Questione Indigena e Guerriglia Rivoluzionaria in Guatemala

Il Guatemala dal punto di vista della questione indigena è un contesto fortemente interessante nel quale poter indagare ed analizzare il rapporto tra la rivoluzione e la lotta armata e la partecipazione delle comunità indigene alla guerriglia, ancora prima che emergesse l’esempio dell’EZLN e della sua insurrezione armata nel 1994 in Chiapas. Infatti il Guatemala, nel contesto latino americano, può essere considerato, ancora più del Messico in cui è emersa la guerriglia zapatista, come la patria indigena per eccellenza visto che il 70% della sua popolazione è di discendenza Maya. Ed è proprio sulle montagne e nelle selve guatemalteche che è emersa per la prima volta la maggior partecipazione indigena ad una guerriglia.

Nel 1962 sono emerse nel contesto guatemalteco le Fuerzas Armadas Rebeldes (FAR) nate dall’alleanza tra il Partido Guatemalteco del Trabajo (PGT) e un gruppo di ufficiali che avevano partecipato alla fallita ribellione del novembre 1960 contro il regime di Miguel Ydigoràs. Questi ultimi avevano deciso di insorgere contro il governo di Ydigoràs poichè scontenti del fatto che il Guatemala fosse diventato una colonia degli Stati Uniti successivamente all’invasione e al golpe militare organizzato dalla CIA e dagli USA per rovesciare il regime di Jacobo Arbenz, accusato di essere comunista, favorire l’infiltrazione sovietica nel contesto latino americano e quindi di minacciare l’egemonia statunitense nell’area.

Inizialmente la guerriglia delle FAR era guidata da insorti che erano meticci urbani totalmente disinteressati e distaccati dalla popolazione indigena e contadina delle comunità rurale. Solo successivamente i guerriglieri delle FAR scoprirono il mondo indigeno arrivando a dichiarare che “sono loro che guideranno la rivoluzione in Guatemala”. Inoltre arrivarono alla conclusione che i contadini erano la forza centrale della rivoluzione e l’indigeno sarebbe stato la sua forza decisiva. I membri delle FAR iniziarono quindi a riconoscere l’esistenza di una nazionalità indigena caratterizzata e portatrice di una sua peculiare cultura. In questo modo l’indigeno cominciava ad essere considerato come una forza motrice all’interno del processo rivoluzionario poichè anche lui, e quindi non solo la classe operaia, era dotato di un potenziale rivoluzionario.

Nonostante tutto questo però il pensiero rivoluzionario dei guerriglieri delle Fuerzas Armadas Rebeldes rimaneva fortemente ancorato all’ideologia marxista classica, ovvero quell’ideologia fortemente anti-contadina e anti-indigena che insisteva ancora sul ruolo dell’avanguardia rivoluzionaria e perciò distinguendo nettamente tra la forza maggioritaria della rivoluzione (ovvero la classe contadina) e la forza dirigente della rivoluzione incarnata dalla classe operaia, come sostenuto dal marxismo ortodosso.

Negli anni ’80 ci fu un nuovo e rapido sviluppo della guerriglia di natura indigena sia per il costante apporto di combattenti indigeni sia per il supporto e l’aiuto delle comunità rurali. Tra il 1981 e il 1982 la reazione del governo centrale guatemalteco e dell’esercito guidato dal generale Rios Montt fu la repressione brutale ai danni dei guerriglieri e delle comunità indigene causando centomila morti e quarantamila tra detenuti e desaparecidos. nelle regioni del Quichè e dell’Alta Verapaz;

Questo ingente afflusso di combattenti indigeni nella guerriglia rivoluzionaria e l’appoggio delle comunità rurali che era iniziato negli anni ’80 e che continuava nonostante la dura repressione dell’esercito guatemalteco, erano le conseguenze dirette del cambiamento nell’analisi e nella pratica delle organizzazioni guerrigliere armate come le FAR, di un processo di crescita del movimento indigeno-contadino a livello rurale e della violenza diffusa e brutale messa in atto dallo Stato.

