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Distruggere la Merce, Saccheggiare l’Esistente

La lotta degli operai contro la merce è il vero punto di partenza della rivoluzione. Essa fa vedere chiaramente come il piacere di essere se stessi e di gioire di tutto passa attraverso il piacere di distruggere in modo totale ciò che ci distrugge ogni giorno. (Raoul Vaneigem)


Ho già trattato sulle pagine di Nulmal della pratica del saccheggio nell’articolo “In Difesa del Saccheggio”, nel quale proponevo la traduzione di alcuni estratti di un testo scritto da Vicky Osterweil in cui, non solo viene analizzata tale pratica in un’ottica estremamente approfondita, ma se ne riconosce e sottolinea una sua validità storica e politica. Oggi torno a concentrarmi sul saccheggio della merce (e anche della sua distruzione), vedendo un collegamento diretto con altri importanti momenti di rivolta a sfondo razziale come i riots che hanno incendiato il quartiere di Watts a Los Angeles nell’agosto del 1965 e successivamente la zona di South Central sempre a L.A. nella primavera del 1992, i quali mostrano un continuum interessante con quanto successo in seguito all’omicidio di George Floyd per mano poliziesca. Perché dare così tanta attenzione alla pratica del saccheggio? Per la sua attualità e per il suo ruolo, ovvero quello di negare l’economia mercantile-capitalistica e il suo spettacolo, perchè manifesta il desiderio di riappropriarsi del tempo libero rubatoci dal lavoro salariato e del plusvalore che ci viene sottratto, nonché di imporre una discontinuità radicale con le relazioni sociali regolate unicamente dalle categorie del consumo e del profitto. Perché, in fin dei conti, il saccheggio, e in una relazione di continuitá e/o compresenza, la distruzione della merce, sono pratiche intrinsecamente rivoluzionarie in quanto mettono in discussione l’assunto principale su cui si basa il capitalismo, ovvero la proprietà privata.

In difesa del saccheggio (di Vicky Osterweil)

Distruzione della merce e saccheggio si manifestano dunque come pratiche spesso in continuità o contemporaneità, una relazione traducibile in quella tensione che oscilla tra la distruzione dell’esistente o la sua riappropriazione. Se da una parte si saccheggiano i grandi centri di distribuzione, i supermercati, i centri commerciali per riappropriarsi e servirsi liberamente della merce, dall’altra nei momenti di insurrezione e rivolta possiamo spesso notare un’attacco diretto volto a dare alle fiamme la merce stessa e i templi del consumo, o ancora utilizzare la merce saccheggiata per costruire barricate con cui difendersi dalla repressione poliziesca o per modificare, secondo i propri desideri, l’urbanistica e l’organizzazione degli spazi urbani. Proprio come in un potlatch kwakiutl, in fondo distruggere la merce o i beni accumulati manifesta il rifiuto della proprietà privata.

Le impetuoso rivolte e le oceaniche manifestazioni che hanno incendiato la società e le città statunitensi a seguito all’omicidio poliziesco di George Floyd, hanno rappresentato qualcosa di estremamente importante sia a livello di quantità che dal punto di vista della qualità. Partendo da rivendicazioni e tensioni antirazziste e di abolizione della polizia, il movimento Black Lives Matter così come forme più spontanee di organizzazione tra rivoltosi e di azioni, hanno portato a momenti in cui il livello del conflitto sociale è sembrato giungere ad un punto di impossibile ritorno a quella normalità anelata dall’economia capitalista-mercantile e dallo stato. Nessuna pacificazione sociale sembrava poter mettere freno alla gioia e alla rabbia degli insorti e degli oppressi finalmente divampate, la macchina dello spettacolo mercantile, e il tempo scandito da essa, era stata interrotta e con essa le sue relazioni mediate dal consumo, i suoi ruoli spettacolari di consumatori-produttori e le dinamiche di profitto. Il desideri e le tensioni individuali e collettive degli oppressi, in prevalenza non bianchi, sono tornati a prevalere sulla dimensione economica che sembra dominare le nostre esistenze in tempi di quiete e “normalità”.

Sarebbe però un grave errore pensare all’incendio della caserma di Minneapolis o all’esperienza della CHAZ di Seattle come qualcosa di assolutamente inedito all’Inter della storia statunitense e soprattutto all’interno della storia delle sommosse e delle rivolte delle persone nere e non bianche contro il razzismo strutturale e istituzionalizzato che attraversa l’intera società e cultura USA. È interessante da un punto di vista storico, quanto politico e addirittura antropologico, vedere in altri momenti di insurrezione e rivolta contro il razzismo poliziesco che hanno interessato la società statunitense un continuum di pratiche, tensioni, rivendicazioni, analisi e obiettivi con quanto successo nei mesi scorsi. E soprattutto soffermarci ancora una volta su come la pratica del saccheggio e della distruzione della merce, siano una costante nei momenti di rivolta contro l’esistente capitalista e la sua oppressione. Dopotutto come ha scritto qualcun* su un muro a Kenosha (Wisconsin), dopo l’ennesimo tentato omicidio di un afroamericano per mano poliziesca, “Avete rubato più di quanto noi potremmo mai saccheggiare”. Dunque contro l’alienazione dello spettacolo mercantile, saccheggiare l’esistente è l’unica possibilità che abbiamo per scuoterci di dosso la rassegnazione e prenderci il presente.

