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Perché NULMAL?

Questo mondo ci fa talmente schifo che l’unica posizione che prendiamo è quella del suo possibile sconvolgimento. Per sovvertire la totalità dell’esistente desideriamo complicità e affinità, di tempi e di spazi decisi insieme, dove vediamo nel sudore delle relazioni qualcosa che non troviamo da nessun altra parte e di solidarietà; quella solidarietà che abbraccia, oltre all’affezione, anche un’idea di liberazione. La verità, gli ideali, le abitudini, il linguaggio, gli atteggiamenti e i bisogni di questo abominevole mondo ci sono del tutto estranei. La contaminazione con altri la troviamo quando nella serenità di quell’attimo sembra che questo mondo possa essere trasformato. Se rifiutiamo qualsiasi valore obbligato dell’esistente è perchè ci sentiamo stranieri in territorio nemico e vorremmo cessare di essere ospiti indesiderabili in un posto che disprezziamo, per diventare creatori di un mondo radicalmente diverso. Se solo una rottura dell’ordine costituito può far intravedere la possibilità di sperimentare modi di vivere diversificati, allora anche la rottura di un certo linguaggio può dare la possibilità di esprimere e sperimentare una lingua che rompe con omologazione e schiavitù. In gioco abbiamo una enorme prospettiva: una vita senza misure, dire parole che nessuno vuol sentire per spingersi oltre qualunque barriera linguistica. E i complici non si incontreranno su strade già battute, ma su percorsi scoscesi quanto inesplorati. Donandoci alla gioia di vivere, alla creatività ed a un immaginario di libertà, possiamo distruggere la civiltà che è in noi. (Senza Misure – Emma Varlin)

Con il termine Nulmal i Kwakiutl, popolo stanziato sulla costa settentrionale del Pacifico, identificavano il “danzatore folle”, una figura fondamentale all’interno della loro ritualità e per il funzionamento della vita sociale della comunità. Uno dei primi antropologi ad imbattersi nella figura del “danzatore folle” fu Franz Boas, il quale intorno al 1893-94 potè assistere alle cerimonie invernali che caratterizzavano il periodo rituale tra i Kwakiutl; questo periodo rituale chiamato tseka rappresentava un vero e proprio momento di trasformazione della società e della quotidiana vita comunitaria. Difatti tra i Kwakiutl, così come tra le sei nazioni che compongono la Confederazione degli Irochesi (Haudenosaunee), era diffusa la credenza che durante il periodo invernale gli spiriti si avvicinassero ai villaggi degli uomini rendendo di fatto labile ed effimero il confine tra mondo umano e mondo invisibile. Tra questi esseri spirituali misteriosi troviamo gli atlasemk, ossia coloro che iniziavano il nulmal, il “danzatore folle” che ritornava al villaggio dopo un periodo trascorso nel profondo della foresta (mondo degli spiriti) in preda ad un comportamento fortemente anti-sociale e in stato di “follia” distruttiva. Questo comportamento che caratterizzava il nulmal si poneva in aperto e netto contrasto con i valori e le norme sociali accettate e che regolano la vita comunitaria ordinaria. Tra i Kwakiutl, così come anche tra gli Irochesi (Haudenosaunee) attraverso le figure delle False Facce, gli spiriti, incarnati dal Nulmal attraverso maschere grottesche e spaventose, giungevano dal mondo selvaggio della foresta per prendere possesso del mondo dei vivi, invadendo il villaggio e le abitazioni creando scompiglio alla ricerca di doni e offerte.

Il periodo invernale per le popolazioni native stanziate sulla Costa nord-ovest del Pacifico, così come quelle che abitavano la regione dei Grandi Laghi, imponeva la temporanea sospensione delle attività di caccia e pesca e quelle di produzione agricola. Questo periodo dell’anno sembrava quindi costituire il momento adatto per mettere in atto pratiche di interruzione momentanea dell’ordine sociale. Figure come il danzatore folle incarnavano proprio questa irruzione del disordine nel mondo umano e la temporanea frattura dell’ordinario funzionamento della vita sociale.