Nel 1982 l’Ejèrcito Guerrillero de los Pobres (EGP) dopo aver analizzato la complessità della realtà indigena guatemalteca, arriva alla conclusione che all’interno del paese esistono due contraddizioni: quella di classe e quella etnico-nazionale. Inoltre l’EGP ha rivelato l’esistenza all’interno della società di una cultura dominante e un’altra dominata; di conseguenza i rapporti capitalistici che colpiscono l’economia e la cultura indigena fossilizzano nell’immaginario comune l’indigeno all’interno del ruolo di contadino povero e quindi passivo rispetto al suo destino.

I guerriglieri delle FAR e dell’EGP erano convinti che la rivoluzione guatemalteca fosse vicina a risolvere le due contraddizioni principali che si presentavano all’interno della società, ovvero quella di classe e quella etnico-nazionale. Per quanto riguarda la contraddizione di classe la risoluzione sarebbe avvenuta solamente attraverso il cambiamento dei rapporti di produzione che porterebbero alla fine dello sfruttamento (idea cara all’ideologia marxista più classica). Per quanto riguarda la contraddizione etnico-nazionale, essa si sarebbe risolta grazie all’eliminazione dell’oppressione e della discriminazione subite dalle comunità e dalle popolazioni indigene.

L’Ejército Guerrillero de los Pobres attua cosi una netta distinzione tra lo sfruttamento economico (contraddizione di classe) e l’oppressione/discriminazione culturale (contraddizione etnico-nazionale). Nonostante questo però l’oppressione culturale, all’interno della teoria e pratica rivoluzionaria delle forze guerrigliere armate guatemalteche, continua ad essere subordinata alla lotta contro lo sfruttamento economico in quanto si ritiene l’aspetto etnico solamente come un complemento della motivazione principale del processo rivoluzionario, ovvero la lotta di classe.

Appare cosi chiaro che l’interesse dell’EGP e delle FAR verso la questione indigena, influenzato fortemente dalla dottrina marxista più ortodossa, era orientato fin dal principio verso l’idea che la popolazione indigena debba integrarsi nel processo rivoluzionario non in quanto etnia/cultura ma in quanto classe sociale contadina, e quindi subordinata alla forza dirigente della rivoluzione incarnata dalla classe operaia. Dopo tutto sia l’Ejèrcito Guerrillero de los Pobres che le Fuerzas Armadas Rebeldes, nonostante la tendenza ad abbracciare l’indigenismo, aveva come principale obiettivo quello di sviluppare l’economia del Guatemala cambiando i rapporti di produzione e ponendo fine allo sfruttamento della classe proletaria, piuttosto che cercare il riscatto delle etnie e delle culture indigene sottomesse e oppresse per secoli.

Per l’EGP infatti la rivoluzione dovrebbe portare ad una nuova organizzazione socio-economia a livello nazionale basata sull’idea socialista e perciò in netta opposizione alla cultura indigena ritenuta ancora arretrata e basata su rapporti di produzione legati ad un passato precapitalistico. In questo modo all’interno della nuova organizzazione politica e sociale che sarebbe dovuta emergere dalla rivoluzione, gli indigeni si sarebbero nuovamente ritrovati in una condizione di sottomissione e oppressione e presentandosi ancora una volta come attori passivi delle decisioni non prese da loro stessi ma dal gruppo dirigente rivoluzionario che avrebbe preso il potere, ovvero dall’avanguardia rivoluzionaria.

Ed è proprio questo ultimo passaggio che sottolinea l’enorme distanza tra l’esempio zapatista e quello guatemalteco per quanto riguarda il connubio “questione indigena – guerriglia rivoluzionaria”; infatti dove i primi credono nel principio dell’ “arrendersi alla comunità”, ovvero la rivoluzione sottomessa alle esigenze delle comunità indigene alle quali i guerriglieri obbediscono, per le forze guerrigliere guatemalteche accade il contrario, ovvero le comunità indigene sottoposte alle decisioni prese dall’avanguardia rivoluzionaria incarnata dalla classe operaia. Questo perchè i rivoluzionari guatemaltechi credono che debba essere l’avanguardia rivoluzionaria a determinare il destino degli indigeni, visti ancora una volta come soggetti passivi, assegnando loro il posto che devono prendere nella rivoluzione.

