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In Ricordo di Enrico Comba, l’antropologo delle religioni dei Nativi Nordamericani

E’ scomparso quest’oggi a causa del Covid-19 l’antropologo e professore di antropologia delle religioni all’Università di Torino Enrico Comba, conosciuto per i suoi importanti studi sulle religioni e i rituali dei nativi nordamericani raccolti in opere importantissime come “La Danza del Sole. Miti e Cosmologia degli Indiani delle Pianure” o “La maschera animale: caccia, mito e sciamanismo tra gli Indiani d’America”. 

Credo che il modo migliore per parlare di lui e ricordare l’importanza che hanno avuto le sue ricerche nell’ambito dell’antropologia delle religioni sia quello di farlo attraverso le sue stesse parole su uno degli argomenti che l’hanno affascinato maggiormente e a cui ha dedicato un intero saggio etnologico. I passi pubblicati di seguito son presi direttamente da un post in ricordo di Enrico Comba pubblicato dalla pagina facebook di Mímameiðr, pagina da cui ho appreso la triste notizia.

“Al termine della cerimonia, quando il suono dei tamburi e i canti sono cessati, il rumore della gente si è allontanato, i partecipanti sono tornati alle loro occupazioni quotidiane, solo la capanna in cui si è svolta la danza rimane in piedi, come silenziosa testimonianza e ricordo dell’evento. Un tempo la struttura era completamente abbandonata: la costruzione che aveva rappresentato per quattro lunghi giorni la creazione del mondo, la riproduzione delle relazioni che intessono l’armonia fra tutti gli esseri dell’universo, veniva lasciata alla mercé degli agenti naturali che ne avrebbero provocato il rapido disfacimento. Il nome del fiume Medicine Lodge, nel Kansas, deriva dalla parola cheyenne hoxé’yohe, che indica un luogo in cui venivano regolarmente svolte le cerimonie dell’hoxéheome (la Danza del Sole), perché lungo le sue rive si potevano vedere numerose costruzioni cerimoniali abbandonate nel corso degli anni. Un motivo simile deve essere all’origine del nome di una cittadina del Wyoming chiamata Sundance, che si trova a poca distanza da Devils Tower, il monumento di roccia che costituiva uno dei luoghi in cui nel passato le popolazioni delle Pianure si riunivano per celebrare la Danza del Sole.
Di tutto l’affaccendarsi, delle preoccupazioni, delle sofferenze, delle speranze e delle intense emozioni, del simbolismo, dei canti, del calore umano che si è irradiato in quel luogo, non rimane che il silenzio, interrotto soltanto dal rumore del vento, che agita i pezzi di stoffa colorata annodati al palo centrale come offerte allo Spirito Supremo e scuote la struttura dei pali, facendola cigolare sommessamente. in questo tacito messaggio sembra di cogliere una saggezza profonda, un insegnamento che risale a tempi antichissimi, forse addirittura a quei primi cacciatori dell’epoca glaciale che migrarono dalle pianure dell’Asia settentrionale fino alle distese che si aprono nel cuore del continente americano. Questo monito ci ricorda che il mondo che gli uomini costruiscono, con tanta fatica e dedizione, con impegno e determinazione, è destinato inevitabilmente a dissolversi. Lo sforzo dell’uomo per ricreare periodicamente il mondo è un modo per procrastinare il più lontano possibile nel tempo il momento inevitabile in cui questo stesso mondo si dovrà esaurire, scomparendo insieme a coloro che lo hanno costruito. La ricerca di mantenere e ristabilire un equilibrio armonico tra gli esseri che compongono l’universo, costituisce un riconoscimento della precarietà e della fragilità del mondo in cui viviamo. Lo scheletro della capanna agitato dal vento costituisce al tempo stesso un monumento alla capacità creativa dell’uomo americano, al suo senso di responsabilità nel mantenimento e nella proliferazione della vita, ma anche l’ammonimento che questa capacità creativa ha dei limiti, al di là dei quali non vi è altro che il silenzio di un mondo che può fare a meno della presenza degli uomini.
Tutto ciò porta a riflettere anche sul lavoro degli antropologi, sulla caducità e provvisorietà delle ricostruzioni con cui si cerca, come nelle pagine di questo volume, di cogliere il significato di creazioni culturali prodotte da altre persone, in tempi e luoghi differenti. Per quanto lo studioso possa divenire familiare con una cultura che non è la sua, per quanto egli possa trascorrere mesi o anni, dialogando con le persone e intessendo quei fili attraverso i quali tenterà di costruire la sua interpretazione, il risultato finale è sempre un quadro imperfetto, un’immagine sfocata, un ritratto semplificato che cerca di afferrare una realtà sfuggente. Viene allora in mente l’immagine evocata in un’indimenticabile pagina, scritta quasi un secolo fa da un grande antropologo, oggi ingiustamente trascurato. Riconoscendo l’importanza del lavoro etnografico di autori come Spencer e Gillen, che descrissero gli aborigeni australiani, o John Roscoe, uno dei grandi etnografi dell’Africa centrale, opere che mantengono una solidità basata sui dati che esse contengono, James George Frazer sottolineava come le opere interpretative, come quelle che lui stesso produceva, erano destinate ad essere rapidamente superate da nuove teorie e nuove ricostruzioni. E continuava:

