalità. Ed è proprio per evitare l’espulsione che nella maggioranza dei casi l’immigrato irregolare nasconde la sua vera identità. Infine la Legge Martelli impediva di trattenere lo straniero irregolare in stato di detenzione nel periodo tra l’emanazione del decreto di espulsione e la sua esecuzione.

A partire dal 1998 i partiti di centro-sinistra, fino a quel momento guidati sull’ideale delle frontiere aperte, dovettero fare i conti con il malumore dei cittadini che chiedevano maggiore sicurezza. Perciò le nuove  politiche di immigrazione del centro-sinistra adottarono come slogan “Sicurezza e Solidarietà”. Nel 1998 venne approvata la legge Turco-Napolitano che presentò interessanti innovazioni per contrastare l’immigrazione clandestina. Da una parte, per quanto riguarda i controlli esterni questa legge introdusse il respingimento degli stranieri che erano riusciti ad entrare in Italia sottraendosi ai controlli di frontiera. Dall’altra parte, nell’ambito dei controlli interni vennero introdotte tre importanti procedure:

-L’espulsione come misura di sicurezza nel momento in cui lo straniero condannato per un reato per il quale è previsto l’arresto obbligatorio e come sanzione sostitutiva al carcere

-Accompagnamento dello straniero irregolare alla frontiera

-La possibilità di trattenere lo straniero irregolare presso un Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza per un periodo di massimo trenta giorni quando è necessario accertare la sua identità. (Questa è la vera differenza con la legge Martelli)

L’istituzione dei centri di permanenza temporanea si prefissava il fine di combattere l’immigrazione irregolare, ma nonostante questo è stata la norma meno attuata anche grazie alla lotta dei movimenti antagonisti e degli attivisti che si opposero alla creazione e lottarono per la chiusura di questi veri e propri “lager per migranti”, o come qualcuno li definì “piccole Guantanamo all’italiana”.

Alla legge Turco-Napolitano si opposero fin dal principio i partiti e le forze politiche di centro-destra che criticarono la legge accusandola di favorire l’immigrazione “clandestina” anzichè di combatterla. Nel 2001, durante la campagna elettorale le forze politiche di destra attaccarono ancor più duramente la Turco-Napolitano accusandola nuovamente di favorire gli ingressi irregolari e la criminalità ad essi collegata. I partiti di centro-destra volevano introdurre il reato di immigrazione clandestina punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni, la riduzione dei flussi migratori verso l’Italia, favorire esclusivamente la migrazione temporanea e stagionale per motivi lavorativi ed infine rendere più efficienti e ferrei i controlli. All’interno della coalizione di centro-destra, al momento della vittoria elettorale di Berlusconi, ci furono scontri tra le differenti posizioni in merito all’immigrazione irregolare e come combatterla che portarono all’abbandono di alcuni punti del programma, tra cui: la sostituzione del permesso di soggiorno con il contratto di soggiorno (non rinnovabile) con l’intento di limitare la permanenza di un immigrato sul territorio nazionale alla durata del contratto lavorativo e, punto ben più rilevante, non venne inserito il reato di immigrazione clandestina fomentato da partiti quali Lega Nord e Alleanza Nazionale. Nonostante tutto il 30 luglio 2002 vede la luce la Legge Bossi-Fini che allungo il periodo di trattenimento nei centri di permanenza temporanea da trenta a sessanta guorni; nel momento in cui, al termine dei sessanta giorni, lo straniero irregolare trattenuto in questi centri non è stato rimpatriato, gli viene ordinato di lasciare l’Italia entro cinque giorni.

I cosi detti Centri di Permanenza Temporanea introdotti con la legge Turco-Napolitano con il decreto legge n.92 del maggio 2008 furono successivamente rinominati Centri di Identificazione e di Espulsione (CIE), appunto centri volti a detenere gli stranieri irregolari “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Nonostante gli individui trattenuti in queste strutture non siano considerati dei detenuti ma semplicemente degli ospiti, i CIE possono essere considerati senza troppi errori e problemi dei veri e propri lager per migranti, luoghi nei quali violenze fisiche e psicologiche e privazioni di libertà sono all’ordine del giorno.

Citando un intervista fatta all’antropologo libertario Andrea Staid a proposito di CIE e immigrazione “Una volta dentro succede di tutto, dalle violenze quotidiane a quelle che non si vedono, cibo scadente, psicofarmaci nel cibo, soprusi linguistici e culturali, e poi chiaramente le ‘mazzate’: quando ti rivolti, quando non accetti di subire”. Nella maggior parte dei casi inoltre il migrante non viene espulso ma rilasciato con un foglio che dice che deve tornare al suo paese, e nel momento in cui non riesce, non vuole o non può tornarsene al suo paese è, per la legge, a tutti gli effetti un clandestino e quindi se viene fermato probabilmente finisce in carcere. E’ questa la realtà che si trova ad affrontare un migrante; una realtà instabile e precaria fatta di violenze, detenzioni, carceri e molto spesso realtà che presenta la delinquenza e l’illegalità come uniche scelte razionali per sopravvivere.