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Autonomia e Rivolte in Cabilia – Dalla Guerra d’Indipendenza alla Primavera Nera

 

Questo articolo rappresenta la seconda parte di un macroargomento, ossia l’autonomia e le rivolte che hanno interessato la regione della Cabilia ed il suo popolo di cultura berbera, i Leqbayel, che ho iniziato a presentare nello scorso articolo dal titolo “i Leqbayel, un popolo che ripudio l’autorità e lo Stato (http://anarcoantropologo.altervista.org/autonomia-rivolte-cabilia-leqbayel-un-popolo-ripudia-lautorita-lo/). Nel seguente articolo, partendo dalla Resistenza al colonialismo francese e dalla Guerra per l’Indipendenza e la decolonizzazione dell’Algeria, cercherò di analizzare e raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), evento fondamentale nella storia recente della Cabilia e del suo popolo ribelle.

Per giungere all’insurrezione popolare scoppiata nel 2001, passata alla storia appunto con il nome di “Primavera Nera”, dobbiamo quindi fare un bel salto indietro nel tempo e nella storia dell’Algeria. La Guerra d’Indipendenza algerina scoppiò nel 1958 per mano delle popolazioni berbere, degli indipendentisti algerini e del Fronte di Liberazione Nazionale, un movimento rivoluzionario di stampo socialista, ed era mossa dal desiderio di porre fine all’epoca coloniale francese in terra d’Algeria. Nonostante venga definita da molti come una rivoluzione, la Guerra d’Algeria non ha mai avuto il carattere di rivoluzione popolare capace di coinvolgere tutto il popolo algerino e anzi questo conflitto si è svolto principalmente in due zone a maggioranza berbera, l’Aures e appunto la Cabilia. Nel 1962 si conclude la Guerra d’Indipendenza, viene completata la decolonizzazione dell’Algeria e di conseguenza prende vita il nuovo Stato-Nazione algerino. Al momento della proclamazione dell’indipendenza fa però l’apparizione sullo scenario algerino il cosidetto “Esercito delle Frontiere”, un esercito che si era formato al di fuori dei confini, composto da giovani reclutati nei campi profughi in Marocco e Tunisia e che non aveva quindi partecipato alla Resistenza e alla sanguinosa guerra per la decolonizzazione e l’indipendenza, ma che aveva il solo scopo di prendere il potere nel nuovo Stato algerino appena formatosi. In realtà i “maquisard”, ossia i partigiani della Resistenza interna che avevano combattuto tra le montagne della Cabilia l’esercito coloniale francese ed erano morti per l’indipendenza, si trovavano ora in una situazione disastrosa di isolamento e decimazione. Si può quindi ben notare come, mentre all’interno del territorio algerino i partigiani berberi (Cabili ma non solo) combattevano l’invasore francese, al di fuori si era andato a creare un esercito (il già citato “Esercito delle Frontiere”), manifestazione concreta dell’accordo segreto tra il nazionalismo arabo (di stampo nasseriano), il blocco socialista-sovietico e il blocco occidentale guidato da Francia e USA al fine di sancire la permanenza del nuovo Stato algerino indipendente nella sfera di influenza francese.

Nonostante il grande apporto delle popolazioni berbere della Cabilia e dell’Aures nella guerra per la decolonizzazione dell’Algeria, nel periodo post indipendenza, con la nascita dello Stato-Nazione algerino queste due regioni sono state quelle maggiormente colpite dagli attacchi e dalla repressione governativa a causa della loro indole ribelle e della tenacia con la quale tentavano di salvaguardare le loro pratiche di autonomia e di comunitarismo dai tentativi di assimilazione statale. L’”Esercito delle Frontiere” non fece nessuna fatica a disarmare gli ultimi partigiani Cabili che si erano rifugiati in montagna decisi a continuare la resistenza (questa volta contro il nuovo Stato algerino) e ad accentrare nelle proprie mani il potere governativo.

