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I Fuegini della Terra del Fuoco – Tra Comunismo Primitivo, Evoluzionismo e Genocidio

La perfetta uguaglianza fra gli individui nelle tribù fuegiane, ritarderà per lungo tempo la loro civilizzazione…Nella Terra del Fuoco, fino a quando non verrà qualche capo con poteri sufficienti per assicurare qualsiasi vantaggio acquistato, come l’addomesticamento degli animali, sembra difficilmente possibile che la condizione politica del paese possa migliorare. Oggi, anche un pezzo di panno dato a un singolo individuo è diviso a brandelli e distribuito e nessuno diventa più ricco di un altro. D’altra parte, è difficile comprendere come possa sorgere un capo fino a quando non vi sia una proprietà di qualche genere, con la quale egli possa manifestare la sua superiorità e aumentare il suo potere. Credo che in questa parte estrema dell’America meridionale l’uomo viva in uno stato di civiltà inferiore a quella di qualsiasi altra parte del mondo

Questa è una delle tante descrizioni scritte con toni denigratori da Darwin intorno alla prima metà dell’800 in merito alle condizioni di vita degli indigeni della Terra del Fuoco. Una descrizione che rientra perfettamente nel contesto storico dell’epoca caratterizzato dall’egemonia del paradigma antropologico evoluzionista e dalla visione etnocentrica europea. Gli evoluzionisti partivano dal presupposto che la cultura umana fosse una sola e che si fosse sviluppata progressivamente nel tempo, seguendo la stessa sequenza di sviluppo presso tutte le popolazioni presenti sulla terra. L’idea che sta alla base del paradigma evoluzionista è quella secondo la quale i differenti popoli, nel loro cammino evolutivo, hanno percorso o stanno ancora percorrendo degli stadi culturali fissi, identici e comuni, che li avrebbero permesso di raggiungere lo stadio finale incarnato dalla civiltà rappresentata dalla società europea dell’800. In questo modo gli evoluzionisti, partendo dal concetto di progresso, poterono applicare la legge evolutiva (e qui si torna a Darwin) a tutte le culture umane, evidenziando il presunto stadio di arretratezza di tutti gli altri popoli rispetto alla civiltà europea e alla cultura occidentale, uno stadio di arretratezza e primordiale che la società occidentale aveva già da parecchio tempo superato.

Ma, come ci ha insegnato l’antropologia attraverso il paradigma del relativismo culturale, “in realtà ogni cultura è il prodotto di una storia particolare che deve essere ricostruita nella sua specificità” (citando direttamente l’antropologa Angela Biscaldi); quindi il riconoscimento della particolarità e della specificità delle culture, nonchè della loro pluralità, va a scontrarsi e a smentire inesorabilmente la teoria evoluzionista-etnocentrica fondata sull’ideologia del progresso (ideologia specifica della cultura occidentale) che oltre a non riconoscere la valenza delle differenze culturali, vedeva nelle altre culture solamente una testimonianza di stadi evolutivi che la società occidentale aveva già superato.

Dopo questo lungo excursus meramente tecnico sul paradigma antropologico evoluzionista, che mi permette di inserire la testimonianza sopracitata in un contesto storico-intellettuale ben preciso e che permette al lettore di comprendere l’approccio di Darwin verso gli indigeni, vorrei iniziare a parlare dell’argomento principale di questo articolo, ossia i Fuegini della Terra del Fuoco, prendendo come punto di partenza l’omonimo libro dello scrittore  Riccardo Ianniciello.

Tra i gruppi di cacciatori-raccoglitori di indigeni fuegini, che si stima fossero dodicimila all’inizio dell’Ottocento, si possono distinguere quattro etnie: gli Yamana e gli Alacaluf, definiti i fuegini marittimi poichè stanziati nelle isole occidentali della Terra del Fuoco; i Selknam (chiamati anche Ona) si dividevano in due grandi gruppi, quello settentrionale (i kojuka) e quello meridionale, ed erano sostanzialmente definiti fuegini pedestri dediti alla caccia; infine nella penisola Matre vivevano gli Haush. Come tutte le culture umane di cacciatori-raccoglitori, anche i fuegini hanno dovuto far i conti con l’invasione e la brutale civiltà dell’uomo bianco, anche se loro rispetto ad altri popoli primitivi hanno forse avuto una sorte peggiore, essendo stati vittime di un sanguinoso genocidio che ha decretato la scomparsa di questi popoli.

