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Autonomia e Rivolte in Cabilia – Dalla Guerra d’Indipendenza alla Primavera Nera

 

Questo articolo rappresenta la seconda parte di un macroargomento, ossia l’autonomia e le rivolte che hanno interessato la regione della Cabilia ed il suo popolo di cultura berbera, i Leqbayel, che ho iniziato a presentare nello scorso articolo dal titolo “i Leqbayel, un popolo che ripudio l’autorità e lo Stato (http://anarcoantropologo.altervista.org/autonomia-rivolte-cabilia-leqbayel-un-popolo-ripudia-lautorita-lo/). Nel seguente articolo, partendo dalla Resistenza al colonialismo francese e dalla Guerra per l’Indipendenza e la decolonizzazione dell’Algeria, cercherò di analizzare e raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), evento fondamentale nella storia recente della Cabilia e del suo popolo ribelle.

Per giungere all’insurrezione popolare scoppiata nel 2001, passata alla storia appunto con il nome di “Primavera Nera”, dobbiamo quindi fare un bel salto indietro nel tempo e nella storia dell’Algeria. La Guerra d’Indipendenza algerina scoppiò nel 1958 per mano delle popolazioni berbere, degli indipendentisti algerini e del Fronte di Liberazione Nazionale, un movimento rivoluzionario di stampo socialista, ed era mossa dal desiderio di porre fine all’epoca coloniale francese in terra d’Algeria. Nonostante venga definita da molti come una rivoluzione, la Guerra d’Algeria non ha mai avuto il carattere di rivoluzione popolare capace di coinvolgere tutto il popolo algerino e anzi questo conflitto si è svolto principalmente in due zone a maggioranza berbera, l’Aures e appunto la Cabilia. Nel 1962 si conclude la Guerra d’Indipendenza, viene completata la decolonizzazione dell’Algeria e di conseguenza prende vita il nuovo Stato-Nazione algerino. Al momento della proclamazione dell’indipendenza fa però l’apparizione sullo scenario algerino il cosidetto “Esercito delle Frontiere”, un esercito che si era formato al di fuori dei confini, composto da giovani reclutati nei campi profughi in Marocco e Tunisia e che non aveva quindi partecipato alla Resistenza e alla sanguinosa guerra per la decolonizzazione e l’indipendenza, ma che aveva il solo scopo di prendere il potere nel nuovo Stato algerino appena formatosi. In realtà i “maquisard”, ossia i partigiani della Resistenza interna che avevano combattuto tra le montagne della Cabilia l’esercito coloniale francese ed erano morti per l’indipendenza, si trovavano ora in una situazione disastrosa di isolamento e decimazione. Si può quindi ben notare come, mentre all’interno del territorio algerino i partigiani berberi (Cabili ma non solo) combattevano l’invasore francese, al di fuori si era andato a creare un esercito (il già citato “Esercito delle Frontiere”), manifestazione concreta dell’accordo segreto tra il nazionalismo arabo (di stampo nasseriano), il blocco socialista-sovietico e il blocco occidentale guidato da Francia e USA al fine di sancire la permanenza del nuovo Stato algerino indipendente nella sfera di influenza francese.

Nonostante il grande apporto delle popolazioni berbere della Cabilia e dell’Aures nella guerra per la decolonizzazione dell’Algeria, nel periodo post indipendenza, con la nascita dello Stato-Nazione algerino queste due regioni sono state quelle maggiormente colpite dagli attacchi e dalla repressione governativa a causa della loro indole ribelle e della tenacia con la quale tentavano di salvaguardare le loro pratiche di autonomia e di comunitarismo dai tentativi di assimilazione statale. L’”Esercito delle Frontiere” non fece nessuna fatica a disarmare gli ultimi partigiani Cabili che si erano rifugiati in montagna decisi a continuare la resistenza (questa volta contro il nuovo Stato algerino) e ad accentrare nelle proprie mani il potere governativo.

Inizialmente fu creata un assemblea costitutiva che rappresentava tutte le fazioni politiche del Fronte di Liberazione Nazionale che avevano preso parte alla resistenza e alla guerra di indipendenza; questo clima di partecipazione pluralista però ebbe vita breve. Con il passare del tempo gli spazi di espressione e di movimento iniziarono a chiudersi per coloro che la pensavano in modo differente dai colonnelli dell’Esercito delle Frontiere, i quali avevano ormai egemonizzato la vittoria nella guerra di liberazione e consolidato il loro ruolo all’interno del Fronte di Liberazione Nazionale. Nel 1963, come conseguenza di questo clima di tensione tra l’Esercito delle Frontiere e altre anime della resistenza, la regione della Cabilia si trovò nuovamente in aperto conflitto con il neo-regime di Algeri; difatti un gruppo di “maquisard” decise di imbracciare nuovamente le armi e rifugiarsi tra le montagne cabile per continuare la resistenza armata, questa volta però contro il nuovo stato algerino. A differenza però della guerra di liberazione contro i francesi, questa volta la maggioranza del popolo cabilo, provato e logorato da sette lunghi anni di conflitto, decise di manifestare apertamente la loro volontà di non collaborare con gli ultimi partigiani cabili rifugiatosi in montagna.