Quindi, proprio come un danzatore folle dei Kwakiutl, portatore di creatività attraverso la sua azione distruttrice volta ad attaccare norme e valori dominanti e a destabilizzare il normale funzionamento dell’ordine sociale, ritengo che il ruolo dell’antropologia debba essere grossomodo lo stesso, ossia offrire nuove possibillità di sguardi e interpretazioni su quello che accade attorno a noi, convinto dell’importanza del disordine, della creatività dell’impeto distruttivo e della sovvesione di tutto ciò che si presenta come naturale, giusto, immutabile e dominante. Parafrasando quanto diceva Clifford Geertz, ripreso poco tempo fa dai compagni e dalle compagne dietro al progetto Naven, il compito dell’antropologia dev’essere quindi quello di destabilizzare; destabilizzare tanto norme e valori dominanti quanto una realtà sociale, politica ed economica che si continua a presentare come necessaria e come l’unica possibile. E reinterpretando quanto sostenuto da Bakunin, vedo l’antropologia come strumento di distruzione con cui minare le fondamenta del potere e dell’autorità costituita. Antropologia quindi come mezzo di sovversione e irruzione del disordine nella realtà odierna, antropologi come “danzatori folli” in rotta verso l’ignoto che apre infinite possibilità e animati da creatività distruttrice, alla ricerca di percorsi inesplorati verso imprevisti senza nessuna certezza. Perchè solo una rottura dell’ordine costituito può far intravedere la possibilità di sperimentare modi di vivere diversificati.L’unica possibilità che NULMAL prende in considerazione è quindi quella di sconvolgere questo mondo e sovvertire l’esistente e l’oppressione che impone sulle nostre vite, aprendosi alla sperimentazione di modi di vivere altri.

 

Per un’antropologia militante (di Naven)

Ho già accennato ieri all’esistenza di Naven, un “foglio volante di antropologia” come lo definisce il collettivo che sta dietro a questo progetto. Adesso invece ritengo valido riportare per intero l’articolo che ho trovato più interessante e con cui mi son ritrovato d’accordo dal titolo emblematico “Per un’antropologia militante”. Un modo anche per far conoscere ai lettori di questo blog una realtà nuova come quella incarnata da Naven alla quale partecipano individualità che rispetto e stimo sia in ambito antropologico sia in ambito politico-militante. Buona lettura.

Per un’antropologia militante

“Con non poco successo abbiamo cercato di scuotere il mondo, tirando da sotto i piedi i tappeti, rovesciando tavolini da té, facendo esplodere petardi. Compito di altri è stato di rassicurare, il nostro quello di destabilizzare. Fra australopitechi, bricconi, consonanti avulsive, megaliti noi siamo insomma venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore.” C. Geertz

Che cos’è l’antropologia? E’ forse questo il titolo più inflazionato tra seminari, convegni, festival, programmazioni e dibattiti a tema antropologico. Soltanto in questi mesi del 2018 crediamo di averne contate quasi una decina. Ogni occasione è buona per tentare definizioni, stabilire programmi, immaginare percorsi teorici, dire tutto e il contrario di tutto, giustificare, giustificarsi, esaltare e crocefiggere. Il tutto con quel fare puntiglioso da primi della classe, di quelli attenti a mettere sempre i puntini sulle “i”, smarcandosi dai letterati, ma anche dagli scienziati, dai medici ma anche dai viaggiatori. Alla fine – come spesso accade – la questione si risolve nel nulla o quasi. Che cosa sia l’antropologia e a che cosa serva resta un mistero ai più e, probabilmente, nemmeno noi siamo riusciti a capirlo.

Dopo un po’ – però- questo spiccato gusto per il detournement fa perdere di vista gli obiettivi delle ricerche, lasciando intendere che l’antropologia sia un po’ di tutto e un po’ nulla. C’è allora chi pensa che sia quel vezzo bo-boe intellettuale che a noi occidentali, meglio se di buona famiglia, piace tanto [e così troppo spesso è]; chi la paragona alle scienze “dure”: la fisica, la matematica, la chimica; chi la pensa scienza sì, ma in una versione edulcorata; chi l’avvicina alla letteratura e chi, più semplicemente, non sa dove collocarla.