Oltre alle testimonianze, infarcite di inesattezze antropologiche e pregiudizi etnocentrici, lasciate da Darwin durante i suoi viaggi a bordo della Beagle verso l’estremo lembo del Sud America, ritengo importante riportare anche una testimonianza di un altro personaggio caro all’antropologia, James Cook, che nel gennaio 1769 incontra per la prima volta un gruppi di Haush. Cook parla di loro in questi termini: <<Non siamo riusciti a scoprire se avevano un capo o alcuna forma di governo… in una parola forse sono le creature più miserabili che vi siano oggi sulla terra>>. Ricorrono spesso nelle testimonianze e nelle descrizioni di Darwin e Cook, così come di altri, termini quali “creature abbiette”, “miserabili”, “vendicativi”, “menzogneri”, “irosi”, “razza mezza morta di fame”, tutti termini che danno un chiaro esempio dell’approccio evoluzionista ed etnocentrico sviscerato all’inizio di questo articolo.

Riprendiamo ora la testimonianza iniziale di Darwin; quest’ultimo, oltre a considerare i fuegini come esseri miserabili ed abbietti, accusa la loro perfetta uguaglianza sociale, che si tramuta in una forma di comunismo primordiale, di esser la causa dell’impossibilità della loro evoluzione verso la civiltà. La visione fortemente critica dell’estrema uguaglianza e dell’assenza di divisione gerarchica della società fuegina di Darwin è influenzata da tutti quei valori tipici della società e della cultura europea dell’epoca e che sono tutt’ora la base fondante dell’attuale concezione sociale, politica ed economica dell’Occidente, ossia l’accumulazione di beni, la proprietà privata, la divisione della società in classi, la gerarchia tra governanti e governati e lo sfruttamento. Questi presunti valori tipicamente occidentali erano però estranei alle comunità primitive, in particolare ai fuegini, i quali al contrario si dimostrarono capaci di sviluppare una reale uguaglianza interna alla comunità, base perfetta per la possibilità di una organizzazione sociale definibile senza troppi problemi come “comunismo primitivo”.

Avviandoci verso la conclusione di questo articolo, penso sia utile, per ricollegarmi alla condizione di estrema uguaglianza sociale delle società fuegine e alla concezione di “comunismo primitivo”, riprendere la tesi di Pierre Clastres secondo la quale le società selvagge e primitive non sono affatto società immature ed arretrate poichè caratterizzate dall’assenza di una autorità politica, di divisione e di una gerarchia sociale tra governanti e governati e di una entità statuale. Al contrario questi insiemi sociali indivisi, resistendo e opponendosi ad ogni possibile forma di accumulazione e di accentramento di potere nelle mani di uno o pochi individui che provocherebbe la disuguaglianza interna al corpo sociale, scelgono volontariamente in realtà non di essere senza ma contro lo Stato.

Per concludere, come già sottolineato sopra, le quattro differenti etnie in cui si suddividono gli indigeni fuegini della Terra del Fuoco sono state vittime di un brutale genocidio perpetuato ai loro danni dagli immigrati europei che giunsero in quella regione a partire dalla metà dell’Ottocento. I “miserabili” indigeni costituivano un ostacolo per gli interessi dei pionieri europei in quelle terre, perciò l’unica soluzione possibile agli occhi dell’uomo bianco era quella di perseguitarli e sterminarli. Citando direttamente la testimonianza di Gusinde, sacerdote famoso per le sue opere etnografiche riguardanti gli indigeni della Terra del Fuoco, si conclude questo articolo: <<La presa con la forza, il furto delle terre, prima invase e poi occupate dai civilizzatori, tolse agli aborigeni qualsiasi mezzo di sussistenza. L’indio patagonico indifeso fu cacciato dalla sua terra sulla quale aveva titoli legittimi. L’avidità e l’inumanità dell’uomo civilizzato arrivò ad un tale livello di bassezza tanto che le teste degli aborigeni costituirono per l’uomo bianco un articolo commerciale…>>. La tragica vicenda dello sterminio degli indigeni fuegini per mano dell’uomo “civilizzato” bianco rappresenta così una delle pagine più cruente scritte nella storia della colonizzazione e della civilizzazione forzata dei popoli primitivi di cacciatori-raccoglitori.

