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“Antropologia, un Sapere di Frontiera” (di Andrea Staid)

Di seguito riporto un interessante articolo scritto qualche anno fa dall’antropologo Andrea Staid, e pubblicato sul suo blog, riguardante il concepire l’antropologia come  “sapere di frontiera”, con cui mi trovo profondamente d’accordo.

 

Le frontiere, materiali o mentali,
di calce e mattoni o simboliche,
sono a volte dei campi di battaglia,
ma sono anche dei workshop
creativi dell’arte del vivere insieme,
dei terreni in cui vengono gettati e germogliano (consapevolmente o meno)
i semi di forme future di umanità.
Zygmunt Bauman

L’antropologia è un sapere di frontiera perchè oltrepassa i confini culturali e statali, perché rifiuta le certezze del mondo di cui è espressione per aprirsi ad altri mondi, ad altre esperienze di significato, un sapere che non può mai stare fermo. Questa sua caratteristica l’avvicina immediatamente a una delle priorità del pensiero libertario ovvero quella della negazione dei confini, della convinzione che le frontiere sono fatte per essere scavalcate.
L’antropologia è un sapere che sta sulla frontiera: sulla linea di incontro fra tradizioni intellettuali e modi di pensare tra culture diverse. Compito dell’antropologia è gettare un ponte tra queste culture. (Fabietti, 99).
Un sapere quindi che nasce sulla frontiera tra culture diverse, questo essere tra e sulla frontiera le conferisce delle caratteristiche particolari, non ultima quella di essere un sapere meticcio, in cui le idee di coloro che la praticano sono largamente influenzate da quelle di coloro che ne costituiscono l’oggetto.
L’antropologia è sicuramente un sapere critico anche grazie a questo suo posizionamento particolare tra culture. Un sapere che nasce in una zona caratterizzata dal contatto con molteplici forme di espressività pratica e intellettuale. L’antropologia però è anche una frontiera, perché essa esprime il limite della cultura che l’ha vista nascere, perché si è sviluppata in zone di contatto e perché si pone come sapere mobile, sempre disposto a riformulare i propri parametri sulla base delle nuove esperienze, suscettibili di produrre nuove interpretazioni. Quindi è un sapere che sta sulla frontiera: sulla linea di incontro fra tradizioni intellettuali e modi di pensare tra culture diverse.
Prima di tutto questo sapere antropologico è esperienza della diversità culturale, è ricerca sul campo. È comprensione dell’alterità, è attraversamento del contesto fatto di altri esseri umani in cui l’antropologo deve effettuare delle scelte paradigmatiche, e in questi luoghi, in questi momenti di riflessione deve mettere in atto strategie di ricerca.
In questi contesti possiamo notare la forza dell’antropologia, che è un sapere in grado di attraversare mondi tra loro differenti, di mettere in discussione se stesso, misurandosi continuamente con l’alterità. Il pensare criticamente al modo nel quale si pensa; il riflettere sulla propria esperienza è fondamentale per disconoscere un’identità di ferro legata solamente al nostro ambiente culturale e territoriale. L’antropologo cerca di mettere in discussione il proprio sapere e la tradizione di pensiero di cui quel sapere stesso è il prodotto.
Per questo è per lui fondamentale il dubbio, che consiste nell’essere “tra due mondi”, quello della propria tradizione intellettuale e quello che si costituisce a partire dalla consapevolezza che il mondo da cui si proviene non è l’unico possibile.
Da questo dubbio nasce una possibilità di mettersi in prospettiva. Gli antropologi hanno il compito di trasmettere e ampliare proprio questa possibilità di mettere in prospettiva le rappresentazioni culturali del soggetto. Criticarsi, pensare l’alterità, non assolutizzare le nostre idee non significa promuovere un generico relativismo, ma, leggere criticamente il mondo presente, decondizionando lo sguardo dall’esperienza culturale del soggetto per rendere familiare ciò che è estraneo e insolito a ciò che è familiare.
Il tentativo di comprensione dell’altro diviene dialogo quando, interrogandosi sui fondamenti e sulla natura delle conoscenze antropologiche, si osserva come queste prendano forma in precise condizioni sociali di incontro tra saperi locali e sapere “globale” o “universale” (Kilani, 97), caratterizzate spesso da ineguaglianza sociale oltre che distanza culturale. Ormai da anni Francesco Remotti nelle sue pubblicazioni ci mostra efficacemente come non dobbiamo avere paura di decostruire le nostre identità, bisogna andare oltre l’identità, “il primo passo che occorre compiere è esattamente quello di uscire da una logica puramente identitaria ed essere disposti a compromessi e condizioni che inevitabilmente indeboliscono le pretese solitarie, tendenzialmente narcisistiche e autistiche dell’identità. Uscire dalla logica identitaria significa inoltre essere disposti a riconoscere il ruolo formativo, e non semplicemente aggiuntivo o oppositivo, dell’alterità” (Remotti, 2001). Altro aspetto importante dei suoi studi è la necessità di riconoscere che l’antropologia è si il pensare e descrivere l’alterità, gli “altri”, ma che questa non è una prerogativa esclusiva della cultura occidentale moderna. Anche gli “altri”, i popoli o le culture incontrate e descritte dagli antropologi, dispongono di forme di concettualizzazione e di definizione dell’uomo, degli altri uomini, delle loro e altrui culture. In questo senso, il sapere dell’antropologo dovrebbe assumere non tanto la caratteristica di un sapere di “noi” sugli “altri”, quanto piuttosto di un campo in cui si intersecano e interagiscono, dialogando tra loro, la nostra antropologia e le antropologie degli “altri”. Dialogando con l’alterità travalichiamo le frontiere e rendiamo sempre più attuale quello che Pietro Gori scriveva nel lontano 1895, ovvero che la nostra patria è il mondo e dobbiamo continuare ad affermarlo con forza e profondità nel dibattito culturale e nelle lotte contro le frontiere nazionali per la costruzione di un mondo di liberi ed eguali.

