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“Nuove istituzioni e corpi politici: intervista a David Graeber” (di Andrea Staid)

Intervista a David Graeber di Andrea Staid

Questa è  un’intervista abbastanza datata, ma credo ancora interessante, l’ho fatta a David Graeber quando è stato in Italia a giugno 2012 per presentare il suo Critica della democrazia occidentale, edizioni Elèuthera e Debito, del Saggiatore.

David Graeber è un antropologo e attivista del movimento libertario Usa, noto soprattutto per la sua partecipazione ai movimenti di protesta contro Fmi e nel 2012 attivo nel movimento Occupy Wall Street, di cui rifiuta totalmente l’etichetta di leader che gli viene attaccata addosso, in passato era anche stato membro del Iww.

Caro David dal tuo punto di vista di antropologo e attivista libertario, ci sono connessioni fra movimenti sociali, pensiero libertario e antropologia?
Credo che la stessa cosa che mi ha portato alla mia idea politica è la stessa cosa che mi ha portato a essere un antropologo, e cioè allargare il senso delle possibilità umane. Sono cresciuto in una famiglia operaia tendenzialmente radicale dove si leggeva molto, a un certo punto ho notato che avevano tanti libri ma quasi nessuno di critica del capitale, non avevano bisogno di libri che gli dicessero perché il capitalismo non andava bene però avevano tanti libri di storia, antropologia, e fantascienza, vivevano dentro al capitalismo dalle 9 alle 17 dopo volevano stare da qualche altra parte, l’antropologia ci dà un’idea di quel qualcos’altro e ci dà i pezzi necessari per metterlo insieme.

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In Italia e in molti altri paesi sono parecchi anni che all’interno dei movimenti si sta discutendo sul concetto di rivoluzione. Qualche anno fa abbiamo organizzato anche a Milano un convegno di studi per chiarire cosa possa significare oggi. 
Dal mio punto di vista la rivoluzione non può essere vista come la presa del palazzo di inverno, ma deve essere una rivoluzione del quotidiano che distrugga le relazioni di dominio tra uomini, animali e natura. Il tutto senza negare la possibilità di un momento di insurrezione generale ma stando attenti a non attendere il sol dell’avvenir e cominciando giorno per giorno a cambiare le nostre vite. Anche perché se non rivoluzioniamo il nostro quotidiano una volta fatta l’insurrezione non saremo capaci di costruire il mondo nuovo e ricreeremo un dominio soltanto con un nome diverso.
Recentemente anche tu ti sei occupato di questo tema, cosa ne pensi?
Sono totalmente d’accordo con te, recentemente mi sono trovato vicino alla concezione di Immanuel Wallerstein sulla rivoluzione, il quale nei sui scritti argomenta che tutte le rivoluzioni, dalla rivoluzione francese in poi, sono state tutte rivoluzioni mondiali perché hanno toccato tutto il mondo in qualche modo.
Sia nei casi come 1789 o 1917 dove delle rivoluzioni hanno con “successo” preso possesso del potere in un paese, sia nei casi come il 1848 o 1968 dove non c’è stato quel “successo”, però sappiamo che una rivoluzione ha successo quando dopo di essa c’è un profondo cambiamento nel senso comune politico.
La rivoluzione francese è avvenuta in un solo paese, ma in realtà ha trasformato l’intera area nord-atlantica del mondo, le idee che erano considerate assurde prima della rivoluzione, per esempio se dicevi che il cambiamento sociale era qualcosa di positivo o che la legittimità dei governi era garantita dal popolo eri considerato pazzo, o condannato al carcere.
Trenta anni dopo la rivoluzione francese tutti dovevano almeno dire di essere d’accordo con quei principi, in modo molto simile troverai cambiamenti nel senso comune politico dopo qualsiasi momento di rottura rivoluzionaria.
Nel 1848 scoppiò la rivoluzione quasi contemporaneamente in cinquanta paesi diversi dalla Valacchia al Brasile. In nessun paese i rivoluzionari riuscirono a prendere il potere, ma in seguito, le istituzioni ispirate dalla rivoluzione francese – i sistemi di istruzione universale, per esempio – sono stati creati più o meno ovunque.
Possiamo notare che lo stesso modello si riproduce in tutto il ventesimo secolo. Nel 1917 in Russia, dove i rivoluzionari sono riusciti a prendere il potere statale, ma quella che Wallerstein chiama la “rivoluzione mondiale del 1968” è stata qualcosa di più simile a ciò che è avvenuto nel 1848: cioè un onda che ha girato dalla Cina alla Cecoslovacchia, dalla Francia al Messico, che non ha preso il potere da nessuna parte, ma comunque ha iniziato una trasformazione enorme nel senso comune.
In un certo senso, però, la sequenza del ventesimo secolo è stata molto diversa da quella del secolo passato, perché il sessantotto non è riuscito a consolidare le vittorie ottenute nel 1917.
In realtà ha segnato il primo passo significativo nella direzione opposta. La rivoluzione russa naturalmente ha rappresentato l’apoteosi finale dell’ideale giacobino di trasformare la società dall’alto. La rivoluzione mondiale del 1968 invece era più anarchica nello spirito.