La Violenza Urbana Esercitata dalla Città sull’Individuo

 

Quando si pensa al termine “Violenza Urbana” le prime immagini che ci vengono in mente sono quelle degli scontri di piazza che sfociano nella violenza diffusa esercitata dagli individui sulle cose, siano esse proprietà private come auto o negozi, siano esse proprietà comuni. In realtà in questa analisi con “Violenza Urbana” voglio sottolineare esattamente l’opposto, ovvero la violenza che il contesto urbano e la sua organizzazione votata al controllo e alla repressione esercitano sulle vite degli individui che abitano le città.

Credo infatti sia giunto il momento di iniziare un serio discorso e una cruda analisi in grado di mettere in luce la tensione esistente tra l’intento repressivo dell’organizzazione urbana e le strategie di resistenza e liberazione messe in atto da chi vive in questo contesto, ovvero di tutti coloro che sentendosi oppressi dall’organizzazione delle città provano a sperimentare forme nuove ed alternative di convivenza e modi d’uso creativo dello spazio cittadino.

L’organizzazione dello spazio urbano è per sua natura progettata per addomesticare I cittadini: è uno spazio alienante, repressivo e frustrante, pieno di regole da rispettare e di sguardi indiscreti. In questo momento storico la tendenza generale è quella di costruire agglomerati urbani dove gli abitanti sono sottoposti al costante e ossessivo controllo da parte delle varie autorità e del loro braccio armato, le forze dell’ordine e le forze armate che mascherano l’intento di militarizzare le città in nome di una serie di non meglio specificate “operazioni di sicurezza” o di “lotta al degrado urbano”.

Dovremmo iniziare tutti a prendere coscienza di questo intento repressivo e addomesticante dello spazio urbano in cui ogni giorno viviamo, lavoriamo e ci muoviamo in modo schizofrenico. Schizofrenia che descrive perfettamente la nostra stessa organizzazione sociale.

Schizofrenia a cui si sommano la paranoia e la paura, le quali diventano emozioni costanti nelle nostre vite e che sono le caratteristiche che dipingono perfettamente la vita sociale all’interno del contesto urbano, sorpatutto delle società capitalistiche occidentali; ed ecco allora che militari armati pattugliano le strade insieme ai poliziotti; ed ecco un aumento generale dei dispositivi di controllo come telecamere e zone ipercontrollate, come le stazioni, le piazze, le zone residenziali.

Bisognerebbe quindi avviare una riflessione ampia sulla qualità dello “spazio” nelle nostre città. Gli spazi nei quali la maggior parte della gente vive e trascorre la sua giornata sono sempre più spazi-spazzatura. Il concetto “junk space”, ovvero spazio-spazzatura, è stato coniato dall’architetto olandese Rem Koohlas. Pensate ai centri commerciali, ai complessi industriali, agli uffici, alle stazioni, alle metropolitane… enormi contenitori semivuoti, dove lo spazio eccede di gran lunga rispetto all’uso. Oggi le nostre città, dal centro alla periferia, fino all’amorfo ed anonimo hinterland, sono invase da spazi-spazzatura, nei quali l’individuo si aliena (gli spazi di lavoro) e nei quali si compiono azioni prive di qualsiasi componente sociale (i grandi magazzini, gli ipermercati, gli shopping center…). Questi sono non-luoghi (in merito ai quali scrissi un articolo qualche mese fa) vacui, brutti, anaffettivi, prede dell’anomia che esasperano il senso di alienazione, di controllo e di repressione che l’individuo tende a provare e subisce all’interno di uno spazio urbano rigido, freddo, apatico e nonostante la sua ossessiva frenesia tendente all’immobilismo generalizzato, all’inazione sociale e collettiva più radicale.

In contrasto agli spazi-spazzatura/non luoghi urbani troviamo gli spazi occupati che sono invece spazi vissuti, condivisi e abitati. Negli spazi occupati si cresce umanamente, artisticamente e politicamente. Purtroppo il destino degli spazi occupati é quello di essere demoliti, chiusi e sgomberati per essere riconsegnati ad una cittadinanza che non sa che farsene e che tornerà a dimenticarsi della loro esistenza. Gli spazi occupati sono solamente uno degli esempi che ci mostra come sia fondamentale riappropriarci dei non-luoghi come unica strada percorribile per sfuggire all’estenuante controllo sociale, all’ossessione per la repressione messa in atto dall’organizzazione del contesto urbano e all’anomia dilagante della società capitalistica moderna caratterizzata da non luoghi e spazi-spazzatura che alimentano l’individualismo più sfrenato a discapito del lato relazionale della vita sociale.

