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Forme dell’abitare e alcool come armi coloniali. Il caso degli Inuit e dei Sami.

Si potrebbe definire la storia dell’umanità come un eterno conflitto tra i popoli agricoltori-allevatori sedentari prodotto della rivoluzione neolitica e le comunità di cacciatori-raccoglitori nomadi. Stiamo difatti parlando di due universi culturali e antropologici ben definiti nelle loro differenze e che sono sempre entrati in conflitto nel corso dei secoli, spesso perché i primi hanno obbligato i secondi a diventare come loro, abbandonando così uno stile di vita nomade e di conseguenza uno specifico mondo culturale di riferimento. Quando e dove i popoli cacciatori-raccoglitori si sono rifiutati di mutare le loro abitudini o hanno posto resistenza, le pratiche coloniali messe in atto dalle società sedentarie erano sempre le stesse: isolamento, sfruttamento e sterminio. O vieni assimilato dalla cultura dominante, quella agricola-allevatrice, oppure il tuo destino, cacciatore-nomade, è la morte. Commetteremmo un grave errore nel caso pensassimo che questo scontro sia qualcosa di relegato nei tempi antichi della rivoluzione neolitica, poiché la perdita della propria identità sociale e culturale con annessi usi, costumi e tradizioni, è una problematica reale sentita da molti popoli ancora oggi, dalle regioni subartiche alle foreste amazzoniche.

Questo scontro tra due antropologie così differenti avviene anche su un terreno fondamentale per ogni comunità umana, ovvero come abitare il territorio, come pensarsi  nel paesaggio, come pensarsi nello spazio, come costruire le case e di conseguenza come strutturare la propria identità culturale e la propria cosmologia. Pensarsi paesaggio e pensarsi casa sono dunque due aspetti fondamentali nella formazione dell’identità culturale dell’individuo e della comunità, soprattutto per quelle culture nomadi abituate ad incorporare nella loro concezione e definizione di abitazione anche lo spazio esterno e naturale.

In questo articolo farò riferimento a tre culture di cacciatori nomadi differenti come esempio del ruolo che hanno giocato, nel processo di colonizzazione europeo, l’alcol e l’idea occidentale di abitare e di casa. Queste tre culture sono i Sami norvegesi, gli Inuit canadesi e gli Inuit stanziati in Groenlandia, la cui storia coloniale è trattata in modo sublime nell’ottimo Artico Nero, saggio-romanzo scritto dal geografo-antropologo Matteo Meschiari la cui lettura ha ispirato profondamente la stesura di questo articolo.

Sami

Leggendo varie produzioni etnografiche in merito alle culture indigene dell’artico possiamo notare come tali popolazione condividano un tratto architettonico comune nella costruzione delle loro abitazioni, ovvero la struttura assiale entrata-focolare. Questa è ben visibile nel kote, tipica dimora dei Sami. Il kote ha una pianta circolare divisa in due luoito (semilune) lungo l’asse che unisce l’entrata al focolare in mezzo chiamato arran. Tra le due semilune c’è una fascia divisa idealmente in uksa, che va dalla soglia al focolare, e in passjo, che va dal focolare al fondo della tenda. Questa divisione non è solamente architettonica bensì riflette il sistema di valori e dei ruoli vigenti nella cultura e nell’organizzazione sociale dei Sami e in particolare l’opposizione “uomo-donna”.

Esistono regole rigide che guidano i movimenti interni al kote e son tutti fondati su un sistema di opposizioni laterali (di genere) e verticali (generazionali). La struttura del kote ha dunque una funzione ben precisa all’interno della cultura sami poiché ha un compito organizzante, da forma sia a spazi concreti che a spazi mentali, in poche parole riflette e al contempo costruisce la cosmologia di questo popolo. È nella ripetizione quotidiana dei gesti all’intento dello spazio della tenda che si realizzano e stabilizzano, rafforzandosi, i valori della società sami. Questo schema di valori e gesti non rimane però confinato all’interno dello spazio domestico della tenda e infatti l’individuo lo ritrova una volta uscito dal kote riflesso nell’ambiente naturale che si staglia attorno a lui, nei paesaggi e nel cosmo. Si tratta di un’ordine immanente nel mondo abitato dai Sami, uno schema binario in cui agiscono forze complementari.