Saccheggiando le parole di Vaneigem: avete già provato il desiderio di bruciare una organizzazione commerciale di distribuzione (supermercato, magazzino di vaste dimensioni, deposito)? In sostanza noi siamo stufi delle apparenze, della noia e dell’essere spettatori; E noi lottiamo di già, coscientemente o no, per una società in cui la vera fine della merce è nel libero uso dei prodotti creati attraverso la fine del lavoro forzato. Contro il lavoro che impedisce l’abbondanza e produce solo il riflesso menzognero, noi vogliamo l’abbondanza che invita alla creatività e alle passioni. Contro l’oppressione della merce e del suo spettacolo, l’unica strada che si apre dinanzi ai nostri occhi non può essere altra che quella dell’insurrezione. Distruggiamo dunque la merce e saccheggiamo l’esistente capitalista-mercantile.


L’11 agosto del 1965 iniziarono, nel quartiere-ghetto multietnico e nero di Watts a Los Angeles, una serie di rivolte e disordini in seguito all’arresto per guida in stato di ebrezza di Marquette Frye, uomo afroamericano. Fin dalle prime ore dell’arresto, alcune persone nere iniziano a ritrovarsi fuori dalla questura per portare solidarietà all’arrestato e contestare l’operato della polizia, protestando contro il razzismo strutturale della società statunitense che regola(va) l’operato anche degli apparati repressivi dello stato. Nel giro di poche ore e centinaia di rivoltosi7e iniziano ad assaltare il dipartimento di polizia locale, mentre la madre e il fratello di Frye vengono arrestati con l’accusa di incitamento alla violenza e alla rivolta. I riots deflagrano presto in direzione dei saccheggi dei negozi e dell’incendio degli edifici, presi di mira in quanto simbolo dell’oppressione, dello spossessamento e della segregazione secolare subita dalla popolazione nera e non bianca negli Stati Uniti. Saccheggiare la merce e scontrarsi con la polizia rientrano dunque nello stesso schema spettacolare, in quanto, per dirla ancora una volta con Vanegeim, il poliziotto è il cane da guardia del sistema mercantile. Dove la menzogna della merce non basta più ad imporre l’ordine, egli esce col suo casco dalle cosce della classe o della casta burocratica dominante. 

L’accenno, estremamente parziale, alle rivolte di Watts vuole fungere da minimo contesto generale per permettere di comprendere al meglio l’estratto che andrete a leggere di seguito. Un frammento tratto direttamente da “Il declino e la caduta dell’economia mercantil-spettacolare” (in Internazionale Situazionisti, numero 10, marzo 1966) che analizza e si concentra sulla pratica del saccheggio della merca nel contesto dei sei giorni di rivolta che hanno interessato il distretto di Watts nell’agosto del 1965.


“Il saccheggio del quartiere di Watts ha manifestato la realizzazione più sommaria del principio bastardo «A ciascuno secondo i suoi falsi bisogni», i bisogni determinati e prodotti dal sistema economico che il saccheggio per l’appunto respinge. Ma nel momento in cui questa abbondanza viene presa in parola, raggiunta nell’immediato, e non più indefinitamente inseguita nella corsa del lavoro alienato e dell’aumento dei bisogni sociali differiti, i veri desideri si esprimono già nella festa, nell’affermazione ludica, nel potlatch distruttivo. L’uomo che distrugge le merci dimostra la sua superiorità umana su di esse. […] I grandi frigoriferi rubati da persone che non avevano l’elettricità, oppure cui era stata tagliata la corrente, è la migliore immagine della menzogna dell’abbondanza diventata verità in gioco. La produzione mercantile, quando cessa di essere acquistata, diventa criticabile e modificabile in tutte le sue forme particolari. Solo quando essa viene pagata con il danaro, in quanto segno di un certo grado nella sopravvivenza, allora è rispettata come un feticcio da ammirare.
La società dell’abbondanza trova la sua risposta naturale nel saccheggio, poiché quella non era affatto abbondanza naturale e umana, era abbondanza di merci. Il saccheggio, che istantaneamente fa crollare la merce in quanto tale, svela anche l’ultima ratio della merce: la forza, la polizia e gli altri distaccamenti specializzati che nello Stato possiedono il monopolio della violenza armata. Che cos’è un poliziotto? È il servitore attivo della merce, è l’uomo totalmente sottomesso alla merce, per la cui azione il prodotto del lavoro umano resta una merce la cui volontà magica è di essere pagata, e non volgarmente un frigorifero o un fucile, cose cieche, passive, insensibili, sottomesse al primo venuto che le userà. Dietro l’indegnità che c’è nel dipendere dal poliziotto, i neri rigettano l’indegnità di dipendere dalle merci. Senza futuro mercantile, la gioventù nera di Watts ha scelto un’altra qualità del presente, e la verità di tale presente fu a tal punto irrecusabile da trascinare con sé tutta la popolazione, le donne, i bambini, fino ai sociologi che vi assistevano in quel momento. Una giovane sociologa nera di questo quartiere, Bobbi Hollon, dichiarava in ottobre all’Herald Tribune. «La gente prima si vergognava di dire che veniva da Watts, lo mormorava appena. Adesso lo dicono con orgoglio. Ragazzi che portavano sempre la camicia aperta fino alla vita e vi avrebbero fatto a fette in mezzo secondo, sono tornati qui ogni mattina alle sette. Organizzavano la distribuzione del cibo. Sicuro, non bisogna farsi illusioni, l’avevano saccheggiato… Tutto quel blabla cristiano è stato usato da troppo tempo contro i neri. Questa gente potrebbe saccheggiare per dieci anni e non recuperare la metà dei soldi che le hanno rubato nei negozi in tutti questi anni… Quanto a me, io sono solo una ragazzina nera.» Bobbi Hollon, che ha deciso di non lavare mai il sangue che ha macchiato le sue scarpe di corda durante la rivolta, dice che «ora il mondo intero guarda al quartiere di Watts”