In poche parole riappropiarsi dei non-luoghi e degli spazi-spazzatura per sottrarsi alla quotidiana violenza che il contesto urbano infligge ai suoi abitanti, diffondendo autogestione delle proprie vite e degli spazi cittadini.

 (Centro Sociale Forte Prenestino – Roma)

“Diffondere l’Autogoverno dal Basso” – Il CNI e il Consiglio Indigeno di Governo

La decisione presa dal CNI, ovvero il Congresso Nazionale Indigeno, di creare un Consiglio Indigeno di Governo, il quale presenterà una donna indigena come candidata alle elezioni presidenziali messicane del 2018, rappresenta a tutti gli effetti una novità all’interno del panorama politico latinoamericano, poichè per la prima volta decine e decine di nazioni indigene hanno deciso di dotarsi di un proprio governo, sottraendosi e rifiutando l’imposizione di un governo dall’alto e promuovendo la diffusione dell’autogoverno dal basso.

Infatti dal 26 dicembre al 4 gennaio si è svolta a San Cristobal la seconda parte del V Congresso Nazionale Indigeno (CNI) nel quale si è appunto discussa nuovamente la proposta di costruire un Consiglio Indigeno di Governo, la cui portavoce sarà una donna indigena appartenente al CNI e che verrà candidata alle elezioni presidenziali messicane del 2018. La consulta per discutere in merito alla creazione di questo Consiglio di Governo ha coinvolto più di 500 comunità indigene messicane e 43 popoli; di queste 500, 430 hanno approvato la proposta emersa durante il V Congresso Nazionale Indigeno.

La decisione di costituire questo Consiglio di Governo Indigeno si fonda sulla convinzione dei popoli e delle tribù indigene originarie del Messico di dover rappresentare ed incarnare in esso il principio dell’autogoverno praticato dalle comunità indigene zapatiste, coordinando le varie comunità, e diffondendo la pratica dell’autogoverno di ogni settore sociale.

L’EZLN, dal momento della sua insurrezione nel gennaio del 1994, così come il CNI, ha portato avanti la propria cultura politica che appunto consiste ancora oggi nel praticare l’autogoverno ad ogni livello della società e di ogni settore sociale; una cultura politica che si distacca completamente dalla cultura politica dominante e diffusa che si basa sul governare gli altri e sulla competizione. La cultura politica zapatista, promossa e praticata dallo stesso CNI, si basa sul concetto di “comandare obbediendo”, ovvero una forma di autogoverno praticabile da tutti gli oppressi e che a sua volta rifiuta l’oppressione, rifiuta il potere imposto dall’alto, preferendo ad esso praticare il “potere dal basso” in ogni settore della società, in modo da concretizzare e diffondere l’autogestione delle comunità e dei popoli.

Il Consiglio Indigeno di Governo vuole fungere anche da strumento per opporsi e contrastare la logica delle elezioni e del voto, mezzi che rappresentano in pieno una concezione vecchia di far politica, visti però ancora oggi come unica forma legittima e legittimata di regolamentazione del gioco politico.

All’EZLN e al CNI non è mai interessato impossessarsi del potere, non ha mai avuto interesse nel governare gli altri, nell’opprimere a sua volta attraverso l’istituzione statale ed è per questo che la creazione di questo Consiglio non deve essere vista come un radicale cambio di rotta, un abbandono dei principi cardine che fondano il movimento zapatista e indigeno post ’94, poichè l’intento delle comunità indigene attraverso il Consiglio di Governo non è quello di conseguire incarichi di natura politica a livello federale o statale, bensì quello di fungere da esempio per diffondere la pratica dell’autogoverno a livello nazionale. Perchè come hanno sempre creduto e dimostrato le comunità indigene zapatiste del Messico la pratica dell’autogoverno è una strada concretamente percorribile per contrapporsi al potere centralizzato statale e imposto dall’alto.

