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Gli Anarchici nella Rivoluzione Messicana: il PLM, i Magonisti e l’Insurrezione Libertaria

“Nessun partito liberale al mondo ha una linea anticapitalista come la nostra, che è sul punto di provocare una rivoluzione nel Messico, e a tanto siamo arrivati senza dire di essere anarchici. Dunque, è tutta una questione di tattica. Dobbiamo dare la terra al popolo, nel corso della rivoluzione, in modo che i poveri non siano ingannati. Non esiste un solo governo capace di fare il bene del paese andando contro gli interessi della borghesia. […] Dobbiamo dare al popolo anche il possesso delle fabbriche, delle miniere, eccetera. Per fare sì che l’intero paese non si rivolti contro di noi, dobbiamo continuare a utilizzare le stesse tattiche che abbiamo praticato con tanto successo: continueremo a chiamarci liberali nel corso della rivoluzione, mentre in realtà propagheremo l’anarchia e compiremo azioni anarchiche. Dobbiamo strappare le proprietà alla borghesia e restituirle al popolo.”

Quando si parla di Rivoluzione Messicana le prime figure rivoluzionarie che ci vengono in mente, anche grazie ad una certa narrazione romantica e romanzata delle loro gesta, sono sicuramente quelle di Emiliano Zapata e di Sancho Villa, protagonisti fondamentali dell’insurrezione rivoluzionaria dei campesinos e della popolazione indigena nelle regioni meridionali del Messico. Raramente invece si pensa a Ricardo Flores Magon, a suo fratello Enrique, a Priscillano Silva e al movimento anarchico di cui erano parte; ed è altrettanto raro che si conoscano le loro gesta rivoluzionarie. E’ proprio a causa di questa tendenza a relegare in disparte le azioni e gli eventi legati al movimento anarchico durante le fasi di preparazione alla Rivoluzione Messicana contro Porfirio Diaz che nell’articolo in questione cercherò di fare un quadro il quanto più possibile completo sugli anarchici messicani, sul Partido Liberal Mexicano e sul movimento magonista. Ma come al solito andiamo con ordine.

La Rivoluzione Messicana scoppiò nel 1910 ed era mossa dalla volontà di grandi porzioni della popolazione messicana di porre fine agli oltre trent’anni di “Porfiriato”, ossia il regime autoritario, violento e oppressivo di Porfirio Diaz, il quale prese il potere nel 1876 e fin da subito cercò di attuare un processo di modernizzazione del paese attraverso l’apertura dell’economia messicana ai capitali e agli investimenti provenienti dall’estero. Durante il regime di Porfirio Diaz il Messico conosce un duplice e diseguale sviluppo: al Nord avviene una forte industrializzazione che porta, di conseguenza, alla nascita della classe operaia urbana; al Sud invece i segni di questa modernizzazione economica si potevano intravedere nel crescente sviluppo dell’agricoltura, sviluppo guidato dai grandi latifondisti e proprietari terrieri e fondato sulla sottrazione delle terre ai contadini e alle comunità indigene. Da questo processo di modernizzazione economica, attraverso l’apertura dell’economia messicana al mercato capitalistico mondiale, emersero quindi due classi sociali sfruttate e prive di diritti, la classe operaia al Nord e la classe dei campesinos al Sud, che sarebbero state il motore trainante della Rivoluzione. Il malcontento di queste due classi sociali, schiacciate dallo sfruttamento dei latifondisti e dei capitalisti e dalla violenza repressiva del regime di Diaz, fu guidato nel processo rivoluzionario da due principali “movimenti” che avevano entrambi l’obiettivo di porre fine al “Porfiriato”: a Nord emerse un esercito di costituzionalisti (che appunto si rifacevano ai principi liberali della Costituzione Messicana del 1857) guidati da Francisco Madero, mentre a Sud il ruolo di leader dell’insurrezione dei contadini e degli indigeni lo prese Emiliano Zapata, il quale chiedeva non solo il rovesciamento di Diaz ma sopratutto riforme agrarie e l’espropriazione e la redistribuzione delle terre alla popolazione.

