Tag Archives: Detenzione

“Fuoco ai CIE” – Non Solo Uno Slogan, Ma Una Pratica di Liberazione

Il nuovo anno si è aperto con la proposta del neo ministro degli interni Minniti di un nuovo piano per l’immigrazione che ha come progetto principale la riapertura e la moltiplicazione dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) in ogni regione italiana. Sommato a questo desiderio di moltiplicare i luoghi di detenzione dei migranti, Minniti ha mostrato l’intento di rendere più efficace il meccanismo delle espulsioni per combattere ciò che viene chiamato ” reato di clandestinità”. Io in quanto anarchico, cosi come la maggior parte dei movimenti di attivisti e militanti anti razzisti e no borders, credo nella lotta contro ogni forma di autorità e dominio ed è per questo che ritengo fondamentale lottare contro il regime delle frontiere e contro i CIE, ovvero il perfetto esempio delle forme contemporanee di controllo, di ossessione per la sicurezza e di violenza perpetuata dalla Stato-Nazione sulle persone.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire brevemente cosa sono i CIE e cosa accade al loro interno. Appena arrivato sul suolo italiano il migrante conosce uno dei vari centri di prima accoglienza situati sul territorio italiano per poi esser subito inviato in un CIE, ovvero un Centro di Identificazione ed Espulsione, in quanto considerato illegale e clandestino poichè sprovvisto di un valido documento di identificazione. I CIE sono l’evoluzione dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea), ovvero quei luoghi di detenzione introdotti con la legge Turco-Napolitano dell’ormai lontano 1998.

I CIE possono essere considerati senza troppi problemi come dei veri e propri non luoghi di detenzione nei quali la violenza e la brutalità sono all’ordine del giorno; nei quali la sospensione dei diritti umani e la privazione della libertà diventano legali. Sono i lager del nuovo millennio; e come i lager hanno lo scopo principale di desumanizzare le persone detenute, di bestializzarle, al punto di non considerarle e non trattarle più in quanto esseri umani ma semplicemente come meri numeri e merci di scambio tra Stati-Nazione per interessi di natura geopolitca. Questi Centri di Identificazione e Espulsione sono dei veri e propri luoghi di detenzione nei quali si privano gli esseri umani della libertà e li si sottopone a violenze, torture e umiliazioni, e sopratutto luoghi nei quali spesso i migranti incontrano la morte. E appunto come i lager nazisti, i CIE sono centri nei quali le forze dell’ordine per difendere la presunta sicurezza e l’ordine dello Stato, rinchiudono individui ritenuti illegali e pericolosi in quanto privi di documento di identificazione o di regolare permesso. In questi centri di detenzione la prassi diffusa è quella dell’accoglienza attraverso pestaggi, umiliazioni e violenze ai danni dei migranti, sopratutto di coloro che tentano di ribellarsi a questa situazione di privazione di diritti e di libertà, di coloro che tentano la fuga, di coloro che si lamentano delle condizioni pessime in cui sono costretti a vivere.

Ad oggi i CIE attivi sul suolo italiano sono solamente 4: Pian del Lago (Catanisetta), Restinco (Brindisi), Corso Brunelleschi (Torino) e Ponte Galeria (Roma). Inizialmente i CIE presenti sul territorio italiano erano 13 ma grazie alle proteste e alle rivolte individuali e collettive dei migranti detenuti in questi luoghi si è arrivati, nel corso degli anni, alla chiusura della maggior parte di essi. Ed è sempre più importante, sopratutto in questo momento storico in cui si vogliono riaprire e moltiplicare questi luoghi di detenzione, evidenziare che la chiusura dei CIE è stata possibile solamente grazie alle rivolte e alle resistenze mosse dall’interno dai migranti detenuti illegalmente al grido di “Fuoco ai CIE”; non un semplice slogan ma una concreta azione di liberazione attuata dai detenuti per distruggere questi luoghi di violenza e detenzione e per riacquistare la propria libertà. Decenni di rivolte (a partire dall’apertura dei CPT nel 1998), proteste, fughe, incendi da parte dei migranti hanno portato si alla chiusura di molti CIE ma hanno anche avuto come risposta l’inasprimento delle violenze istituzionali e dei metodi di controllo e gestione di questi luoghi.

“Opporsi alla riapertura dei Centri d’Identificazione ed Espulsione non significa soltanto battersi per la libertà delle persone migranti, ma anche lottare per non rendere ancora più prigione tutto ciò che ci circonda; significa contrastare apertamente le logiche securitarie e militariste, cercando di aprire brecce per liberarsi di tutto il vecchio mondo; in poche parole, sfidare apertamente l’esistente per riprendersi la libertà che ci spetta.” riprendendo direttamente l’appello di alcuni nemici e nemiche delle frontiere per la lotta contro la riapertura dei CIE.

 

A Proposito di Legge Bossi-Fini, Centri di Permanenza Temporanea e CIE

In questo articolo, prendendo spunto dal libro “Immigrazione e Sicurezza in Italia” scritto dal sociologo Marzio Barbagli, cercherò di presentare e analizzare due importanti leggi italiane, tra di loro antitetiche, varate al fine di ridurre e regolamentare i flussi migratori irregolari e la criminalità ad essi collegata che hanno interessato l’Italia a partire dagli anni 90′, periodo nel quale il dibattito sull’immigrazione iniziò ad essere enfatizzato dai media e dai vari schieramenti politici scatenando nella popolazione la paura dell’immigrazione clandestina e della criminalità.