Si giunge così al 1980, anno in cui scoppiano una serie di rivolte e di sommosse passate alla storia con il nome di Primavera Berbera, dalla quale nascerà il MCB (Movimento Culturale Berbero). Questo movimento ricopre un ruolo fondamentale nel contesto berbero degli anni ’80 innanzitutto per la sua struttura fortemente orizzontale che implica l’assenza totale di leader e sopratutto per una serie di rivendicazioni per cui si batte: dal riconoscimento della lingua berbera e dell’arabo popolare algerino alla libertà di espressione e di organizzazione socio-politica, passando per una richiesta di maggiore giustizia sociale nei confronti delle comunità berbere oppresse e attaccate continuamente dal governo centrale di Algeri. Per un decennio il MCB fu la principale forza politica berbera che si poneva in netta opposizione e in alternativa al partito unico al potere; il movimento culturale berbero però fu “ucciso” dalla nuova costituzione algerina scritta nel 1989 la quale sancì l’introduzione del multipartitismo nello scenario politico nazionale. L’ingresso del multipartitismo e la nascita di circa 60 nuovi partiti ebbe una conseguenza diretta anche sulla vita politica della stessa Cabilia; difatti la regione si trovò presto spaccata in due, a causa della presenza di due partiti che tentarono di egemonizzare lo scenario politico cabilo: l’FFS (Fronte delle Forze Socialiste) di Hocine Ait Ahmed, partigiano e storico leader del partito d’opposizione al governo di Algeri nato dall’insurrezione contro i colonnelli dell’Esercito delle Frontiere del 1963, ed il RCD (Rassemblement pour la Culture et la Democratie) di Said Saadi, già animatore carismatico del MCB. Il movimento cabilo-berbero si spacca del tutto nel 1995, proprio nel momento in cui il Movimento Culturale Berbero mette in atto la sua più radicale azione: il famoso “sciopero della cartella”, una vera e propria azione di boicottaggio da parte di migliaia di studenti di lingua berbera nei confronti della scuola statale algerina, accusata nuovamente di voler soppiantare la cultura e la lingua cabila incentrando l’insegnamento scolastico sull’uso esclusivo della lingua francese. Dinanzi a questa imponente azione di boicottaggio che riuscì a fermare e a tener chiuse le scuole per più di un anno la popolazione della Cabilia dimostrò nuovamente tutta la sua capacità di organizzare una mobilitazione popolare dal basso che mise in seria difficoltà lo stato centrale algerino che si dimostrava sempre più oppressore della cultura delle popolazioni cabile.

Bisogna però tener conto di un fattore fondamentale per comprendere appieno l’importanza di questo evento nella storia della Cabilia: questo sciopero infatti è avvenuto contemporaneamente allo scoppio di una sanguinosissima guerra civile tra i gruppi islamici armati (GIA) e lo Stato algerino che attraverso il terrorismo cercava di mantenere in vita il proprio regime dittatoriale e liberticida. La Cabilia ed il suo popolo si trovarono così stretti tra due fuochi: da una parte i guerriglieri integralisti sfruttarono le montagne e le foreste della regione per rifugiarsi, dall’altra il governo algerino cercò di guadagnarsi l’appoggio e la collaborazione delle popolazione cabile per opporsi ai GIA. La popolazione della Cabilia rimane neutrale e continua la sua resistenza tanto contro l’avanzata dell’integralismo islamista quanto nei confronti del corrotto e invasivo Stato algerino. Le popolazioni cabile si sono limitate organizzare delle vere e proprie forme di autodifesa armata popolare e comunitaria nelle zone maggiormente minacciate dall’intrusione dei gruppi islamisti armati. Il popolo Leqbayel avevano preso una posizione netta: nè con lo Stato algerino nè con la sua creatura, l’integralismo islamico.