Il colonialismo europeo ed occidentale si è servito di tanti elementi per assoggettare e distruggere le culture native in giro per il globo, ma dobbiamo porre la nostra attenzione sul ruolo che hanno avuto due elementi in particolare: l’imposizione di un concetto differente di abitare e di abitazione e l’introduzione dell’alcol. Questi due elementi distruggono cosmologie e strutture che dominano il mondo e la società indigena, aprendo la strada per la fine di una civiltà e di una cultura.

Matteo Meschiari definisce l’alcol come un malware culturale, ovvero un elemento che distrugge un’epistemologia di tipo cosmologico, sostituendola con un’altra di tradizione capitalista e secolarizzata. La struttura cosmologica dei Sami, per esempio, binaria e complementare viene così distrutta e sostituita da un nuovo sistema simmetrico e competitivo, creando uno scompenso nella percezione della realtà e nella percezione di se stessi in relazione ad essa, poichè la realtà sami non è dominata da simmetrie e competizione.

Sempre prendendo ad esempio la cultura Sami, l’alcol importato dai colonizzatori europei e scandinavi ha introdotto nella struttura mentale e cognitiva di questo popolo l’appiattimento tipico del modello dialettico occidentale: un sistema binario non più votato alla complementarietà bensì allo scontro, al conflitto e all’esclusione. Nel sistema cognitivo e culturale Sami le coppie di opposti uomo|donna, terra|acqua, mare|tundra, ecc. erano coppie si di opposti ma dotate di un principio dinamico, un terzo elemento che rendeva il sistema binario realmente teso a completarsi piuttosto che allo scontro. Per fare degli esempi: fra terra e acqua c’era l’aria, tra tundra e mare c’era la foresta, tra uomo e donna c’era lo sciamano (entità in grado di mutare forma). Questi attori di frontiera o, come li definisce Meschiari, geografie di transizione, vengono distrutti dal modello sedentario ed agricolo tramite l’arma coloniale dell’alcol e attuando un processo di appiattimento dell’universo cognitivo di una cultura nomade come quella dei Sami in direzione di una simmetria dialettica tipicamente occidentale sintetizzabile in “elemento A vs elemento B“.

Questa simmetria dialettica votata allo scontro invece che alla complementarietà deriva da una forma mentis di tipo commerciale e mercantile occidentale, quella del “dammi che ti do”, che si scontra con l’antropologia del dono delle società primitive, specialmente quelle di cacciatori-raccoglitori nomadi, fondata sul mutuo appoggio e su uno scambio che non è mai di natura commerciale, bensì mitica, sociale o religiosa. Avviene così uno scontro profondo tra la simmetria e la competizione tipiche di un’epistemologia occidentale prima mercantile e ora capitalista e la complementarietà che fonda e domina la cosmologia primitiva di una cultura nomade.

 

Per comprendere meglio cosa intendo quando sostengo che la casa e l’abitare siano stati usati come armi culturali durante la colonizzazione, distruggendo non solo usi e abitudini, ma intere cosmologie di popoli primitivi e di culture nomadi possiamo portare un esempio storico neanche così lontano nel tempo come si potrebbe pensare.

Nuuk, Groenlandia

Nel 1970 la Danimarca, nazione che ha tutt’oggi il controllo della regione della Groenlandia, inizia ad esportare sull’isola l’idea di città europea e occidentale, imponendo quindi un modo di pensarsi nello spazio e nel passaggio totalmente estraneo alla cultura nomade della popolazione nativa. Quando parliamo di città troppo spesso ci soffermiamo unicamente ad osservarla dal punto di vista architettonico o come semplice agglomerato di edifici, ma in realtà il concetto stesso di città nasconde una questione di carattere culturale ed identitaria di fondamentale importanza . La città in realtà riflette un preciso modo di pensarsi luogo, spazio, paesaggio e questo preciso modello di pensarsi-casa riflette una storia e una cultura che è propria dell’occidente capitalista moderno, non delle culture nomadi abituate a comprendere nella concezione di spazio domestico il mondo esterno e naturale. Restando però sempre al 1970, stando ai dati, possiamo notare un aumento elevato del tasso di suicidi proprio in Groenlandia, soprattutto in centri “urbani” costruiti ex novo dai danesi come Nuuk.

