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Insurrezioni e Rivolte Indigene in America Latina

L’America Latina nel corso della sua Storia è stata il teatro principale in cui sono emersi diversi movimenti rivoluzionari o di resistenza di stampo indigenista, che si sono distaccati dalla visione classica del soggetto indigeno e contadino data dalla dottrina marxista-socialista, rivalutando l’indigeno in quanto soggetto rivoluzionario attivo non più semplice alleato o subordinato alla classe operaia. Due importanti contesti latinoamericani in cui sono emersi movimenti e resistenze indigene sono stati la Colombia con la rivolta di Quintìn Lame e le valli La Convenciòn e Lares (Perù) con l’esperienza di Hugo Blanco.

La ribellione indigena di Quintìn Lame, che prese il nome di Quintiada, emerse agli inizi degli anni 70 nella regione colombiana del Cauca, zona in cui vive la maggior parte della popolazione indigena Paeces. Il Cauca ha una rilevante importanza storica in quanto è stata una delle ultime regioni occupate e conquistate dai conquistadores a causa di una forte resistenza indigena. La Quintiada è stata una rivolta indigena emersa come reazione delle comunità indigene al capitalismo che, in quegli anni, iniziò a farsi sentire pesantemente anche nelle zone più rurali della Colombia imponendo il lavoro forzato ai contadini indigeni. Quintìn Lame, il precursore dell’indigenismo in Colombia che guidava l’insurrezione indigenista, si proponeva di recuperare le terre sottratte alle comunità e soprattutto di riaffermare l’autonomia indigena.

Nel 1971 viene creato il Consejo Regional Indigena del Cauca (CRIC) nel quale confluirono sia la secolare tradizione di resistenze e lotte indigene sia il movimento contadino. Il CRIC nacque con l’intenzione di resistere alle continue persecuzioni, incarceramenti e uccisioni che subivano le comunità indigene e contadine da parte delle autorità statali e militari. Gli obbiettivi che si era prefissato il CRIC sono stati il recupero delle terre e la ridistribuzione di esse ai contadini, il rafforzamento delle comunità indigene e la rivendicazione della dignità della cultura e delle tradizioni indigene, costantemente oppresse e represse dallo Stato colombiano. Inoltre il Consejo Regional Indigena del Cauca si impegno nella riconquista e nel consolidamento dell’autonomia delle comunità indigene e delle forme comunitarie di organizzazione e gestione del potere. Per i Paeces, la componente indigena maggioritaria all’interno del movimento, la terra e la cultura sono due elementi inscindibili e complementari per affermare la propria tradizione indigena.

Gli indigeni all’interno del CRIC hanno una visione della lotta nella quale confluiscono sia le rivendicazioni di natura economica in linea con la dottrina marxista (recupero delle terre), sia rivendicazioni di carattere politico (affermare autonomia indigena) e quelle culturali (rispetto verso la lingua e la tradizione indigena).

Nel 1981 viene formato il Movimento Armado Quintin Lame (MAQL) per assicurare protezione e difesa alle comunità contadine ed indigene colpite duramente dalla repressione e dagli abusi militari. Il MAQL è uno dei primi esempi storici di organizzazione armata autocostruita dalla stessa comunità indigena, senza l’aiuto di esterni e impegnata nella lotta per la riconquista delle terre e dell’identità indigena. Il MAQL, così come per altri movimenti armati o eserciti latinoamericani tra cui l’EZLN, ha auspicato la sua scomparsa una volta raggiunti i propri obiettivi, sottolineando che la decisione di creare una organizzazione armata è dovuta all’esigenza di autodifesa piuttosto che ad un desiderio di lotta armata.

L’esperienza di Quintìn Lame, del CRIC e del MAQL dimostrano la capacità da parte delle comunità indigene sottomesse, emarginate e oppresse di riaffermarsi in quanto società e cultura senza il bisogno di aiuti esterni.

Altra importante esperienza latinoamericana dalla forte componente indigenista è stata, negli anni 70 l’esperienza di Hugo Blanco nelle valli La Convenciòn e Lares. Innanzitutto dobbiamo chiarire chi è stato Hugo Blanco e la sua trasformazione da militante operai di matrice trozkista a guerrigliero contadino che finisce per identificarsi con la comunità indigena Quechas. La militanza politica di Hugo Blanco nasce con il suo attivismo all’interno della Federacion de Trabajadores del Cuzco e nel Partido Obrero Revolucionario. Durante la sua militanza in questi due movimenti Blanco realizza che l’avanguardia più radicale era formata non dalla componente proletaria, bensì dai contadini; in questo modo Blanco inizia a distaccarsi dalle sue convinzioni marxiste-trozkiste radicate nella visione degli operai come unica avanguardia rivoluzionaria possibile, e riconosce l’indigeno come motore attivo della rivoluzione. Blanco infatti si accorse ben presto che in Perùsarebbero stati i contadini, questa classe così affamata e sfruttata, ad iniziare la lotta in maniera decisa”. La transizione di Blanco da militante trozkista a guerrigliero contadino-indigenista avvenne durante la sua esperienza nella valle di La Convenciòn , luogo in cui si trovò a contatto con comunità contadine emarginate e bloccate in una condizione di estrema miseria.