Ed è proprio in questo scenario dominato da una parte dai costituzionalisti riformisti che volevano semplicemente rovesciare Porfirio Diaz per dare vita ad un nuovo governo maggiormente democratico e dall’altra parte dagli zapatisti che invece sostenevano una maggiore autonomia e maggiori diritti delle comunità contadine e indigene, che è fondamentale porre l’attenzione sull’esistenza di una “terza via rivoluzionaria” che si opponeva al regime di Diaz. Stiamo parlando appunto del movimento anarchico messicano incarnato dalla figura di Ricardo Flores Magon e da suo fratello Enrique. I fratelli Magon nel 1892 danno vita al “magonismo”, un movimento politico rivoluzionario composto da tre elementi: il liberalismo messicano, l’anarchismo di matrice europea e il comunalismo tradizionale indigeno; il magonismo instaura fin da subito forti legami con l’ampia tradizione di lotte di resistenza delle popolazioni indigene sia contro il dominio e lo sfruttamento coloniale, sia nei confronti dell’autorità centrale incarnata dai vari governi messicani rea della povertà, dell’esclusione sociale e politica e della repressione violenta che affliggono gli indigeni. Anni dopo, nel 1905, Ricardo Flores Magon, insieme al fratello e ad altri “magonisti” fondarono il Partito Liberale Messicano (PLM) con l’obiettivo di mettere in atto una rivoluzione totale che toccasse ogni ambito della società.

Nonostante il nome di “partito liberale”, l’ideologia che animava i militanti andava oltre al semplice liberalismo messicano incentrato sulla richiesta di riforme o rivendicazioni dei principi liberali della Costituzione del 1857. Ma sopratutto l’obiettivo principale del PLM, a differenza di quello che fecero con la vittoria della Rivoluzione Messicana i costituzionalisti guidati da Madero, non era quello di sostituire il governo autoritario di Porfirio Diaz con un nuovo governo liberal-democratico, bensì quello di abolire ogni forma di governo in quanto causa del dominio dell’uomo sull’uomo. Ed è proprio questo che smaschera la reale aspirazione dei fratelli Magon e degli altri compagni del PLM, ossia la rivoluzione anarchica vera e propria. Mentre si trovava in carcere, Ricardo Flores Magon scrisse una lettera che riuscì a far arrivare nelle mani dei suoi compagni in clandestinità, nella quale spiegava il motivo di mantenere il nome di “Partido Liberal”: “Se ci fossimo chiamati anarchici fin dall’inizio, nessuno ci avrebbe dato retta. Senza quell’etichetta siamo arrivati a inculcare nella testa della gente idee di odio contro la classe possidente e la casta di governo. […]  Dunque, è tutta una questione di tattica.”  Come scrisse nella lettera in questione Ricardo Flores Magon, “continueremo a chiamarci liberali nel corso della rivoluzione, mentre in realtà propagheremo l’anarchia e compiremo azioni anarchiche”. Appaiono quindi chiare le radici anarchiche del PLM e dell’intero movimento magonista; così come appaiono chiare le analisi del processo rivoluzionario che di li a poco avrebbe scosso il Messico.

Secondo Ricardo Flores Magon infatti il processo rivoluzionario avrebbe dovuto porsi due obiettivi: in un primo momento la rivoluzione avrebbe dovuto abbattere il regime di Porfirio Diaz al potere; in un secondo momento il moto rivoluzionario avrebbe dovuto abolire ogni forma di governo, impedendo che la rivoluzione prendesse il potere nello Stato, di fatto autoestinguendo il proprio potenziale, formando un nuovo governo che per sua stessa natura sarebbe diventato solamente un nuovo strumento di oppressione e sfruttamento a danno delle masse popolari. Ma la Rivoluzione Messicana andò nella direzione opposta rispetto alle aspirazione libertarie dei magonisti e dei rivoluzionari del PLM e infatti, dopo esser riuscita a porre fine al “Porfiriato”, si concluse con l’elezione di Venustiano Carranza (altro leader dei costituzionalisti) nel 1916 che divenne il presidente del Messico dando vita ad un nuovo governo di stampo liberale. E di fatto estinguendo il potenziale rivoluzionario della Rivoluzione Messicana.

