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Resistenze Indigene – La Guerriglia dei Modoc

Con l’articolo in cui trattavo la Battaglia di Mactan ho deciso di dare inizio ad una nuova categoria di articoli che riguarderanno le numerose resistenze indigene contro le innumerevoli manifestazioni dell’oppressione e della violenza che hanno caratterizzato la storia del colonialismo e dell’imperialismo europeo nel continente americano, così come in Asia, in Africa e in Oceania. L’articolo scritto in merito alla morte di Magellano per mano del Raja indigeno Lapu Lapu segna così l’inizio di una serie di articoli che prenderà il nome di “Resistenze Indigene”; articoli che saranno volti a riscoprire il tentativo coraggioso dei differenti popoli indigeni di non sottomettersi e di mantenere la propria autonomia politica e culturale dinanzi alla progressiva conquista e all’oppressione europea.

Nell’articolo di oggi si parlerà di quella che è passata alla Storia come “La Guerra dei Modoc” e che riguarda il biennio 1872-1873 nel quale la tribù nativa americana dei Modoc riuscì, con non più di una cinquantina di uomini, a tener testa all’esercito americano e al suo ingente dispiego di uomini e armamenti. Come al solito andiamo con ordine.

I Modoc erano una tribù di nativi americani stanziata sulla costa del Pacifico, nell’Oregon lungo la frontiera caliorniana, territorio che condividevano con un altro popolo a loro culturalmente legato, i Klamaths. I Modoc erano una popolazione di cacciatori-raccoglitori che negli anni ’50 del 1800 iniziò a provare un forte sentimento di ostilità nei confronti degli europei, dopo che questi ultimi si erano macchiati di diversi attacchi di rappresaglia e di violenze contro villaggi Modoc innocenti uccidendo donne e bambini; per questo motivo i Modoc nella figura del loro capo più carismatico e famoso, Kintpuash (noto con il soprannome affibbiatogli dai bianchi di Captain Jack che io cercherò di non utilizzare in questo articolo), decisero di vendicarsi e cercare di fermare l’invasione europea attaccando ogni uomo bianco che si sarebbero addentrato nei loro territori con l’intento di occuparli. Le vendette dei Modoc non si fecero aspettare, infatti durante gli anni ’50 ci fu un escalation di attacchi alle carovane con la conseguente uccisione di coloni e di pionieri. Questi avvenimenti evidenziarono la volontà del popolo Modoc di non cedere e di non sottomettersi alla conquista europea senza combattere.

Intanto negli anni ’60, l’Ufficio per gli Affari Indiani decise che sia i Modoc che i Klamaths avrebbero dovuto abbandonare le loro terre per esser condotti e rinchiusi in una riserva stabilità dal governo americano. Questo provvedimento fu preso per tentare di placare il carattere riottoso e ostile del popolo Modoc e per cercare di piegare la loro volontà di autonomia e resistenza al dominio americano; i Modoc dimostrando per l’ennesima volta il loro atteggiamento ostile all’uomo bianco che tentava di sottometterli e di espropriarli delle terre e della libertà, rifiutarono il trasferimento nella riserve rifugiandosi lungo il fiume Lost, a nord della frontiera californiana.

il 28 novembre del 1872, il maggior generale giunse nei pressi del fiume Lost insieme a una quarantina di soldati per catturare Kintpuash e riportarlo alla riserva; la tensione sfociò in uno scontro armato che vide la morte di un soldato e di tre Modoc. A seguito di questo scontro i Modoc fuggirono nuovamente, questa volta in direzione del Lava Beds a sud del lago Tule nella California settentrionale, uccidendo al loro passaggio diciotto coloni ma risparmiando donne e bambini.

Il 16 gennaio del 1873, il generale maggiore Frank Wheaton, seguito da circa quattrocento uomini, mosse verso Lava Beds, diventata roccaforte dei ribelli Modoc, deciso a riportare l’ordine e a ripulire quella che lui definì “terra di nessuno”. Durante i primi giorni di questa campagna militare, i soldati stanziati in quella zona rocciosa e desertica caratterizzata da crepacci e caverne naturali, incontrarono solamente un ribelle Modoc; nonostante questo apparente immobilismo della campagna militare, i Modoc, che attuarono una vera e propria guerriglia sfruttando il territorio ostile e sconosciuto ai soldati americani, riuscirono in quei giorni a uccidere sedici soldati e a ferirne altri quarantaquattro.