Assieme ad altri militanti e compagni della sinistra più radicale Blanco formò il Frente de Izquierda Revolucionaria (FIR) che, di fronte alla crescente repressione subita dalle comunità indigene, decise attraverso le assemblee contadine di formare delle Brigadas Sindacales de Defensa, ovvero delle milizie di autodifesa. Concretamente la Brigada si impegno nell’attuare una vera e propria “guerriglia sindacale” che andava ad appoggiarsi alle mobilitazioni e agli scioperi dei contadini ed eseguiva le decisioni del sindacato.

La Convenciòn fu la prima esperienza di guerriglia alla quale presero parte attivamente gli indigeni in quanto braccio armato del sindacato per difendersi dalla repressione e dall’oppressione. Questa esperienza fu il primo importante movimento guerrigliero in cui confluirono sia un gruppo politico di matrice operaia sia la comunità indigena, entrambe concentrate su un comune obbiettivo: la Rivoluzione.

Come abbiamo visto, queste due esperienze di lotta e resistenza, hanno radicalmente modificato la concezione dell’indigeno all’interno del processo rivoluzionario, rendendolo soggetto attivo del cambiamento sociale e politico e non più un semplice alleato passivo della classe operaia. E inoltre entrambi i movimenti hanno dimostrato che, pur rimanendo legati alla concezione marxista di una avanguardia rivoluzionaria, essa possa essere incarnata dai contadini e dalle comunità indigene e non solamente dal proletariato, evidenziando in questo modo, il loro carattere di soggetti rivoluzionari e per rivendicare non solo esigenze economiche, bensì anche politiche e culturali proprie delle comunità indigene.4817142418_e0ecde9740_b 06_9_hugo_blanco

Articolo ispirato e scritto con l’aiuto di un testo che ritengo personalmente importantissimo, vale dire “Il Paradosso Zapatista” di Raul Zibechi.

Rivoluzione Zapatista: Questione Indigena e Rifiuto del Potere

La tradizione rivoluzionaria di stampo marxista e socialista ha da sempre avuto un’importante influenza sui movimenti dell’america latina, anche se raramente la teoria marxista ha conferito un ruolo decisivo alla questione indigena all’interna della rivoluzione. All’interno della dottrina marxista trova pochissimo spazio l’analisi sulle comunità contadine, rappresentate sempre come marginali e considerate un freno allo sviluppo, nonchè un retaggio del passato. Infatti per Marx la classe contadina è sempre stata “la classe che rappresenta la barbarie all’interno della società”. Anche Lenin, come Marx, percepiva la classe contadina come incapace di prendere posizione o guidare l’insurrezione, la quale era prerogativa esclusiva della classe operai e del proletariato. Queste posiziono sono state per lungo tempo un’influenza ingombrante sui movimenti socialisti e rivoluzionari emersi in America Latina fino agli anni 70, quando, in seguito alle sconfitte dei movimenti operai-popolari e alla crescita delle lotte e rivendicazioni indigene, la questione delle comunità indigene e contadine acquistò importanza e dignità. Da questo momento si iniziò a considerare l’indigeno come soggetto rivoluzionario attivo e come motore del cambiamento sociale e politico, soprattutto in America Latina dove vennero rivalutate le forme organizzative delle comunità indigene, come la democrazia comunitaria o la forma assembleare. In questo modo si invertì la rotta che immobilizzava l’indigeno nella posizione di soggetto passivo al seguito del proletariato, unico motore del cambiamento presentato dalla teoria rivoluzionaria marxista.

Probabilmente il movimento più importante in cui la questione indigena ha svolto, e continua a svolgere, un ruolo fondamentale è stata la rivoluzione zapatista dell’EZLN emersa nel 1994 con la prima insurrezione dei militanti della Selva Lacandona. I militanti dell’EZLN fin da subito incorporarono tutto ciò che trovarono di valido nelle comunità indigene, dalle forme organizzative alla democrazia diretta, delle assemblee comunitarie alla partecipazione costante della comunità alla vita politica-militare. La base della rivoluzione zapatista è rappresentata dal rispetto per le comunità indigene e per le loro forme di autogoverno, per i loro usi e costumi, per la loro cultura e soprattutto dalla lotta ad ogni forma di discriminazione ed oppressione. La rivoluzione dell’EZLN ha creato fin dai primi sussulti un’importante rottura con l’economicismo marxista che riduceva la questione indigena a spiegazioni economiche, interessandosi solamente di inserire l’indigeno all’interno delle strutture sociali e cultura dominanti.