Possiamo quindi vedere come il movimento anarchico messicano guidato dal PLM dei fratelli Magon fosse l’esponente più radicale del movimento popolare che originò il processo rivoluzionario sfociato poi nel 1910 nella già citata Rivoluzione Messicana. E’ infatti nel periodo iniziale dell’insurrezione popolare (1910-1911) che i guerriglieri magonisti ebbero il ruolo fondamentale di mantenere vivo il fuoco rivoluzionario contro il tentativo repressivo di Porfirio Diaz.

La base per le azioni, le assemblee e la propaganda del PLM fu individuata da Ricardo Flores Magon nella città di El Paso in Texas, sul confine tra USA e Messico. El Paso rappresentava agli occhi dei magonisti il luogo perfetto dal quale dare inizio ad una rivoluzione realmente anarchica che avesse come obiettivi l’abolizione di ogni forma di governo (lo Stato) e l’abolizione della proprietà privata dei beni e dei mezzi di produzione (il Capitalismo). Infatti è proprio qui che i militanti del Partito Liberale Messicano tentarono di dare vita a quattro sollevazioni libertarie tra il 1906 e il 1912. El Paso dal 1906 divenne anche la sede di “Regeneracion”, il giornale rivoluzionario dei magonisti, vero e proprio strumento di propaganda degli idelai anarchici in vista della sollevazione armata.

Da El Paso gli anarchici messicani iniziarono a discutere il piano per impadronirsi di Ciudad Juarez, città situata subito dopo il confine con gli USA e dalla quale, secondo i magonisti, sarebbe dovuta iniziare l’insurrezione anarchica e sarebbe dovuta essere estesa a tutto il territorio messicano. Il piano per attaccare Ciudad Juarez prevedeva quattro fasi principali: innanzitutto circa duecento magonisti avrebbero occupato Juarez e solo in un secondo momento gli insorti avrebbero preso d’assalto il palazzo del comune, le banche, le caserme e le aziende; successivamente gli insorti avrebbe dovuto sequestrare Ygnacio Ochoa, politico porfirista e uomo più ricco di Juarez, e costringerlo a versare mezzo milione di dollari ai rivoluzionari; infine, una volta preso il totale controllo di Ciudad Juarez, i rivoluzionari magonsiti avrebbero preso il controllo della linea ferroviaria che porta a Ciudad Chihuahua, estendo l’insurrezione anarchica in territorio messicano. L’attacco a Ciudad Juarez che avrebbe dovuto dar inizio ad una vera e propria rivoluzione anarchica doveva essere guidato dal basso, secondo Ricardo Flores Magon, da una federazione di comunità operaie e contadine, unico modo per impedire la formazione di un nuovo governo e la morte del processo rivoluzionario.

Purtroppo questo primo tentativo di insurrezione armata finalizzata alla conquista di Ciudad Juarez fallì. Le cause di questo fallimento vanno individuate nell’operato del console messicano negli Stati Uniti, Francisco Mallèn, il quale era venuto a conoscenza delle riunioni clandestine dei magonisti per organizzare l’attacco a Juarez. A conoscenza di ciò, il governo messicano inviò due ufficiali dell’esercito ad infiltrarsi tra le file del movimento magonista fingendosi simpatizzanti delle idee anarchiche e rivoluzionarie propagandate dal movimento; una volta conquistata la fiducia dei rivoluzionari, i due ufficiali li denunciarono alle autorità decretando il fallimento dell’insurrezione armata verso Ciudad Juarez. Il 19 ottobre del 1906 una ventina di militanti magonisti, tra cui Antonio Villareal (uno dei principali esponenti del PLM), furono arrestati tra El Paso e Juarez. Villareal al momento del suo arresto si mise ad urlare riuscendo in questo modo ad avvisare Ricardo Flores Magon, il quale riuscì a fuggire in direzione della stazione ferroviaria facendo sparire le sue tracce. Lo stesso giorno le autorità di Ciudad Juarez fecero arrestare altri 15 militanti anarchici, tra i quali un altro grande leader magonista, ossia J.Sarabia. Si concluse quindi con l’arresto di alcuni dei maggiori leader del movimento magonista e di decine di militanti rivoluzionari il primo tentativo di insurrezione armata e di conquista di Ciudad Juarez. Ma i magonisti, da buoni anarchici quali erano, non si lasciarono demotivare dalla repressione poliziesca e politica che subirono nel 1906.