‘Sulle sponde del grande oceano della realtà gli uomini continuano perpetuamente a costruire castelli teorici di sabbia, che sono continuamente spazzati via dalla marea crescente della conoscenza. Non posso aspettarmi che le mie speculazioni abbiano durata maggiore di quelle dei miei predecessori. Tutto quello che un pensatore speculativo può sperare è di essere ricordato per qualche tempo come uno di coloro che, in una lunga fila di corridori, i quali divengono sempre più indistinti, a mano a mano che si perdono in lontananza, si sono sforzati di passare la fiaccola della conoscenza, il cui piccolo cerchio di luce scintilla nelle illimitate oscurità dello sconosciuto’ (Frazer 1935: VIII)

Come si può giustificare tutto ciò? Quale senso attribuire ai numerosi anni dedicati a conoscere, a studiare, culture che non appartengono al mio mondo, storie raccontate in lingue che non parlo, eredità di antenati e predecessori che non sono i miei? Come spiegare la costanza, forse l’ostinazione, che ha accompagnato sempre la ricerca di risposte a domande troppo ampie e difficili, il desiderio impellente di restituire almeno in parte un’immagine sfocata e parziale di un sistema culturale che oggi, in certa misura, non esiste più? L’analogia forse più efficace è quella con l’innamorato, il quale vuole sapere tutto della persona amata, vuole conoscere ogni cosa, nessun ostacolo gli sembra troppo arduo per raggiungere una conoscenza completa ed esauriente. Impresa evidentemente impossibile, perché l’altro rimane e rimarrà sempre un oggetto enigmatico, una fonte di incertezze e di perplessità. Nessuno è perfettamente trasparente, neanche per la persona che rappresenta la compagnia ideale, la combinazione perfetta. Tuttavia, la propensione verso l’altro, la disponibilità ad accoglierne il punto di vista, il pensiero, il modo di vedere le cose, costituisce il nucleo essenziale della comunicazione umana, la possibilità di trovare un terreno comune e di comprendere, almeno parzialmente, la diversità dell’altro come complemento della nostra propria interiorità. Perché, alla fine, l’innamorato che vuole conoscere la persona amata scopre al tempo stesso i propri limiti e le proprie manchevolezze, così come l’antropologo che vuole conoscere i segreti di culture lontane si ritrova a fare i conti con le proprie origini e con i propri fantasmi.
In fin dei conti, la miglior conclusione a cui si può pervenire è che l’impresa meritava di essere affrontata. Non perché la meta sia stata raggiunta o l’obiettivo realizzato, ma perché il viaggio è stato appagante, sorprendente, imprevedibile. Durante questi anni di ricerca e di studio ho imparato un’infinità di cose, ho incontrato persone eccezionali, ho modificato gradualmente alcune convinzioni, ho consolidato certe intuizioni, ho scoperto la ricchezza e l’inesauribile complessità di culture come quelle dell’America indigena. Se poi sono riuscito a delineare un quadro comprensibile e condivisibile del sistema rituale denominato Danza del Sole, se questo lavoro consente di percepire, anche se confusamente, qualcosa dello ‘spirito’ che anima questa cerimonia, allora sarò riuscito a restituire almeno in parte qualcosa di ciò che questi anni di lavoro mi hanno donato.
La capanna abbandonata della danza si staglia contro un cielo grigio piombo. Folate di vento muovono i ciuffi d’erba e fanno svolazzare le strisce di stoffa appese ai pali. Un brivido di freddo sembra penetrare nelle ossa, mentre all’orizzonte si accumulano grosse nuvole scure. Lassù, sulle montagne, è già caduta la prima neve”.

Tratto da “La Danza del Sole. Miti e cosmologia degli Indiani delle Pianure”, di Enrico Comba.

La Scoperta e il Tentativo di Colonizzazione Norrena dell’America

Karlsefni e i suoi navigarono verso nord e trovarono cinque skrælingar vestiti con giacche di pelle, che dormivano, e avevano con sé un contenitore con un miscuglio di midollo spinale e sangue. Pensarono fossero stati banditi dalla loro gente e li uccisero” (tratto dalla Saga di Erik il Rosso¹)

Trovo sia fondamentale ai fini dell’articolo che segue una breve digressione sul concetto di colonialismo. Con la nozione di colonialismo, da un punto di vista storico e antropologico, intendiamo definire quel fenomeno che porta un determinato popolo e/o cultura ad occupare un territorio allo scopo di sfruttarne economicamente le risorse naturali e sociali. Storicamente il processo coloniale è inscindibile dal costante incontro-scontro tra cultura dei colonizzatori e cultura delle popolazioni native locali. Quindi possiamo concludere che con il termine colonialismo vogliamo sottolineare un processo  di sfruttamento economico dei territori e di subordinazione culturale e politica delle popolazioni colonizzate.