Il concetto di citta imposto colonialmente in terra groenlandese, distruggendo in questo modo secoli di cosmologia e universi cognitivi nativi che riflettevano una cultura incentrata sul movimento nomadico, è disastroso per gli Inuit. Il cosmo ricorsivo e dinamico tipico del pensarsi nel mondo degli Inuit viene difatti, con brutalità, sostituito con qualcosa di claustrofobico e distruttivo come può esserlo solamente la casa concepita in un’ottica europea e occidentale. La città, utilizzata come strumento di oppressione culturale, ci pone dunque di fronte a due questioni fondamentali: anzitutto, per il popolo cacciatore-nomade nativo che la subisce, essa costituisce un problema pratico di adattamento ad uno stile di vita che non riconosce come proprio e che collide con il proprio pensarsi nello spazio e nel mondo. In secondo luogo la città rappresenta allo stesso tempo uno strumento di riprogrammazione dell’identità culturale e di alienazione. I giovani Inuit groenlandesi vivono sulla loro pelle la fine di una cultura tradizionale e di una cosmologia ancestrale, quindi sono i soggetti che pagano il prezzo più alto nei processi di ridefinizione dell’identità culturale, trovando spesso come unica risposta il suicidio. La modernità coloniale rappresentata ed imposta tramite la città ha così distrutto una cosmologia ancestrale.

Un altro esempio che può tornarci utile per comprendere l’utilizzo dell’idea di abitare e di città tipiche della modernità occidentale come macchine da guerra coloniali può darcelo due eventi drammatici avvenuti in Canada. Nel 1953 il governo canadese, con la scusa della ricollocazione a fin di bene, decise di trasferire sette famiglie inuit della comunità di Inukjuak a duemila chilometri di distanza, obbligandole a stanziarsi a Ellesmere e Cornwallis Island. La comunità inuit di Inukjuak così come le altre native del territorio canadese, avevano uno stile di vita nomade in quanto cacciatori di caribù e il trasferimento in un ecosistema totalmente differente da ciò che erano abituati da secoli, mise a dura prova la loro sopravvivenza in un ambiente a loro sconosciuto e dominato dall’oscurità che durava mesi. Le sette famiglie furono costrette a cambiare completamente stile di vita, da una cultura fondata sulla caccia al caribù ad una fondata sulla foca e sul beluga. Questo pone un problema di natura identitaria, di identità culturale del singolo e della comunità, la questione del chi sei precede quella del cosa fai.

Contemporaneamente, in un arco di tempo compreso tra il 1950 e il 1958, il governo canadese decise di trasferire forzatamente alcune comunità di Ahiarmut stanziate sulle sponde del fiume Kazan nella zona dell’Ennadai Lake, distruggendo così una cultura di cacciatori nomadi di caribù e trasformando tali comunità in cacciatori di pellicce asserviti agli interessi della Hudson Bay Company. L’economia di sussistenza basata sul caribù degli Ahiarmut, tramite la deportazione, viene distrutta e sostituita con un’economia di stampo capitalista, introducendo nella cultura della comunità concetti come profitto e scambio mercantile. Dagli anni ’60 in terra canadese gli Inuit vengono progressivamente obbligati a vivere nelle tipiche case dell’uomo bianco e secondo un modo di pensarsi nello spazio e nel paesaggio tipico di una cultura sedentaria come quella occidentale moderna. Difatti tra il 1955 e il 1968 i governi canadesi che si sono succeduti hanno mantenuto una linea di continuità politica nell’imporre agli Inuit l’abbandono del loro stile di vita nomade e di conseguenza il loro modo abitare lo spazio e il paesaggio, obbligandoli a vivere nelle tipiche case occidentali. Il passaggio da uno stile di vita nomade ad uno sedentario è un problema anzitutto culturale, poichè gli Inuit si trovarono ad abbandonare un modo di abitare comunitario in abitazioni fatte di uno spazio unico, condiviso strutturato su più stanze collegate, per sostituirlo con una casa mononucleare, escludente verso il paesaggio naturale esterno; dall’alloggio comunitario, riflesso di una cultura nomade in cui il comunitarismo prevale sull’egosimo economico, si passa alla proprietà privata, riflesso di una cultura capitalista occidentale.