Non chiamiamolo “antropologo” (da ANPIA)

A proposito dei fantasiosi rapporti tra rosari strappati dal collo di Salvini e presunte azioni di “magia nera”, pubblico un interessante articolo-riflessione scritto dall’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia con cui si prendono distanze nette da un’intervista fatta all’ “antropologo” Andrea Bocchi Modrone e apparsa su Il Giornale in data 11 settembre. Ritengo valido pubblicare questo contenuto sulle pagine di Nulmal perchè sempre più spesso l’antropologia come disciplina viene bistrattata e tematiche di interesse antropologico vengono affrontate con superficialità da individui che, spacciandosi per antropologi, diffondono e alimentano una visione colonialista e razzista, nonchè riduzionista e culturalista, degli eventi a fini estremamente politici.

“Sul quotidiano Il Giornale di venerdì 11 settembre 2020 appare un’intervista condotta da Giovanni Giacalone a un antropologo, Andrea Bocchi Modrone, a proposito dell’aggressione subita da Matteo Salvini a Pontassieve qualche giorno prima ad opera di Auriane Fatuma Bindela, di provenienza congolese. Come membri dell’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia siamo rimaste/i sconcertate/i dalla superficialità delle dichiarazioni del dottor Bocchi Modrone, il quale si autodefinisce “esperto in religioni sincretiche afro-americane”, eppure  esprime concetti che dimostrano scarsa conoscenza della storia degli studi antropologici.

Qualcosa non va

In primo luogo, l’esperto usa del tutto a sproposito i termini “voodoo” e “tribale”: il vodu infatti si riferisce a una serie di culti  provenienti  dall’area del Golfo del Benin (tra Nigeria, Benin e Togo) diffusi fra le popolazioni Yoruba, Fon ed Ewe, che poco o nulla hanno a che fare con “il Congo” (Repubblica Democratica del Congo o Congo-Brazzaville?). Alcune  religioni sincretiche presenti nelle Americhe, – come il voudou haitiano e della Louisiana – derivano in parte dal vodu dell’Africa occidentale e, in questi contesti sincretici, sono confluiti in certi casi anche elementi di origine congolese. Ma, di per sé, il vodu non è originario del  Congo. Sembra piuttosto che l’antropologo Bocchi Modrone usi il termine “voodoo” come sinonimo di stregoneria, cosa che ci ha fatto iniziare a dubitare della genuinità della sua qualifica di antropologo. Anche in Congo sono  presenti credenze comunemente collocate sotto la categoria ibrida e controversa di  “stregoneria”, ma questa non va certo confusa con  il vodu. D’altra parte le credenze nella stregoneria e nel malocchio sono ben radicate anche in Europa e in Italia. Il nostro “esperto” sembra attribuire genericamente l’etichetta di “voodoo” a qualunque espressione religiosa africana, mostrando scarsa conoscenza del contesto  e della sua  complessità.
Come se non bastasse, il dottor Bocchi Modrone abusa continuamente del termine “tribale”, adottando un punto di vista implicitamente coloniale. Una prospettiva che identifica nell’Africa quel “cuore di tenebra” che tanto solleticava le fantasie dei sostenitori della missione civilizzatrice in epoca vittoriana (e non solo), convinti che il continente nero fosse una terra abitata da bruti, bisognosi dell’aiuto occidentale: the white man’s burden, il fardello dell’uomo bianco, era appunto quello di portare ai “selvaggi” la civiltà, lo sviluppo, strade, ponti, scuole, ospedali…. e la fede cristiana. Al di là dell’uso spregiudicato di termini come “magia nera”, “voodoo”, “feticismo”, “religione tribale” – termini sulla cui genealogia Bocchi Modrone dimostra di aver scarsa o nulla consapevolezza – colpisce l’implicita affermazione di una gerarchia tra “religioni tribali africane”, “culti sincretici afro-americani” e cattolicesimo. Pecchiamo forse di eccesso di malizia, ma è difficile non collegare tutto ciò ai tentativi, da un lato, di strumentalizzare la religione e, dall’altro, di demonizzare la differenza culturale ai fini del  consenso politico.