Quando pensiamo a quell’evento storico conosciuto come scoperta dell’America ci vengono immediatamente in mente un nome e una data: Cristoforo Colombo e il 1492. La storiografia occidentale dell’epoca coloniale ha trasmesso ai posteri l’impresa di Colombo sottolineandone, in un’ottica profondamente etnocentrica dell’epoca, il primato dell’approdo nel nuovo mondo. In realtà, oltre a rigettare personalmente il concetto stesso di “scoperta” che ha profonde radici con una visione etnocentrica e colonialista della storia, possiamo affermare con certezza che non fu Colombo il primo europeo ad approdare sul continente americano. E che se proprio di scoperta dell’America si vuol parlare la data dev’essere spostata dal 1492 a pochi anni prima dell’anno 1000.

In accordo con alcune saghe islandesi incentrate sul racconto delle esplorazioni dei popoli norreni come la Saga di Erik il Rosso o la Saga Groenlandese, la cui stesura originale viene datata dagli storici intorno al XIII secolo, possiamo affermare che la scoperta dell’america e il conseguente primo tentativo (fallito) di colonizzazione del continente sono da attribuire ai popoli originari della regione scandinava meglio conosciuti con il nome di norreni o vichinghi. Inoltre la prova archeologica più importante che testimonia la veridicità di quanto raccontato nelle differenti saghe islandesi sulla scoperta e sul tentativo di colonizzazione del continente americano da parte degli esploratori norreni, è sicuramente rappresentata dal ritrovamento di alcune tombe vichinghe presso il sito di l’Anse aux Meadows, scoperto nel 1961 dall’archeologa norvegese Anne Stine Ingstad e dal marito esploratore Helge Ingstad.

Come raccontato nella Eiríks saga rauða, possiamo stabilire che nel 985 Erik Thorvaldsson, meglio conosciuto come Erik il Rosso, partito dall’Islanda, raggiunge per la prima volta le coste meridionali della Groenlandia e vi fonda i prmi insediamenti coloniali norreni che dureranno per cinquecento anni. Intorno agli stessi anni le saghe raccontano che un esploratore di nome Bjarni Herjòlfsson salpò dal sud-ovest dell’isola groenlandese e avvistò per la prima volta le coste del continente americano. Il definitivo approdo sulle coste settentrionali dell’America avvenne intorno all’anno 1000 ad opera del secondogenito di Erik il Rosso, Leif Erikson, il quale divenne a tutti gli effetti il primo esploratore vichingo a sbarcare sul suolo americano, addirittura quattro secoli prima di Cristoforo Colombo.

Sempre prendendo come fonte principale le saghe medievali islandesi che narrano della colonizzazione del continente americano, notiamo che il nome che gli esploratori norreni diedero a questi nuovi territori scoperti fu quello di Vinland, ovvero “terra dei pascoli”. Ricerche storiche e archeologiche hanno stabilito che Leif Erikson approdò nelle regioni settentrionali del Canada e più precisamente nell’odierna Isola di Terranova. Oltre alla scoperta del Vinland, le saghe descrivono altri due territori: Helluland, letteralmente “terra delle pietre piatte”, che gli storici identificano con l’Isola di Baffin e Markland, traducibile come “terra delle foreste”, che si pensa sia l’odierna regione del Labrador.

 

Dopo la scoperta dei territori del Vinland, ebbe inizio quello che possiamo non erroneamente definire come il periodo di colonizzazione vichinga del continente americano. A differenza però del territorio groenlandese in cui le colonie e gli insediamenti norreni ebbero facile successo e durarono per mezzo secolo, la situazione nel nuovo mondo si dimostrò più ostica. Qualsiasi progetto di conquista coloniale si è trovato storicamente a dover farei conti con la problematica questione del rapporto con l’altro e possiamo dunque individuare due tipologie di comportamento adottate dai popoli colonizzatori: da una parte gli indigeni vengono visti come esseri umani diversi, selvaggi ed inferiori e questa loro condizione di permanenza in uno stato di “non-civiltà” giustifica il loro annientamento e il loro sfruttamento; dall’altra parte le popolazioni native vengono riconosciute come uguali, dove per uguali si intende aventi una dignità umana, e perciò meritevoli di essere assimilate forzatamente alla cultura dominante del popolo colonizzatore. In entrambi i casi l’atteggiamento coloniale è orientato alla distruzione della cultura indigena.