Il movimento nomadico dei popoli cacciatori-raccoglitori come gli Inuit canadesi o groenlandesi incorpora il paesaggio naturale nella loro visione di spazio domestico. Questa cosmologia viene distrutta dall’imposizione coloniale della cultura e dello stile di vita sedentario dell’occidente moderno. Il processo di sedentarizzazione dei popoli nomadi ha comportato nella brutale storia coloniale una trasformazione estrema nel concepire lo spazio domestico e la casa. Mentre per i popoli nomadi il concetto di casa riflette una volontà di comunicazione e comunione con il mondo esterno e con la natura, pensando al paesaggio come parte dello spazio domestico e pensandosi come parte stessa del paesaggio, la casa occidentale rappresenta uno strumento di chiusura ed esclusione verso l’esterno, una chiusura non solo fisica e mentale, bensì culturale e persino economica. Una cultura nomade di cacciatori come quella Inuit, fondata sulla reciprocità, vene distrutta dall’introduzione della casa occidentale e dall’imposizione coloniale di abbandonare uno stile di vita, e con esso una cosmologia, basato sul pensarsi in comunione e complementarietà con il paesaggio naturale. Imponendo agli Inuit la sedentarizzazione e le nuove case occidentali, viene distrutto un’aspetto fondante della loro organizzazione sociale, ovvero l’intenso regime di visite che serve a rinsaldare la comunità. Citando direttamente Meschiari: <<La gente se ne sta per conto suo. Fine della condivisione, fine del dono, fine del mutuo appoggio. La casa, un tempo rifugio aperto e inclusivo, è diventata un apparecchio allogeno di cancellazione e riprogrammazione culturale>>.

Per concludere, abbiamo dunque osservato come le case e di conseguenza il modo di pensarsi nello spazio tipico delle culture sedentarie, in particolare quella occidentale moderna, abbiano funzionato nel processo coloniale di sottomissione e distruzione delle culture native prettamente nomadi come vere e proprie armi culturali con cui si distruggono identità e cosmologie ancestrali. Nell’eterno conflitto tra la cultura dei popoli agricoltori-allevatori sedentari prodotto della rivoluzione neolitica e quella delle comunità di cacciatori-raccoglitori nomadi, l’alcol, il concetto di casa e quello di città sono dunque stati utilizzati come vere e proprie macchine da guerra coloniali per cancellare e distruggere culture nomadi abituate ad un modo totalmente differente di pensarsi nello spazio e nel mondo.

 

Breve bibliografia di testi che ho consultato e che mi hanno dato l’ispirazione per la stesura del seguente articolo:

  • MESCHIARI Matteo, 2016, Artico Nero, la lunga notte dei popoli dei ghiacci, Exorma Edizioni
  • TURI Johan, 1991, Vita del Lappone, Adelphi Edizioni
  • RASMUSSEN Knud, 2018, Aua, Adelphi Edizioni

 

 

Il Rifiuto dell’Economia nelle Società Primitive

“L’aspetto caratteristico dell’economia primitiva è l’assenza di qualunque desiderio di trarre profitto”  R.Thurnwald, Economics in Primitive Communities

Le società primitive, ovvero quelle che rifiutano la Stato (riprendendo la tesi di Pierre Clastres), sono state storicamente descritte come società che ignorano l’economia di mercato e che sono immesse in un’esistenza di miseria e arretratezza dominata dall’economia di sussistenza. L’idea classica di economia di sussistenza, retaggio della tradizione e della prospettiva evoluzionista ed etnocentrica occidentale, implica che le società primitive e selvagge, senza Stato, sarebbero incapaci di produrre eccedenze in quanto totalmente occupate nella produzione del minimo indispensabile che garantisce loro la sopravvivenza. E’ questa definizione che costruisce l’immagine, storicamente diffusa e ampiamente accettata ma antropologicamente errata, della condizione di completa miseria della vita dei selvaggi. La domanda sorge quindi spontanea: l’economia delle società primitive è realmente un’economia di sussistenza?

