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Resistenze Indigene – La Battaglia di Mactan

Qualche giorno fa, precisamente il 27 aprile, è caduto l’anniversario della Battaglia di Mactan, battaglia nella quale perse la vita il famoso navigatore e conquistatore Ferdinando Magellano. E visto che in questo blog non parlo solamente di anarchismo e antropologia (che pur rimangono gli argomenti principali), ma anche di storia (sopratutto quella che riguarda le popolazioni indigene extraeuropee), oggi ho deciso di focalizzare la mia attenzione sulla Battaglia di Mactan per scriver questo articolo. Ma andiamo con ordine, spiegando premesse e avvenimenti di questa battaglia.

La Battaglia di Mactan fu combattuta il 27 aprile 1521 sull’Isola di Mactan, nelle attuali Filippine, tra Ferdinando Magellano e i soldati spagnoli e i guerrieri indigeni dell’isola guidati dal capo Lapu-Lapu.

Le premesse dello scontro dell’Isola di Mactan possono essere ritrovate nel secondo sbarco di Magellano a Cebu, avvenuto il 14 aprile, dove il navigatore portoghese aveva intessuto relazioni amichevoli con il Raja Humabon; quest’ultimo aveva deciso in quei giorni di sottomettersi alla corona spagnola incarnata dalla figura di Magellano e di convertirsi al Cristianesimo per assicurarsi l’alleanza della Spagna. A causa di questa sottomissione (opportunistica) di Humabon, Magellano si decise a voler dimostrare al Raja che, nel caso avesse avuto bisogno di aiuto militare per rafforzare il proprio potere e legittimare la propria autorità sui territori vicini, le forze spagnole sarebbero state in prima linea sul campo di battaglia; si evidenzia in questo modo la totale disponibilità di sostegno militare di Magellano e dei suoi soldati al Raja Humabon.

Allo stesso tempo in quei giorni il Raja dell’Isola di Mactan, Lapu Lapu, si era ribellato all’autorità di Humabon rifiutandosi di accogliere sulla sua isola e di offrire assistenza a Magellano e i suoi uomini, nuovi alleati e ospiti del Raja di Cebu. La mancata accoglienza e la decisione di ribellarsi a Humabon era stata dettata dal rancore provato da Lapu Lapu vero Magellano e i soldati spagnoli; questi ultimi infatti avevano commesso nei giorni precedenti atroci violenze ai danni della popolazione indigena locale, tra le quali le violenze ai danni delle donne e l’incendio delle abitazioni.

L’occasione della rivolta armata degli indigeni di Mactan contro l’autorità di Humabon fu il pretesto perfetto per Magellano per attaccare l’isola e dimostrare al Raja Humabon la superiorità militare degli spagnoli e per cementare sul campo la loro alleanza. Sull’onda dell’entusiasmo per sedare la rivolta di Lapu Lapu e dei suoi uomini, nella notte a cavallo tra il 26 ed il 27 di aprile, 3 battelli con a bordo 60 soldati spagnoli armati partirono alla volta dell’Isola di Mactan.

L’intenzione iniziale del navigatore portoghese era quella di offrire a Lapu Lapu una pace preventiva e totalmente sfavorevole per il Raja indigeno in modo da assicurarsi la sua sottomissione alla corona spagnola; se Lapu Lapu avesse rifiutato la trattativa di pace e le condizioni imposte da Magellano sarebbe stata guerra. E così è stato, poichè Lapu Lapu non aveva alcuna intenzione di sottomettersi alla dominazione spagnola. A questo punto, all’alba del 27 aprile, Magellano decise di scendere sulla terra ferma a capo di una cinquantina di soldati equipaggiati con armi sconosciute agli indigeni, Arrivati a riva i soldati si trovarono ad accoglierli più di millecinquecento indigeni armati di frecce e lance. Iniziò cosi uno scontro mortale che portò alla morte di Magellano per mano del Raja Lapu Lapu. Oltre al navigatore portoghese, nello scontro armato morirono anche otto soldati spagnoli e una quindicina di guerrieri indigeni.

Lapu Lapu e i suoi uomini armati di sole frecce e lance riuscirono fronteggiare e sconfiggere i soldati spagnoli e Magellano che volevano privarli della loro libertà, sottomettendoli al dominio imperialista e coloniale della corona spagnola.

Questo evento rappresenta solamente una delle innumerevoli rivolte e resistenze mosse dalle popolazioni indigene per tentare di contrastare l’espansione imperialista e l’invasione europea dei loro territori. Lapu Lapu incarna alla perfezione la lotta di resistenza del mondo indigeno contro la presunta superiorità della civiltà europea che è stata imposta con la forza durante la Storia attraverso l’imperialismo ed il colonialismo. Resistenze indigene che continuano ancora oggi dinanzi a fenomeni di natura neo-imperialista atti a devastare e saccheggiare i territori indigeni in nome del Capitale e della presunta superiorità (in termini evoluzionistici) dell’Occidente, che proietta la sua immagine di incarnazione di progresso e civiltà sul mondo indigeno ritenuto erroneamente primitivo, arretrato e perciò non ancora evoluto. Nonostante questa sua “arretratezza” il mondo indigeno, attraverso le sue rivolte e resistenze, ha dimostrato però più volte di poter sconfiggere la “superiorità” e l’arroganza della civiltà occidentale; e la Battaglia di Mactan è solo uno dei tantissimi esempi di resistenze indigene.