Anche i vichinghi al seguito di Leif Erikson si trovarono ad affrontare la difficile situazione di incontro-scontro culturale con i popoli nativi delle zone canadesi in cui erano approdati. Skraelingar è il termine dispregiativo con cui i colonizzatori norreni iniziarono a definire i popoli nativi della Groenlandia prima e dell’Artico Canadese poi e significa letteralmente “barbari, selvaggi”. Una volta giunti su territorio del Vinland, i Vichinghi iniziarono a stabilire piccoli insediamenti di coloni al fine di sfruttare le risorse naturali dei nuovi territori. Dopo la scoperta e l’approdo nel nuovo continente, le saghe raccontano che lo stesso Leif Eriksson trascorse l’inverno del 1001 sulle coste settentrionali dell’Isola di Terranova. Nel 1004 è Thorvald Eriksson, fratello di Leif, a giungere nuovamente nei territori del Vinland con appena trenta uomini e a passare l’inverno in quello che fu chiamato Leifsbodarna, letteralmente “il campo di Leif”. I rapporti tra colonizzatori norreni e i popoli indigeni dei territori settentrionali canadesi non furono semplici e fin dall’inizio furono caratterizzati da forti tensioni e ostilità. E’ sempre nel 1004 infatti che avviene il primo scontro tra i coloni vichinghi e i cosiddetti skraelingar, di cui abbiamo testimonianza nella Grœnlendinga saga, che terminò con l’uccisione di Thorvald Eriksson per mano indigena. Un periodo di profonda ostilità caratterizzò i rapporti tra i coloni e la popolazione nativa dopo questo fatto, al punto che il tentativo di colonizzazione del Vinland fu presto abbandonato dai norreni che decisero di tornare verso i territori groenladesi in cui gli insediamenti erano maggiormente consolidati.

L’ultima volta che viene menzionata Vinland nelle saghe islandesi più volte citate in questo articolo risale al 1121. Non furono solamente i difficili rapporti con le popolazioni indigene che decretarono presto il fallimento del tentativo di colonizzazione norrena dei territori canadesi, ma anche l’incapacità di adattarsi ad un territorio e un clima inediti che necessitavano di tecniche di caccia e coltivazione differenti da quelle a cui erano abituati. E’ cosi che presto l’economia degli insediamenti vichinghi nel territorio del Vinland inizia a collassare e con essa collassa anche il tentativo di colonizzazione e conquista del nuovo mondo.

Ora, quando salparono dal Vinland, ebbero vento da sud e raggiunsero il Markland, e trovarono cinque Skraelingar: uno era un uomo con la barba, due erano donne, due bambini. La gente di Karlsefni catturò i bambini, ma gli altri fuggirono e scomparvero nel terreno. Allora presero i bambini con sè, insegnarono loro a parlare e li battezzarono. (tratto dalla Saga di Erik il Rosso²)

NOTE

¹,²  passaggi tratti dalla Saga di Erik il Rosso riportati nell’opera Artico Nero, la lunga notte dei popoli dei ghiacci di Matteo Meschiari

Le Guerre dei Castori – Colonialismo e Struttura della Dipendenza

Agli albori dell’epoca coloniale (XVII secolo) il territorio nord americano fu teatro di una serie di conflitti noti come Guerre del Castoro o Guerre Franco-Irochesi che, come vedremo in questo articolo, possono essere analizzate chiamando in causa la struttura della dipendenza, teoria fondamentale dell’antropologia economica. Questa serie di conflitti si svolse nella regione dei Grandi Laghi dal 1642 al 1698 tra due grandi “nazioni” di nativi americani: la Lega degli Irochesi guidata dai Mohawk da una parte, sostenuta e armata direttamente dai commercianti inglesi ed olandesi, e la confederazione algonchina di cui facevano parte Odawa, Abenachi, Mohicani ecc. alleati con gli Uroni, popolo di lingua iroquoian, a loro volta appoggiati ed incoraggiati dai francesi. Storicamente fino al 1600 le relazioni tra le cinque tribù che formano la Lega degli Irochesi e le popolazioni di stirpe algonchina oscillavano tra momenti di pace e momenti di tensione che sfociavano spesso in vere e proprie spedizioni di guerra. E’ importante, se vogliamo parlare di struttura della dipendenza, sottolineare come questi conflitti tra le due nazioni non siano mai stati finalizzati  alla sottomissione dell’avversario o alla conquista di territori. Questo era il quadro sintetizzato dei rapporti tra Irochesi e Algonchini antecedente all’epoca coloniale iniziata indicativamente nel XVII secolo con l’arrivo inizialmente di commercianti francesi, seguiti successivamente da quelli olandesi e inglesi, interessati al commercio di pellicce in territorio nord americano e canadese. E’ da questo momento che iniziano a crearsi vere e proprie forme di dipendenza economica delle popolazione indigene nord americane dalle economie mercantili europee.