Forse perché tra tutte le “scienze” (e ci teniamo ben ai margini di un dibattito troppo grande per noi), le “scienze antropologiche” sono, a buon parere nostro e di tutti, le più autoreferenziali in assoluto. Tonnellate di pagine scritte in neanche due secoli di storia; fiumi d’inchiostri e libri stampati affollano gli angoli più remoti delle librerie più fornite e le vetrine di quelle indipendenti, “alternative” [chi più e chi meno]: dimenticati. A comprarli è spesso lo stesso studente di antropologia, obbligato a imparare a memoria [certosinamente quanto inutilmente] interi capitoli, o, in casi più rari, l’inconsapevole curioso//finto o presunto intellettuale (non si è mai capito chi c’è e chi ci fa), che arrivato all’ultimo con i regali natalizi opta per una scelta letteraria un po’ snob solo cercando di attirare l’attenzione di amici o parenti con “qualcosa di diverso”. Scienza timida dal disilluso fascino esotico, troppo spesso incapace di camminare sulle proprie gambe, fatica a costruirsi spazi di credibilità o d’interesse al di fuori dell’ambiente accademico. E quando lo fa, fa disastri.

Per l’opinione pubblica l’antropologo non esiste se non sui dizionari: “l’antropologo, chi è costui?” potremmo sentirci dire da amici e parenti. E come dargli torto. In effetti, a cercarlo, un antropologo – che faccia solo l’antropologo – praticamente non esiste. Si arrabatta a scrivere di un po’ di tutto, sconfinando nella narrativa e nel giornalismo, strizza l’occhio alle ONG e accetta quasi qualsiasi impiego, tradendo tradizioni teoriche, modelli metodologici, anni di studio e di vita; infine porta a casa il pane a costo di pesi sulla coscienza.

E allora perché una rivista di antropologia? Già. La verità è che ci andava, e questo basterebbe. Di cambiare il mondo non abbiamo la stoffa né, sicuramente, la voglia. Che però una certa volontà di uscire dalle ammuffite mura dell’accademia non sia un fatto singolo, ma un’esigenza diffusa, è da annotare. Si proverà a fare questo dunque, a condividere riflessioni e analisi con chi di antropologia sa poco o nulla, cercando di comprendere – e magari di far comprendere – che le possibilità di lettura di un evento, di una situazione, di un fatto, sono molteplici e talvolta tutte egualmente valide, e che un’altra realtà c’è, anche se non si vede [o non si vuol vedere].
Non si tratta di nozioni, è una questione di sguardo. Cambiare il nostro “modo di vedere le cose” null’altro è che tentare un approccio riflessivo verso ciò che accade [spesso neanche troppo lontano da noi] negli universi della politica, dell’attualità, delle storia, delle scienze e delle cose del mondo. Uno “sguardo antropologico” può essere utile a porre l’attenzione sul come si guarda e non sul dove si guarda, a istillare in noi quel “perpetuo principio d’inquietudine”, arma preziosa contro uno status quo che aspira al riconoscimento di “unico possibile”. Val bene un’antropologia dunque, ma che sia militante, che si spenda a dire la sua, che si imponga di entrare nel dibattito, di rompere le scatole, di punzecchiare, di infastidire. Di destabilizzare, appunto.

Sito di “Naven”: http://naven.altervista.org/

NAVEN – Un Foglio Volante di Antropologia

Con non poco successo abbiamo cercato di scuotere il mondo, tirando da sotto i piedi i tappeti, rovesciando tavolini da té, facendo esplodere petardi. Compito di altri è stato di rassicurare, il nostro quello di destabilizzare. Fra australopitechi, bricconi, consonanti avulsive, megaliti noi siamo insomma venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore. (C. Geertz)

Che cos’è Naven? Per rispondere a questa domanda rimando il lettore direttamente alle parole di coloro che stanno dietro a questo nuovo “foglio volante di antropologia”, una fanzine/rivista/manifesto autoprodotto, anonimo e collettivo.

 