Universi Cognitivi Differenti: James Cook e Indigeni Hawaiani

Alla fine del Settecento avvenne il primo incontro tra due mondi e due universi cognitivi differenti fino a quel momento estranei, ovvero quello europeo incarnato dalla figura di James Cook e quello dei nativi delle isole hawaiane. James Cook giunse nelle Hawaii il 17 gennaio del 1779 e nel suo “Diario di Bordo” riporta lo stupore che ha provato nel ritrovarsi circondato dagli indigeni esultanti che gli portavano in dono frutti. Gli indigeni iniziarono a prostrarsi dinanzi alla sua figura e ad adorarlo quasi fosse una divinità. Perchè accadde questo?

James Cook ed il suo equipaggio giunsero alle Hawaii durante il Makahiki, ovvero una cerimonia indigena della durata di quattro mesi nella quale viene celebrata la rinascita della natura e quindi credono ch il dio Lono, dio della fertilità e della crescita, tornasse sull’isola dal mare portando con se le abbondanti precipitazioni invernali. Per questo, il fatto che l’arrivo di James Cook coincise con il periodo di ritorno annuale del dio Lono, e per il fatto che il capitano Cook era una elemento estraneo e ignoto all’esperienza empirica dei nativi, essi lo identificarono con la divinità e per ciò iniziarono ad adorarlo ed onorarlo.

L’antropologo Marshal Shalins sostiene che in questo modo Cook si inserisce in una struttura della congiuntura, ovvero quell’insieme di eventi che rafforzano le categorie culturali tradizionali e al contempo conferiscono loro dei nuovi significati a partire dal contesto manipolato dai differenti attori sociali.

La notte del 3 febbraio l’equipaggio di James Cook prende la decisione di ripartire, proprio mentre si stava avvicinando la fine del periodo del dio Lono. Vedremo come questa coincidenza di eventi costò la vita a James Cook, creduto fino a quel momento dagli indigeni hawaiani come incarnazione terrena della divinità.

Purtroppo una tempesta, distruggendo parti della nave, costrinse Cook ed il suo equipaggio a far ritorno sull’isola per le riparazioni. Questo secondo incontro però ebbe caratteristiche totalmente opposte rispetto al primo; infatti mentre il suo primo arrivo sull’isola aveva rappresentato per gli indigeni l’arrivo del dio Lono, questa volta l’evento era difficilmente assimilabile nel loro universo conoscitivo e culturale poichè era inspiegabile all’interno del loro sistema interpretativo locale.

Infatti, secondo la cosmologia dei nativi hawaiani, al periodo del dio Lono caratterizzato dalla pace, succederebbe un periodo segnato da guerra e caos. Riportando delle frasi di Geertzm questo evento fu interpretato dagli hawaiani come un disordine cosmologico, un disordine che faceva presagire un sovvertimento sociale e politico, una crisi strutturale che avrebbe modificato tutte le relazioni sociali. James Cook passa ben presto da oggetto di adorazione ad oggetto di ostilità e finisce con l’esser pugnalato da un capo mentre la folla adirata esulta della sua uccisione. A proposito di James Cook, Sempre citando Geertz, questa volta direttamente, “Consacrato come un dio perchè era arrivato nel momento giusto e nel modo giusto, egli fu ucciso come un dio, ossia sacrificato per mantenere intatta e non rovesciata la struttura, perchè ritornò alle Hawaii nel modo sbagliato e nel momento sbagliato…”.

Marshal Shalins che analizzò questo evento storico concentrandosi sull’incontro tra due sistemi cognitivi e culturali differenti e all’apparenza intraducibili. Secondo Shalins questo tragico evento dimostra che la realtà empirica non è conosciuta in quanto tale, ma solo interpretata attraverso le categorie interpretative dell’osservatore. Quindi non esistono eventi in sè ma solamente eventi interpretati all’interno di un sistema conoscitivo e simbolico determinato dalla propria cultura di appartenenza. Un evento acquista significato non in quanto essenza empirica, bensì in quanto inserito all’interno di un ordine culturale. Quindi dovremmo sostenere che la realtà non esiste? Certamente no; ma bisogna realizzare che eventi e oggetti possono avere significati ed interpretazioni differenti a seconda del sistema cognitivo e culturale dal quale li si osserva; questo permette ad uno stesso evento di assumere molteplici differenti significati all’interni di contesti diversi.

Per concludere dobbiamo quindi realizzare che, e l’antropologia dovrebbe insegnarci questo, come sostiene Sahlins, “culture differenti implicano concezioni diverse della razionalità”, perciò comprendere l’altro significa non annullare le differenza e non tendere ad omologarlo ad un concetto di presunta universale razionalità umana, che non è altro che la volontà di imporre l’universo cognitivo occidentale-europeo al resto del mondo, considerando irrazionali sistemi conoscitivi differenti dal nostro.