Arrivati a questo punto, vedendo l’impossibilità di uno sviluppo e di una conclusione militare del conflitto contro i ribelli Modoc, una delegazione governativa americana intraprese dei negoziati con i rappresentanti della tribù, tra cui Kintpuash, che però sfociarono l’11 aprile in un vero e proprio massacro attuato dai Modoc ai danni dei rappresentanti governativi delle trattative di pace. La decisione di Kintpuash e degli altri rappresentanti della tribù di compiere il massacro era stata presa dopo che la commissione di pace propose nuovamente ai Modoc di trasferirsi in una riserva e sopratutto di processare i ribelli colpevoli dell’omicidio dei coloni.

Dopo questo fatto la repressione governativa dei ribelli Modoc si fece più dura; il 15 aprile infatti il maggiore Alvan C. Gillen si mise in marcia verso la regione di Lava Bends tagliando ai Modoc tutte le riserve d’acqua, in modo da indebolirli e portarli cosi a deporre le armi. I ribelli rimasero invisibili fino al 26 aprile, data in cui tennero un’imboscata al maggiore Evan Thomas nella quale furono uccisi due tenenti e diciotto soldati, mentre un’altra ventina di uomini rimase ferita. Successivamente a questo ennesima azione di guerriglia Modoc, il comando della campagna militare per sedare la resistenza dei ribelli passo nelle mani del generale Jefferson Davis, anche se fu il capitano Henry Hasbrouk a dirigere l’ultimo fase della guerra contro i Modoc.

Il 10 maggio 1973 i Modoc sferrarono la loro ultima offensiva contro il campo del capitano Hasbrouk situato nei pressi di Dry Lake. Nonostante fossero stati presi di sorpresa i soldati di Hansbrouk riuscirono a contrastare l’attacco dei ribelli, infliggendo ai Modoc la prima vera sconfitta dall’inizio della guerra. Al termine dello scontro i ribelli sopravvissuti, tra cui Kintpuash, furono catturati e scortati come prigionieri di guerra a Fort Klamath, dove in seguito ad un processo furono condannati a morte e quindi impiccati.

Termina così l’intensa resistenza Modoc e la Guerra contro i soldati americani. Resistenza che nonostante si sia dimostrata mossa dall’assoluta volontà dei ribelli Modoc di non privarsi della propria libertà e di non sottomettersi al dominio americano senza combattere, ha purtroppo decretato (come spesso accade nella Storia) la vittoria dell’esercito americano, proiezione del dominio europeo ed occidentale e del suo tentativo di egemonizzare qualsiasi popolazione considerata inferiore, primitiva e selvaggia. Nonostante tutto i “selvaggi” e “primitivi” Modoc riuscirono a infliggere gravi perdite all’esercito, resistendo per ben due anni alla superiorità militare americana grazie alla loro guerriglia rurale e sfruttando il territorio che conoscevano bene. Alla fine furono rinchiusi in una riserva e domati gli uomini, ma non lo spirito ribelle del popolo Modoc ostile a qualsiasi tentativo di sottomissione e privazione di autonomia.

 

 

La Sparatoria di Pine Ridge e l’Arresto di Leonard Peltier

 

In un articolo di ieri riportavo la lettera scritta dal carcere di Leonard Peltier a sostegno della resistenza della Standing Rock Nation dei Sioux contro la decisione governativa di costruire un oleodotto nelle terre appartenenti di diritto alle popolazioni indigene native (potete trovare l’articolo in questione a questo link: http://anarcoantropologo.altervista.org/lettera-leonard-peltier-sostegno-della-lotta-standing-rock/#comments). Oggi invece vorrei esporre le vicende che vedono coinvolto Leonard Peltier ed evidenziare come mai questo attivista per i diritti dei nativi americani si trovi in carcere dal 1977.