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In che senso la rivoluzione del ’68 è stata più anarchica?
Nel senso che lo spirito delle idee anarchiche hanno pervaso molte delle nuove lotte iniziate nel maggio francese: la rivolta contro il conformismo burocratico, il rifiuto della politica di partito, il dedicarsi alla creazione di una nuova cultura liberatoria che consentisse una autentica auto-realizzazione individuale.
Negli ultimi anni abbiamo visto una sorta di continua serie di piccoli sessantotto. Le rivolte contro il socialismo di stato che hanno avuto inizio in piazza Tienanmen e sono culminate con il crollo dell’Unione Sovietica sono cominciate in questo modo, anche se sono state rapidamente deviate verso il massimo recupero capitalista dello spirito di ribellione degli anni ’60, che è stato conosciuto come il “neoliberismo”. Dopo la rivoluzione mondiale zapatista – da loro chiamata IV guerra mondiale – iniziata nel 1994 come un mini-sessantotto, il processo si è fatto così fitto e veloce che è sembrato quasi istituzionalizzato: Seattle, Genova, Cancun, Quebec, Hong Kong… E in quanto era davvero istituzionalizzato il movimento NoGlobal, dato che proprio le reti globali e gli zapatisti avevano contribuito a crearlo, fu una sorta di piccolo anarchismo realizzato, basato sui principi della democrazia diretta decentralizzata e dell’azione diretta.
La prospettiva di dover affrontare un vero e proprio movimento globale democratico ha spaventato parecchio le autorità statunitensi (in particolare), che sono andate nel panico.

In Italia nel 2001, il governo si è spaventato e ha represso duramente i giovani che si ribellavano contro un mondo orribile. Negli Usa hanno usato la stessa ricetta?
C’è naturalmente un antidoto tradizionale alla minaccia di mobilitazione di massa dal basso, basta iniziare una guerra. Non importa contro chi sia la guerra. L’importante è di averne una, preferibilmente, sulla più ampia scala possibile. In questo caso il governo degli Stati Uniti aveva il vantaggio straordinario di un autentico pretesto – un gruppo di islamisti di destra, disordinato e in gran parte inefficace fino ad allora che, per una volta nella storia, provava a mettere in pratica una azione terroristica sfrenatamente ambiziosa e poi effettivamente realizzata. Piuttosto che limitarsi a rintracciare i responsabili, gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare a vista miliardi di dollari di armamenti nel nulla. Dieci anni più tardi, il parossismo risultante dal sovraccarico imperiale sembra aver minato le basi stesse dell’impero americano. Quello a cui stiamo ora assistendo è il processo di collasso dell’Impero.
Allora sembra sensato che la rivoluzione mondiale del 2011 sia iniziata come una ribellione contro gli Stati satellite degli Usa, più o meno allo stesso modo in cui le ribellioni hanno portato al collasso del potere sovietico in Urss sono cominciate in posti come la Polonia e la Cecoslovacchia. L’ondata di ribellione si è diffusa in tutto il Mediterraneo, dal Nord Africa al Sud Europa, e poi, in modo più incerto in un primo momento, attraverso l’Atlantico a New York. Ma una volta nata, in poche settimane, è esplosa in tutto il mondo.
Recentemente dopo le proteste di Occupy e i movimenti che si sono sviluppati in tutto il mondo ho scritto una email a Immanuel Wallerstein per chiedergli se si possa parlare ancora di una rivoluzione mondiale nel 2011 e lui mi ha risposto di sì.
Ora bisogna vedere quanto del cambiamento rimarrà nel senso comune, questo sta a noi, dobbiamo vedere quanto possiamo costruire su quella rottura genuina e rivoluzionaria che c’è stata e cercare di costruire nuove istituzioni e corpi politici che garantiscano lo spazio entro cui la libertà può manifestarsi.