Attacco alla cristianità?

E proprio sulla fede cristiana Bocchi Modrone fa uno degli scivoloni più clamorosi: riconduce in automatico il gesto di rabbia di Bindela a un attacco alla cristianità, affermando di non sapere quale dio segua la signora, ma “sicuramente non […] quello cristiano, altrimenti non romperebbe il rosario”. Non ci sarebbe da stupirsi se invece Auriane Fatuma Bindela si rivelasse cristiana, come  la stragrande maggioranza  delle/dei congolesi (di cui circa il 50% si dichiara di fede cattolica). D’altra parte, l’atto  di strappare il rosario o il crocifisso dal collo di Salvini potrebbe essere letto come il gesto di qualcuno profondamente credente, convinto che il politico in questione stia abusando di un simbolo religioso e che non abbia il diritto di portarlo. Certamente non possiamo leggere nel pensiero della signora Bindela, ma forse Bocchi Modrone pensa di esserne in grado.
Leggere questo gesto come espressione di “credenze tribali” tradisce un approccio esotizzante che rischia di alimentare il razzismo e che stona con la professione di antropologo. Un paio di anni fa, durante un collegamento con un giornalista davanti al parlamento, una signora con marcato accento romano si mise a urlare “maledetti!” all’indirizzo dei politici. Dovremmo forse leggere quella maledizione come espressione di “credenze tribali”? Oppure sfoderiamo questa categoria desueta solo per inquadrare le persone di provenienza africana? Le credenze nella “magia”, nella “stregoneria” e nel “malocchio” non sono affatto un’esclusiva del continente africano: sono ben radicate anche in Europa e in Italia, dove sono state ampiamente studiate dall’antropologia. Allora perché non leggere l’attaccamento alla religione di Salvini come una “credenza tribale”, con tanto di amuleti protettivi e formule magiche?
Il nostro “esperto”, in realtà,  fa ancor meglio: non solo attribuisce alla signora “credenze tribali”, mostrando appunto ancora una volta di essere fermo nel migliore dei casi a un’antropologia di età vittoriana, ma addirittura si spinge ad affermare: «non mi sento di indicare questi culti africani come “animismo”, in antropologia non si può più utilizzare questo termine». Non è affatto vero che in antropologia non si possa usare il termine animismo: anzi, questo termine è stato recentemente rielaborato da Philippe Descola ed è al centro di un acceso dibattito nel mondo accademico.

Riduzionismo Culturalista

L’apice dell’intervista viene raggiunto quando si evoca la presunta maledizione nei confronti di Calderoli, attribuita al padre di Cécile Kyenge. Non solo Bocchi Modrone sembra ignorare che le credenze relative alla stregoneria siano assai diffuse anche in Europa e in Italia, ma ci fornisce una lettura degli avvenimenti assai più vicina agli immaginari di una certa cinematografia di avventure esotiche (stregoni, pentoloni, oscure cerimonie), che ad una genuina interpretazione di carattere antropologico.
In generale è proprio questo approccio riduzionista e culturalista – unito al fatto che lo si fa  passare come “parere di un esperto” – a lasciarci  sconcertate/i: ovvero la tendenza ad usare come chiave di lettura una presunta appartenenza culturale (per di più ricostruita in modo assai immaginifico). Non solo applicare questo tipo di pensiero costituisce una scorciatoia interpretativa che non ha nulla di scientifico, ma rischia di alimentare forme particolarmente subdole di razzismo.  Come diceva il compianto Ugo Fabietti, “la cultura non è qualcosa che spiega, ma che va spiegata”. Proprio un antropologo dovrebbe essere ben conscio del problema ed evitare di applicare comode etichette culturaliste.
Ci chiediamo a che titolo si pubblichino articoli di questo tipo, senza un approfondimento antropologico comprovato da reali esperti. Articoli come questo non solo contribuiscono a diffondere e alimentare pregiudizi e razzismo, ma gettano discredito sull’antropologia nel suo complesso. Come soci e socie dell’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia, ci auguriamo si possa un giorno evitare che chicchessia si spacci per antropologo senza comprovate competenze nel campo dell’antropologia.
La redazione di ANPIA “

 

 

“Quando la Xenofobia Mette Radici Nelle Urne”

 

Come si presenta oggigiorno ai nostri occhi l’Unione Europea se non come un’organismo sovranazionale pervaso da costante instabilità e dilaniato da una crisi politica ed economica?