Come già detto, Leonard Peltier era un militante dell’AIM (American Indian Movement) ed è tuttora un attivista per i diritti dei popolo nativi ed indigeni del Nord America che fu arrestato nell’ormai lontano 1977 e condannato a due ergastoli poichè accusato, durante un processo con più ombre che luci, del presunto omicidio di due agenti del FBI durante una sparatoria avvenuta nella riserva di Pine Ridge nel 1975.

I due agenti del FBI in questione, R.William e J.Coler, si recarono alla riserva di Pine Ridge nel Sud Dakota poichè erano sulle tracce di un giovane nativo di nome Jimmy Eagle, accusato di aver assaltato e rapinato due ranch locali. Arrivati a Pine Ridge i due agenti si avvicinarono ad un veicolo che rispondeva all’identikit della vettura posseduta da Eagle, anche se al suo interno non c’era il ricercato bensì Peltier e altri individui. Non si sa chi aprì il fuoco o perchè, sta di fatto che scoppiò una sparatoria al Jumping Bull Ranch (sempre all’interno della riserva di Pine Ridge) tra Peltier e gli altri suoi compagni presenti nel veicolo (a quanto pare armati di fucili) e i due agenti. I due agenti chiamarono rinforzi e durante il pomeriggio accorsero altre pattuglie del FBI e della polizia locale per rispondere al fuoco di Peltier e compagni che ormai si erano barricati nel ranch. La scontro a fuoco si concluse con la morte dei due agenti e di un nativo-americano (Joe Stuntz) e con la fuga di Peltier e gli altri suoi compagni scampati alla sparatoria. Iniziò in questo modo una vera e propria caccia all’uomo, sopratutto una caccia a Leonard Peltier, che durò quasi 8 mesi e terminata con l’arresto dell’attivista avvenuto in Canada.

Si aprì cosi un processo nella cittadina di Fargo, in North Dakota, contro Peltier e altri due indiani coinvolti nella sparatoria. Il primo fu accusato dell’omicidio dei due agenti e condannato a dover scontare due ergastoli, mentre i suoi due compagni furono sollevati dalle loro accuse poichè agirono secondo legittima difesa. Nonostante le irregolarità del processo (una giuria di soli bianchi in una città storicamente pervasa da sentimenti anti-indiani) Peltier si trova ancora in carcere, dopo quasi 40 anni. E nonostante nel corso degli anni furono dimostrate più volte l’innocenza di Peltier e l’irregolarità del processo.

“Dopo cinque anni, accurati esami balistici riuscono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’FBI. A Leonard è stata negata la possibilità di avere una revisione del processo, nonostante le prove che dimostrano la sua innocenza”, così scrive Andrea De Lotto, che aggiunge ” Leonard Peltier è in carcere perché lottava per i diritti del suo popolo e la sua storia è un esempio delle tante ingiustizie che avvengono in ogni parte del mondo e che vengono taciute perché “scomode”.

E anche dopo 40 anni di ingiusta permanenza in carcere, dopo due tentativi di suicidio e condizioni di salute instabili, Peltier non smette di anelare alla libertà, di ribellarsi e di opporsi a questo sistema, di appoggiare le nuove lotte emerse in North Dakota contro la costruzione della Dakota Access Pipeline e la resistenza delle First Nation per la salvaguardia della terra, dell’ambiente e della storia dei popoli indigeni. Perchè dopotutto, nonostante continuino a passare gli anni, le lotte degli attivisti e delle popolazioni native rimangono le stesse, tutte orientate a difendere i propri diritti e a rivendicare la propria dignità dinanzi ad un sistema che non smette di opprimerli, reprimerli e considerarli come cittadini di serie Z e che vede negli esseri umani e nella natura dei semplici strumenti di sfruttare per raggiungere il profitto.