Inizialmente fu creata un assemblea costitutiva che rappresentava tutte le fazioni politiche del Fronte di Liberazione Nazionale che avevano preso parte alla resistenza e alla guerra di indipendenza; questo clima di partecipazione pluralista però ebbe vita breve. Con il passare del tempo gli spazi di espressione e di movimento iniziarono a chiudersi per coloro che la pensavano in modo differente dai colonnelli dell’Esercito delle Frontiere, i quali avevano ormai egemonizzato la vittoria nella guerra di liberazione e consolidato il loro ruolo all’interno del Fronte di Liberazione Nazionale. Nel 1963, come conseguenza di questo clima di tensione tra l’Esercito delle Frontiere e altre anime della resistenza, la regione della Cabilia si trovò nuovamente in aperto conflitto con il neo-regime di Algeri; difatti un gruppo di “maquisard” decise di imbracciare nuovamente le armi e rifugiarsi tra le montagne cabile per continuare la resistenza armata, questa volta però contro il nuovo stato algerino. A differenza però della guerra di liberazione contro i francesi, questa volta la maggioranza del popolo cabilo, provato e logorato da sette lunghi anni di conflitto, decise di manifestare apertamente la loro volontà di non collaborare con gli ultimi partigiani cabili rifugiatosi in montagna.

Si giunge così al 1980, anno in cui scoppiano una serie di rivolte e di sommosse passate alla storia con il nome di Primavera Berbera, dalla quale nascerà il MCB (Movimento Culturale Berbero). Questo movimento ricopre un ruolo fondamentale nel contesto berbero degli anni ’80 innanzitutto per la sua struttura fortemente orizzontale che implica l’assenza totale di leader e sopratutto per una serie di rivendicazioni per cui si batte: dal riconoscimento della lingua berbera e dell’arabo popolare algerino alla libertà di espressione e di organizzazione socio-politica, passando per una richiesta di maggiore giustizia sociale nei confronti delle comunità berbere oppresse e attaccate continuamente dal governo centrale di Algeri. Per un decennio il MCB fu la principale forza politica berbera che si poneva in netta opposizione e in alternativa al partito unico al potere; il movimento culturale berbero però fu “ucciso” dalla nuova costituzione algerina scritta nel 1989 la quale sancì l’introduzione del multipartitismo nello scenario politico nazionale. L’ingresso del multipartitismo e la nascita di circa 60 nuovi partiti ebbe una conseguenza diretta anche sulla vita politica della stessa Cabilia; difatti la regione si trovò presto spaccata in due, a causa della presenza di due partiti che tentarono di egemonizzare lo scenario politico cabilo: l’FFS (Fronte delle Forze Socialiste) di Hocine Ait Ahmed, partigiano e storico leader del partito d’opposizione al governo di Algeri nato dall’insurrezione contro i colonnelli dell’Esercito delle Frontiere del 1963, ed il RCD (Rassemblement pour la Culture et la Democratie) di Said Saadi, già animatore carismatico del MCB. Il movimento cabilo-berbero si spacca del tutto nel 1995, proprio nel momento in cui il Movimento Culturale Berbero mette in atto la sua più radicale azione: il famoso “sciopero della cartella”, una vera e propria azione di boicottaggio da parte di migliaia di studenti di lingua berbera nei confronti della scuola statale algerina, accusata nuovamente di voler soppiantare la cultura e la lingua cabila incentrando l’insegnamento scolastico sull’uso esclusivo della lingua francese. Dinanzi a questa imponente azione di boicottaggio che riuscì a fermare e a tener chiuse le scuole per più di un anno la popolazione della Cabilia dimostrò nuovamente tutta la sua capacità di organizzare una mobilitazione popolare dal basso che mise in seria difficoltà lo stato centrale algerino che si dimostrava sempre più oppressore della cultura delle popolazioni cabile.

Bisogna però tener conto di un fattore fondamentale per comprendere appieno l’importanza di questo evento nella storia della Cabilia: questo sciopero infatti è avvenuto contemporaneamente allo scoppio di una sanguinosissima guerra civile tra i gruppi islamici armati (GIA) e lo Stato algerino che attraverso il terrorismo cercava di mantenere in vita il proprio regime dittatoriale e liberticida. La Cabilia ed il suo popolo si trovarono così stretti tra due fuochi: da una parte i guerriglieri integralisti sfruttarono le montagne e le foreste della regione per rifugiarsi, dall’altra il governo algerino cercò di guadagnarsi l’appoggio e la collaborazione delle popolazione cabile per opporsi ai GIA. La popolazione della Cabilia rimane neutrale e continua la sua resistenza tanto contro l’avanzata dell’integralismo islamista quanto nei confronti del corrotto e invasivo Stato algerino. Le popolazioni cabile si sono limitate organizzare delle vere e proprie forme di autodifesa armata popolare e comunitaria nelle zone maggiormente minacciate dall’intrusione dei gruppi islamisti armati. Il popolo Leqbayel avevano preso una posizione netta: nè con lo Stato algerino nè con la sua creatura, l’integralismo islamico.