“Distruggere le Frontiere ogni Giorno” – Due parole sul tentativo dei migranti di attraversare il confine a Ventimiglia

“Le barriere sono l’emblema del nostro presente. Accettarle rende disumani e complici. Cercare di abbatterle è l’inizio di una libertà possibile.”

Nella notte tra il 25 ed il 26 giugno, 300-400 migranti hanno provato ad attraversare il confine tra l’Italia e la Francia a Ventimiglia e come di consueto si sono trovati ad affrontare le forze dell’ordine in assetto antisommossa che hanno tentato di bloccare questo tentativo di riaffermazione della loro “libertà di movimento” con i lacrimogeni. I migranti hanno deciso di provare a oltrepassare il confine, mettendo in atto una vera e propria sfida alle politiche liberticide della Fortezza Europa, in seguito all’ordinanza emanata da Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, che prevedeva lo sgombero degli accampamenti dei migranti situati sulle sponde del fiume Roja nei quali vivevano, o meglio sopravvivevano, da mesi centinaia di persone. L’ordinanza del sindaco di Ventimiglia appare chiaramente come un’operazione che, sotto alla solita retorica della “lotta al degrado”, tenta di far “scomparire” le persone migranti attraverso azioni di sgombero o di internamento nei campi della Croce Rossa allestiti al di fuori della città, come avvenuto mesi fa. Peccato che coloro i quali pensano di risolvere il “problema” con gli sgomberi non si accorgano che questa modalità d’azione avrà come unica risposta la rinnovata determinazione dei migranti nel tentare di travalicare il confine. Come scrivono i compagni di Progetto 20k: “È una semplice questione fisica: se sgomberi le persone non puoi aspettarti che spariscano all’improvviso, se mandi le ruspe dove dormono le persone perché “indecorosi”, queste persone si sposteranno provando a superare il confine”. Lo sgombero è avvenuto effettivamente nella mattinata di lunedì 26 giugno, ma i migranti hanno anticipato tale operazione consci del fatto che se fossero rimasti all’accampamento per loro si sarebbe aperta solamente la strada della deportazione verso i famosi CPR. Purtroppo oggi 27 giugno un gruppo di migranti che era riuscito ad arrivare in Francia è stato fermato dalla polizia francese, la quale ha organizzato una vera e propria caccia all’uomo, ed è stato portato alla frontiera italiana dalla quale probabilmente alcuni saranno deportati nel CIE/CPR di Taranto mentre altri torneranno sulle sponde del Roja a Ventimiglia, dove tenteranno quasi certamente di organizzare un nuovo assalto alla frontiera.

L’azione di attraversamento del confine organizzata e messa in atto dai migranti è a risposta migliore che si poteva dare a chi continua a considerarli e trattarli come merci o come oggetti da far scomparire, posizionare, nascondere in quanto “individui indecorosi” e produttori di “situazioni di degrado”. L’attraversamento del confine dimostra ancora una volta l’importanza e la capacità dei migranti di decidere il proprio destino e di autorganizzare le proprie lotte e le azioni dirette a superare le frontiere ed i confini per sottolineare la possibilità di un attacco deciso alla Fortezza Europa. Riprendendo le parole di uno dei migranti che era pronto ad oltrepassare il confine: “vogliamo solo costruirci una vita dignitosa in cui possiamo autodeterminarci”.

Oggigiorno infatti l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa. Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad identificare, espellere e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Occidente in generale ed Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè, come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen, a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di movimento che a noi appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo contrastare e combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, appunto quella di movimento. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno, in ogni luogo.