I primi a giungere nel territorio nord americano furono i francesi che immediatamente stipularono degli accordi commerciali con i Wendat (Uroni per i francesi, anche se il termine è altamente dispregiativo significando “selvaggi” o “arroganti”), nativi americani di stirpe irochese stanziati principalmente in Canada, i quali iniziarono a rifornire le rotte commerciali francesi e i mercati europei di pellicce pregiate e di altri beni che essi procuravano ai commercianti francesi. Questi accordi modificarono in breve tempo l’organizzazione economica della società wendat e di conseguenza gli Uroni, trovando vantaggiosi tali accordi, abbandonarono progressivamente (anche se mai completamente) le tradizionali attività di sussistenza come l’agricoltura e la raccolta, dedicandosi quasi totalmente alla caccia di animali da pelliccia richiesti dai commercianti francesi e dai mercati europei. Già alla metà dell’XVII secolo si potrebbe asserire che l’economia degli Uroni dipendeva quasi esclusivamente dagli accordi commerciali con i francesi e perciò dalla caccia agli animali da pelliccia.

Essendo quello delle pellicce un mercato pressoché nuovo, fecero il loro ingresso nel contesto canadese anche i commercianti olandesi decisi a contrastare il monopolio francese. Seguendo la stessa strategia adottata dai francesi anche gli olandesi trovarono vantaggioso per i propri interessi economici stipulare una serie di accordi commerciali con gli indigeni della regione. Così se da una parte i commercianti francesi potevano contare sull’attività di caccia degli Uroni, a loro volta i commercianti olandesi facevano affidamento sulle cinque nazioni che formavano la Lega degli Irochesi. Se già storicamente le relazioni tra Irochesi ed Uroni erano tutt’altro che amichevoli, questa situazione di concorrenza spietata, mossa dagli interessi commerciali di francesi ed olandesi, nella caccia agli animali da pelliccia non poteva far altro se non alzare il livello di tensione tra i due popoli. Inoltre questa situazione di concorrenza aveva chiuso ogni spazio dedicabile ad altre attività di sussistenza differenti dalla caccia agli animali da pelliccia. Di questa situazione soffrirono entrambe le nazioni indiane, anche se probabilmente fu il popolo Urone a trovarsi maggiormente costretto a prendere una decisione di vitale importanza. Le alternative per gli Uroni erano solamente due: o, attraverso una spedizione di guerra, conquistare e affermarsi sulla Lega degli Irochesi, monopolizzando la caccia agli animali da pelliccia ed il commercio con i francesi ed olandesi, oppure scegliere la strada della riconversione verso altre forme di sussistenza, in primis l’agricoltura.

E’ dinanzi a questo bivio, a questa duplice alternativa, che possiamo introdurre il concetto di struttura della dipendenza. Con il termine “economia della dipendenza”, prendendo in prestito l’uso che ne fece l’economista Andrè G.Frank, possiamo definire tutte quelle relazioni che si instaurano tra sistemi e modi di produzione locali e l’economia di mercato, ossia tutta quella serie di situazioni di subordinazione “funzionale” che si vanno a formare tra le economie del centro e quelle della periferie (nel nostro caso tra le economie mercantili del colonialismo europeo e quelle dei nativi americani). Questa dipendenza nei confronti delle economie di mercato, ossia quelle più forti, che hanno assunto differenti aspetti nel corso della storia (imperialismo, colonialismo, capitalismo, ecc.) nasce dalla potenza economica di queste ultime grazie alla quale esse hanno la possibilità di estrarre risorse dalle economie più deboli, in una logica non solo di dipendenza ma di vero e proprio sfruttamento, privazione e saccheggio (logica cardine del capitalismo); in questo modo, a causa del saccheggio da parte delle “potenze economiche”, le risorse non possono essere più impiegate all’interno dei circuiti economici locali e le economia della periferia sono così condannate ad una situazione di stagnazione permanente in uno stato di privazione e di povertà. La seconda caratteristica strutturale della “struttura della dipendenza” è quella che possiamo ravvisare nella situazione venutasi a creare in Nord America con l’arrivo dei commercianti francesi, olandesi ed inglesi e con lo scoppiò delle cosidette Guerre dei Castori: le economie del centro, nel nostro caso le economie coloniali europee, orientano a proprio vantaggio le economie della periferia facendo produrre loro ciò che crea profitti a quelle del centro. E’ questa la situazione tipica che si è andata a creare durante l’era coloniale nei territori occupati dalle potenze europee, situazione che caratterizza in gran parte anche le relazione economiche capitaliste odierne. Detto questo appare quindi abbastanza chiaro come l’economia degli Uroni (tanto quanto quella della Lega Irochese) si trovava di fatto intrappolata in quella che Frank chiama “struttura della dipendenza” nei confronti del mercato di pellicce europee e delle potenze coloniali che sfruttavano i popoli indigeni a proprio vantaggio economico.