Passati gli anni della Guerra Civile si arriva al 2001, probabilmente l’anno più importante della storia recente della Cabilia e del suo popolo; difatti è proprio nel 2001 che scoppia quella grande insurrezione popolare passata alla storia come “Primavera Nera”, con la quale il conflitto passa finalmente nelle mani del popolo cabilo, non più spettatore neutrale ma artefice e combattente del proprio destino.

La rivolta ebbe inizio il 18 aprile del 2001 a Beni-Douala, un piccolo villaggio situato sulle montagne della Grande Cabilia, a seguito dell’assassinio di un liceale per mano di alcuni gendarmi (ossia un membro dell’esercito governativo). Il giorno dopo, il 19 aprile, scoppia effettivamente la rivolta quando i compagni di classe del ragazzo ucciso dallo Stato algerino vanno a manifestare al grido di “ulac smah ulac” (niente perdono) fuori dalla gendarmeria e ricevono come unica risposta nuove raffiche di kalashnikov. Si era ormai arrivati ad un punto di non ritorno: lo Stato aveva ucciso un ragazzo e l’esercito non si faceva problemi ad aprire il fuoco nei confronti di chiunque manifestasse contro tale situazione. Iniziò così un escalation di rivolte e manifestazioni dal basso che interessarono l’intero territorio della Cabilia e che ben presto si trasformarono in una imponente e partecipata insurrezione popolare animata da un sentimento anti-governativo e di aperta ostilità nei confronti del potere statale. Quando ormai l’intera regione era stata messa a dura prova dalla repressione e dalle violenze dell’esercito algerino e dallo Stato, tutti i villaggi reagirono e cominciarono a consultarsi nelle antiche piazze del consiglio di villaggio per organizzare una nuova resistenza e il successivo contrattacco. Persa ormai la fiducia verso la politica istituzionale, verso le rappresentanze politiche ed i partiti accusati di esser solamente in cerca di potere e poltrone, le comunità cabile riscoprirono gli antichi meccanismi della democrazia diretta e dell’autorganizzazione comunitaria: la consultazione più ampia possibile, l’ascolto, il consenso, la solidarietà e la responsabilità. E’ in questo contesto di attacchi violenti da parte dello Stato e di riscoperta della propria tradizione socio-politica che, per la prima volta dopo la sconfitta del 1871, vengono ricostruiti gli Aarch della Cabilia. L’aspetto più interessante di questa riscoperta della propria tradizione politica e sociale da parte dei Leqbayel è stato sicuramente il fatto di non aver rappresentato un ritorno monolitico ed immutabile al passato e ai suoi arcaismi, bensì di essersi confrontato direttamente con i problemi della modernità; da sottolineare infatti come il ruolo delle donne, in passato escluse totalmente dai consigli di villaggio, durante la Primavera Nera, abbia assunto un ruolo rilevante all’interno delle mobilitazioni anti governative. Infine la riscoperta della democrazia diretta, della partecipazione popolare, dell’autogestione comunitaria, del consenso contrapposto alla logica del voto hanno dato prova ancora una volta dell’esistenza di un’alternativa valida al potere statale centralizzato e alla democrazia rappresentativa, istituzioni per la loro natura sorde alle idee di libertà, autonomia e autogestione popolare e comunitaria tipiche di gran parte delle popolazioni indigene, di cui i Leqbayel ne sono un esempio perfetto. La Primavera Nera, Tafsut taberkant, terminò solamente agli inizi del 2003 e contò più di 120 vittime tra la popolazione cabila insorta contro l’esercito algerino ed il potere governativo, il quale non ha smesso di ricorrere agli arresti, alle denunce e alle condanne per reprimere un’insurrezione popolare dal basso che chiedeva maggiore autonomia e libertà.