Sand Creek e Wounded Knee – Storia di Due Massacri

“Quando il sole alzò la testa tra’ le spalle della notte, c’erano solo cani e fumo e tende capovolte, tirai una freccia in cielo per farlo respirare, tirai una freccia al vento per farlo sanguinare” (Fabrizio De Andrè – Fiume Sand Creek)

Ieri, 12 ottobre, nel 1492 venne “scoperto” il continente americano da parte di Cristoforo Colombo, scoperta che diede inizio al processo di invasione, conquista e sterminio delle popolazioni indigene per mano delle potenze imperiali europee prima e dal governo statunitense poi. All’interno della storia del continente americano si perde il conto delle innumerevoli violenze perpetuate dall’uomo bianco ai danni delle popolazioni native, ma con questo articolo voglio soffermarmi sopratutto su due avvenimenti che (a parer mio) possono spiegare al meglio le nefandezze dell’esercito statunitense ai danni delle tribù native del Nord America: Il massacro di Sand Creek e quello di Wounded Knee.

Il massacro di Sand Creek (29 novembre del 1864) è passato alla storia come uno degli attacchi più insensati avvenuti nel corso delle cosi dette “guerre indiane” e continua a sollevare perplessità ed indignazione. Questo massacro fu guidato dal colonnello John Chivington che ordinò ai sui Volontari del Colorado di attaccare un villaggio di Cheyenne e Arapaho.

I rapporti tra i bianchi ed i Cheyenne in Colorado non erano certamente idilliaci prima dell’attacco mosso da Chivington, ma nonostante questa costante tensione, il 9 agosto del 1864 il capo Cheyenne Black Kettle consegnò all’agente degli Affari Indiani di Fort Lyon un messaggio con il quale si dimostrava disposto a raggiungere un accordo di pace. L’uomo bianco però, non fidandosi della sincerità delle parole di Black Kettle, prese in ostaggio tre Cheyenne ed un Arapaho e inviò il maggiore E.W.Wynkoop a verificare la sincerità del capo. Nel frattempo il governatore del Colorado John Evans esigeva la completa sottomissione dei Cheyenne minacciando, altrimenti, di intraprendere una guerra contro di essi. Dopo l’incontro tra Black Kettle e Chivington come d’accordo i Cheyenne rilasciarono i quattro bianchi che tenevano prigionieri, cosa che invece non avvenne per i prigionieri indiani di Fort Lyon.

Due mesi dopo questi fatti, il colonnello Chivington una mattina al comando di due compagnie di soldati si mise in marcia verso il villaggio di Black Kettle sulle sponde del fiume Sand Creek; il 29 novembre arrivò dinanzi al villaggio e alle prime luci dell’alba ordinò ai suoi soldati di aprire il fuoco che iniziarono a sterminare donne, anziani e bambini. Capo Black Kettle a questo punto iniziò ad avanzare verso i soldati tenendo tra le mani sia la bandiera americana sia un drappo bianco simbolo di resa, ma fu tutto inutile; infatti i soldati sotto comando di Chivington scaricarono sul corpo di Black Kettle le loro armi, che eroicamente sopravvisse e invocò la ritirata. Ritirata alla quale si oppose però White Antilope, un anziano capo Cheyenne, che si immolò dinanzi ai fucili dei soldati intonando un canto di morte. Nel Massacro di Sand Creek rimasero sul terreno circa centocinquanta tra Cheyenne e Arapaho.

Sand Creek fu quindi teatro di scene nefaste e atroci perpetuate dagli uomini bianchi ai danni dei cadaveri dei nativi: le donne furono squartate, i guerrieri scotennati e i bambini ebbero le teste frantumate a colpi di pietra. Questo comportamento entra in collisione con l’idea di civiltà perpetuata dallo stesso uomo bianco che si fa portatore di valori positivi da contrapporre a quelli negativi dell’uomo selvaggio nativo.

Sempre il 29 ma questa volta del dicembre 1890 si verificò quello che da molti storici viene considerato non solo come l’avvenimento che segnò la fine delle principali guerre indiane, ma sopratutto l’avvenimento sul quale tutti sono concordi nel definire “massacro”. Sto ovviamente parlando del tristemente noto Massacro di Wounded Knee.