A causa di questa struttura della dipendenza Uroni e Lega degli Irochesi avevano dato vita ad una sanguinosa e violenta serie di conflitti che, appunto perchè mossi dalla volontà di monopolizzare ed egemonizzare il commercio delle pellicce e i territori di caccia, presero il nome di Guerre dei Castori. Il monopolio del commercio delle pellicce era chiaramente una aspirazione delle rispettive potenze coloniali alleate dei nativi, olandesi e francesi in primis, e perciò sia i commercianti olandesi che quelli francesi iniziarono ad armare con armi da fuoco i rispettivi alleati indigeni. Questa dotazione di armi da fuoco non fece altro che inasprire il conflitto tra i due popoli, sempre più accecati dalla volontà di imporre il proprio totale controllo sui territori di caccia. Durante l’inverno del 1648 la Confederazione degli Irochesi inviò quasi mille guerrieri armati dagli olandesi in territorio urone; questi attaccarono i villaggi uroni, uccisero gran parte dei guerrieri e fecero centinaia e centinaia di prigionieri di guerra tra donne e bambini. Questo attacco vittorioso, che sancì la sconfitta e la ritirata dei pochi uroni sopravvissuti nei territori della confederazione Anishinaabeg nella parte settentrionale della regione dei Grandi Laghi, permise alla Lega degli Irochesi di estendere i propri territori di caccia ed il proprio controllo sulla regione ricca di pellicce fino a quel momento possesso degli Uroni. Dopo decenni di guerra sanguinosa e cruenta i Wyandot (Uroni) furono praticamente sterminati dalla potenza dei guerrieri irochesi e dalle armi da fuoco dategli loro dagli olandesi e in parte dagli inglesi. E’ chiaro quindi che la struttura della dipendenza nella quale era intrappolata la nazione urone a causa degli accordi con la potenza coloniale francese, li aveva obbligati ad intraprendere una guerra mortale e sanguinosa contro gli Irochesi; guerra che decretò praticamente la fine della Nazione Wyandot e l’espansione dell’influenza della Lega Irochese in tutto il territorio dei Grandi Laghi e il loro monopolio nel commercio delle pellicce con gli invasori coloniali europei.

 

(Ci tengo a dedicare questo articolo all’antropologo Ugo Fabietti recentemente scomparso, avendo liberamente preso ispirazione dal suo manuale Elementi di Antropologia Culturale, utilissimo strumento per la conoscenza e l’approfondimento degli argomenti cari all’antropologia)

La Crisi di Oka – l’Ultima Resistenza dei Mohawk

Il 26 settembre del 1990 si concluse un’importante disputa territoriale tra il governo canadese e le popolazioni originarie Mohawk; la disputa, che viene considerata come l’ultima grande rivolta e resistenza del popolo Mohawk, iniziò solamente pochi mesi prima, ne luglio del 1990 e passò alla storia con il nome di “Crisi di Oka”. Ma andiamo con ordine cercando di ricostruire gli eventi per evidenziare, nella sua breve durata, l’importanza di questo momento di lotta e di resistenza che ha interessato la comunità Mohawk di Kanesatake.

La disputa è scoppiata nel momento in cui le autorità della città di Oka, nel Quebec, hanno deciso in modo arbitrario, ossia senza previa discussione con i popoli nativi, di utilizzare un terreno sacro della comunità Mohawk di Kanesatake (che loro chiamavano con il nome di “terra dei pini”) per costruirvi sopra un campo da golf e un complesso residenziale di lusso. Appena la notizia trapelò, le comunità delle nazioni indigene originarie decisero di rispondere a questo attacco istituzionale di stampo neocoloniale ergendo alcune barricate per impedire l’accesso al territorio sacro e di conseguenza bloccando l’inizio dei lavori che avrebbero violato, devastato e saccheggiato il territorio Mohawk.

Il sindaco di Oka dinanzi alla Resistenza messa in atto dalle comunità Mohawk a difesa delle proprie terre decise di far intervenire la Surete du Québec, ossia la polizia provinciale della regione. Le forze di polizia, schierate in assetto militare sul territorio occupato dai nativi, iniziarono immediatamente ad assaltare le barricate con lanci di lacrimogeni e di bombe accecanti, cercando in questo modo di spezzare la resistenza dei Mohawk, i quali però erano disposti a tutto tranne che ad indietreggiare e abbandonare la lotta. In questa situazione confusa di scontro aperto, un uomo rimane disteso a terra senza vita; si tratta del caporale Marcel Lemay, ucciso da alcuni colpi di pistola sparati da qualcuno di cui fu impossibile stabilirne l’identità. È a questo punto che le forze poliziesche della Surete du Québec capiscono che non gli resta altra alternativa se non abbandonare le terre occupate dai nativi Mohawk e ritirarsi.