Di seguito riporto il comunicato emerso dal V CNI:

E TREMÒ!, RAPPORTO DALL’EPICENTRO…

Ai Popoli Originari del Messico
Alla Società Civile del Messico e del Mondo
Alla Sexta Nazionale e Internazionale
Ai Media Liberi di Comunicazione

Fratelli, sorelle

È il momento dei popoli, di seminare e di ricostruirci. È il momento di passare all’offensiva e questo è l’accordo che disegniamo nei nostri occhi, negli individui, nelle comunità, nei villaggi, nel Congresso Nazionale Indigeno; è giunto il momento che sia la dignità a governare questo paese e questo mondo e che, al suo passaggio, fioriscano la democrazia, la libertà e la giustizia.

Segnaliamo che, durante la seconda fase del quinto CNI, abbiamo valutato con cura il risultato della consultazione di noi popoli, noi del Congresso Nazionale Indigeno, e che si è tenuta durante i mesi di ottobre, novembre e dicembre 2016, in cui con tutti i modi, le forme e le lingue che ci rappresentano nella geografia di questo paese, abbiamo emesso accordi tramite assemblee comunali, degli ejidos, dei collettivi, municipali, intercomunali e regionali, che ancora una volta ci portano a capire e ad assumere con dignità e ribellione la situazione che attraversa il nostro paese, e il nostro mondo.

Accogliamo con piacere i messaggi di sostegno, di speranza e di solidarietà che hanno rilasciato intellettuali, collettivi e popoli che riflettono la speranza della nostra proposta che chiamiamo “Che Tremi nei Suoi Centri la Terra” e che abbiamo reso pubblica durante la prima fase del quinto CNI, accogliamo anche voci critiche, molte di queste con argomenti fondamentalmente razzisti, che riflettono sdegno furioso e disprezzo per pensare che una donna indigena pretenda, non solo, concorrere alle elezioni presidenziali, ma proponga un cambiamento reale, dal basso, a questo paese dolorante.

A tutti loro, diciamo che in effetti la terra ha tremato e noi con essa, e che abbiamo intenzione di scuotere la coscienza della nazione, che in effetti vogliamo che l’indignazione, la resistenza e la ribellione appaiano sulle schede elettorali nel 2018, ma che non è nostra intenzione competere in nessun modo con i partiti e con l’intera classe politica che ci deve ancora molto; ogni morto, ogni desaparecido, ogni prigioniero, ogni saccheggio, ogni repressione e ogni disprezzo. Non fraintendeteci, non intendiamo competere con loro perché non siamo la stessa cosa, non siamo le loro parole bugiarde e perverse. Siamo la parola collettiva, dal basso e a sinistra, quella che scuote il mondo quando la terra trema con epicentri di autonomia, e che ci rendono così orgogliosamente diversi che:

1. Mentre il paese è immerso nella paura e nel terrore che nasce da migliaia di morti e desaparecidos, nei municipi della montagna e della costa di Guerrero i nostri popoli hanno creato condizioni di vera sicurezza e giustizia; e a Santa María Ostula, Michoacán, il popolo Nahua si è unito ad altre comunità indigene per mantenere la sicurezza nelle mani dei villaggi, dove l’epicentro della resistenza è l’assemblea comunale di Ostula, garante dell’etica di un movimento che ha già permeato i comuni di Aquila, Coahuayana, Chinicuila e Coalcomán. Sull’altopiano Purépecha, la comunità di Cherán ha dimostrato che, organizzandosi, togliendo i politici dalla loro posizione di malgoverno e applicando i metodi di sicurezza e di governo propri, non solo si può costruire la giustizia, ma come pure in altre geografie del paese, solo dal basso e dalla ribellione si ricostruiscono nuovi patti sociali, autonomi e giusti, e non smettiamo né smetteremo di costruire dal basso la verità e la giustizia negata ai 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, Guerrero, desaparecidos, ai 3 compagni studenti che sono stati uccisi e ai compagni feriti, tutti dal narco governo messicano e le sue forze repressive. Nel frattempo i malgoverni criminalizzano la lotta sociale, la resistenza e la ribellione, perseguitando, molestando, facendo scomparire, imprigionando e uccidendo gli uomini e le donne d’onore che lottano per giuste cause.