Questo clima di perenne crisi economica iniziato nel lontano 2008 ha come conseguenza intrinseca il progressivo aumento dei sentimenti di scoraggiamento e di insicurezza dei cittadini europei che si riflettono in atteggiamenti ostili sia nei confronti della stessa Unione Europea in quanto istituzione, sia nei confronti delle differenti elitè politiche ritenute responsabili, non solo della crisi, ma sopratutto della svendita della sovranità dello Stato-Nazione, erodendo perciò l’importanza ed il peso politico delle singole nazioni europee assoggettate al volere dell’UE. Con l’inizio della crisi economica nel 2008 i cittadini europei hanno visto aumentare la propria insicurezza socio-economica, le difficoltà lavorative con conseguente aumento della disoccupazione e della precarietà occupazionale e l’incertezza nei confronti di un futuro che non sembra promettere scenari idilliaci. Ed è proprio in questo scenario che emergono e guadagnano consensi forze politiche radicali dai tratti marcatamente populisti e spesso vicine ad idee ultranazionaliste ed identitarie tipiche di una certa retorica e di certe idee di estrema destra.

Accanto alla crescita di consensi verso questi movimenti e partiti populisti dalla forte retorica nazionalista, xenofoba ed “euroscettica”, c’è da segnalare un’altra tendenza strettamente collegata alla crisi economica e alla crescente sfiducia verso le istituzione politiche-economiche dell’Unione Europea, ovvero l’aumento dell’astensionismo elettorale. La questione dell’astensionismo, che evidenzia un marcato malcontento popolare nei confronti delle istituzioni politiche rappresentative e disillusione verso le elitè governative, seguendo la mia inclinazione libertaria, di per se non è affatto un problema, anzi, tendenzialmente potrebbe essere visto in un ottica positiva se il diffuso ricorso all’astensionismo fosse dettato da una forte presa di coscienza politica e non solamente da semplice apatia-afasia che tendono a sfociare in un futile immobilismo generale, incapace perciò di contrapporre al sistema dei partiti, del voto e della delega una valida alternativa politica. Purtroppo però nella stragrande maggioranza dei casi questo astensionismo diffuso, sopratutto tra le classi popolari, è dettato semplicemente da disillusione verso la politica classica (un bene, non ci son dubbi su questo) ma che sfocia nell’immobilismo o nella disaffezione verso l’azione politica individuale-collettiva, rivelandosi perciò incapace di presentare concrete strade alternative da seguire per contrastare e delegittimare la politica istituzionale e rappresentativa.

Torniamo al discorso principale di questo articolo, ovvero l’ascesa politica sulle scene nazionali di attori, partiti e movimenti che riscuotono un ampio consenso e riescono a guadagnare voti attraverso una retorica fortemente nazionalista, fascista e xenofoba, e in alcuni casi indirizzata verso l’estrema destra di ispirazione neonazista (vedi Jobbik in Ungheria e Alba Dorata in Grecia). In Europa i maggiori partiti riconducibili a questo “filone” di estrema destra caratterizzato da un discorso politico incentrato sul populismo, il nazionalismo e il razzismo, possono essere individuati certamente nel Front National di Marine Le Pen (in Francia), nel Partito della Libertà Austriaco (FPO) e in Italia certamente nella Lega Nord e nel suo esponente Matteo Salvini (senza tralasciare attori minori più o meno ufficiosamente alleati della Lega come Forza Nuova e Casa Pound, questi ultimi si autodefiniscono “fascisti del terzo millennio”).

Il leitmotiv che sta alla base di entrambi i discorsi e le visioni politiche di Salvini e Le Pen è principalmente la feroce opposizione al fenomeno dell’immigrazione, argomento usato dai vari movimenti della destra razzista e populista per fare becera propaganda politica indirizzata a parlare alla pancia dell’elettorato facendo leva sulla crescente frustrazione popolare e la dilagante sfiducia dei cittadini. Dato che al centro del loro discorso politico “anti-europeista” o “euroscettico” venato di razzismo e discriminazione c’è appunto la dura e convinta opposizione al fenomeno dell’immigrazione, ecco che questi partiti e i loro leader incentrano la loro propaganda politica su temi marcatamente populisti come la chiusura delle frontiere, l’identità nazionale, il rafforzamento dello Stato-Nazione da contrastare all’Unione Europea, tutti argomenti che riescono facilmente a far presa su quegli strati sociali ormai sfiduciati e stremati dalle infinite promesse non mantenute dalla politica “tradizionale”. Come già detto questi partiti, queste “nuove” forze politiche, non si preoccupano minimamente di utilizzare un discorso politico permeato da xenofobia e razzismo, enfatizzando fino al limite del paradosso la teoria del “capro espiatorio”, dipingendo perciò la realtà in modo distorto e attribuendo le colpe della crisi economica, sociale ed occupazionale ad individui “esterni alla patria” o “esterni alla nazione”, ovvero gli immigrati e tutto ciò che viene definito “altro” e che, secondo loro, sfida la stabilità e l’omogeneità nazionale e la sua identità.