Facciamo un piccolo passo indietro al 1990, anno in cui entra in vigore la Legge Martelli. Questa legge prevedeva che chiunque avesse violato le norme sull’ingresso e sul soggiorno fosse espulso attraverso un provvedimento amministrativo. L’immigrato veniva intimato di lasciare l’Italia entro quindici giorni e se questo non accadeva lo straniero veniva accompagnato dalle forze dell’ordine alla frontiera per essere imbarcato verso il suo paese di origine. Nonostante questo procedura possa apparire semplice ad un primo sguardo, la realtà dimostra la sua difficile applicazione. Innanzitutto uno straniero irregolare non può essere espulso nel momento in cui egli abbia dei procedimenti penali in corso. Inoltre, ed è questo il problema più rilevante, è quasi impossibile espellere un immigrato irregolare nel momento in cui non si è in grado di identificare con certezza le sue generalità. Ed è proprio per evitare l’espulsione che nella maggioranza dei casi l’immigrato irregolare nasconde la sua vera identità. Infine la Legge Martelli impediva di trattenere lo straniero irregolare in stato di detenzione nel periodo tra l’emanazione del decreto di espulsione e la sua esecuzione.

A partire dal 1998 i partiti di centro-sinistra, fino a quel momento guidati sull’ideale delle frontiere aperte, dovettero fare i conti con il malumore dei cittadini che chiedevano maggiore sicurezza. Perciò le nuove  politiche di immigrazione del centro-sinistra adottarono come slogan “Sicurezza e Solidarietà”. Nel 1998 venne approvata la legge Turco-Napolitano che presentò interessanti innovazioni per contrastare l’immigrazione clandestina. Da una parte, per quanto riguarda i controlli esterni questa legge introdusse il respingimento degli stranieri che erano riusciti ad entrare in Italia sottraendosi ai controlli di frontiera. Dall’altra parte, nell’ambito dei controlli interni vennero introdotte tre importanti procedure:

-L’espulsione come misura di sicurezza nel momento in cui lo straniero condannato per un reato per il quale è previsto l’arresto obbligatorio e come sanzione sostitutiva al carcere

-Accompagnamento dello straniero irregolare alla frontiera

-La possibilità di trattenere lo straniero irregolare presso un Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza per un periodo di massimo trenta giorni quando è necessario accertare la sua identità. (Questa è la vera differenza con la legge Martelli)

L’istituzione dei centri di permanenza temporanea si prefissava il fine di combattere l’immigrazione irregolare, ma nonostante questo è stata la norma meno attuata anche grazie alla lotta dei movimenti antagonisti e degli attivisti che si opposero alla creazione e lottarono per la chiusura di questi veri e propri “lager per migranti”, o come qualcuno li definì “piccole Guantanamo all’italiana”.

Alla legge Turco-Napolitano si opposero fin dal principio i partiti e le forze politiche di centro-destra che criticarono la legge accusandola di favorire l’immigrazione “clandestina” anzichè di combatterla. Nel 2001, durante la campagna elettorale le forze politiche di destra attaccarono ancor più duramente la Turco-Napolitano accusandola nuovamente di favorire gli ingressi irregolari e la criminalità ad essi collegata. I partiti di centro-destra volevano introdurre il reato di immigrazione clandestina punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni, la riduzione dei flussi migratori verso l’Italia, favorire esclusivamente la migrazione temporanea e stagionale per motivi lavorativi ed infine rendere più efficienti e ferrei i controlli. All’interno della coalizione di centro-destra, al momento della vittoria elettorale di Berlusconi, ci furono scontri tra le differenti posizioni in merito all’immigrazione irregolare e come combatterla che portarono all’abbandono di alcuni punti del programma, tra cui: la sostituzione del permesso di soggiorno con il contratto di soggiorno (non rinnovabile) con l’intento di limitare la permanenza di un immigrato sul territorio nazionale alla durata del contratto lavorativo e, punto ben più rilevante, non venne inserito il reato di immigrazione clandestina fomentato da partiti quali Lega Nord e Alleanza Nazionale. Nonostante tutto il 30 luglio 2002 vede la luce la Legge Bossi-Fini che allungo il periodo di trattenimento nei centri di permanenza temporanea da trenta a sessanta guorni; nel momento in cui, al termine dei sessanta giorni, lo straniero irregolare trattenuto in questi centri non è stato rimpatriato, gli viene ordinato di lasciare l’Italia entro cinque giorni.

I cosi detti Centri di Permanenza Temporanea introdotti con la legge Turco-Napolitano con il decreto legge n.92 del maggio 2008 furono successivamente rinominati Centri di Identificazione e di Espulsione (CIE), appunto centri volti a detenere gli stranieri irregolari “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Nonostante gli individui trattenuti in queste strutture non siano considerati dei detenuti ma semplicemente degli ospiti, i CIE possono essere considerati senza troppi errori e problemi dei veri e propri lager per migranti, luoghi nei quali violenze fisiche e psicologiche e privazioni di libertà sono all’ordine del giorno.

Citando un intervista fatta all’antropologo libertario Andrea Staid a proposito di CIE e immigrazione “Una volta dentro succede di tutto, dalle violenze quotidiane a quelle che non si vedono, cibo scadente, psicofarmaci nel cibo, soprusi linguistici e culturali, e poi chiaramente le ‘mazzate’: quando ti rivolti, quando non accetti di subire”. Nella maggior parte dei casi inoltre il migrante non viene espulso ma rilasciato con un foglio che dice che deve tornare al suo paese, e nel momento in cui non riesce, non vuole o non può tornarsene al suo paese è, per la legge, a tutti gli effetti un clandestino e quindi se viene fermato probabilmente finisce in carcere. E’ questa la realtà che si trova ad affrontare un migrante; una realtà instabile e precaria fatta di violenze, detenzioni, carceri e molto spesso realtà che presenta la delinquenza e l’illegalità come uniche scelte razionali per sopravvivere.