2. Mentre la distruzione raggiunge tutti gli angoli del paese, e non conosce limiti, allontanando l’appartenenza alla terra e al sacro, il popolo Wixárika, insieme ai comitati in difesa della vita e dell’acqua dell’altopiano potosino, hanno dimostrato che si può difendere un territorio, il suo ambiente e gli equilibri basati sul riconoscersi con la natura, con una visione sacra che rinnova ogni giorno i legami ancestrali con la vita, la terra, il sole e gli antenati, ricoprendo 7 municipi nel territorio sacro e cerimoniale di Wirikuta a San Luis Potosí.

3. Mentre i malgoverni deformano le politiche dello Stato in materia di istruzione, mettendola al servizio delle multinazionali capitaliste in modo che non sia più un diritto studiare, i popoli originari creano suole elementari, medie, licei e università con i propri sistemi educativi, basati sulla protezione della nostra madre terra, sulla difesa del territorio, sulla produzione, sulle scienze, sulle arti, sulle nostre lingue, e nonostante la maggior parte di questi processi crescano senza il sostegno di alcun livello di malgoverno, sono al servizio di tutte e tutti.

4. I media a pagamento, portavoce di coloro che prostituiscono ogni parola che diffondono e ingannano mantenendo addormentati i popoli della campagna e della città, facendo passare come criminali coloro che pensano e difendono ciò che gli spetta e vengono descritti sempre come i cattivi, i vandali, i disadattati. Chi vive nell’ignoranza e nell’alienazione è socialmente “buono”, e chi opprime, reprime, sfrutta e saccheggia è sempre “buono”, sono quelli che meritano di essere rispettati e di governare per i propri vantaggi. E mentre accade tutto questo i popoli hanno costruito i propri media, escogitando vari modi per far sì che la coscienza non sia oscurata dalla menzogna imposta dai capitalisti, usandoli oltretutto per rafforzare l’organizzazione dal basso, da dove nasce ogni vera parola.

5. Mentre la “democrazia” rappresentativa dei partiti politici è diventata una presa in giro della volontà popolare, dove i voti sono comprati e venduti come una mercanzia in più, la gente è manipolata dalla povertà in cui i capitalisti mantengono le società della campagna e delle città, i popoli originari continuano a prendersi cura e a rafforzare le forme di consenso e le assemblee come organi di governo in cui la voce di tutti e tutte fabbrica accordi profondamente democratici, che coprono intere regioni attraverso le assemblee che si svolgono sugli accordi di altre assemblee e queste, a loro volta, derivano dalla profonda volontà di ogni famiglia.

6. Mentre i governi impongono le loro decisioni per il beneficio di pochi, soppiantando la volontà collettiva dei popoli, criminalizzando e reprimendo chi si oppone ai loro progetti mortali imposti sul sangue del nostro popolo come ad esempio il Nuovo Aeroporto di Città del Messico, facendo finta di consultare le popolazioni mentre impongono la morte. Noi popoli originari abbiamo modi e forme costanti di consultazione preventiva, libera e informata, grande o piccola che sia.

7. Mentre con le loro riforme di privatizzazione, i malgoverni consegnano la sovranità energetica del paese agli interessi stranieri e gli alti costi della benzina tradiscono la menzogna capitalista che traccia solo percorsi per la disuguaglianza, la risposta ribelle dei popoli indigeni, e non, del Messico è che i potenti non possono nascondersi né tacere; noi popoli, affrontiamo e lottiamo per fermare la distruzione dei nostri territori dal fracking, dai parchi eolici, dall’estrazione mineraria, dai pozzi di petrolio, da condutture e oleodotti in stati come Veracruz, Sonora, Sinaloa, Baja California, Morelos, Oaxaca, Yucatán e tutto il territorio nazionale.

8. Mentre i malgoverni impongono un’alimentazione tossica e transgenica a tutti i consumatori della campagna e delle città, i popoli Maya mantengono una lotta instancabile per fermare la semina di transgenici nella penisola dello Yucatán e in tutto il paese per preservare la ricchezza genetica ancestrale, che oltretutto significa la nostra vita e l’organizzazione collettiva e la base della nostra spiritualità.

