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Decreto Minniti sulla Sicurezza Urbana: Guerra ai Poveri, agli Ultimi e agli Esclusi

Nel mondo attuale, quello che l’antropologo Marc Augè definisce “surdmodernità”, pensare al corpo sociale come una mera e netta divisione tra le due classi evidenziate dalla critica marxista, ovvero quella proprietaria-capitalista e quella proletaria-lavoratrice, potrebbe essere una riduzione della complessità sociale tanto da rendere impossibile il nostro tentativo di comprensione della realtà surmoderna e della sua divisione sociale. Infatti, sempre riprendendo l’analisi di Augè, la realtà surmoderna presenta tre ordini sociali (o meglio tre classi se vogliamo utilizzare un lessico fortemente marxista) che in un certo modo ampliano la visione marxista della società divisa tra classe privilegiata di proprietari dei mezzi di produzione e classe proletaria che vende il proprio lavoro venendo sfruttata. Queste tre nuove classi sociali, caratteristiche principali della surmodernità, sono rappresentate dagli oligarchi, i consumatori e gli esclusi. Gli oligarchi non differiscono da ciò che rappresenta(va) la classe proprietaria-capitalista, poichè anch’essi concentrano nelle loro mani potere politico e potere economico, ricoprendo in questo modo il ruolo di classe dirigente che sottomette e sfrutta il resto della massa sociale. I consumatori rappresentano la maggioranza della popolazione surmoderna, una massa anonima che si muove a seconda delle logiche del consumo e del mercato. All’ultimo gradino della gerarchia sociale surmoderna troviamo gli esclusi, coloro che, a cause di svariate ragioni, non partecipano al mercato mosso dalle logiche del consumo esasperato.

Vi starete chiedendo il perchè di questo corposo incipit, giustamente. La risposta è semplice: la categoria sociale degli esclusi presentata da Marc Augè mi permette di collegarmi al tema trattato in questo articolo, ovvero l’approvazione alla Camera del decreto Minniti sull’immigrazione e sulla sicurezza urbana.

Infatti, il 12 aprile la Camera ha approvato il decreto Minniti, che era stato presentato a febbraio, rendendolo di fatto legge. In passati articoli di un paio di mesi fa spesi già parole in merito al suddetto decreto, concentrandomi sulla questione dell’immigrazione e sui cambiamenti che avrebbe introdotto il ministro Minniti, primo su tutti l’introduzione di nuovi centri per la detenzione ed il rimpatrio delle persone migranti denominati CPR (Centri Permanenti per il Rimpatrio), passando in questo modo dai 4 attuali CIE presenti sul territorio italiano ai 20 nuovi centri di detenzione e rimpatrio che saranno sparsi su tutta la penisola, uno per regione.

Avendo già parlato ampiamente del decreto Minniti in merito alla questione dell’immigrazione in altri articoli e avendo sempre lasciato da parte la questione della sicurezza urbana anch’essa presente nel suddetto decreto, oggi mi voglio concentrare proprio su questa seconda parte cercando di dare un commento e muovere una dura critica a questa ennesima guerra ai poveri da parte delle istituzioni statali.

“…necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano.” Si apre in questo modo la parte in merito alla sicurezza urbana del decreto Minniti. Un decreto dal carattere fortemente repressivo e liberticida nelle sue misure volte a mantenere il decoro urbano e al controllo ossessivo delle manifestazioni di dissenso sociale. Il testo del decreto evidenzia infatti una ossessiva preoccupazione per il mantenimento della sicurezza e dell’ordine stabilito, che in un momento di forte crisi economica, di diseguaglianza sociale e di possibili tensioni non può che rappresentare l’ordine e la sicurezza della classe che governa ai danni delle classi meno abbienti.

Il decreto Minniti mostra, senza vergogna, la sua natura poliziesca e repressiva e il suo tentativo securitario di controllare, prevenire e reprimere qualsivoglia manifestazione di dissenso o conflitto sociale, definendo gli atti di insubordinazione sociale come un presunto attacco e disturbo del “decoro urbano”. Ogni manifestazione di dissenso, di malessere sociale, di tensione, poichè interpretate dal decreto come “pericolo per l’ordine pubblico”, riceveranno come unica risposta la repressione violenta e poliziesca.