Una data importante sulla quale sarebbe un errore non porre la nostra attenzione è sicuramente il 25 febbraio del 1907, giorno in cui Antonio Villareal riuscì a eludere la sorveglianza delle guardie che avrebbe dovuto rimpatriarlo in Messico, fuggendo in California dove si incontrò con il compagno Magon, ormai in clandestinità da quel fatidico 19 ottobre 1906, e con altri compagni del PLM. Questo incontro segna l’inizio della pianificazione di un nuoco tentativo di attaccare Ciudad Juarez. Perciò nel 1908, per niente abbattuti dal fallimento dell’insurrezione armata del 1906, i leader del PLM si riunirono nuovamente a El Paso per tentare un nuovo assalto a Ciudad Juarez, attacco che fu programmato per il 25 di giugno.

Mentre accadeva tutto questo, Ricardo Flores Magon era stato imprigionato in Arizona per aver violato la legge sulla neutralità, e sarebbe rimasto in carcere fino al 1910, anno dello scoppio della Rivoluzione Messicana. I veri leader dell’insurrezione del 1908 devono quindi essere individuati nelle figure di Enrique Flores Magon (fratello di Ricardo), Praxedis Guerrero e sopratutto Priscillano Silva. Dal 1908 il movimento anarchico-magonista iniziò ad utilizzare proprio l’abitazione di Priscillano Silva come base per accumulare armamenti e materiali di propaganda. Il 23 giugno, due giorni prima della data stabilità per l’insurrezione armata, la polizia fece irruzione nell’abitazione di Silva arrestando un gran numero di militanti magonisti e sequestrando tutte le armi trovate. Ancora una volta la collaborazione tra le autorità messicane e quelle USA riuscirò a soffocare l’insurrezione magonista prima ancora che essa potesse esplodere in tutto il suo potenziale rivoluzionario.

Gli eventi che si susseguirono tra il 1905 e il 1910 per mano del movimento magonista-anarchico messicano hanno di sicuro fortemente influenzato il processo rivoluzionario che sfociò poi nella Rivoluzione Messicana contro il regime trentennale di Porfirio Diaz; tuttavia pur costituendo la forza principale di opposizione alla tirannia di Porfirio Diaz, il magonismo alla fine non riuscì a far prevalere il suo avanzatissimo progetto sociale e a prendere la guida dell’insurrezione rivoluzionaria popolare, facendo quindi prevalere la componente costituzionalista di Madero e quella contadina di Zapata, e di conseguenza impedendo o sviluppo di una vera e propria rivoluzione anarchica finalizzata all’abolizione di ogni forma di governo e di ogni forma di proprietà privata, principale cause del dominio dell’uomo sull’uomo e dello sfruttamento dell’uomo. Dopotutto ebbe ragione Ricardo Flores Magon fin dall’inizio quando sosteneva che in Messico, così come in ogni altra parte della terra, qualsiasi processo rivoluzionario finalizzato a sostituire il governo centrale con un nuovo governo (sia esso guidato da un presidente o da una giunta rivoluzionaria) avrebbe avuto come unico esito il fallimento stesso della Rivoluzione. Il risultato è sempre lo stesso, il nuovo governo che nasce dalla rivoluzione avrà la stessa funzione del precedente, fungendo da strumento di dominio, oppressione e sfruttamento. E così è stato in Messico, anche dopo la Rivoluzione.