Nei giorni seguenti all’assassinio di Lemay si manifestò in tutta la sua brutalità l’azione vendicativa e repressiva dello stato canadese che diede inizio ad una serie di arresti arbitrari ed indiscriminati di uomini, donne e anziani Mohawk in tutto il paese, anche coloro che vivevano lontani dalle terre occupate e che non avevano partecipato agli scontri. Successivamente a questa imponente azione repressiva dello Stato canadese, una moltitudine di nativi appartenenti ad altre First Nations e comunità indigene del Nord America raggiunsero i territori occupati dove resisteva la lotta della comunità Mohawk di Kanesatake. A questo punto le forze poliziesche del Québec decisero di bloccare ogni via di accesso alla cittadina di Oka, in modo da impedire che aumentasse il numero di nativi che resistevano sulle barricate a difesa delle terre sacre occupate. La tensione tra istituzioni dello Stato canadese, cittadinanza di Oka e Mohawk cresceva giorno dopo giorno e presto la situazione precipitò al punto che il governo dovette schierare contro i resistenti nativi 2500 soldati appartenenti alla Royal Canadian Mounted Police, alzando ancora di più il livello di provocazione e scontro. Provati dalla crescente repressione, dagli scontri, dalle violenze e dagli sgomberi, in data 29 agosto i Mohawk si apprestarono a negoziare la fine delle ostilità. Infine, il 26 di settembre, con l’atto simbolico di bruciare le loro armi in un incendio appiccato nei pressi dei territori sacri occupati, i resistenti Mohawk si arresero alla violenza militare e alla repressione poliziesca messe in atto dallo Stato canadese. Come conseguenza di questi tre mesi di resistenza e di rivolta i nativi che avevano partecipato attivamente all’occupazione delle terre furono arrestati, picchiati brutalmente ed infine condannati.

Questo breve ricordo della Crisi di Oka vuole fungere semplicemente da ennesimo esempio e simbolo di resistenza indigena contro le costanti violenze governative che proseguono da secoli ai danni delle comunità e delle popolazioni native, le quali attraverso lo strumento della lotta (armata e non) possono difendersi e contrastare l’oppressione dello Stato e del Capitale.

Per completare la narrazione degli eventi dell’ultima grande resistenza dei Mohawk riporto un contributo del compagno Olmo pubblicato su Earth Riot:

“Il 26 settembre 1990 è una data tristemente nota. Trascorsi mesi di combattimenti i guerrieri Mohawk dei territori di Kahnawake e Kanesatake vicino a Montreal in Quebec (Canada) si arrendono. Dopo aver fronteggiato l’esercito di terra canadese, formato da migliaia di soldati, (aiutato dalla marina militare e l’aviazione) per oltre 80 giorni, in un ultimo disperato tentativo di resistenza, cercano di salire sui monti ma vengono raggiunti e colpiti brutalmente dai soldati armati. La loro colpa? Salvaguardare dei luoghi che loro ritenevano sacri e che una società americana aveva deciso di occupare per costruire immensi campi da golf. Foreste, fiumi, altipiani meravigliosi inceneriti per il divertimento di imprenditori e dirigenti di multinazionali. E’ dal 1614 che i Mohawk combattono contro l’invasione delle loro terre, prima gli olandesi poi i francesi e infine gli americani di fine ottocento. Gli amministratori della società di golf pensavano di minacciare dei nativi mezzi ubriachi e comprabili con una stecca di sigarette, non avrebbero mai immaginato lontanamente di trovarsi davanti invece il coraggio di uomini e donne che per 4 secoli non si erano mai fatti piegare da nessuno.

<Volete le nostre terre ? Bene!
Allora bruceremo tutto>.”

 

 

Resistenze Indigene – La Guerra di Guerriglia dei Seminole

I Seminole, tra le numerosissime tribù di nativi americane venute in contatto con l’uomo bianco, sono stati certamente, oltre che un popolo particolare e unico, uno dei più bellicosi e tenaci nel difendere la propria autonomia e la propria libertà con tutti i mezzi possibili. Ancora oggi infatti il popolo Seminole è ricordato e fa vanto di esser stata l’unica tribù di nativi a non aver mai firmato un trattato di Pace con il governo degli Stati Uniti d’America. Inoltre le guerre avvenute tra i Seminole e il governo americano sono state le più lunghe, logoranti e costose sia in termini di perdite umane che di denaro per il governo USA tra tutti i conflitti mossi contro i nativi. In questo articolo della serie “Resistenze Indigene” parlerò nello specifico della Seconda Guerra Seminole, anche conosciuta come Resistenza Seminole, e della tattica militare utilizzata dai nativi per contrastare l’espansione dei coloni e dell’esercito americano nei territori paludosi della Florida, ovvero la guerriglia.