Termina così il nostro viaggio diviso in due parti nella storia della Cabilia e del suo popolo, i Leqbayel. Una storia fatta di autonomia e rivolte; la storia di un popolo che ripudia ogni forma di autorità e di potere e che da sempre si ribella allo Stato-Nazione; un popolo che non ha mai dimenticato e abbandonato del tutto le tradizionali ed ancestrali forme di autorganizzazione popolare che le comunità berbere hanno da sempre opposto ai progetti di colonizzazione francese e di assimilazione culturale e politica da parte del centralismo di Stato.

Gli Anarchici nella Rivoluzione Messicana: il PLM, i Magonisti e l’Insurrezione Libertaria

“Nessun partito liberale al mondo ha una linea anticapitalista come la nostra, che è sul punto di provocare una rivoluzione nel Messico, e a tanto siamo arrivati senza dire di essere anarchici. Dunque, è tutta una questione di tattica. Dobbiamo dare la terra al popolo, nel corso della rivoluzione, in modo che i poveri non siano ingannati. Non esiste un solo governo capace di fare il bene del paese andando contro gli interessi della borghesia. […] Dobbiamo dare al popolo anche il possesso delle fabbriche, delle miniere, eccetera. Per fare sì che l’intero paese non si rivolti contro di noi, dobbiamo continuare a utilizzare le stesse tattiche che abbiamo praticato con tanto successo: continueremo a chiamarci liberali nel corso della rivoluzione, mentre in realtà propagheremo l’anarchia e compiremo azioni anarchiche. Dobbiamo strappare le proprietà alla borghesia e restituirle al popolo.”

Quando si parla di Rivoluzione Messicana le prime figure rivoluzionarie che ci vengono in mente, anche grazie ad una certa narrazione romantica e romanzata delle loro gesta, sono sicuramente quelle di Emiliano Zapata e di Sancho Villa, protagonisti fondamentali dell’insurrezione rivoluzionaria dei campesinos e della popolazione indigena nelle regioni meridionali del Messico. Raramente invece si pensa a Ricardo Flores Magon, a suo fratello Enrique, a Priscillano Silva e al movimento anarchico di cui erano parte; ed è altrettanto raro che si conoscano le loro gesta rivoluzionarie. E’ proprio a causa di questa tendenza a relegare in disparte le azioni e gli eventi legati al movimento anarchico durante le fasi di preparazione alla Rivoluzione Messicana contro Porfirio Diaz che nell’articolo in questione cercherò di fare un quadro il quanto più possibile completo sugli anarchici messicani, sul Partido Liberal Mexicano e sul movimento magonista. Ma come al solito andiamo con ordine.

La Rivoluzione Messicana scoppiò nel 1910 ed era mossa dalla volontà di grandi porzioni della popolazione messicana di porre fine agli oltre trent’anni di “Porfiriato”, ossia il regime autoritario, violento e oppressivo di Porfirio Diaz, il quale prese il potere nel 1876 e fin da subito cercò di attuare un processo di modernizzazione del paese attraverso l’apertura dell’economia messicana ai capitali e agli investimenti provenienti dall’estero. Durante il regime di Porfirio Diaz il Messico conosce un duplice e diseguale sviluppo: al Nord avviene una forte industrializzazione che porta, di conseguenza, alla nascita della classe operaia urbana; al Sud invece i segni di questa modernizzazione economica si potevano intravedere nel crescente sviluppo dell’agricoltura, sviluppo guidato dai grandi latifondisti e proprietari terrieri e fondato sulla sottrazione delle terre ai contadini e alle comunità indigene. Da questo processo di modernizzazione economica, attraverso l’apertura dell’economia messicana al mercato capitalistico mondiale, emersero quindi due classi sociali sfruttate e prive di diritti, la classe operaia al Nord e la classe dei campesinos al Sud, che sarebbero state il motore trainante della Rivoluzione. Il malcontento di queste due classi sociali, schiacciate dallo sfruttamento dei latifondisti e dei capitalisti e dalla violenza repressiva del regime di Diaz, fu guidato nel processo rivoluzionario da due principali “movimenti” che avevano entrambi l’obiettivo di porre fine al “Porfiriato”: a Nord emerse un esercito di costituzionalisti (che appunto si rifacevano ai principi liberali della Costituzione Messicana del 1857) guidati da Francisco Madero, mentre a Sud il ruolo di leader dell’insurrezione dei contadini e degli indigeni lo prese Emiliano Zapata, il quale chiedeva non solo il rovesciamento di Diaz ma sopratutto riforme agrarie e l’espropriazione e la redistribuzione delle terre alla popolazione.