 

“Padroni di Niente, Servi di Nessuno”

Riporto due articoli scritti dall’anarchico messicano Ricardo Flores Magòn, padre della corrente di pensiero indigenista-libertaria nota come Magonismo che ha riscosso successo sopratutto nelle correnti rivoluzionarie di stampo indigeno e contadino, durante la rivoluzione messicana scoppiata nel 1910 per mettere fine agli oltre trent’anni di “Porfiriato”, ovvero il governo di Porfirio Diaz caratterizzato da violenze ed ingiustizie ai danni dei campesinos e degli indios che abitavano la parte meridionale del Messico.

Entrambi gli articoli fanno trasparire il profondo animo libertario di Magòn che si manifesta anche nei titoli dati ai due articoli, ovvero “Io non voglio essere tiranno!” e “Io non voglio essere schiavo!”

“Io non voglio essere tiranno!”:

“Io non lotto per un posto al governo.

Ho ricevuto tante proposte da maderisti in buona fede – perchè ce ne sono, ed in buon numero – affinchè accettassi un posto in quello che si chiama “governo provvisorio” e la posizione che mi si offre è quella di Vice-Presidente. Innanzitutto devo dire che i governi mi disgustano. Io sono fermamente convinto che non ci sia e non ci sarà mai un buon governo. Tutti sono cattivi, quelli che sono chiamati monarchie assolute o repubbliche costituzionali. Il governo è tirannia, perchè limita la libera iniziativa dei singoli e serve solo a sostenere uno stato sociale improprio allo sviluppo integrale dell’essere umano. I governanti sono i custodi degli interessi delle classi ricche ed istruite, e i carnefici dei sacri diritti del proletariato. Io non voglio essere un tiranno. Io sono un rivoluzionario e rimarrò tale fino al mio ultimo respiro. Io ho sempre il desiderio di stare insieme con i miei fratelli, i poveri, per lottare con loro, e non affianco dei ricchi o dei politici che sono gli sfruttatori dei poveri. Nei ranghi del popolo lavoratore io sono più utile all’umanità  che seduto su un trono, circondato da politicanti. Se la gente avesse un giorno la malaugurata idea di chiedermi di divenire il loro governante, direi: Io non sono nato per essere carnefice. Cercatevene un altro!

Io lotto per la libertà economica dei lavoratori. Il mio ideale è che l’uomo arrivi a possedere tutto quello di cui ha bisogno per vivere, senza che debba dipendere da un qualche padrone e, io credo, come tutti i liberali in buona fede, che è arrivato il momento in cui noi, uomini di buona volontà , dobbiamo fare un passo verso la vera liberazione, sottraendo la terra dalle grinfie dei ricchi, Madero incluso, per darle al suo legittimo proprietario: il popolo lavoratore. Non appena l’avrà ottenuta, il popolo sarà libero.

Ma non sarà  fatto da Madero, il Presidente della Repubblica, perchè nè Madero nè alcun altro governatore, avrà  il coraggio di fare un passo in questa direzione e se lo facesse, i ricchi si solleverebbero e una nuova rivoluzione seguirebbe la presente. In questa rivoluzione, quella a cui stiamo per assistere e quella che cerchiamo di provocare, dobbiamo togliere la terra ai ricchi.”

“Io non voglio essere schiavo!”:

“Compagni, Io non voglio essere schiavo! grida il Messicano, e, prendendo il fucile, offre al mondo il grandioso spettacolo di una vera rivoluzione, una trasformazione sociale che sta scuotendo le fondamenta stesse dell’oscuro edificio dell’Autorità e del Clero.