“Per la Rivoluzione e l’Anarchia” – La Guerriglia Anarchica dell’IRPGF in Rojava

“La Rivoluzione in Rojava è una lotta indigena contro lo Stato, il Capitale, il colonialismo ed il fascismo. Così anche se non è una rivoluzione anarchica, sicuramente ha in sé molti aspetti libertari e per questo è una rivoluzione che tutti gli anarchici e le anarchiche dovrebbero sostenere.” Compagni dell’IRPGF

“Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante.”, queste le parole del rivoluzionario anarchico Buenaventura Durruti in merito a quella “utopia fatta storia” che è stata la Rivoluzione spagnola del 1936, una rivoluzione nata inizialmente per contrastare e sconfiggere il golpe militare del generale fascista Francisco Franco, ma che si trasformò quasi immediatamente in una vera e propria rivoluzione in senso anarchico, volta alla ricerca appassionata di un mondo nuovo senza sfruttati‭ ‬né sfruttatori, senza servi né padroni. E’ proprio partendo dalle parole di Durruti, e dal ricordo sempre vivo della Rivoluzione spagnola, che mi appresto ad introdurre l’argomento centrale di questo articolo: il ruolo degli anarchici, in particolare dell’IRPGF, nella Rivoluzione in Rojava.

La scelta di aprire questo articolo con una frase del rivoluzionario anarchico Durruti non è stata affatto casuale. Le somiglianze e le affinità tra la Rivoluzione spagnola del ’36 e l’attuale Rivoluzione in Rojava difatti sono molte, anche se dobbiamo sempre tener in mente che il cambiamento messo in atto dai Curdi nelle regioni settentrionali della Siria, pur portando con se molti aspetti libertari (la lotta allo Stato-Nazione e la creazione di comunità libere fondate sull’autogoverno, volendone citare due), non è una rivoluzione anarchica in senso stretto. Citando direttamente le parole dell’International Revolutionary People’s Guerrilla Forces (IRPGF), formazione guerrigliera operante in Rojava che più avanti mi impegnerò a presentare in modo (il quanto più possibile) esaustivo, “il Rojava è importante per la lotta anarchica transnazionale perché mette in luce come una rivoluzione potrebbe essere realizzata e mantenuta”. Del resto, come i rivoluzionari spagnoli, anche i combattenti e rivoluzionari Curdi e i compagni internazionalisti sperano di creare la visione di una società libera dalla quale tutto il mondo possa trarre ispirazione. Per evitare di dilungarci troppo sulle somiglianze e le differenze tra le due Rivoluzioni, argomento certamente interessante ma che non è il tema principale di questo articolo, mi appresto a parlare dell’IRPGF e del suo ruolo militante all’interno della Rivoluzione in Rojava.