Passati gli anni della Guerra Civile si arriva al 2001, probabilmente l’anno più importante della storia recente della Cabilia e del suo popolo; difatti è proprio nel 2001 che scoppia quella grande insurrezione popolare passata alla storia come “Primavera Nera”, con la quale il conflitto passa finalmente nelle mani del popolo cabilo, non più spettatore neutrale ma artefice e combattente del proprio destino.

La rivolta ebbe inizio il 18 aprile del 2001 a Beni-Douala, un piccolo villaggio situato sulle montagne della Grande Cabilia, a seguito dell’assassinio di un liceale per mano di alcuni gendarmi (ossia un membro dell’esercito governativo). Il giorno dopo, il 19 aprile, scoppia effettivamente la rivolta quando i compagni di classe del ragazzo ucciso dallo Stato algerino vanno a manifestare al grido di “ulac smah ulac” (niente perdono) fuori dalla gendarmeria e ricevono come unica risposta nuove raffiche di kalashnikov. Si era ormai arrivati ad un punto di non ritorno: lo Stato aveva ucciso un ragazzo e l’esercito non si faceva problemi ad aprire il fuoco nei confronti di chiunque manifestasse contro tale situazione. Iniziò così un escalation di rivolte e manifestazioni dal basso che interessarono l’intero territorio della Cabilia e che ben presto si trasformarono in una imponente e partecipata insurrezione popolare animata da un sentimento anti-governativo e di aperta ostilità nei confronti del potere statale. Quando ormai l’intera regione era stata messa a dura prova dalla repressione e dalle violenze dell’esercito algerino e dallo Stato, tutti i villaggi reagirono e cominciarono a consultarsi nelle antiche piazze del consiglio di villaggio per organizzare una nuova resistenza e il successivo contrattacco. Persa ormai la fiducia verso la politica istituzionale, verso le rappresentanze politiche ed i partiti accusati di esser solamente in cerca di potere e poltrone, le comunità cabile riscoprirono gli antichi meccanismi della democrazia diretta e dell’autorganizzazione comunitaria: la consultazione più ampia possibile, l’ascolto, il consenso, la solidarietà e la responsabilità. E’ in questo contesto di attacchi violenti da parte dello Stato e di riscoperta della propria tradizione socio-politica che, per la prima volta dopo la sconfitta del 1871, vengono ricostruiti gli Aarch della Cabilia. L’aspetto più interessante di questa riscoperta della propria tradizione politica e sociale da parte dei Leqbayel è stato sicuramente il fatto di non aver rappresentato un ritorno monolitico ed immutabile al passato e ai suoi arcaismi, bensì di essersi confrontato direttamente con i problemi della modernità; da sottolineare infatti come il ruolo delle donne, in passato escluse totalmente dai consigli di villaggio, durante la Primavera Nera, abbia assunto un ruolo rilevante all’interno delle mobilitazioni anti governative. Infine la riscoperta della democrazia diretta, della partecipazione popolare, dell’autogestione comunitaria, del consenso contrapposto alla logica del voto hanno dato prova ancora una volta dell’esistenza di un’alternativa valida al potere statale centralizzato e alla democrazia rappresentativa, istituzioni per la loro natura sorde alle idee di libertà, autonomia e autogestione popolare e comunitaria tipiche di gran parte delle popolazioni indigene, di cui i Leqbayel ne sono un esempio perfetto. La Primavera Nera, Tafsut taberkant, terminò solamente agli inizi del 2003 e contò più di 120 vittime tra la popolazione cabila insorta contro l’esercito algerino ed il potere governativo, il quale non ha smesso di ricorrere agli arresti, alle denunce e alle condanne per reprimere un’insurrezione popolare dal basso che chiedeva maggiore autonomia e libertà.

Termina così il nostro viaggio diviso in due parti nella storia della Cabilia e del suo popolo, i Leqbayel. Una storia fatta di autonomia e rivolte; la storia di un popolo che ripudia ogni forma di autorità e di potere e che da sempre si ribella allo Stato-Nazione; un popolo che non ha mai dimenticato e abbandonato del tutto le tradizionali ed ancestrali forme di autorganizzazione popolare che le comunità berbere hanno da sempre opposto ai progetti di colonizzazione francese e di assimilazione culturale e politica da parte del centralismo di Stato.

Autonomia e Rivolte in Cabilia – I Leqbayel, un Popolo che Ripudia l’Autorità e lo Stato

“Un popolo né povero né ricco, che sceglie se stesso i suoi capi per ripudiarli appena cominciano
a diventare forti.” Descrizione dei Leqbayel da parte di uno storico durante l’ultima spedizione militare francese in Cabilia, Algeria (1871).