Ed è proprio in questo scenario dominato da una parte dai costituzionalisti riformisti che volevano semplicemente rovesciare Porfirio Diaz per dare vita ad un nuovo governo maggiormente democratico e dall’altra parte dagli zapatisti che invece sostenevano una maggiore autonomia e maggiori diritti delle comunità contadine e indigene, che è fondamentale porre l’attenzione sull’esistenza di una “terza via rivoluzionaria” che si opponeva al regime di Diaz. Stiamo parlando appunto del movimento anarchico messicano incarnato dalla figura di Ricardo Flores Magon e da suo fratello Enrique. I fratelli Magon nel 1892 danno vita al “magonismo”, un movimento politico rivoluzionario composto da tre elementi: il liberalismo messicano, l’anarchismo di matrice europea e il comunalismo tradizionale indigeno; il magonismo instaura fin da subito forti legami con l’ampia tradizione di lotte di resistenza delle popolazioni indigene sia contro il dominio e lo sfruttamento coloniale, sia nei confronti dell’autorità centrale incarnata dai vari governi messicani rea della povertà, dell’esclusione sociale e politica e della repressione violenta che affliggono gli indigeni. Anni dopo, nel 1905, Ricardo Flores Magon, insieme al fratello e ad altri “magonisti” fondarono il Partito Liberale Messicano (PLM) con l’obiettivo di mettere in atto una rivoluzione totale che toccasse ogni ambito della società.

Nonostante il nome di “partito liberale”, l’ideologia che animava i militanti andava oltre al semplice liberalismo messicano incentrato sulla richiesta di riforme o rivendicazioni dei principi liberali della Costituzione del 1857. Ma sopratutto l’obiettivo principale del PLM, a differenza di quello che fecero con la vittoria della Rivoluzione Messicana i costituzionalisti guidati da Madero, non era quello di sostituire il governo autoritario di Porfirio Diaz con un nuovo governo liberal-democratico, bensì quello di abolire ogni forma di governo in quanto causa del dominio dell’uomo sull’uomo. Ed è proprio questo che smaschera la reale aspirazione dei fratelli Magon e degli altri compagni del PLM, ossia la rivoluzione anarchica vera e propria. Mentre si trovava in carcere, Ricardo Flores Magon scrisse una lettera che riuscì a far arrivare nelle mani dei suoi compagni in clandestinità, nella quale spiegava il motivo di mantenere il nome di “Partido Liberal”: “Se ci fossimo chiamati anarchici fin dall’inizio, nessuno ci avrebbe dato retta. Senza quell’etichetta siamo arrivati a inculcare nella testa della gente idee di odio contro la classe possidente e la casta di governo. […]  Dunque, è tutta una questione di tattica.”  Come scrisse nella lettera in questione Ricardo Flores Magon, “continueremo a chiamarci liberali nel corso della rivoluzione, mentre in realtà propagheremo l’anarchia e compiremo azioni anarchiche”. Appaiono quindi chiare le radici anarchiche del PLM e dell’intero movimento magonista; così come appaiono chiare le analisi del processo rivoluzionario che di li a poco avrebbe scosso il Messico.