“Perché Naven? Naven è un complesso rituale collettivo di travestimento diffuso presso gli Iatmul della Nuova Guinea. Non occorre qui tentare un’impegnativa opera di descrizione dettagliata, quanto comprendere quelli che sono i tratti più interessanti di questo comportamento umano. Tralasciando dunque la spiegazione funzionalista che ne fece Bateson illo tempore, ci basta sapere che Naven significa innanzitutto “mostrarsi”, “darsi a vedere” e indica al tempo stesso un rituale consistente in insolite azioni assurde e spettacolari, dove gli uomini si travestono da donne e le donne da uomini. L’evento ha senza dubbio del comico: i partecipanti fingono di essere del sesso opposto, si travestono, enfatizzano i comportamenti, appaiono ridicoli e innaturali assumendo atteggiamenti che solitamente gli sono preclusi dall’ordine sociale. É dunque uno scherzo? Una carnevalata? No di certo,
non bisogna farsi ingannare dalle strane movenze, dalle risate, dai vestiti e dal trucco. Non c’è nulla di più serio del Naven per gli Iatmul. Si tratta, infatti, di un modo per evidenziare gli squilibri che esistono nella società, renderli espliciti alle parti coinvolte così da farli emergere, sottolinearli, e di conseguenza anche minimizzarli ed esorcizzarli. Una sorta di denuncia sociale, collettiva, verso le differenze esistenti tra uomini e donne nei loro ruoli sociali, politici e affettivi. Non è però un rituale dalla sola funzione passiva, che si limita a registrare e rendere manifesta una condizione d’ineguaglianza intollerabile. Il ruolo del Naven è profondamente attivo: strumento di reazione e provocazione, mira a sovvertire – seppur in maniera temporanea e limitata – l’ordine stabilito. Così, anche per noi, la questione non è solamente quella di far presente un rapporto sbilanciato tra studenti/professori/accademici/letterati/popolino/colti e non: non è nostro obiettivo né interesse riequilibrare rapporti di forza, restaurare la pace sociale, mettere fine alle discordie. Ciò che occorre fare riguardo a questi e altri rapporti di potere, semmai, è superarli e distruggerli.”

Per chi fosse interessato può richiedere il Pdf del primo numero di Naven a questo indirizzo mail: [email protected]… oppure potrebbe aspettare di imbattersi in Naven sui muri dell’Università Bicocca di Milano.

LA FORTEZZA EUROPA TRA IPOCRISIA, VIOLENZE E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

L’articolo che seguirà è in realtà la riproposizione di una relazione che ho dovuto scrivere lo scorso anno nell’ambito di un laboratorio universitario in merito alla questione migratoria, al processo di esternalizzazione delle frontiere e alle politiche dell’Unione Europea in tema di flussi migratori.

Alla luce degli ultimi accordi tra il governo italiano, rappresentato dal Ministro degli Interni Minniti, e i governi (sia quello di Tripoli che quello di Topruk) libici finalizzati ad impedire la partenza dei migranti e fermare in questo modo la rotta del meditterraneo, attraverso la detenzione di persone in veri e propri campi di concentramento dove torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno, ritengo che seppur parziale riproporre questa relazione possa risultare interessante per comprendere la complicata questione migratoria e per analizzare i fatti partendo da un’ottica libertaria.

INTRODUZIONE

Il mondo occidentale, oggi più che mai, si dimostra estremamente ossessionato dai confini e delle frontiere e di conseguenza dalla loro difesa da un non meglio specificato “nemico” che, secondo la retorica di una certa classe politica e di una certa frangia dell’opinione pubblica, sarebbe una minaccia capace di mettere in crisi la società occidentale che noi tutti conosciamo. E quindi in quanto minaccia appare fondamentale respingere questo “nemico” al di fuori della fortezza Europa, o meglio ancora, impedire a questo “nemico” di raggiungere il territorio europeo attraverso differenti strumenti, tra cui il processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere e la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti.

Oggigiorno l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa; un’ipocrisia iniziata con il Trattato di Schengen, proseguita con l’istituzione di progetti quali Frontex e Mare Nostrum e che oggi continua attraverso il nefasto processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero il concetto di “dimensione esterna della politica migratoria dell’Unione Europea”.

Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad indentificare, espellerre e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Tutto ciò che ho appena elencato sarà materia della relazione e dell’analisi che segue, nella quale ho cercato di criticare i differenti sistemi di controllo e respingimento attraverso l’assunzione di un approccio libertario e quindi in aperta opposizione allo Stato-Nazione, ai confini, alle frontiere e a tutti quegli strumenti e mezzi volti ad impedire la libertà di movimento e di circolazione degli esseri umani. Perchè purtroppo l’Occidente in generale e l’Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di migrare e di movimento che a noi cittadini europei appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, quella di movimento e circolazione, che non deve in nessun modo essere un privilegio a vantaggio di pochi, bensì una libertà di cui ogni essere umano al di là della sua nazionalità, cultura, religione e colore della pelle deve disporre e godere in ogni momento della propria esistenza.