“Chiediamo Terra, ci danno Piombo” – Riforma Agraria e Massacro di Casas Viejas

Nella Spagna della Seconda Repubblica (1931-36) la percentuale dei lavoratori impegnati nell’agricoltura era ancora elevata nonostante stesse iniziando anche in terra iberica il processo di industrializzazione. La struttura della proprietà terriera è ancora saldamente ancorata ad un modello latifondista; infatti agli inizi degli anni ’30 il 3,5% dei proprietari terrieri che risiedevano nella capitale Madrid, possedevano la maggior parte delle terre coltivate. Questa situazione di privilegio si scontra con la situazione di malcontento delle famiglie di braccianti e dei piccoli contadini che iniziano a manifestare questa loro fame di terra.

La Seconda Repubblica spagnola, che vedeva a capo del governo Manuel Azaña e il cattolico Alcalà Zamora in veste di presidente, promette fin dai suoi primi passi un processo di mutamento radicale, sopratutto per quanto riguarda la situazione delle campagne e delle classi agricole. E’ per questo motivo che nel maggio 1931 viene presentata la proposta di riforma agraria che sarebbe stata applicata da un apposito Instituto de Reforma Agraria. Questa riforma agraria, tutt’altro che moderata, inizia a far emergere i malumori dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri che si coalizzano in difesa delle loro terre e stringono alleanze con le gerarchie militari per provare a boicottare la temuta riforma.

Nell’estate del 1932 accadde un fatto di fondamentale importanza all’interno del contesto di riforma agraria. Infatti il capo della Guardia Civil, il generale Sanjuro, prova ad avviare un golpe contro la Repubblica a Siviglia che però fallisce grazie soprattutto alla eroica opposizione delle forze popolari. Il golpe organizzato da Sanjuro aveva come finalità principale quella di annullare la riforma agraria in modo da difendere i privilegi dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri. Il governo repubblicano evita di punire in modo esemplare Sanjuro per evitare un peggioramento dei rapporti con le forze armate. Ma in questo modo dimostra la propria estrema debolezza e la subordinazione del potere politico a quello militare incarnato dalla Guardia Civil.

Quello che è accaduto nell’estate del ’32 da il colpo di grazia alla riforma agraria, segnando il suo fallimento completo. La reazione nelle campagne arrivò immediatamente; nelle zone rurali aumentarono le tensioni sociali tra classe contadina, al grido di “terra a chi la lavora” (che evoca la famosa formula usata da Emiliano Zapata durante la rivoluzione messicana, “Tierra y Libertad”) e latifondisti, il tutto condito con la brutale repressione della Guardias de Asalto (polizia repubblicana) ai danni dei contadini. Nel Gennaio del 1933 iniziano le insurrezioni nelle campagne; numerosi contadini andalusi rispondono all’appello insurrezionale della CNT-FAI e si apprestano a disarmare la Guardia Civil proclamando il “comunismo libertario”. Il gesto probabilmente di maggior valor simbolico è stata l’occupazione degli archivi comunali con la conseguenza di aver dato alle fiamme i documenti che attestano la proprietà terriera.

All’interno di questo contesto insurrezionale, di fallimento della riforma agraria, di scontri sociali tra contadini e latifondisti e di brutalità repressiva delle forze armate, avviene un fatto che è passato alla storia come il “massacro di Casas Viejas”. Casas Viejas era un piccolo villaggio andaluso vicino a Jerez de la Frontera, nel quale una famiglia di anarchici (i Seisdedos) convinta della via insurrezionale intrapresa e decisa a non cedere alla brutalità della polizia repubblicana, non si arrese decidendo di barricarsi in casa per resistere e rispondere all’assalto e al fuoco della Guardia Civil. Nonostante la situazione fosse chiaramente sotto il contro delle forze poliziesche della Guardia Civil in quanto gli insorti erano assediati e non avrebbero potuto resistere al fuoco nemico a lungo, le forze repressive della Guardias de Asalto appena giunte sul posto decisero di reprimere nel sangue la rivolta di questa famiglia anarchica. La casa venne incendiata e le persone che provarono a fuggire vennero fucilate dalla Guardias de Asalto; non soddisfatte le forze armate repubblicane arrestano nel paese decine di uomini accusati di legami con l’insurrezione degli anarchici; questi vennero portati nei pressi della casa ormai distrutta e data alle fiamme per poi essere fucilati. Alla fine degli scontri si contarono una ventina di morti, tra cui anche donne e anziani che non rappresentavano assolutamente un pericolo per l’ordine pubblico.

La CNT e la FAI denunciarono questo massacro e accusarono il governo repubblicano di aver risposto al malcontento del proletariato rurale dovuto alla mancata riforma agraria con la repressione e la brutale violenza delle forze armate e di polizia. Nelle campagne spagnole e nelle zone rurali, successivamente al massacro di Casas Viejas, inizia a diffondersi lo slogan “Chiediamo terra e ci danno piombo!” (che riporta alla memoria la risposta del monarchico Bava alla popolazione milanese che manifestava per la fame) che segna l’inizio dell’allontanamento del consenso contadino al governo repubblicano-socialista.