Una delle misure introdotte da Minniti è il “daspo urbano” volto a colpire chiunque manifesti comportamenti o azioni contrari al pubblico decoro, comportamenti e azioni percepiti come sintomo di degrado e quindi considerati un pericolo, o semplicemente un fastidio, per l’ordine e per il decoro urbano. Questa misura andrà perciò a colpire le classi sociali in difficoltà, gli ultimi, gli esclusi, ovvero chiunque che all’interno della surmodernità capitalistica, citando direttamente Augè, non fa pate della massa di consumatori, risultando in questo modo un pericolo per la classe oligarchica che governa e che muove l’economia ed il mercato. Il daspo urbano andrà a colpire presumibilmente chi chiede l’elemosina, chi vive per strada, i venditori ambulanti privi di permesso, gli occupanti di immobili a scopo abitativo e tutta una serie di categorie sociali escluse che lottano per sopravvivere all’interno del contesto urbano. Il daspo prevede per queste categorie sociali l’ordine di allontanamento dal luogo in cui essi hanno tenuto la loro condotta contraria al decoro urbano.

Le principali tendenze che emergono dal decreto Minniti, come evidenziato sopra, sono quindi, da una parte l’ossessione per la sicurezza e l’ordine pubblico che si tramuta in una lotta al “degrado” (e quindi una lotta agli ultimi, ai poveri e agli esclusi), e dall’altra la repressione e la prevenzione, non che il vero proprio impedimento di manifestazione del dissenso e della protesta sociale, in un ottica di controllo sempre più esteso di ogni forma possibili di conflitto e tensione.

Il decreto Minniti si dimostra uno strumento fondamentale nella lotta di classe, parlando sempre in termini marxisti. Infatti risulta essere lo strumento perfetto per le classi governanti e dirigenti per mantenere i propri privilegi, attaccando direttamente le classi subordinate e meno abbienti in modo da rendere impossibile e placare sul nascere ogni possibile manifestazione di dissenso e di tensione sociale. Il suddetto decreto funge da ennesimo strumento repressivo, oppressivo e violento che, mascherandosi dietro una presunta “lotta al degrado”, in realtà mostra il suo reale intento di combattere i poveri, gli ultimi e gli esclusi, ovvero quelle categorie sociali che potrebbero incanalare la tensione proveniente dalle diseguaglianze socio-economiche attuali in un duro attacco alle istituzioni e all’ordine vigente. Come al solito la classe che governa quando parla di “ordine e sicurezza” sta in realtà parlando del mantenimento di quell’ordine e di quella sicurezza che giovano a lei, ai suoi interessi e al mantenimento dei suoi privilegi, reprimendo con misure poliziesche e liberticide il dissenso, la tensione ed il conflitto che emergono dalle classi subordinate. Il decreto Minniti è la rappresentazione delle paure borghesi della surmodernità; e come insegna la storia, quando la borghesia ha paura e quando le diseguaglianze sociali-economiche crescono, l’unica risposta istituzionale è il controllo, la repressione e l’oppressione violenta e poliziesca della classe subordinata e del dissenso di cui si fa portatrice. L’unica risposta istituzionale è l’ennesima guerra ai poveri, agli ultimi e agli esclusi della surmodernità capitalistica.

Dopo tutto la storia della lotta di classe ci ha abituati a questo tipo di misure governative volte a reprimere prima con le leggi, poi con la vera e propria violenza poliziesca, ogni qualsiasi tensione, conflitto o manifestazione di dissenso emerso dalla diseguaglianza e dalle difficoltà socio-economiche che subisce la classe subordinata. Basti pensare alla repressione dei “moti per il pane” di Milano nel 1889, quando il “feroce monarchico Bava gli affamati con il piombo sfamò”…ma questa è un’altra storia.

 

La Violenza Urbana Esercitata dalla Città sull’Individuo

 

Quando si pensa al termine “Violenza Urbana” le prime immagini che ci vengono in mente sono quelle degli scontri di piazza che sfociano nella violenza diffusa esercitata dagli individui sulle cose, siano esse proprietà private come auto o negozi, siano esse proprietà comuni. In realtà in questa analisi con “Violenza Urbana” voglio sottolineare esattamente l’opposto, ovvero la violenza che il contesto urbano e la sua organizzazione votata al controllo e alla repressione esercitano sulle vite degli individui che abitano le città.