Facciamo però un passo indietro così da presentare meglio il contesto e gli avvenimenti antecedenti al massacro di Wounded Knee. Successivamente alla famosa battaglia di Little Big Horn, che viene ricordata come la principale disfatta dell’esercito americano, il quale subì una pesante sconfitta da parte dei Sioux e dei Cheyenne, Sitting Bull si recò in cerca di rifugio in Canada dove rimase fino al 1881, anno nel quale accettò la proposta del governo americano e decise di recarsi a Fort Budford. Sitting Bull però venne fatto prigioniero dai soldati statunitensi e fu confinato nella riserva di Standing Rock nel Dakota.

Nel frattempo a Standing Rock, un indiano Paiute di nome Wowoka inventò la Ghost Dance, danza attraverso la quale si fece portatore di un messaggio di ribellione contro l’uomo bianco e che veniva eseguita in segreto nella riserva. Wowoka sosteneva che compiendo la Ghost Dance per invocare il Grande Spirito i nativi prigionieri nelle riserve avrebbero ritrovato la libertà e le loro terre. Questo movimento promosso da Wowoka si sparse velocemente tra i nativi tenuti prigionieri nelle riserve tanto che Sitting Bull ne approfittò per far emergere un vasto movimento di rivolta al quale si unirono i Sioux Dakotas. Il 15 dicembre del 1890 però Sitting Bull venne assassinato da un agente della polizia indiana noto come Red Tomahawk e i suoi guerrieri e compagni, che si unirono ai Minniconjoux di capo Big Foot, decisero quindi di arrendersi al generale James Forsyth, presentandosi il 29 dicembre a Wounded Knee. A questo punto, nella riserva di Pine Ridge, i soldati statunitensi per la maggior parte ubriachi misero in atto un massacro deplorevole ai danni dei nativi Minniconjoux disarmati che decisero di arrendersi pacificamente.

Sand Creek e Wounded Knee furono due degli atti più odiosi compiuti dall’esercito americano ai danni dei nativi e sono l’esempio migliore, per chi se lo fosse dimenticato, delle violenze perpetuate dall’uomo bianco ai danni delle popolazioni indigene dal momento della “scoperta” dell’America e che in parte continuano ancora oggi, essendo la conseguenza inevitabile dell’espansionismo, del colonialismo e dell’imperialismo delle potenze europee-occidentali mosse dalla volontà sterminatrice di imporre la propria egemonia culturale, politica ed economica alle popolazioni indigene native.

Violente Proteste dei Nativi Sioux Contro la Costruzione dell’Oleodotto DAPL

La protesta contro un oleodotto da 3,8 miliardi di dollari che dovrebbe attraversare 4 Stati Usa è diventata violenta dopo che i leader tribali hanno detto che i lavori per la sua costruzione hanno distrutto siti di sepoltura e culturali degli  indiani d’America su terreni privati nel sud del North Dakota.

Un portavoce dell’ufficio dello sceriffo della contea di Morton,  Donnell Preskey, ha detto che 4 vigilantes privati e due cani da guardia sono stati feriti dopo alcune centinaia di manifestanti il 3 settembre si sono scontrati con gli operai di un cantiere dell’oleodotto in un’area al confine con la riserva Sioux di Standing. Uno degli agenti di sicurezza è finito in un ospedale e due cani da guardia in una clinica veterinaria.

Il portavoce della tribù sioux, Steve Sitting Bear, ha spiegato che 6 manifestanti, tra cui un bambino, sono stati morsi dai cani da guardia  e che 30 persone sono state spruzzate con spray al pepe. Preskey ha detto le autorità di polizia non avevano notizie di manifestanti feriti. Quello che è certo è che le forze dell’ordine non erano presenti al momento degli scontri e che quando gli agenti della contea sono arrivati nessuno è stato arrestato

L’incidente è avvenuto a meno di un Km da un accampamento dove si sono riuniti centinaia di sioux e di attivisti ambientali per unirsi alla protesta della tribù di Standing Rock Sioux Tribe contro l’oleodotto che dovrebbe attraversare il fiume Missouri proprio nelle vicinanze.