Secondo Ricardo Flores Magon infatti il processo rivoluzionario avrebbe dovuto porsi due obiettivi: in un primo momento la rivoluzione avrebbe dovuto abbattere il regime di Porfirio Diaz al potere; in un secondo momento il moto rivoluzionario avrebbe dovuto abolire ogni forma di governo, impedendo che la rivoluzione prendesse il potere nello Stato, di fatto autoestinguendo il proprio potenziale, formando un nuovo governo che per sua stessa natura sarebbe diventato solamente un nuovo strumento di oppressione e sfruttamento a danno delle masse popolari. Ma la Rivoluzione Messicana andò nella direzione opposta rispetto alle aspirazione libertarie dei magonisti e dei rivoluzionari del PLM e infatti, dopo esser riuscita a porre fine al “Porfiriato”, si concluse con l’elezione di Venustiano Carranza (altro leader dei costituzionalisti) nel 1916 che divenne il presidente del Messico dando vita ad un nuovo governo di stampo liberale. E di fatto estinguendo il potenziale rivoluzionario della Rivoluzione Messicana.

Possiamo quindi vedere come il movimento anarchico messicano guidato dal PLM dei fratelli Magon fosse l’esponente più radicale del movimento popolare che originò il processo rivoluzionario sfociato poi nel 1910 nella già citata Rivoluzione Messicana. E’ infatti nel periodo iniziale dell’insurrezione popolare (1910-1911) che i guerriglieri magonisti ebbero il ruolo fondamentale di mantenere vivo il fuoco rivoluzionario contro il tentativo repressivo di Porfirio Diaz.

La base per le azioni, le assemblee e la propaganda del PLM fu individuata da Ricardo Flores Magon nella città di El Paso in Texas, sul confine tra USA e Messico. El Paso rappresentava agli occhi dei magonisti il luogo perfetto dal quale dare inizio ad una rivoluzione realmente anarchica che avesse come obiettivi l’abolizione di ogni forma di governo (lo Stato) e l’abolizione della proprietà privata dei beni e dei mezzi di produzione (il Capitalismo). Infatti è proprio qui che i militanti del Partito Liberale Messicano tentarono di dare vita a quattro sollevazioni libertarie tra il 1906 e il 1912. El Paso dal 1906 divenne anche la sede di “Regeneracion”, il giornale rivoluzionario dei magonisti, vero e proprio strumento di propaganda degli idelai anarchici in vista della sollevazione armata.

Da El Paso gli anarchici messicani iniziarono a discutere il piano per impadronirsi di Ciudad Juarez, città situata subito dopo il confine con gli USA e dalla quale, secondo i magonisti, sarebbe dovuta iniziare l’insurrezione anarchica e sarebbe dovuta essere estesa a tutto il territorio messicano. Il piano per attaccare Ciudad Juarez prevedeva quattro fasi principali: innanzitutto circa duecento magonisti avrebbero occupato Juarez e solo in un secondo momento gli insorti avrebbero preso d’assalto il palazzo del comune, le banche, le caserme e le aziende; successivamente gli insorti avrebbe dovuto sequestrare Ygnacio Ochoa, politico porfirista e uomo più ricco di Juarez, e costringerlo a versare mezzo milione di dollari ai rivoluzionari; infine, una volta preso il totale controllo di Ciudad Juarez, i rivoluzionari magonsiti avrebbero preso il controllo della linea ferroviaria che porta a Ciudad Chihuahua, estendo l’insurrezione anarchica in territorio messicano. L’attacco a Ciudad Juarez che avrebbe dovuto dar inizio ad una vera e propria rivoluzione anarchica doveva essere guidato dal basso, secondo Ricardo Flores Magon, da una federazione di comunità operaie e contadine, unico modo per impedire la formazione di un nuovo governo e la morte del processo rivoluzionario.

Purtroppo questo primo tentativo di insurrezione armata finalizzata alla conquista di Ciudad Juarez fallì. Le cause di questo fallimento vanno individuate nell’operato del console messicano negli Stati Uniti, Francisco Mallèn, il quale era venuto a conoscenza delle riunioni clandestine dei magonisti per organizzare l’attacco a Juarez. A conoscenza di ciò, il governo messicano inviò due ufficiali dell’esercito ad infiltrarsi tra le file del movimento magonista fingendosi simpatizzanti delle idee anarchiche e rivoluzionarie propagandate dal movimento; una volta conquistata la fiducia dei rivoluzionari, i due ufficiali li denunciarono alle autorità decretando il fallimento dell’insurrezione armata verso Ciudad Juarez. Il 19 ottobre del 1906 una ventina di militanti magonisti, tra cui Antonio Villareal (uno dei principali esponenti del PLM), furono arrestati tra El Paso e Juarez. Villareal al momento del suo arresto si mise ad urlare riuscendo in questo modo ad avvisare Ricardo Flores Magon, il quale riuscì a fuggire in direzione della stazione ferroviaria facendo sparire le sue tracce. Lo stesso giorno le autorità di Ciudad Juarez fecero arrestare altri 15 militanti anarchici, tra i quali un altro grande leader magonista, ossia J.Sarabia. Si concluse quindi con l’arresto di alcuni dei maggiori leader del movimento magonista e di decine di militanti rivoluzionari il primo tentativo di insurrezione armata e di conquista di Ciudad Juarez. Ma i magonisti, da buoni anarchici quali erano, non si lasciarono demotivare dalla repressione poliziesca e politica che subirono nel 1906.