 

Nella seguente relazione andrò quindi ad analizzare sostanzialmente la distanza esistente tra le politiche dell’Agenda Europea sulla Migrazione e i loro risultati concreti in termini di vite umane e di salvaguardia dei diritti umani dei migranti, cercando quindi di contrapporre alla Nuova Agenda UE sulla Migrazione il report di Amnesty in merito alla violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti causate dalle stesse politiche migratorie europee.

Tutto questo per evidenziare la estrema distanza che intercorre tra le politiche europee in merito alle migrazioni e la loro messa in pratica reale, dimostrando che dietro all’imperativo dell’UE di “proteggere le persone in stato di necessità…e l’impegno degli Stati membri ad intervenire concretamente per scongiurare le perdite di altre vite umane” vi è in realtà come unico interesse quello di impedire ai migranti di raggiungere l’Europa attraverso un progressivo aumento di risorse spese al fine di rafforzare la protezione non delle persone bensì dei confini nazionali dalla minaccia di una“invasione”inesistente.

 

 

COOPERAZIONE E COLLABORAZIONE TRA UE E PAESI TERZI

Un punto esposto nella Agenda Europea sulla Migrazione che ritengo molto interessante da analizzare in questo capitolo posto in apertura della relazione, come si evince dal titolo, è quello della cooperazione e della collaborazione tra l’UE, gli Stati membri e i paesi terzi extraeuropei. Questo tema è strettamente collegato all’argomento della salvaguardia delle vite umane in mare attraverso operazioni quali Mare Nostrum prima e Triton e Poseidon (Frontex) dopo, argomento al quale verrà dedicato il paragrafo successivo.

Per affrontare la problematica questione della migrazione l’Unione Europea si impegna nella collaborazione con i paesi terzi come ho già sottolineato. L’Unione Europea infatti attraverso la Commissione e il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) interviene nelle regioni e nelle aree di origine e transito di migranti, attuando un processo di collaborazione con i paesi terzi che ha come principale interesse quello di impedire la partenza di persone che hanno come metà il territorio europeo.

Come fare per impedire a migliaia di persone di mettersi in viaggio attraverso vie più o meno legali per raggiungere l’Europa?

L’Unione Europea risponde a questa necessità di bloccare i flussi migratori verso il proprio territorio atteaverso il potenziamento delle frontiere esterne dell’Unione e stipulando accordi con i paesi terzi orientati ad impedire la partenza dei migranti e allo stesso tempo a favorire i rimpatri e le espulsioni di coloro che non soddisfano i requisiti per rimanere sul territorio europeo.

Questi accordi tra UE o un suo singolo stato membro e i paesi terzi di origine o di transito dei migranti non sono mai accordi pubblici in quanto non vengono stipulati tra governi bensì con i servizi dei paesi in questione volti a rafforzare gli strumenti di controllo, detenzione, identificazione e rimpatrio delle masse migranti, ovvero le forze dell’ordine e di polizia. Non essendo accordi pubblici tra governi di due Stati nella maggior parte dei casi essi vanno a collidere con il rispetto dei diritti umani fondamentali di cui dovrebbero godere i migranti respinti e rimpatriati.

Come già accennato sopra l’UE sviluppa accordi sia con i pesi di transito di migranti sia con i paesi di origine dei migranti con il duplice obiettivo di fermare le persone prima che possano raggiungere l’Europa (nel primo caso) e di poter espellere e rimpatriare più facilmente i migranti respinti (nel secondo caso).

Gli accordi tra UE possono essere di tre tipi anche se, parere personale, trovo abbiano maggior importanza i primi due, ovvero gli accordi bilaterali e quelli multilaterali. I primi vengono stipulati tra uno Stato dell’UE e un paese terzo extraeuropeo e ne sono esempi perfetti e recenti gli accordi “segreti” tra Italia e Gambia e Italia e Sudan, entrambi avveuti nel 2016. I secondi, quelli multilaterali, riguardano l’intera Unione Europea e i paesi terzi e ne sono un esempio limpido gli accordi tra UE e Turchia e quello tra UE e Mali, anch’essi del 2016.

Questi accordi tra UE e paesi terzi non sono altro che nuove forme di controllo e gestione dei flussi migratori messi in atto dagli Stati, i quali utilizzano i migranti come merci di scambio per il raggiungimento di fini e interessi politici ed economici che smascherano l’ipocrisia della Fortezza Europa celata dietro la retorica della “salvaguardia delle vite umane e della protezione dei migranti”.