La tribù sioux si oppone alla decisione presa dall’Army Corps of Engineers di concedere l’autorizzazione all’Energy Transfer Partners, una compagnia texana, di costruire  la Dakota Access pipeline  attraverso il  Dakota e lo Iowa per raggiungere l’Illinois, passando accanto alla riserva sioux nel sud del North  Dakota. Un giudice federale si pronuncerà in prima istanza entro il 9 sulla richiesta di fermare i lavori dell’oleodotto Dakota Access. Ma la battaglia legale si annuncia lunga: la tribù sioux teme che la costruzione della pipeline danneggerà e disturberà i suoi luoghi sacri e che avrà un impatto sull’acqua potabile che bevono migliaia di sioux della riserva di Standing Rock Sioux  che si estende a valle dell’oleodotto.

Gli scontri sono avvenuti il giorno dopo che la tribù aveva presentato i documenti in tribunale dicendo che lungo il percorso dell’oleodotto  ci sono diversi siti di «valore culturale e storico significativo». Il Tribal preservation officer, Tim Mentz, ha spiegato in tribunale che  solo dei documenti di cui è entrata recentemente in possesso la tribù hanno permesso ai Sioux  di rilevare che in un terreno privato a nord della Riserva di Standing Rock Sioux c’era un loro sito e infatti i ricercatori hanno poi trovato cumuli di rocce sepolcrali, chiamati Cairns, e altri siti di importanza storica per i nativi americani.

Il presidente della Standing Rock Sioux, David Archambault, ha detto che «Le squadre di operai hanno rimosso il suolo in una vasta area larga circa 150 piedi che si estende per 2 miglia. Questa demolizione è devastante. Questi sottosuoli sono i luoghi di riposo dei nostri antenati. Gli antichi tumuli e gli anelli di preghiera di pietra non possono essere sostituiti. In un solo giorno, la nostra terra sacra è stata trasformata cava in terra».

Preskey detto che l’Energy Transfer Partners avrebbe filmato gli scontri da un elicottero e che ha poi fornito il video alle autorità. Anche i manifestanti hanno postato foto e ricostruzioni degli scontri sui social media.

Lo sceriffo della contea di Morton, Kyle Kirchmeier, si schiera dalla parte della compagnia: «Degli individui hanno oltrepassato una proprietà privata e sui sono  avvicinati agli agenti di sicurezza privati con pali di legno e aste di bandiere. Ogni ipotesi che l’evento sia stata una protesta pacifica, è falsa».

Secondo quanto scrive su ClimateProgress  Phil McKenna, l’Army corps of engineers non ha tenuto conto dei pareri dell’Environmental protection agency  Usa (Epa) e altre due agenzie federali che hanno sollevato serie obiezioni ambientali e di sicurezza proprio riguardo al controverso Dakota Access, un oleodotto lungo 1.134 miglia che dovrebbe portare circa 500.000 barili di greggio al giorno dal North Dakota all’Illinois, lungo un percorso che in origine non doveva passare accanto alla riserva sioux di Standing Rock. Ma dopo che Energy Transfer Partners ha deciso di attraversare il fiume Missouri la pipeline passerebbe a solo mezzo miglio a monte della riserva della tribù, mettendo a rischio siti religiosi e culturali e risorse vitali

Epa, Dipartimento degli interni e Advisory council on historic preservation  avevano fatte proprie le preoccupazioni dei sioux nelle loro osservazioni sulla valutazione ambientale del progetto inviate all’Army corps of engineers, citando i rischi per l’approvvigionamento idrico, l’inadeguata preparazione alle emergenze, le potenziali ripercussioni per la riserva di Standing Rock e l’insufficienti analisi sulla giustizia ambientale, le agenzie hanno invitato l’’Army corps of engineers  a chiedere la revisione della valutazione ambientale del progetto. Come scriveva l’11 marzo  Philip Strobel, direttore regionale Epa per la conformità col National environmental policy act, in una lettera all’Army corps of engineers: «L’attraversamento del fiume Missouri ha il potenziale per influenzare la principale fonte di acqua potabile per gran parte del Nord Dakota, del South Dakota e per le  nazioni tribali».  Ma le richieste delle agenzie federali non sono state accolte. .