A partire dallo scoppio della Guerra Civile siriana nel 2012 e successivamente della Rivoluzione curda per l’autonomia di Kobane, Afrin e Jazira, i tre cantoni che formano la ragione del Rojava, la partecipazione e l’interesse degli anarchici per l’ “alternativa curda” allo Stato-Nazione è stata molto ampia. Ben presto la Rivoluzione in Rojava a visto l’arrivo di combattenti (socialisti, comunisti, anarchici, antifascisti) provenienti da tutto il mondo per supportare l’esperimento di autogoverno democratico del popolo nella regione e la conseguente formazione di brigate armate internazionaliste impegnate su più fronti nella lotta contro il fascismo islamista di Daesh, l’autoritarismo dello Stato turco (da sempre oppressore del popolo Curdo) e nella difesa del processo rivoluzionario di “confederalismo democratico”. Come accennato quindi l’IRPGF non è la prima formazione guerrigliera presente in Rojava e che opera nella Rivoluzione. Basti pensare all’International Antifascist Tabur, battaglione internazionalista antifascista, o l’International Freedom Battalion, brigata armata di matrice marxista-leninista attiva dal 2015, ed è chiaro fin da subito che la creazione di un gruppo militante armato autorganizzato ed internazionalista come l’IRPGF non è assolutamente nulla di nuovo nel contesto curdo. E allora perchè ve ne voglio parlare? Perchè questo articolo pone l’attenzione sull’IRPGF invece che sulle altre forze rivoluzionarie internazionaliste presenti sul territorio curdo che lottano per la libertà e per un “mondo nuovo”? E’ presto detto.

Ho già accennato al fatto che la partecipazione di foreign fighters internazionalisti anarchici nella Rivoluzione in Rojava è stata fin da subito ampia. Fino ad oggi i combattenti e i militanti anarchici che giungevano nella regione finivano però per andare a infoltire le fila di brigate internazionaliste rivoluzionarie eterogenee, cioè composte da socialisti, comunisti, marxisti-leninisti, ecc. Con la creazione dell’International Revolutionary People’s Guerrilla Forces, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 2017, per la prima volta fa la sua comparsa sullo scenario curdo e in Rojava una nuova formazione guerrigliera inedita, un gruppo armato autorganizzato, dichiaratamente anarchico e impegnato, difendendo la Rivoluzione del Rojava, a combattere per la causa internazionale dell’anarchia. E’ questa la specificità dell’IRPGF che differenzia la suddetta forza guerrigliera dalle altre presenti in Rojava.

Come possiamo apprendere dal comunicato dell’aprile scorso che sancisce la nascita dell’IRPGF (http://rupturacolectiva.com/anarchist-guerrilla-irpfg-is-born-in-rojava-to-fight-for-the-revolution-in-kurdistan-and-the-world/) questa brigata armata internazionalista si pone due principali obiettivi; la difesa della Rivoluzione del Rojava e l’avanzamento della causa dell’anarchia; obiettivi che i militanti anarchici dell’IRPGF portano avanti prendendo posizione a difesa di tutte le rivoluzioni sociali nel mondo, come hanno fatto, per esempio, dichiarando il loro totale sostegno alle occupazioni e alle autogestioni degli anarchici in Grecia. Secondo loro infatti tutte le rivolte contro ogni forma di autorità e di dominazione dell’uomo sull’uomo, in poche parole la rivolta contro il Capitale ed il Leviatano (lo Stato), che scoppiano nel mondo sono intrinsecamente collegate tra loro e questo è dovuto al fatto che la lotta anarchica è per sua stessa natura una lotta internazionalista. Difatti definendosi internazionalisti i rivoluzionari dell’IRPFG tendono a sottolineare non solo il fatto di essere una brigata che comprende combattenti anarchici provenienti da tutto il mondo, ma sopratutto la loro convinzione del fatto che la lotta contro il dominio deve per forza di cose essere una lotta trasnazionale, che oltrepassa i confini e li dissolve, ed internazionale, implicando ribellioni e insurrezioni in senso anarchico ovunque nel mondo, promuovendo in questo modo il sorgere del Sol dell’avvenire.