Il fattore che preoccupa maggiormente, sia in Italia che in Francia ma cosi anche nel resto dell’Europa, è il fatto che certi movimenti e partiti riescano a riscuotere un gran numero di consensi tra l’elettorato giovane, quello under 30. Un elettorato probabilmente ancor più sfiduciato rispetto alla generazione over 40, poichè si trova a dover affrontare l’insicurezza del futuro, la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro e la disillusione per le promesse di inserimento-ascesa sociale mai mantenute dalle elitè politiche a causa della crisi economica. E’ allarmante il fatto che molti, sopratutto tra i più giovani, vedano in questi personaggi e partiti populisti, razzisti e vicini a certe idee fasciste e di estrema destra la soluzione possibile alla crisi socio-economica e al vuoto lasciato dalla politica tradizionale e dalle elitè governative assoggettate alle direttive imposte dall’UE.

Altro dato allarmante, riscontrabile nell’ultimo decennio, è il progressivo allontanamento delle masse operaie e proletarie dai partiti storicamente vicini agli interessi e ai diritti dei lavoratori, ovvero i partiti di sinistra radicale o democratica. Questo allontanamento ha come conseguenza logica l’aumento dei consensi della classe operaia verso i partiti populisti analizzati sopra. Senza gridare allo scandalo questa tendenza può considerarsi senza grossi problemi un fatto di importanza e portata storica, anche dovuto al progressivo disinteresse della sinistra istituzionale nei confronti delle masse operaie-proletarie, storicamente la base stabile e maggioritaria del loro elettorato. Classe operaia che però oramai dimostra di non rispecchiarsi più in una sinistra istituzionalizzata che è andata via via allontanandosi dagli interessi e dalle preoccupazioni dei lavoratori.

L’ascesa politica della (più o meno estrema) destra populista, nazionalista e xenofoba europea rafforza il diktat romano “dividi et impera” volto a scatenare l’ennesima guerra tra ultimi e penultimi, dalla quale a trarne giovamento e vantaggi non sarà mai il popolo, ma ancora una volta le elitè politiche, questa volta però incarnate da “nuovi” attori come Salvini, Orban, Le Pen, in Europa, e da personaggi del calibro di Donald Trump al di fuori dei confini europei.

Ancora una volta si andrà a creare ciò che oggi la maggioranza dell’elettorato imputa alle classi dirigenti filo-europeiste, ovvero una netta scissione e una incolmabile lontananza tra gli interessi delle elitè e quelli del popolo. Si riprodurrà l’eterna scissione tra chi governa e chi viene governato, e a farne le spese sarà sempre il popolo, i singoli individui, che ancora una volta dovrà far i conti con la disillusione verso una politica istituzionale e rappresentativa, e con la frustrazione che essa genera. E magari dall’ampia percentuale di astensionismo diffuso in tutta Europa si possono porre le basi per un modo diverso di intendere la politica e l’organizzazione sociale, non più basata sulla delega ma piuttosto sull’azione politica diretta ed orizzontale, collettiva ed individuale, sperimentando un modello libertario di società che rigetta l’Unione Europea, lo Stato-Nazione, la democrazia rappresentativa e tutte le loro dinamiche orientate a mantenere e perpetuare l’eterna scissione tra chi governa e chi viene governato.

L’Antropologia Come Antidoto Contro il Razzismo

Franco La Cecla e Marco Aime, due importanti antropologici italiani fautori di una concezione non egemonica dell’antropologia, sostengono che appunto gli studi antropologici possono funzionare da antidoto contro il razzismo, sentimento che sempre più insistentemente si fa strada nella società odierna caratterizzata da multiculturalismo e globalizzazione.

“L’antropologia è un modo di essere prudenti, di dire a se stessi che il mondo è molto complicato e c’è bisogno di osservarlo a lungo per capire come siamo”; così La Cecla spiega l’approccio anti egemonico che dovrebbe assumere l’antropologia in quanto conoscenza che permette di indagare la realtà e comprenderla al meglio.

Un sapere importante «Perché, mai come adesso che il mondo è globalizzato, i privilegiati hanno la possibilità di andare in giro per il mondo, i non privilegiati di essere sbattuti in giro per il mondo. Mai come adesso, questa varietà non vuole essere ridotta a unità e l’antropologia è che ci racconta il mondo com’è». La lezione di umiltà nei confronti delle società che studia rende questa disciplina più efficace della filosofia, della storia, del diritto, dell’economia. Infatti «comparare gli indigeni amazzonici con quelli della Val di Susa, significa guardare il mondo in con un approccio sincronico che ci aiuta a relativizzarci, a sapere che noi rappresentiamo soltanto una parte dello scenario che è un grande mosaico». Queste le parole di Marco Aime.

Secondo Marco Aime: “Cultura è una seconda natura, complementare a quella biologica. Siamo infatti l’unico animale che così come viene al mondo non funziona. Mentre qualunque cucciolo in poche settimane impara quello che deve sapere per sopravvivere, noi dobbiamo studiare anni. Questo vuoto dobbiamo riempirlo con la cultura che non è separata dalla natura, ma è complementare. Siamo fatti di natura e cultura. E siccome siamo, fin dalle origini, una specie migrante, abbiamo piedi e non radici. Ci siamo sempre spostati e i nostri antenati incontrando nuovi problemi, nuovi paesaggi nuove situazioni hanno dovuto fornire risposte nuove e diverse”

Aime sostiene che quindi l’unico mezzo per contrastare il razzismo del nuovo millennio, discriminazione non più incentrata sul concetto di razze inferiori e superiori, bensì sulla concezione di inconciliabilità delle culture e delle differenze culturali e quindi orientato ad una teoria del conflitto culturale, è appunto il sapere antropologico poichè unica disciplina capace di conferire al concetto di cultura il suo originario significato staccandolo dalle manipolazioni e distorsioni politiche che tendono ad utilizzarlo come sinonimo o sostituto del concetto di razza con il fine di alimentare xenofobia e guerra tra poveri.