Questa rivoluzione non è la meschina rivolta dell’ambizioso affamato di potere, ricchezza e comando. Questa è la rivoluzione di quelli che stanno in basso; questo è il movimento dell’uomo che dalle tenebre della miniera sente un’idea schizzargli in testa e grida: «Questo metallo è mio!»; è il movimento di quel contadino, chino sul solco, esausto col sudore sulla fronte e le lacrime della sua disgrazia, sente la sua coscienza illuminarsi e grida: «Questa terra mi appartiene, ed anche i frutti che produce!»; è il movimento del lavoratore che, contemplando tappeti, vestiti, case, si rese conto che tutto è stato fatto con le sue mani ed esclama eccitato: «Questo è mio!»; è il movimento del proletariato, è la rivoluzione sociale.

E’ la rivoluzione sociale, che non si fa dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto; quella che deve seguire il suo corso senza capi e malgrado i capi; è la rivoluzione dei diseredati che alzano la testa di fronte ai bagordi degli opulenti, rivendicando il diritto di vivere.

Questa non è la volgare rivolta che termina con la detronizzazione di un bandito e l’ascesa al potere di un altro bandito, ma una lotta per la vita o la morte tra le due classi sociali: quella dei poveri e quella dei ricchi, quella degli affamati contro i soddisfatti, quella dei proprietari contro i proletari, il cui fine sarà, avere fede in essa, la distruzione del sistema capitalista e autoritario grazie alla formidabile spinta dei coraggiosi che si sacrificano offrendo la loro vita per la bandiera rossa di Terra e Libertà !

E bene, questa sublime lotta, questa guerra santa che mira a liberare il popolo messicano dal giogo del capitalismo, ha nemici potenti che, a tutti i costi e con tutti i mezzi, desiderano impedire il suo sviluppo.

La libertà e il benessere – giuste aspirazioni degli schiavi messicani – sono cose fastidiose per gli squali e gli avvoltoi del Capitale e dell’Autorità.

Ciò che è buono per l’oppresso è un male per l’oppressore. L’interesse delle pecore è diametralmente opposto a quello del lupo. Il benessere e la libertà del Messicano, della classe operaia, significa disgrazia e morte per lo sfruttatore e il tiranno. Ecco perchè quando il messicano mette vigorosamente mano per l’abolizione della norma, e strappa dalle mani dei ricchi la terra e le macchine, urla di terrore si levano dal campo borghese e autoritario, e si chiede che sia annegato nel sangue il generoso impegno del popolo che vuole emanciparsi.

Il Messico è caduto preda della cupidigia di avventurieri di tutti i paesi, che si sono fermati sulla sua ricca e bella terra, non per fare la felicità del proletariato messicano, come il governo sostiene continuamente, ma per esercitare lo sfruttamento più criminale che esista sulla Terra.

Il messicano ha visto passare la terra, le foreste, le miniere, tutte, di mano in mano a questi stranieri, sostenuti dall’Autorità, e adesso che il popolo fa giustizia con le proprie mani, disperato per non trovarla da nessun’altra parte, adesso che il popolo ha capito che è con la forza e da se stesso che deve trovare tutto quello che la borghesia del Messico e di tutti i paesi gli hanno rubato; adesso che ha trovato il soluzione al problema della fame, adesso che l’orizzonte del suo futuro si schiarisce e promette giorni migliori di felicità, l’abbondanza e la libertà, la borghesia internazionale e i governi di tutti i paesi stanno spingendo il potente governo degli Stati Uniti ad intervenire nei nostri affari con il pretesto di garantire la vita e gli interessi degli sfruttatori stranieri.

Questo è un crimine! E’ un’offesa per l’umanità, la civiltà, il progresso!

Si vuole che 15 milioni di messicani soffrano la fame, l’umiliazione, la tirannia, perchè un pugno di ladri vivano soddisfatti e felici!

Così, il Governo degli Stati Uniti presta supporto a Francisco Madero per soffocare il movimento rivoluzionario, consentendo il passaggio di truppe federali nel territorio di questo paese, per andare a combattere le forze ribelli, ed esercitare una persecuzione scandalosa su di noi, i rivoluzionari, a cui si applica questa barbarica legislazione che ha per nome “leggi di neutralità “.