Riprendendo un intervista rilasciata ad “Enough is Enough” e tradotta in italiano per “Umanità Nova”, i compagni dell’IRPGF definiscono la Rivoluzione del Rojava come una lotta indigena contro lo Stato, il Capitale, il colonialismo ed ogni forma di fascismo-autoritarismo; inoltre ci tengono a sottolineare che tale rivoluzione si pone come concreto obiettivo la liberazione della donna e la distruzione del patriarcato, perchè ritengono che la dominazione (e lo sfruttamento) dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura non potrà mai essere sradicato senza combattere la dominazione e l’oppressione della donna da parte dell’uomo. I guerriglieri dell’IRPGF sono comunque ben consapevoli, come dimostra la loro dichiarazione posta ad incipit di questo articolo, che la Rivoluzione in Rojava, pur portando con se e concretizzando alcuni aspetti libertari come il rifiuto dello Stato, l’autogoverno popolare tramite le assemblee di quartiere, la formazione di gruppi di difesa armata che resistono sulle barricate nelle strade contro il fascismo dell’Isis o l’autogestione di campi e fabbriche (tutti aspetti già presenti nella già citata Rivoluzione spagnola del 1936), non può essere considerata un processo rivoluzionario anarchico in senso stretto. Sempre riprendendo direttamente le loro parole, “il Rojava è importante per la lotta anarchica transnazionale perchè mette in luce come una rivoluzione può essere messa in atto e mantenuta”.

La guerriglia dell’IRPGF, in quanto anarchica, si scaglia quindi contro i due pilastri che mantengono e assicurano la dominazione dell’uomo sull’uomo, lo Stato ed il Capitale. Secondo i compagni dell’IRPGF quest’ultimo, il sistema capitalista, sta avanzando in modo irreversibile verso la sua fine e si troverà ben presto, dopo aver messo in atto per secoli la sua strategia di saccheggio di risorse e devastazione in giro per il mondo, sopratutto ai danni delle popolazioni del Sud del globo, ad affrontare una delle crisi più acute della sua storia. Questa crisi senza ritorno che dovrà affrontare il Capitalismo globale si manifesterà con lo scoppiare ovunque di insurrezioni e rivolte nei confronti tanto dell’autorità incarnata dallo Stato-Nazione e dai governi quanto dal Capitale e dai suoi simboli; insurrezioni e rivolte delle quali saranno protagonisti tutti coloro che, all’interno del sistema capitalistico su scala globale, si trovano in una situazione di emarginazione, esclusione, sfruttamento e oppressione. E quando scoppieranno queste insurrezioni spontanee noi in quanto anarchici, come affermano anche i rivoluzionari dell’IRPGF, dovremo esser pronti a salire sulle barricate per combattere questo sistema di oppressione guidato dal gelido mostro a due teste (lo Stato ed il Capitale) che cercherà di perpetuarsi e mantenersi in vita, inasprendo le sue misure repressive ed oppressive per superare l’ennesima crisi.

Altra questione fondamentale che interessa il ruolo degli anarchici dell’IRPGF è quella della lotta armata nel contesto rivoluzionario del Rojava. Storicamente il movimento anarchico, sopratutto quando è insorto imbracciando le armi come nella già citata Spagna, in Ucraina con Nestor Makhno o a Kronstadt subito dopo la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, ha sempre rifiutato la logica militarista, l’autoritarismo e la gerarchia, aspetti caratteristici di ogni esercito permanente, ossia statale. Allo stesso modo gli anarchici hanno sempre preso posizione contro gli eserciti rivoluzionari che tendevano ad accentrare il potere sociale nelle loro mani, attuando una vera e propria militarizzazione della società e della lotta libertaria. La domanda quindi sorge spontanea: nel contesto della Rivoluzione in Rojava la lotta armata dell’IRPGF come può evitare di trasformarsi in un esercito permanente? come è possibile, sostenendo la necessità della lotta armata e della Rivoluzione, evitare il processo di militarizzazione della società?

Sempre basandomi sull’intervista sopracitata, i compagni dell’IRPGF, in merito alla questione della lotta armata e della sua militarizzazione, dichiarano che la brigata agisce senza leader, senza gerarchia militare, senza autorità che impartisce ordini, ma piuttosto ispirandosi alla lotta armata dell’EZLN e al loro concetto di rivoluzione; una rivoluzione, quella degli zapatisti del Chiapas, che rifiuta ogni forma di gerarchia e di protagonismo, che respinge comandanti (caudillos in lingua spagnola), autortià e dirigenti che vogliono trasformare la rivoluzione collettiva del popolo in armi in una lotta individualizzata. Un esercito quello zapatista che aspira alla sua dissoluzione, che non ha comandanti e che si limita ad essere il braccio armato delle comunità indigene alle quali obbedisce. Come gli zapatisti che coprono i loro volti con il celebre passamontagna per focalizzarsi sulla forza collettiva e non sul singolo individuo, così fanno anche i guerriglieri dell’IRPGF in Rojava.