Iniziamo cercando di capire cosa si intende con “economia di sussistenza”. Solitamente con questa definizione si intende affermare che questo tipo di economia permette ad una società di sopravvivere (sussistere per l’appunto), affermando di conseguenza che questa società impiega la totalità delle sue forze per produrre il minimo indispensabile per la sussistenza dei propri membri. Appare banale liquidare la definizione di economia di sussistenza sottolineando la sua natura di economia priva di mercato e incapace di produrre eccedenze, perchè in questo modo non si risponde alla domanda sopra posta e non si giunge alla comprensione dell’economia all’interno delle società primitive. L’idea, ancora una volta evoluzionista ed etnocentrica, che il selvaggio impieghi la maggior parte del suo tempo e la quasi totalità delle sue energie produttive per garantirsi un’esistenza di miseria è perdurata nei secoli, andando di pari passo con un altro pregiudizio altrettanto diffuso e contradditorio, ossia l’idea della natura pigra e oziosa dell’uomo primitivo. Alla luce di questi due pregiudizi antitetici, dobbiamo sceglierne dei due uno: “o l’uomo delle società primitive vive in economia di sussistenza e passa la maggior parte del suo tempo alla ricerca di nutrimento; o non vive in economia di sussistenza e può dunque permettersi di oziare a lungo…” (P.Clastres, La Società Contro lo Stato).

Svariate ricerche etnografiche ed antropologiche, nonchè la quasi totalità delle narrazioni dei primi esploratori europei, concordano sul fatto che la maggior parte dei popoli selvaggi (siano essi agricoltori o cacciatori-raccoglitori), tanto nel continente americano quando nel resto del globo, dedicavano in realtà poco tempo all’attività lavorativa senza per questo morire di fame o lottare quotidianamente per sopravvivere in una condizione di miseria e indigenza. Detto questo, l’economia di sussistenza delle popolazioni primitive collide con la convinzione errata, fondata dal pensiero evoluzionista-etnocentrico, che tali società perdurino in uno stato di ricerca affannosa e a tempo pieno del minimo indispensabile al proprio nutrimento e alla propria sopravvivenza. Si può quindi affermare che una economia di sussistenza non implica che la maggior parte del tempo di una società primitiva venga dedicato all’attività produttiva e di ricerca di nutrimento. Ed ecco che crolla il mito evoluzionista, preso a verità assoluta dalla civiltà occidentale fondata su due assiomi, quello dell’impossibilità dell’esistenza della società senza lo Stato e quella del bisogno imperativo di lavorare, dell’esistenza miserabile del selvaggio collegata all’idea di economia di sussistenza. La definizione di economia di sussistenza inizia così a perdere la sua connotazione negativa di arretratezza e inferiorità.

Definendo quindi l’organizzazione economica delle società primitive come “economia di sussistenza” non si sta più sottolineando un difetto di tali società, la loro mancanza o la loro condizione di arretratezza e miseria, bensì, al contrario, tale definizione della vita economica selvaggia intende marcare il rifiuto di produrre un eccesso inutile che domina queste società. Disponendo di tutto il tempo necessario per sovraprodurre, in realtà le società primitive potrebbero, se solamente lo volessero, aumentare la produzione di eccedenze e di beni e l’accumulazione di un surplus di prodotti. Riprendendo ciò che scrive Jacques Lizot a proposito degli Yanomani, possiamo quindi affermare che le società primitive sono società che rifiutano il lavoro e rifiutano l’economia di mercato, evidenziando il loro essere, al contempo, società del tempo libero e dell’abbondanza (come le definì Marshall Sahlins nel suo Stone Age Economics).