L’attuale percorso dell’oleodotto passa 10 miglia a monte di Fort Yates, la capitale tribale della tribù Standing Rock Sioux e  ella contea. I sioux di Standing Rock Sioux si basano sul fiume Missouri per acqua potabile, per l’irrigazione e per la pesca.  Per questo l’Epa aveva raccomandato all’Army corps of engineers di prendere in considerazione «altri percorsi o luoghi da attraversare che ridurrebbero il potenziale di  inquinamento delle risorse idriche, in particolare dell’acqua potabile» e di effettuare un’analisi «più approfondita» delle giuste preoccupazioni dei sioux. Anche le altre agenzie hanno chiesto ulteriori valutazioni e la consultazione con le tribù. Ma quattro mesi dopo l’Army corps of engineers ha pubbicato la sua valutazione ambientale che approvava il progetto dicendo che «Gli effetti ambientali, economici, culturali, sociali e attesi non sono dannosi per l’interesse pubblico», tra lo sconcerto dell’Epa e delle altre agenzie e la rabbia crescente dei sioux e degli ambientalisti. Si stima che circa 1.200 persone siano accampate al confine della riserva di Standing Rock dove dovrebbe passare l’oleodotto e che tra i manifestanti ci sono i rappresentanti di 90 tribù di indiani americani.

La rissrva di Standing Rock si estende su  3.600 miglia quadrate tra il  Nord e il Sud Dakota e il 41% cento dei suoi 8.217 abitanti vive al di sotto della soglia di povertà, più del triplo rispetto alla media nazionale Usa. Quasi un quarto della popolazione è disoccupata. E l’Energy Transfer Partners punta proprio sulle promesse di posti di lavoro per smontare la protesta, evidentemente senza troppo successo.

Il percorso originale dell’oleodotto avrebbe attraversato strade e zone umide, con costi più elevati ed Energy Transfer Partners ha pensato bene di deviare in un’area remota e poco popolata, ma ha sbattuto contro i sioux di Standing Rock. «Qui c’è una componente di giustizia ambientale» dice  Jan Hasselman, l’avvocato di Earthjustice che ha presentato la denuncia contro l’Army corps of engineers per conto della tribù sioux e che definisce la valutazione un parere fallimentare che ha una visione dell’impatto ambientale «limitata a pochi luoghi specifici, piuttosto che alla pipeline nel suo complesso».

 (Ripreso da GreenReport.it)

Il Potlatch tra i Nativi della Costa Nord-Occidentale dell’America Settentrionale

kwakiutlL’antropologo tedesco-statunitense Franz Boas fu il primo, attraverso il suo saggio “L’organizzazione Sociale e le Società Segrete degli indiani Kwakiutl”, a studiare ed analizzare la cerimonia rituale conosciuta con il nome “Potlatch” tipica delle popolazioni indigene stanziate sulla costa nord-ovest degli Stati Uniti e del Canada. Questa cerimonia si svolgeva presso le tribù Kwakiutl, Haida e Tinglit e popoli affini culturalmente fino al 1884, anno in cui il governo canadese e quello statunitense proibirono la celebrazione del Potlatch, rendendolo illegale poichè ritenuto non solo una abitudine culturale inutile, ma anche contraria ai valori etici della società civili americana e canadese. Questa premessa è stata utile per presentare l’argomento su cui mi concentrerò, ovvero il Potlatch, analizzando i vari significati culturali, economici e politici ad esso connessi.

Innanzitutto descriviamo alcune delle tribù nelle quali il Potlatch era un caratteristica culturale fondamentale per il funzionamento dell’organizzazione sociale. Le tre principali tribù nelle quali si svolgeva il Potlatch sono gli Haida, i Tlingit e i Kwakiutl.