Stando a quanto dichiarato dai rivoluzionari anarchici, l’IRPGF è sprovvisto di una struttura di comando permanente, le posizioni di responsabilità ruotano e le decisioni vengono prese per consenso al fine di evitare di riprodurre le strutture di gerarchia e comando tipiche degli eserciti permanenti e dei ranghi militari. Si commetterebbe però un errore enorme nel pensare alla lotta armata degli anarchici dell’IRPGF come una forma di avanguardia rivoluzionaria tipica di moltissimi eserciti guerriglieri emersi nel corso dei secoli. Storicamente il movimento anarchico nel suo complesso (e l’IRPGF nel caso specifico) si è posto e si pone in netto contrasto tanto con la gerarchia militare ed il comando, quanto con l’assunzione del ruolo di avanguardia della rivoluzione (roba da marxisti-leninisti), rifiutando entrambi i ruoli perchè consapevole del carattere sociale del processo rivoluzionario e del fatto che la liberazione totale non può avvenire senza una rivoluzione sociale. Difatti, così come nel Chiapas zapatista, anche in Rojava è fondamentale la partecipazione delle comunità e dei villaggi al fine del trionfo della rivoluzione.

L’IRPGF sembra aver interiorizzato perfettamente gli insegnamenti dell’insurrezione zapatista del 1994 e dell’EZLN e lo dimostra quando sostiene che il ruolo dell’anarchico all’interno di una rivoluzione in senso libertario deve essere al contempo quello del guerrigliero e quello del membro della comunità. Il rivoluzionario anarchico deve essere un combattente per la libertà senza dimenticare di essere parte attiva anche nei progetti e nelle questioni che interessano la società civile. Se le forze guerrigliere anarchiche si lasciassero trasportare da quella che è a tutti gli effetti una necessità strutturale, ossia l’accentramento e l concentrazione di potere, finirebbero per perdere la loro specificità anarchica e liberatrice, sancendo di conseguenza il fallimento della Rivoluzione in senso libertario. L’IRPGF ha una struttura autorganizzata ed orizzontale e questo gli permette di rimanere immune dalla trasformazione in un esercito rivoluzionario che accentra il potere, crea delle gerarchie militari e centralizza la propria autorità. Citando ancora una volta direttamente le parole dei compagni dell’IRPGF “la lotta armata deve sempre avere una correlazione con la comunità, cosa che preverrà la formazione e lo sviluppo di avanguardie e di posizioni sociali gerarchizzate”.

Il contesto della Rivoluzione in Rojava è complesso, non è una novità questa. Gli attori che operano in questo scenario sono molteplici ed eterogenei; alcuni sono decisi a portare a pieno compimento il processo rivoluzionario di natura libertaria e anti-statale, altri sognano ancora uno stato Curdo fondato sui principi del marxismo-leninismo ed altri ancora sembrano disposti a scendere a compromessi con le forze occidentali democratiche. Per quanto riguarda l’IRPGF invece, la sua guerriglia non vuole essere solamente una lotta di difesa della Rivoluzione del Rojava ma aprire la strada ad un più ampio processo rivoluzionario in senso anarchico che si propone come fine quello di abbattere ogni forma di oppressione e di dominazione dell’uomo sull’uomo perpetuate dallo Stato e dal Capitale. Nessuno può sapere come si svilupperà la situazione in Rojava, come proseguirà la rivoluzione o se sopravviverà il progetto di confederalismo democratico applicato dalle comunità autonome curde di Kobane, Jazira ed Afrin, ma possiamo dire con certezza e con speranza, ma senza cedere a facili illusioni, riprendendo per l’ultima volta le parole rilasciate dall’IRPGF “che più anarchici arrivano in Rojava per aiutarci a costruire strutture anarchiche, più saremo influenti ed avremo la possibilità di tramutare i nostri obiettivi in realtà”. Per la Rivoluzione e l’Anarchia!