9. Mentre la classe politica non fa altro che distruggere e promettere, noi popoli per esistere abbiamo costruito, non per governare, l’autonomia e l’autodeterminazione.

Le nostre resistenze e ribellioni costituiscono il potere dal basso, non offrono promesse né idee, ma processi reali di trasformazione radicale ai quali partecipano tutte e tutti e che sono tangibili nelle diverse e vaste geografie indigene di questa nazione. È per questo che noi 43 popoli di questo paese, come Congresso Nazionale Indigeno, riuniti in questo quinto Congresso, CONCORDIAMO di nominare un Consiglio Indigeno di Governo con rappresentanti, uomini e donne, di ciascuno dei popoli, tribù e nazioni che lo compongono. E che questo consiglio si proponga di governare questo paese. E che avrà come portavoce una donna indigena del CNI, di sangue indigeno e che conosca la propria cultura. Vale a dire che avrà come portavoce una donna indigena del CNI che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico per le elezioni del 2018.

È per questo che il CNI, come Casa di Tutti i Popoli, rappresentiamo i principi che caratterizzano l’etica della nostra lotta che racchiude tutti i popoli originari di questo paese, quei principi su cui si basa il Consiglio Indigeno di Governo sono:

Obbedire e non comandare

Rappresentare e non soppiantare

Servire e non servirsi

Convincere e non sconfiggere

Scendere e non salire

Proporre e non imporre

Costruire e non distruggere

È ciò che abbiamo inventato e reinventato, non per piacere, ma come unico modo che abbiamo per continuare ad esistere. Questi nuovi percorsi presi dalla memoria collettiva delle nostre forme di organizzazione sono il risultato della resistenza e della ribellione, per affrontare ogni giorno la guerra che non è mai finita ma che non è riuscita ad ucciderci. In queste forme non solo è stato possibile tracciare il cammino per la ricostruzione integrale dei villaggi, ma anche nuove forme di civiltà, speranze collettive che diventano comunitarie, comunali, regionali, statali e che stanno dando risposte precise a problemi reali del paese, lontano dalla classe politica e dalla sua corruzione.

Da questo quinto Congresso Nazionale Indigeno, invitiamo i popoli originari di questo paese, i collettivi della Sexta, i lavoratori e le lavoratrici, i fronti e i comitati in lotta dalla campagna e dalle città, la comunità studentesca, intellettuale, artistica e scientifica, la società civile non organizzata e tutte le persone di buon cuore a serrare i ranghi e passare all’offensiva, a smantellare il potere dall’alto e ricostituirci non più solo come popoli, ma come un paese, dal basso e a sinistra, a unirci in un’unica organizzazione in cui la dignità sia la nostra ultima parola e la nostra prima azione. Vi invitiamo a organizzarci e fermare questa guerra, a non avere paura di costruirci e seminare sulle rovine lasciate dal capitalismo.

Questo è quello che ci chiedono l’umanità e la nostra madre che è la terra, in questo troviamo che è il momento della dignità ribelle che concretizzeremo convocando un’assemblea costituente del Consiglio Indigeno di Governo per il Messico nel mese di maggio 2017 e, da questo momento in poi, lanceremo ponti ai compagni e alle compagne della società civile, dei media e dei popoli originari per far tremare nei suoi centri la terra, combattere la paura e riprendere ciò che è dell’umanità, della terra e dei popoli. Per il recupero dei territori invasi o distrutti, per la riapparizione dei desaparecidos del paese, per la libertà di tutte e tutti i prigionieri politici, per la verità e la giustizia per i morti, per la dignità della campagna e della città. Non abbiate dubbi, andremo avanti su tutto, perché sappiamo che ci troviamo di fronte forse all’ultima occasione, come popoli originari e come società messicana, di cambiare pacificamente e radicalmente le nostre forme di governo, rendendo la dignità l’epicentro di un nuovo mondo.

Nunca Más un México Sin Nosotros

Congreso Nacional Indígena
Ejército Zapatista de Liberación Nacional”