Sia chiaro, niente e nessuno può fermare la marcia trionfale del movimento rivoluzionario. La borghesia vuole la pace? Non ha che a convertirsi in classe operaia! Vogliono la pace coloro che sono autoritari? Non hanno che da togliersi il cappotto e prendere, come da uomini, il piccone e la pala, l’aratro e la vanga!

Perchè fintanto che ci sarà disuguaglianza, visto che alcuni lavorano per altri che consumano, fintanto che esisteranno borghesi e plebe, non ci sarà pace: ci sarà guerra senza tregua, e la nostra bandiera, la bandiera rossa del popolo, continuerà a sfidare i proiettili nemici, sostenuta dai valorosi al grido di: «Viva Tierra y Libertad!»

In Messico, le rivoluzioni politiche sono passate alla storia. La cavalleria non è più di questo tempo. I Lavoratori coscienti non vogliono più parassiti. I governi sono parassiti, ed è per questo che gridiamo: «Morte al governo!»

Compagni: salutiamo la nostra bandiera. Non è la bandiera di un solo paese, ma di tutto il proletariato. Contiene tutto il dolore, tutte le torture, tutte le lacrime, così come tutta l’ira, tutte le proteste, tutta la rabbia degli oppressi della Terra.

E questa bandiera non contiene solo il dolore e la rabbia; è un simbolo luminoso di speranza per gli umili e di tutto un mondo nuovo per i ribelli.

Nelle umili dimore, il lavoratore accarezzando la testa dei suoi figli sogna per queste creature una vita migliore di quella finora vissuta; non ci saranno più catene; non avranno più bisogno di vendere le loro braccia al ladro borghese, nè di rispettare le leggi della classe parassitaria, nè gli ordini dei mascalzoni che si definiscono Autorità.

Saranno liberi senza padrone, senza prete, senza Autorità, l’idra a tre teste che attualmente, in Messico, è cacciata, convulsa dalla rabbia e dal terrore, ha ancora artigli e zanne che noi libertari gli strapperemo definitivamente.

Questo è il nostro compito fratelli in catene, schiacciare il mostro con l’unico mezzo che ci rimane: la violenza! Espropriazione col ferro, col fuoco e la dinamite!

L’ipocrita borghesia degli Stati Uniti dice che noi, Messicani, stiamo facendo una guerra selvaggia. Ci chiamano selvaggi, perchè siamo determinati a non lasciarci usare nè da messicani, nè da stranieri, e perchè non vogliamo presidenti, nè bianchi nè meticci.

Noi vogliamo essere liberi, e se il mondo non diventa come lo desideriamo, noi distruggeremo questo mondo per creare un altro.

Noi vogliamo essere liberi e se tutte le potenze straniere piomberanno su di noi, ci batteremo contro tutti questi poteri come le tigri, come leoni.

Ripeto, si tratta di una lotta per la vita o la morte. Stanno l’una di fronte all’altra le classi sociali: gli affamati da una parte, sull’altra i soddisfati, e la lotta terminerà quando una delle due classi verrà sovrastata dall’altra.

Diseredati: noi siamo i più numerosi! Noi trionferemo! Avanti! I nostri nemici tremano; è necessario essere molto esigenti e audaci; che nessuno incroci le braccia; insorgete tutti!

Compagni: nulla costringerà i messicani a fermare la lotta: nè l’inganno politico che promette faville dopo il trionfo, se lo si aiuta a raggiungere il Potere; nè la minaccia degli sbirri al servizio di questo povero pagliaccio che si chiama Francisco Madero; nè l’aiuto militare degli Stati Uniti.

Questa lotta deve essere portata avanti sino alla fine: emancipazione economica, sociale e politica del popolo messicano; che ci sarà soltanto quando saranno scomparsi da questa bella terra la borghesia e l’autorità, e garrirà, trionfatrice, la bandiera di Tierra y Libertad.

Viva la rivoluzione sociale!”