Questione Indigena e Guerriglia Rivoluzionaria in Guatemala

Il Guatemala dal punto di vista della questione indigena è un contesto fortemente interessante nel quale poter indagare ed analizzare il rapporto tra la rivoluzione e la lotta armata e la partecipazione delle comunità indigene alla guerriglia, ancora prima che emergesse l’esempio dell’EZLN e della sua insurrezione armata nel 1994 in Chiapas. Infatti il Guatemala, nel contesto latino americano, può essere considerato, ancora più del Messico in cui è emersa la guerriglia zapatista, come la patria indigena per eccellenza visto che il 70% della sua popolazione è di discendenza Maya. Ed è proprio sulle montagne e nelle selve guatemalteche che è emersa per la prima volta la maggior partecipazione indigena ad una guerriglia.

Nel 1962 sono emerse nel contesto guatemalteco le Fuerzas Armadas Rebeldes (FAR) nate dall’alleanza tra il Partido Guatemalteco del Trabajo (PGT) e un gruppo di ufficiali che avevano partecipato alla fallita ribellione del novembre 1960 contro il regime di Miguel Ydigoràs. Questi ultimi avevano deciso di insorgere contro il governo di Ydigoràs poichè scontenti del fatto che il Guatemala fosse diventato una colonia degli Stati Uniti successivamente all’invasione e al golpe militare organizzato dalla CIA e dagli USA per rovesciare il regime di Jacobo Arbenz, accusato di essere comunista, favorire l’infiltrazione sovietica nel contesto latino americano e quindi di minacciare l’egemonia statunitense nell’area.

Inizialmente la guerriglia delle FAR era guidata da insorti che erano meticci urbani totalmente disinteressati e distaccati dalla popolazione indigena e contadina delle comunità rurale. Solo successivamente i guerriglieri delle FAR scoprirono il mondo indigeno arrivando a dichiarare che “sono loro che guideranno la rivoluzione in Guatemala”. Inoltre arrivarono alla conclusione che i contadini erano la forza centrale della rivoluzione e l’indigeno sarebbe stato la sua forza decisiva. I membri delle FAR iniziarono quindi a riconoscere l’esistenza di una nazionalità indigena caratterizzata e portatrice di una sua peculiare cultura. In questo modo l’indigeno cominciava ad essere considerato come una forza motrice all’interno del processo rivoluzionario poichè anche lui, e quindi non solo la classe operaia, era dotato di un potenziale rivoluzionario.

Nonostante tutto questo però il pensiero rivoluzionario dei guerriglieri delle Fuerzas Armadas Rebeldes rimaneva fortemente ancorato all’ideologia marxista classica, ovvero quell’ideologia fortemente anti-contadina e anti-indigena che insisteva ancora sul ruolo dell’avanguardia rivoluzionaria e perciò distinguendo nettamente tra la forza maggioritaria della rivoluzione (ovvero la classe contadina) e la forza dirigente della rivoluzione incarnata dalla classe operaia, come sostenuto dal marxismo ortodosso.

Negli anni ’80 ci fu un nuovo e rapido sviluppo della guerriglia di natura indigena sia per il costante apporto di combattenti indigeni sia per il supporto e l’aiuto delle comunità rurali. Tra il 1981 e il 1982 la reazione del governo centrale guatemalteco e dell’esercito guidato dal generale Rios Montt fu la repressione brutale ai danni dei guerriglieri e delle comunità indigene causando centomila morti e quarantamila tra detenuti e desaparecidos. nelle regioni del Quichè e dell’Alta Verapaz;

Questo ingente afflusso di combattenti indigeni nella guerriglia rivoluzionaria e l’appoggio delle comunità rurali che era iniziato negli anni ’80 e che continuava nonostante la dura repressione dell’esercito guatemalteco, erano le conseguenze dirette del cambiamento nell’analisi e nella pratica delle organizzazioni guerrigliere armate come le FAR, di un processo di crescita del movimento indigeno-contadino a livello rurale e della violenza diffusa e brutale messa in atto dallo Stato.