 

Tamurt n Leqbayel in lingua berbera sta per “terra dei Cabili” e indica quella vasta regione montuosa che si trova intrappolata all’interno dei confini dello Stato algerino e che si affaccia sul Mediterraneo, oggi normalmente conosciuta con il nome di Cabilia. Terra dei Leqbayel, o dei Cabili se preferite, popolo di lingua berbera che da sempre si è opposto con tenacia e dignità ai tentativi di colonizzazione francese e all’assimilazione culturale-politica da parte dello Stato algerino, cercando di mantenere intatte la propria autonomia e le proprie forme di autorganizzazione comunitaria. I Leqbayel sono soliti definirsi “gente di montagna” e perciò, come la maggior parte dei popoli abitanti delle montagne e dei deserti del Nord Africa (ma non solo), sono stati e rimangono tutt’oggi una delle popolazioni più ribelli e resistenti nei confronti dei tentativi di assoggettamento e di oppressione dello Stato algerino finalizzati a privarli della loro autonomia sociale, culturale e politica. Questa loro intrinseca avversione nei confronti dell’autorità coloniale prima e di quella statale oggi e la loro tenacia ribelle nel voler mantenere la propria autonomia sono emerse nuovamente con l’insurrezione popolare del 2001, conosciuta con il nome di “Primavera Nera”, un’estesa rivolta del popolo cabilo nei confronti dello Stato algerino e delle sue continue violenze e tentativi di oppressione. Questa introduzione voleva essere un breve riassunto degli argomenti che andrò a trattare nel seguente articolo e nel prossimo, partendo dall’organizzazione sociale-politica dei Leqbayel fino a giungere a raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), il tutto per comprendere ed analizzare un’ulteriore esempio di lotta contro lo Stato e contro ogni autorità, quella dei Cabili.

Come ho già accennato i Leqbayel o Cabili (da questo momento utilizzerò entrambe le denominazioni) sono stati e, come dimostrato dall’insurrezione popolare del 2001, sono ancora oggi uno dei popoli più ribelli e più resistenti alle ingerenze dei vari Stati (quello coloniale francese una volta, quello algerino oggi) finalizzate all’assimilazione culturale e politica, all’oppressione e alla repressione di ogni forma di autonomia dei Cabili. Nel corso dei secoli infatti le comunità cabile hanno dovuto affrontare per diverse volte i tentativi ed i progetti di assoggettamento ed assimilazione messi in pratica sia durante l’epoca del colonialismo francese sia in epoca moderna dallo Stato algerino, ma questo non hai mai spento il fuoco della rivolta e della libertà che anima il popolo Leqbayel. Il colonialismo francese è stato il primo ad addentrarsi militarmente nelle zone montuose della Cabilia fino a raggiungere i villaggi al fine di “civilizzarli”; la crudele missione civilizzatrice, elemento intrinseco dell’epoca coloniale, era la manifestazione concreta del dogma evoluzionista che vedeva negli Stati dell’europa continentale la fase ultima e definitiva del progresso umano al quale tutte le società dovevano giungere, anche e sopratutto attraverso l’imposizione forzata e violenta delle strutture statali e della cultura politica occidentale. Fino all’espansione coloniale francese e l’invasione militare in quella regione i Leqbayel erano sempre riusciti a respingere gli invasori e nessuno era riuscito ad abbattere la loro resistenza. Ma i Leqbayel non sono l’unico esempio in Nord Africa di popolo che ha resistito per anni e che si è ribellato a difesa della propria autonomia nei confronti delle potenze coloniali; i popoli abitanti delle montagne e dei deserti (basti pensare ai Tuareg, ai Rif in Marocco, i Masiri nel sud della Libia e così via) hanno rappresentato per i vari imperi e per le potenze coloniali un problema permanente a causa della tenacia con cui erano pronti a morire per difendere la loro autonomia e la libertà.

Prima dell’avanzata del colonialismo francese in Nord Africa e precisamente in Cabilia, i Leqbayel erano un popolo legato ad una cultura contadina di stampo comunitario in cui la terra è bene comune e la comunità rappresenta un’entità indipendente ed autonoma da qualsiasi Stato, potere, autorità o potere centralizzato. La società cabila era una società fortemente comunitaria e di conseguenza la terra era proprietà comune della comunità di base e veniva suddivisa tra le famiglie al solo fine di lavorarla e goderne i frutti, ognuno sulla base dei propri sforzi e delle proprie necessità. Il lavoro della terra si svolgeva per la maggior parte del tempo nell’ambito della famiglia e nonostante fosse praticamente assente qualsiasi forma di lavoro dipendente (nessuno era esclusivamente al servizio di qualcun’altro, piuttosto tutti erano al servizio della comunità), esisteva l’obbligo (non scritto) comunitario di partecipare alla Tiwizi, lavoro collettivo in occasione dei grandi raccolti.