Credo infatti sia giunto il momento di iniziare un serio discorso e una cruda analisi in grado di mettere in luce la tensione esistente tra l’intento repressivo dell’organizzazione urbana e le strategie di resistenza e liberazione messe in atto da chi vive in questo contesto, ovvero di tutti coloro che sentendosi oppressi dall’organizzazione delle città provano a sperimentare forme nuove ed alternative di convivenza e modi d’uso creativo dello spazio cittadino.

L’organizzazione dello spazio urbano è per sua natura progettata per addomesticare I cittadini: è uno spazio alienante, repressivo e frustrante, pieno di regole da rispettare e di sguardi indiscreti. In questo momento storico la tendenza generale è quella di costruire agglomerati urbani dove gli abitanti sono sottoposti al costante e ossessivo controllo da parte delle varie autorità e del loro braccio armato, le forze dell’ordine e le forze armate che mascherano l’intento di militarizzare le città in nome di una serie di non meglio specificate “operazioni di sicurezza” o di “lotta al degrado urbano”.

Dovremmo iniziare tutti a prendere coscienza di questo intento repressivo e addomesticante dello spazio urbano in cui ogni giorno viviamo, lavoriamo e ci muoviamo in modo schizofrenico. Schizofrenia che descrive perfettamente la nostra stessa organizzazione sociale.

Schizofrenia a cui si sommano la paranoia e la paura, le quali diventano emozioni costanti nelle nostre vite e che sono le caratteristiche che dipingono perfettamente la vita sociale all’interno del contesto urbano, sorpatutto delle società capitalistiche occidentali; ed ecco allora che militari armati pattugliano le strade insieme ai poliziotti; ed ecco un aumento generale dei dispositivi di controllo come telecamere e zone ipercontrollate, come le stazioni, le piazze, le zone residenziali.

Bisognerebbe quindi avviare una riflessione ampia sulla qualità dello “spazio” nelle nostre città. Gli spazi nei quali la maggior parte della gente vive e trascorre la sua giornata sono sempre più spazi-spazzatura. Il concetto “junk space”, ovvero spazio-spazzatura, è stato coniato dall’architetto olandese Rem Koohlas. Pensate ai centri commerciali, ai complessi industriali, agli uffici, alle stazioni, alle metropolitane… enormi contenitori semivuoti, dove lo spazio eccede di gran lunga rispetto all’uso. Oggi le nostre città, dal centro alla periferia, fino all’amorfo ed anonimo hinterland, sono invase da spazi-spazzatura, nei quali l’individuo si aliena (gli spazi di lavoro) e nei quali si compiono azioni prive di qualsiasi componente sociale (i grandi magazzini, gli ipermercati, gli shopping center…). Questi sono non-luoghi (in merito ai quali scrissi un articolo qualche mese fa) vacui, brutti, anaffettivi, prede dell’anomia che esasperano il senso di alienazione, di controllo e di repressione che l’individuo tende a provare e subisce all’interno di uno spazio urbano rigido, freddo, apatico e nonostante la sua ossessiva frenesia tendente all’immobilismo generalizzato, all’inazione sociale e collettiva più radicale.

In contrasto agli spazi-spazzatura/non luoghi urbani troviamo gli spazi occupati che sono invece spazi vissuti, condivisi e abitati. Negli spazi occupati si cresce umanamente, artisticamente e politicamente. Purtroppo il destino degli spazi occupati é quello di essere demoliti, chiusi e sgomberati per essere riconsegnati ad una cittadinanza che non sa che farsene e che tornerà a dimenticarsi della loro esistenza. Gli spazi occupati sono solamente uno degli esempi che ci mostra come sia fondamentale riappropriarci dei non-luoghi come unica strada percorribile per sfuggire all’estenuante controllo sociale, all’ossessione per la repressione messa in atto dall’organizzazione del contesto urbano e all’anomia dilagante della società capitalistica moderna caratterizzata da non luoghi e spazi-spazzatura che alimentano l’individualismo più sfrenato a discapito del lato relazionale della vita sociale.

In poche parole riappropiarsi dei non-luoghi e degli spazi-spazzatura per sottrarsi alla quotidiana violenza che il contesto urbano infligge ai suoi abitanti, diffondendo autogestione delle proprie vite e degli spazi cittadini.

 (Centro Sociale Forte Prenestino – Roma)