Una data importante sulla quale sarebbe un errore non porre la nostra attenzione è sicuramente il 25 febbraio del 1907, giorno in cui Antonio Villareal riuscì a eludere la sorveglianza delle guardie che avrebbe dovuto rimpatriarlo in Messico, fuggendo in California dove si incontrò con il compagno Magon, ormai in clandestinità da quel fatidico 19 ottobre 1906, e con altri compagni del PLM. Questo incontro segna l’inizio della pianificazione di un nuoco tentativo di attaccare Ciudad Juarez. Perciò nel 1908, per niente abbattuti dal fallimento dell’insurrezione armata del 1906, i leader del PLM si riunirono nuovamente a El Paso per tentare un nuovo assalto a Ciudad Juarez, attacco che fu programmato per il 25 di giugno.

Mentre accadeva tutto questo, Ricardo Flores Magon era stato imprigionato in Arizona per aver violato la legge sulla neutralità, e sarebbe rimasto in carcere fino al 1910, anno dello scoppio della Rivoluzione Messicana. I veri leader dell’insurrezione del 1908 devono quindi essere individuati nelle figure di Enrique Flores Magon (fratello di Ricardo), Praxedis Guerrero e sopratutto Priscillano Silva. Dal 1908 il movimento anarchico-magonista iniziò ad utilizzare proprio l’abitazione di Priscillano Silva come base per accumulare armamenti e materiali di propaganda. Il 23 giugno, due giorni prima della data stabilità per l’insurrezione armata, la polizia fece irruzione nell’abitazione di Silva arrestando un gran numero di militanti magonisti e sequestrando tutte le armi trovate. Ancora una volta la collaborazione tra le autorità messicane e quelle USA riuscirò a soffocare l’insurrezione magonista prima ancora che essa potesse esplodere in tutto il suo potenziale rivoluzionario.

Gli eventi che si susseguirono tra il 1905 e il 1910 per mano del movimento magonista-anarchico messicano hanno di sicuro fortemente influenzato il processo rivoluzionario che sfociò poi nella Rivoluzione Messicana contro il regime trentennale di Porfirio Diaz; tuttavia pur costituendo la forza principale di opposizione alla tirannia di Porfirio Diaz, il magonismo alla fine non riuscì a far prevalere il suo avanzatissimo progetto sociale e a prendere la guida dell’insurrezione rivoluzionaria popolare, facendo quindi prevalere la componente costituzionalista di Madero e quella contadina di Zapata, e di conseguenza impedendo o sviluppo di una vera e propria rivoluzione anarchica finalizzata all’abolizione di ogni forma di governo e di ogni forma di proprietà privata, principale cause del dominio dell’uomo sull’uomo e dello sfruttamento dell’uomo. Dopotutto ebbe ragione Ricardo Flores Magon fin dall’inizio quando sosteneva che in Messico, così come in ogni altra parte della terra, qualsiasi processo rivoluzionario finalizzato a sostituire il governo centrale con un nuovo governo (sia esso guidato da un presidente o da una giunta rivoluzionaria) avrebbe avuto come unico esito il fallimento stesso della Rivoluzione. Il risultato è sempre lo stesso, il nuovo governo che nasce dalla rivoluzione avrà la stessa funzione del precedente, fungendo da strumento di dominio, oppressione e sfruttamento. E così è stato in Messico, anche dopo la Rivoluzione.