Nel 1982 l’Ejèrcito Guerrillero de los Pobres (EGP) dopo aver analizzato la complessità della realtà indigena guatemalteca, arriva alla conclusione che all’interno del paese esistono due contraddizioni: quella di classe e quella etnico-nazionale. Inoltre l’EGP ha rivelato l’esistenza all’interno della società di una cultura dominante e un’altra dominata; di conseguenza i rapporti capitalistici che colpiscono l’economia e la cultura indigena fossilizzano nell’immaginario comune l’indigeno all’interno del ruolo di contadino povero e quindi passivo rispetto al suo destino.

I guerriglieri delle FAR e dell’EGP erano convinti che la rivoluzione guatemalteca fosse vicina a risolvere le due contraddizioni principali che si presentavano all’interno della società, ovvero quella di classe e quella etnico-nazionale. Per quanto riguarda la contraddizione di classe la risoluzione sarebbe avvenuta solamente attraverso il cambiamento dei rapporti di produzione che porterebbero alla fine dello sfruttamento (idea cara all’ideologia marxista più classica). Per quanto riguarda la contraddizione etnico-nazionale, essa si sarebbe risolta grazie all’eliminazione dell’oppressione e della discriminazione subite dalle comunità e dalle popolazioni indigene.

L’Ejército Guerrillero de los Pobres attua cosi una netta distinzione tra lo sfruttamento economico (contraddizione di classe) e l’oppressione/discriminazione culturale (contraddizione etnico-nazionale). Nonostante questo però l’oppressione culturale, all’interno della teoria e pratica rivoluzionaria delle forze guerrigliere armate guatemalteche, continua ad essere subordinata alla lotta contro lo sfruttamento economico in quanto si ritiene l’aspetto etnico solamente come un complemento della motivazione principale del processo rivoluzionario, ovvero la lotta di classe.

Appare cosi chiaro che l’interesse dell’EGP e delle FAR verso la questione indigena, influenzato fortemente dalla dottrina marxista più ortodossa, era orientato fin dal principio verso l’idea che la popolazione indigena debba integrarsi nel processo rivoluzionario non in quanto etnia/cultura ma in quanto classe sociale contadina, e quindi subordinata alla forza dirigente della rivoluzione incarnata dalla classe operaia. Dopo tutto sia l’Ejèrcito Guerrillero de los Pobres che le Fuerzas Armadas Rebeldes, nonostante la tendenza ad abbracciare l’indigenismo, aveva come principale obiettivo quello di sviluppare l’economia del Guatemala cambiando i rapporti di produzione e ponendo fine allo sfruttamento della classe proletaria, piuttosto che cercare il riscatto delle etnie e delle culture indigene sottomesse e oppresse per secoli.

Per l’EGP infatti la rivoluzione dovrebbe portare ad una nuova organizzazione socio-economia a livello nazionale basata sull’idea socialista e perciò in netta opposizione alla cultura indigena ritenuta ancora arretrata e basata su rapporti di produzione legati ad un passato precapitalistico. In questo modo all’interno della nuova organizzazione politica e sociale che sarebbe dovuta emergere dalla rivoluzione, gli indigeni si sarebbero nuovamente ritrovati in una condizione di sottomissione e oppressione e presentandosi ancora una volta come attori passivi delle decisioni non prese da loro stessi ma dal gruppo dirigente rivoluzionario che avrebbe preso il potere, ovvero dall’avanguardia rivoluzionaria.

Ed è proprio questo ultimo passaggio che sottolinea l’enorme distanza tra l’esempio zapatista e quello guatemalteco per quanto riguarda il connubio “questione indigena – guerriglia rivoluzionaria”; infatti dove i primi credono nel principio dell’ “arrendersi alla comunità”, ovvero la rivoluzione sottomessa alle esigenze delle comunità indigene alle quali i guerriglieri obbediscono, per le forze guerrigliere guatemalteche accade il contrario, ovvero le comunità indigene sottoposte alle decisioni prese dall’avanguardia rivoluzionaria incarnata dalla classe operaia. Questo perchè i rivoluzionari guatemaltechi credono che debba essere l’avanguardia rivoluzionaria a determinare il destino degli indigeni, visti ancora una volta come soggetti passivi, assegnando loro il posto che devono prendere nella rivoluzione.