L’EZLN, attraverso il suo portavoce Subcomandante Marcos, ha spesso sottolineato di non essere un esercito ispirato dalla guerra di guerriglia nonostante i primi combattimenti fossero evidentemente di carattere guevarista, come quasi la totalità dei movimenti di guerriglia centroamericani e latinoamericani del resto. Le fonti di ispirazione del movimento zapatista vanno piuttosto ricercate nella storia secolare delle resistenze messicane e delle lotte di resistenza indigena. Tra i principali ispiratori dell’EZLN troviamo Pancho Villa ed Emiliano Zapata, il primo per quanto riguarda la formazione di un esercito regolare ed il secondo per il processo di trasformazione del contadino in guerrigliero, e viceversa. L’EZLN ha preso sempre le distanze dall’identificazione banale con le guerriglie centroamericane di movimenti come il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale e dalle guerriglie di stampo guevarista. Piuttosto l’Esercito Zapatista ha in comune con la Division del Norte di Pancho Villa e con l’Ejercito Libertador del Sur di Zapata il carattere di massa dell’insurrezione militare, essendo una forza militare fortemente radicata all’interno della comunità indigena-contadina; ed è anche per questo che l’EZLN si definisce solitamente come “il braccio armato della comunità contadina”. Nonostante queste similitudini con gli eserciti di Zapata e Villa, l’EZLN ha una sua autonomia e non rappresenta semplicemente una loro copia.

Il carattere di massa dell’insurrezione e del conflitto accentuano il carattere di movimento incarnato dall’EZLN che si pone in aperto contrasto e critica con l’avanguardismo tipico della sinistra marxista-socialista. Il movimento zapatista instaura una continuità con le lotte e le resistenze del mondo indigeno alle quali partecipa l’intera comunità, l’intera popolazione. Ed è anche da questo carattere di massa della rivoluzione zapatista che notiamo l’influenza delle esperienze di resistenza indigena piuttosto della guerriglia di stampo guevarista.

L’EZLN lotta per undici punti (terra, giustizia, casa, educazione, libertà, sanità, indipendenza, lavoro, alimentazione, pace, democrazia) ed è un esercito che auspica la propria dissoluzione, la propria scomparsa nel momento in cui questi undici punti vengono raggiunti. E’ un esercito che non ha alcun interesse nella presa di potere e nel mantenersi in vita come esercito, poichè l’EZLN rappresenta semplicemente la comunità indigena e contadina in arma. Gli zapatisti non aspirano al potere perchè si oppongono radicalmente all’idea che un esercito di militari possa guidare una società. Questo loro rifiuto dei prendere il potere trova spiegazione nel carattere indigeno di porre al di sopra di tutto la comunità, a disposizione di cui si trova l’Esercito Zapatista.

La presa del potere? No, qualcosa di appena un po’ più difficile: un mondo nuovo”. Anche da questa frase del subcomandante Marcos possiamo notare che l’EZLN si distacca dalla dottrina rivoluzionaria marxista che vede nella presa di potere da parte della classe operaia (di un avanguardia proletaria rivoluzionaria) la possibilità di trasformazione della società e delle relazioni sociali, economiche e politiche. L’essere rivoluzionario degli zapatisti invece non è motivato in alcun modo dalla presa del potere, bensì dalla lotta per la dignità indigena ottenibile solamente attraverso la trasformazione delle relazioni sociali e della gestione del potere e dalla modificazione dei valori sociali dominanti che escludono ed emarginano la comunità indigena. Gli zapatisti rifiutano l’idea che la trasformazione sociale possa avvenire solamente con la presa del potere, che rifiutano radicalmente, interessandosi piuttosto alle differenti forme di organizzazione di esso attraverso l’esperienza comunitaria. L’EZLN non vuole il potere per sè e non vuole governare per la semplice convinzione del carattere corruttore che il potere esercita sugli uomini e di conseguenza non hanno la certezza di non trasformarsi negli stessi oppressori che combattono, caso mai dovessero prendere il potere. La lotta dell’EZLN è mossa dall’interesse di ristrutturare la gestione del potere, decentralizzandolo ed estendendo la partecipazione ed il sociopotere collettivo.

L’EZLN muove un’aspra critica all’avanguardismo, presentato dalla dottrina marxista come unico modo per aienare le masse e il loro reale potere, delegando ad un piccolo gruppo di individui rivoluzionari la gestione del potere e la trasformazione delle relazioni sociali, economiche e politiche del popolo. Infatti gli indigeni e l’EZLN sono insorti insieme non per impossessarsi del potere, piuttosto per affermare la propria esistenza continuando a resistere e lottare, affermando il valore della cultura indigena. L’EZLN  e gli indigeni vogliono semplicemente autonomia, autogoverno e democrazia, quest’ultima intesa in senso comunitario, orizzontale ed assembleare, seguendo la tradizione organizzativa indigena, poichè solamente attraverso questi tre concetti è possibile estendere il socio potere nella mani dell’intera comunità e concretizzare l’idea indigena “comandare ubbidendo”. Per gli indigeni e gli zapatisti l’autogoverno e la democrazia diretta sono gli unici modi per opporsi all’accentramento del potere, da evitare ad ogni costo attraverso le assemblee popolari e la società civile che rappresentano la sovranità della collettività.

Concludo citando direttamente il Subcomandante Marcos: “In realtà l’unica cosa che ci siamo proposti è cambiare il mondo, il resto lo improvvisiamo.”ejercito-zapatista-ezln-chiapas-1994 zapatista-girl---da