Prima di iniziare dovremmo chiarire chi furono i Seminole. I primi gruppi di nativi che si stanziarono nelle zone attorno alle paludi della Florida, erano in realtà delle comunità di migranti formate da individui appartenenti alle tribù Creek e Chickasaw che avevano deciso di abbandonare, a causa di problemi di sovrappopolazione, i propri territori di origine e le proprie tribù. Una volta giunti in Florida, queste comunità di migranti decisero di rinnegare le proprie origini adottando il nome di Seminole, che può star a significare sia “uomini liberi” sia “popolo in movimento”. E’ per questa loro natura di migranti, di fuggitivi, di uomini liberi che dovremmo pensare ai Seminole come una confederazione di comunità, piuttosto che come un vero e proprio popolo omogeneo culturalmente, linguisticamente e etnicamente. A riprova di questa loro natura culturale eterogenea è utile sottolineare che all’interno della confederazione seminole trovarono rifugio moltissimi schiavi neri fuggitivi che acquistarono la libertà all’interno delle comunità indigene, divenendo membri effettivi del popolo Seminole e combattendo al loro fianco nelle guerre contro gli americani. La confederazione seminole rappresenta quindi un caso unico all’interno del variegato panorama dei popoli nativi americani, al punto che non sarebbe affatto un errore definirla una vera e propria confederazione multiculturale. Inoltre ritengo sia importante sottolineare che, per quanto riguarda l’organizzazione politica-sociale, i Seminole erano privi di re o capi, e solamente in situazioni speciali come un conflitto, sceglievano in modo democratico, orizzontale e diretto il proprio capo di guerra.

Passiamo ora ai fatti storici. La prima data importante nella storia Seminole è il 1819, data con la quale termina la prima Guerra Seminole e che decreta l’acquisizione statunitense della Florida che fino a quel momento era stato possedimento coloniale spagnolo. Con l’acquisizione della Florida, il governo statunitense decise di intraprendere delle vere e proprie campagne militari per invadere, occupare e conquistare i territori nativi, deportando gli indigeni nelle riserve. I Seminole però non vollero saperne di abbandonare le proprie terre e di assoggettarsi al volere degli americani e per questo motivo decisero di intraprendere una guerra di guerriglia volta a scacciare l’invasore e a mantenere la propria autonomia. Alcuni anni dopo la conclusione della Prima Guerra Seminole infatti, nel 1823, il governatore della Florida W.P.Duval discusse con alcuni rappresentanti indigeni le condizioni per la stipulazione di un trattato di pace che avrebbe non solo decretato la cessione delle terre seminole al governo degli Stati Uniti, ma sopratutto l’accettazione di recarsi nelle riserve dell’Oklahoma.

Contro questo trattato e contro la deportazione in alcune riserve dell’Oklahoma, a ovest del Missisipi, si schierò con tenacia il famoso capo di guerra Osceola, il quale fu artefice dell’inizio della Resistenza Seminole che durò per 7 anni. Osceola, conscio dell’importanza che avrebbe potuto assumere il territorio paludoso della Florida e della conoscenza seminole di quell’ambiente ostile, attuò una vera e propria guerra di guerriglia contro l’esercito statunitense che si dimostrò disorientato dalla facilità di combattimento e movimento che contraddistingueva i Seminole in quelle zone ostiche e inviolabili. Prima di arrivare al vero e proprio inizio della Seconda Guerra Seminole però dobbiamo raccontare altri importanti eventi che ci permettono di fare un quadro più completo dei rapporti che intercorrevano tra il governo USA e la Confederazione Seminole.

Il 28 dicembre 1833, l’agente dell’esercito americano Thompson fu ucciso durante un imboscata; questo fatto viene ritenuto il momento preciso in cui i Seminole riconobbero ad Osceola lo status di capo di guerra che avrebbe guidato la resistenza. La sera dello stesso giorno due compagnie comandate dal maggiore Francis Dade affrontarono altri tre capi di guerra seminole; dal combattimento solamente tre soldati americani uscirono vivi. Furono questi due avvenimenti che diedero inizio alle prime fasi della Seconda Guerra Seminole, che iniziò ufficialmente solo nel 1835 e che vide nuovamente la Florida teatro di violenze e combattimenti pochi anni dopo la conclusione del primo conflitto. Nonostante la resistenza seminole durò fino al 1842 assestando gravi perdite all’esercito statunitense, nel 1838 fu colpita duramente dalla morte di Osceola, successiva alla sua cattura da parte dell’esercito americano a St.Augustine e la sua prigionia a Fort Moultrie.

Come ho già sottolineato sopra la Resistenza Seminole è stata una guerra di guerriglia nella quale il territorio paludoso della Florida ha avuto un ruolo fondamentale; da una parte permise ai guerrieri indigeni di attuare una guerriglia fatta di agguati, imboscate e repentine fughe, dall’altra risultò essere un ambiente fortemente ostile ed impenetrabile per l’esercito americano trovatosi impreparato a combattere una guerra logorante in un territorio ignoto. Come disse Osceola a proposito della pratica della guerriglia nelle paludi della Florida: “Dove loro saranno molti noi non ci saremo, dove saranno in pochi noi li colpiremo”. Non è forse questa l’essenza della guerriglia che ha fatto la fortuna di molte insurrezioni, resistenze e rivoluzioni socialiste, marxiste e anarchiche? Citando direttamente Guevara, “Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta il nemico; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti”; ed è quello che hanno fatto dal 1935 al 1942 i guerriglieri indigeni e quello che ha permesso loro di mantenere la propria autonomia, la propria essenza di uomini liberi, in poche parole la propria essenza di Seminole.