 

 

CONTROLLO DELLA DIMENSIONE ESTERNA DELLE FRONTIERE EUROPEE

Al tema degli accordi tra UE e paesi terzi per impedire le partenze e facilitare i rimpatri si collega direttamente il concetto di controllo delle frontiere esterne, che altro non è che la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti, subappaltando quindi il controllo dei flussi migratori e delle frontiere ai paesi di origine o di transito dei migranti.

Nonostante l’Unione Europea, come possiamo leggere più volte nel testo della sua Agenda Europea sulla Migrazione, parli di protezione e salvaguardia dei diritti umani fondamentali dei migranti, la realtà empirica dei fatti sembra dimostrare una tendenza totalmente opposta. Infatti al centro delle politiche migratorie e di esternalizzazione europee troviamo senza troppi problemi il sistema di trattenimento dei migranti all’interni dei centri di detenzione.

In questi luoghi viene smascherata quotidianamente l’ipocrisia dell’UE; questo perchè la violazione dei diritti umani fondamentali e le violenze sulle persone detenute in questi centri sono quotidiane; quotidiane ma tenute volutamente lontane dagli occhi della società europea, cosi da poter nascondere come polvere sotto un tappeto tutte le incongruenze e le ipocrisie che emergono dalla lontananza tra i discorsi politici dell’UE in merito alla questione migratoria e la realtà delle frontiere fatta di violazioni, violenze, detenzioni, espulsioni, sparizioni e tutto ciò che va a ledere ogni diritto umano fondamentale della persona migrante.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sostiene che ogni essere umano gode del diritto alla libertà di movimento, perciò il trattenimento dei migranti all’interno dei centri di detenzione non è giustificato o legittimato in quanto essi non hanno commesso nessun reato concreto. Questo concetto di libertà di movimento come diritto fondamentale dell’essere umano si va a scontrare con la realtà dell’UE dominata dall’applicazione del Trattato di Schengen, il quale sancise la libertà di movimento come prerogativa esclusiva dei cittadini dei paesi membri dell’Unione Europea, negando lo stesso diritto a tutti i cittadini extraeuropei.

Il sistema di controllo delle masse migranti viene esternalizzato. Se oggi pensiamo all’Europa non possiamo che non pensare automaticamente anche agli infiti muri costruiti per bloccare il transito di persone; la fortezza Europa sta innalzando muri invalicabili e confini sempre più controllati e chiusi per impeidre la libera circolazione delle persone; muri costruiti sia sul territorio europeo, sia direttamente nei paesi terzi dove la lotta alle partenze si fa ogni giorno più pesante e presente.

Non solo il controllo viene esternalizzato, ma anche le stesse violenze nei confronti dei migranti. Infatti le violazioni dei diritti umani delle persone, ancora prima che in Europa, avvengono nelle aree di transito e origine dei migranti, ovvero al di fuori delle frontiere europee, per mano dei paesi terzi attraverso i loro organi di polizia. Questa azione di violazione e violenza viene svolta concretamente dai paesi terzi ma è il risultato di un preciso obiettivo nato da accordi di natura politica ed economica tra gli Stati europei e i paesi terzi, per l’appunto, con il fine di rafforzare la protezione e dil controllo delle frontiere esterne dell’europa e scongiurare la partenza dei migranti.

Viene così smascherato l’intento reale delle politiche migratorie UE; ovvero l’impegno costante per la repressione ed il controllo dei migranti nelle regioni di origine e transito al fine di impedirne la partenza ad ogni costo, quindi anche ricorrendo a violenze quotidiane sia di natura fisica sia di natura psicologica-morale.

Ma tanto finchè le quotidiane violenze e violazioni delle libertà indidivuali dei migranti avvengono al di fuori dei confini europei a chi importa no? Ha davvero senso nascondersi dietro una finta condanna dei paesi terzi quando in realtà i mandanti delle violenze, delle detenzioni illegali, delle espulsioni, sono gli stessi paesi europei che si riempiono la bocca di “diritti umani” e “protezione di vite umane”?

 

 

HOTSPOT: DETENZIONE E IMPRONTE DIGITALI

Dal controllo delle frontiere esterne ai centri di detenzione il passo è breve. Per meglio dire, i centri di identificazione ed espulsione europei e quelli di detenzione nei paesi terzi altro non sono che strumenti funzionali al sistema di controllo e repressione dei flussi migratori messo in pratica dalle politiche dell’Unione Europea.