 

La Relazione tra Razzismo, Colonialismo e Concezione dello Straniero

In questo articolo proverò ad analizzare un concetto polisemico e quindi di difficile definizione, ovvero il termine razzismo, attraverso un’ottica antropologica-storica.Il termine razzismo è caratterizzato da complessità e possiamo banalmente definirlo, antropologicamente parlando, un processo di rappresentazione/descrizione dell’altro o dello straniero. Molto spesso si utilizza il termine razzismo confondendolo o utilizzandolo come sinonimo di altri termini quali etnocentrismo, xenofobia o proteofobia. Ed è appunto dando una definizione più chiara di questi termini che inizierò questa analisi.

Con il termine Etnocentrismo si definisce la tendenza a considerare il proprio gruppo culturale di appartenenza come universale e di conseguenza come l’unica possibilità e la sola verità, come qualcosa di naturale e non come conseguenza di un processo di costruzione culturale di significato e di visione ed interpretazione della realtà. L’etnocentrismo è una caratteristica comune alla maggior parte delle culture umane, poichè permette di definire il NOI, e quindi la nostra cultura/società, partendo dalla creazione di un LORO/ALTRO, sulla base di differenze più o meno oggettive. L’etnocentrismo evidenzia la necessità umana di costruire la propria identità attraverso l’esperienza dell’altro e dell’alterità; questo processo di definizione del noi permette la creazione di un senso di appartenenza ad un determinato gruppo socio-culturale che può emergere solo in contrapposizione all’identità dell’alterità. Quando ci poniamo le complicate domande  “Chi è l’altro? Chi è lo straniero?” ci stiamo in realtà domandando “Chi sono io? Chi siamo noi?” in quanto il discorso sull’altro è solamente un modo per parlare, definire e riconoscere se stessi sulla base di differenze con l’alterità. Il concetto di “straniero” non è un qualcosa di naturale, poichè la sua stessa esistenza può esistere solamente all’interno di una relazione in cui almeno uno dei due soggetti considera l’altro diverso da se e quindi lo definisce straniero. Dopotutto l’idea di straniero è sempre il prodotto di una determinata cultura all’interno di un determinato processo storico e quindi, la narrazione dello straniero è sempre etnocentrica. Sul concetto di straniero ci tornerò più tardi.

La Xenofobia è la conseguenza di un eccessivo etnocentrismo che si basa la paura ed il rifiuto dell’altro e di conseguenza implica la totale chiusura e l’ostilità nei confronti dell’altro.

Infine la Proteofobia, termine utilizzato da Zygmunt Bauman, si riferisce al contesto delle società globalizzate moderne, nelle quali l’incontro con l’alterità è costante e quotidiano, e quindi non richiama più quell’idea di incontro tra due culture monolitiche e ben distinte. Il termine proteofobia evidenzia il timore nei confronti della diversità, non più la paura dell’estraneità. Questo avviene perchè all’interno della società contemporanea c’è una tendenza ossessiva al controllo di tutto ciò che non rientra nei nostri schemi mentali e culturali, perciò emerge questa fobia nei confronti di ciò che viene percepito come diverso e quindi come potenzialmente distruttivo, che elude il nostro controllo.

Il Razzismo tende a definire e rappresentare l’altro non solo in quanto diverso, ma sopratutto inferiore e come una minaccia da sorvegliare. Il razzismo implica l’idea di una sostanziale differenza che annulla e rifiuta l’universalismo degli esseri umani, creando dei confini e delle barriere culturali tra noi e loro. Questa differenza viene considerata insuperabile ed irriducibile, assumendo un carattere generalizzato, ovvero “tutti noi siamo diversi da tutti loro”. Inoltre le differenze hanno sempre un carattere negativo, essendo non solo di natura descrittiva ma sopratutto qualitativa. Infine questa tendenza a marcare le differenze e rappresentarle come irriducibili porta a giustificare un determinato tipo di atteggiamenti e trattamenti aggressivi nei confronti di chi è vittima di razzismo, attraverso la discriminazione e la gerarchia tra noi e gli altri. Il razzismo può essere di natura inferiorizzante oppure di carattere differenzionizzante; inferiorizzante nel momento in cui l’altro viene considerato appunto come inferiore, legittimando in questo modo una gerarchia sociale, economica e politica ed un atteggiamento volto a controllare l’altro in quanto portatore di inuguaglianza. Questo modello di razzismo si è diffuso e rafforzato durante l’epoca coloniale ed imperialista attraverso la schiavitù e lo sfruttamento delle colonie da parte degli occidentali. Il razzismo differenzionizzante invece è teso a sottolineare l’esistenza di una radicale differenza tra noi e loro. L’altro viene dipinto come l’opposto del noi e di conseguenza rappresenta una minaccia all’integrità e all’identità del noi. Questa concezione non è più interessata ad inferiorizzare l’altro per sfruttarlo a proprio vantaggio, bensì è una logica ben più radicale tesa a distruggere ed eliminare definitivamente l’altro attraverso pulizie etniche ed espulsioni.