Gli Haida sono una popolazione di lingua Athapaskan stanziata originariamente sulle isole al largo della Columbia Britannica. Essi identificano se stessi con il nome Xa’ida, ovvero “Il Popolo”. Grazie alle favorevoli condizioni ambientali e la garanzia di abbondanza di approvvigionamenti, gli Haida erano una popolazione sedentaria che si stabiliva in villaggi permanenti che ospitavano una popolazione relativamente numerosa. La loro organizzazione sociale era basata sulla matrilinearità, infatti i figli ereditavano lo status sociale dalle madri. I Tlingit erano stanziati sulle isole dell’Alaska sudorientale. La loro organizzazione sociale si basava sulla divisone in gruppi ereditari fondamentali detti moities (letteralmente “metà”). Nella società Tlingit ogni individuo apparteneva ad una delle moities, che assumevano generalmente il nome di un animale, e i matrimoni erano consentiti solamente con i membri di un’altra moities, così da rafforzare il legame comunitario e tra i gruppi. Come per gli Haida, anche i Tlingit erano una società matriarcale e matrilineare ed infatti i figli venivano affidati alla moiety della madre. Inoltre ogni moiety si suddivideva a sua volta in gruppi definiti clan, guidati da un capo o leader. Infine troviamo i Kwakiutl, divenuti famosi grazie agli studi di Franz Boas, popolo di lingua Wakashan stanziato originariamente sull’isola di Vancouver e lungo la costa della Columbia Britannica. Tutte e tre queste popolazioni sono accomunate, come già evidenziato, dalla cerimonia denominata potlatch, che è poi l’argomento principale di questo articolo.

Potlatch, in lingua Chinook, una lingua franca utilizzata per gli scambi commerciale tra nativi e colonizzatori insediati nella zona della costa nord-ovest dell’America settentrionale, significa letteralmente “dare”, era una cerimonia rituale svolta ed organizzata durante i mesi invernali da un individuo della comunità che durante l’anno, era riuscito ad accumulare e mettere da parte un surplus di beni materiali e risorse alimentari proprio in occasione di questo evento. Egli invitava i membri di gruppi di parentela, i membri della comunità e di altri villaggi, offrendo agli invitati del cibo e donando loro i beni accumulati. Nel momento in cui gli invitati accettano il cibo e i doni offerti dall’organizzatore del potlatch, confermano il suo onore. Gli invitati rispondevano a loro volta con un proprio potlatch nel quale cercavano di eguagliare o superare la quantità di beni offerti dal precedente organizzatore. Questo sistema permetteva lo scambio di ricchezze materiali all’interno della comunità, tanto che nella maggior parte dei casi, l’organizzatore, al termine della cerimonia, si trovava privo dei suoi iniziali beni materiali.

Presso i Kwakiutl il potlatch si svolgeva in maniera leggermente differente. Infatti i Kwakiutl erano soliti, durante questa cerimonia, uccidere i prigionieri di guerra e distruggere i beni materiali posseduti in modo da mostrare pubblicamente alla comunità il disprezzo totale per la proprietà.

Il potlatch è investito di un forte significato sociale; infatti, essendo organizzati dai membri più onorevoli e prestigiosi della tribù, questo rituale permetteva la ridistribuzione delle risorse materiali tra i vari clan e per consolidare il proprio status attraverso la manifestazione di rifiuto della proprietà privata.

Come già evidenziato in un passato articolo sui Big Man della Polinesia, si ripresenta il concetto di autosfruttamento del leader della comunità che, per accumulare i beni materiali da offrire o da distruggere durante i potlatch, può contare solamente sulle sue forze e sul suo lavoro non potendo disporre di alcun potere coercitivo per imporre ad altri individui di lavorare per lui. Inoltre, sempre citando quell’articolo, ” l’obbligo di generosità è un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader.”.

Torna prepotentemente il concetto di rifiuto della proprietà e del disprezzo per il possesso dei beni materiali, comune a moltissimi popoli ritenuti selvaggi e primitivi, nonostante sia innegabile l’effetto che questo rifiuto e questo disprezzo abbiano sull’organizzazione sociale, impedendo alla diseguaglianza e alla divisone di distruggere l’equilibrio egualitario tipico della maggioranza delle popolazioni primitive.