A livello “politico” la comunità di base era il centro del potere (nella sua accezione antropologica di sociopotere, ossia, riprendendo un mio vecchio articolo e il saggio “Culture e Poteri” di Stefano Boni, quel potere diffuso in modo egualitario a tutta la comunità che implica una bassa o inesistente capacità degli individui di dominare e vincolare gli altri) mentre la società e la sua gestione erano compito dei consigli di famiglia e del consiglio di quartiere; a loro volta i quartieri si incontrano e confluiscono nel Consiglio di Villaggio. Spetta ai villaggi scegliere l’Amin (il segretario) e i delegati che, pur detenendo pochissimo potere decisionale poichè è la comunità nel suo insieme ed il suo organo principale, il consiglio di villaggio, a detenere il potere, rappresentano il consiglio e applicano le decisioni prese dalla comunità. Solitamente gruppi di villaggi che abitano e occupano la stessa area geografica tendono a riunirsi e a formare un Aarch; le uniche condizioni da rispettare sia all’interno dell’Aarch che nella comunità di base (il vilaggio) erano l’adesione ad un codice di condotta comune e la partecipazione alla vita comunitaria. La società cabila è quindi fondata su due pilastri fondamentali: solidarietà e responsabilità, intrinsecamente intrecciate tra loro visto che ogni individuo della società cabila deve sentirsi responsabile della vita della comunità e pronto alla ricerca di soluzioni per il bene comunitario. La caratteristica principale, nonché la forza, dei Leqbayel è sempre stata la loro organizzazione sociale orizzontale, egualitaria, comunitaria e priva di capi o autorità; probabilmente è stato proprio il riconoscimento della cultura anti-autoritaria ed estremamente egualitaria di questo popolo, considerata incompatibile con la struttura istituzionale dello Stato coloniale, che ha dato il via ai tentativi violenti e repressivi di assoggettamento ed assimilazione da parte della potenza coloniale francese che non poteva permettere l’esistenza di “uno stadio inferiore dell’evoluzione dell’organizzazione socio-politica umana”.

Nonostante la feroce resistenza del popolo cabilo all’invasione coloniale, la superiorità militare dello Stato francese ebbe la meglio e andò a sconvolgere la vita e l’organizzazione sociale di questo popolo. Difatti per la Francia il modello sociale e culturale dei Leqbayel non poteva essere tollerato e doveva quindi essere distrutto e represso con la violenza in quanto incompatibile con la struttura politica dell’impero coloniale francese. Avvenne così una vera e propria assimilazione forzata e violenta dell’organizzazione socio-politico cabila attraverso la sostituzione dei consigli di villaggio con istituzioni politiche tipiche degli Stati-Nazione europei come tribunali e comuni. L’assimilazione però non si limitò alla sfera sociale e politica ma andò anche a sconvolgere la cultura dei Leqbayel; infatti l’impero coloniale impose nei villaggi della Cabilia l’insegnamento della lingua e della cultura francese. Oggigiorno il sistema comunitario dei Cabili è quasi completamente scomparso e i pochi consigli di villaggio che ancora esistono e sopravvivono vedono limitato il loro raggio d’azione, finendo per ricoprire un ruolo formale che si limita alla gestione degli aspetti più banali della vita quotidiana della società cabila.

Nonostante le difficoltà che hanno dovuto affrontare i Leqbayel durante l’epoca coloniale francese, nelle zone montuose della Cabilia la resistenza e l’indole ribelle, così come alcune forme di autogestione, di cooperazione comunitaria, di autonomia, di questo popolo persistono ancora oggi e sono state alimentate in questi secoli, a partire dalla Guerra per l’indipendenza dell’Algeria fino a giungere alla fatidica Primavera Nera del 2001. Come già detto più volte in questo articolo i Cabili sono un popolo ribelle che ripudia ogni forma di autorità, sopratutto l’autorità dello Stato-Nazione che storicamente ha cercato di privarli della libertà e della loro autonomia attraverso violenze e oppressione. Ed è proprio questa loro indole anti-autoritaria, anti-statale e ribelle che li renderà protagonisti agli inizi degli anni 2000 di un’estesa e spontanea insurrezione popolare conosciuta con il nome di “Primavera Nera”. Ma questa è un’altra storia; una storia che sarà oggetto del prossimo articolo.