Claude Levi-Strauss si concentrò su altre due concezioni del razzismo, quello antropofagico e quello antropoemico. Il razzismo antropofagico sostiene che l’accettazione dell’altro può avvenire solamente nel momento in cui l’altro elimina le differenze che lo rendono inaccettabile dal noi, in poche parole quando l’altro abbandona il suo carattere di alterità e diventa come noi. Il razzismo antropoemico invece si pone la domanda “Come possiamo difenderci dallo straniero?” e trova come unica risposta l’esclusione dal noi, sottolineando quindi il completo rifiuto di accettare l’altro.

Questa costante polarità “Noi/Altri” è stata fondamentale durante l’epoca coloniale ed è ciò che ha permesso all’Occidente di imporsi globalmente attraverso lo sfruttamento e la sottomissione degli altri, ovvero dei non occidentali, costantemente rappresentati come inferiori, arretrati ed infantili. Senza il processo di colonizzazione ed imperialismo probabilmente la società occidentale capitalista moderna non esisterebbe. Uno dei più importanti filosofi e scrittori francesi del novecento che ha dato un importante contributo alla relazione tra razzismo, colonialismo e differenza è stato Frantz Fanon.

Fanon sostiene che la più importante (nella sua accezione negativa) violenza perpetuata dagli occidentali durante il colonialismo è stata il tentativo di appropriarsi della dimensione culturale dei colonizzati, attraverso la tendenza ad annullare la storia e l’identità dei popoli sottomessi e sfruttati. In questo modo si creò l’immagine del colonizzato come individuo inferiorizzato, irrazionale e incapace di provvedere a se stesso, diventando perciò dipendente dal colonizzatore. Durante il colonialismo i popoli colonizzati subivano un processo di desumanizzazione ed imposizione culturale da parte del dominante/colonizzatore occidentale in modo da mantenere il dominio. Secondo Fanon il colonialismo ha creato individui che inconsapevolmente si vedono e definiscono inferiori, arretrati ed infantili e che sentono il peso del proprio colore della pelle come caratteristica della loro condizione di inferiorità rispetto ai bianchi occidentali. Il colonizzato si accorge di essere “nero” nel momento in cui entra in relazione con il colonizzatore, e quindi l’esser nero emerge solamente nell’esperienza di esposizione allo sguardo dell’uomo bianco. Quindi Fanon individua nella desumanizzazione dell’altro la reale violenza coloniale; il colonizzato (nero) viene educato ad essere come il colonizzatore (bianco), attraverso l’interiorizzazione della cultura del colonizzatore occidentale. Ma proprio in questo momento che emerge l’ambiguità, ovvero quando il colonizzato si accorge che non potrà mai essere ciò che ha la cultura del colonizzatore gli ha fatto interiorizzare. Perciò il colonizzato si trova dinanzi ad una condizione paradossale nella quale deve scegliere tra due opzioni/soluzioni; o domanda agli altri di non badare al suo colore della pelle e quindi di venir trattato come se fosse un uomo bianco, oppure domandando agli altri di notare il suo essere nero, valorizzando in questo modo qualcosa che dalla cultura occidentale-coloniale veniva considerato negativo.

Per concludere riprendo il discorso sullo straniero che avevo momentaneamente abbandonato prima. Il sociologo-filosofo Georg Simmel individua nel concetto di straniero una rapporto di vicinanza e lontananza, polarità che contraddistingue ogni relazione tra gli individui. Lo straniero secondo Simmel rappresenta una posizione sociale, non un carattere basato su caratteristiche morali/fisiche. Le relazione umane sono quindi caratterizzate da questa polarità tra vicinanza e lontananza, e quando prevale quest’ultima iniziamo a percepire l’altro come una categoria, ovvero non entriamo più in relazione con un singolo individuo ma come la rappresentazione e l’esempio della sua categoria. Questo atteggiamento comporta la generalizzazione dello straniero e il fatto che esso ci appare non più come individuo unico lontano da qualsiasi stereotipo, bensì semplicemente come esempio della categoria che rappresenta.

Questa lunga analisi ci porta a concludere che la differenza-l’alterità hanno un carattere esclusivamente relazionale, non possono esistere isolate, e quindi la differenza non possiede una propria essenza naturale ma è sempre il risultato di un confronto. Dopotutto non esistono caratteristiche oggettivo ed universali che definiscono il concetto di straniero, poichè semplicemente nessun essere umano è straniero in natura e non lo è mai in modo assoluto.