In questo momento subentra un’ulteriore questione: per quale motivo queste società dovrebbero lavorare e produrre di più di quanto basta alla soddisfazione dei bisogni del gruppo? A cosa servirebbero i beni materiali accumulati? Sostanzialmente, anche se può apparire banale, la sovrapproduzione di eccedenze in una società primitiva non servirebbe a nulla poichè queste società ignorano e rifiutano l’economia di mercato, la ricerca di competizione e di profitto, il lavoro alienato e orientato alla produzione di un surplus. Citando nuovamente Pierre Clastres, dobbiamo innanzitutto realizzare che è sempre per costrizione che gli uomini lavorano oltre il soddisfacimento dei propri bisogni, è sempre a causa di un potere coercitivo che fa la sua apparizione all’interno della società il lavoro alienato. L’uomo primitivo non conosce il lavoro alienato, rifiuta il lavoro e la sovrapproduzione perchè la sua attività produttiva è orientata e limitata semplicemente ai propri bisogni da soddisfare. La società primitiva rifiuta in questo modo di alienare il proprio tempo libero dedicato all’ozio, alle feste, ai banchetti e a tutte quelle attività considerate non produttive, per affaticarsi in un lavoro privo di senso e di scopo, ossia la produzione incessante di eccedenze dalle quali trarre un profitto (caratteristica fondante dell’economia di mercato capitalistica).

Il paradigma evoluzionista e l’etnocentrismo occidentale hanno considerato per secoli (eventi come il colonialismo o l’imperialismo ne sono stati la più brutale conseguenza), e in parte considerano tutt’ora, le società primitive, quelle caratterizzate dall’assenza e dal rifiuto dello Stato, come ferme in una fase embrionale delle società più evolute, ossia le società statuali tipiche dell’occidente moderno. Questa presunta arretratezza nell’evoluzione verso lo stadio finale rappresentato dalla civiltà occidentale, fondata sul dogma della necessità dello Stato e dell’economia di mercato, si manifesta quindi, secondo gli evoluzionisti, sopratutto nella sfera economica delle società primitive. In realtà non si tratta affatto di inferiorità o di arretratezza delle società primitive, ma piuttosto di rifiuto da parte di queste società di far emergere la disuguaglianza sociale tra sfruttatori e sfruttati, rifiutando l’emergere del lavoro alienato e della incessante produzione di beni materiali in eccesso.

Nelle società primitive l’economia non è mai sfera autonoma, non è mai economia politica, ed il lavoro non è mai lavoro alienato, altrimenti si assisterebbe alla divisione del corpo sociale in signori e sudditi, in sfruttatori e sfruttati, in dominatori e dominati e la società non sarebbe più primitiva in quanto emergerebbero le due caratteristiche principali delle società non-primitive, il potere politico coercitivo e la disuguaglianza sociale. Avviandoci alla conclusione di questo articolo, mi ritrovo a citare per l’ultima volta Pierre Clastres: “Si potrebbe dire che le società primitive, in questo senso, sono società senza economia per rifiuto dell’economia.” E’ proprio questa volontà di evitare l’emergere del lavoro alienato e di rifiutare l’economia come sfera autonoma dalla società, e di conseguenza di impedire il manifestarsi della disuguaglianza e della divisione del corpo sociale, che caratterizza le società primitive e la loro economia di sussistenza. Alain Caillè, nel suo Critica della Ragione Utilitaria, sostiene che le società primitive si preoccupavano di assicurare la propria coesione piuttosto che di produrre, e che i selvaggi ricercavano il farniente piuttosto che l’incessante accumulazione di beni materiali. Le Società primitive sono quindi società caratterizzate non dalla mancanza di economia di mercato e di Stato perchè ancorate ad uno stadio inferiore del progresso evoluzionista, bensì società che rifiutano il lavoro alienato e la produzione di eccedenze e che lottano incessantemente contro l’emergere de “il più gelido di tutti i mostri”, lo Stato.

 (Guarani-Kaiowa people)

 

Questo articolo vuole essere una sorta di approfondimento di un tema ben più ampio che avevo già provato ad analizzare in un passato articolo (che lascio di seguito per chi volesse approfondire), ossia la nozione di menzognera dell’homo oeconomicus primitivo contrapposta all’uomo in quanto essere sociale, quindi homo sociologicus che rigetta la mentalità economica di massimizzazione del profitto. Come sostiene Marshall Sahlins: “l’economia è una categoria culturale, non comportamentale.”

“La Menzogna dell’Homo Oeconomicus” – Economia, Scambio e Pratica del Dono