Da un lato espulsioni e rimpatri, frutto di calcolati accordi economici e politici tra Stati, dall’altro il continuo spostamento dai territori di frontieri ai vari centri hotspot (sopratutto quelli del Sud Italia), ovvero un ulteriore luogo di differenziazione e smistamento dei migranti, nei quali le persone vengono differenziate arbitrariamente in base al fatto di essere o meno migranti economici o profughi, funzionale o meno al mercato e all’economia europea e cosi via. Dopo questa classificazione alcuni migranti entrano nel circuito dell’accoglienza (pochi), altri, la maggioranza, in quello dell’espulsione.

Il primo luogo che un migrante conosce appena arrivato sul territorio italiano è uno dei cinque Hotspot attivi in Italia: Lampedusa, Trapani, Taranto, Pozzallo e Porto Empedocle.

L’Hotspot funge da tappa forzata per i migranti che vi vengono condotti obbligatoriamente, in quanto la loro funzione è quella non solo di detene per un certo periodo di tempo le persone, ma sopratutto di svolgere una raccolta qualitativa e quantitativa di dati sui migranti prima che essi vengano espulsi o smistati nei vari centri di accoglienza sparsi sul territorio.

All’interno degli Hotspot il migrante può dover aspettare anche per diversi anni prima di conoscere il suo destino, prima di conoscere quindi se la sua domanda di accoglienza è stata accettata o se gli viene ordinato il rimpatrio o l’espulsione. Giorni, mesi e anni nei quali i migranti vivono in una condizione semi-detentiva, privati dei prorpi diritti, costretti a subire violenze psicologiche, morali e fisiche di vario genere fino ad arrivare alla spersonalizzazione più totale, alla perdità di identità, poichè trattati come mera merce da piazzare, ricollocare, spostare ed identificati con numeri piuttosto che in quanto essere umani,

Questa descrizione potrà apparire fin troppo cruda per apparire realistica, sembrerebbe più appropriata ad altri contesti storici, potrebbe facilmente riportare alla mente i campi di concentramento e lavoro nazisti. E invece, purtroppo, è la realtà quotidiana degli Hotspot, dei CIE, dei centri di detenzione, tanto all’interno delle frontiere europee quanto all’esterno di esse, nei paesi terzi di transito o di origine dei migranti.

Il sistema degli Hotspot è stato presentato nel 2015 come risposta dell’Unione Europea all’alto numero di arrivi di migranti nei pasi costieri dell’Europa meridionale. Come evidenziato dal rapporto di Ambesty “Hotspot Italia”, “la sua premessa fondamentale era quella di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo, con la distribuzione di una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri per un esame successivo delle loro domande di asilo”.

Fondamentalmente gli Hotspot sono stati creati per soddisfare la necessità degli Stati europei di disporre di luoghi atti a detenere ed identificare velocemente i migranti e i rifugiati, per prima cosa attraverso il rilevamento obbligatorio delle impronte digitali.

Questi luoghi di detenzione ed identificazione hanno rafforzato l’imperativo del controllo sui flussi migratori e sulle persone migranti tanto sbandierato dall’Unione Europea attravrso le sue politiche, incontrando come risultato immediato di questa ossessione per il controllo la sistematica violazione dei diritti dei migranti e dei rifugiati.

Il processo di rilevamento obbligatorio delle impronte digitali si conclude aprendo due scenari possibili, come sostenuto anche dalla Commissione Europea nella sua Agenda sulla migrazione del maggio 2015; “chi presenterà domanda di asilo sarà immediatamente immesso in una procedura di asilo…Per chi invece non necessità di protezione è previsto che Frontex aiuti gli Stati membri coordinando il rimpatrio di migranti irregolari”.

 

 CONCLUSIONE

Come si può evincere da tutto ciò evidenziato sopra, la collaborazione tra UE e paesi terzi di origine e transito dei migranti, il controllo della dimensione esterna delle frontiere europee e il sistema degli Hotspot non sono altro che strumenti funzionali alla stessa fortezza Europea per rafforzare la protezione e la difesa dei propri confini e delle proprie frontiere dallo spettro di una invasione che rimanere solamente qualcosa di astratto non avendo nessun riscontro empirico nella realtà attuale dei fatti e mai ce l’avra.

Inoltre questi differenti strumenti di controllo e repressione messi in pratica dall’Unione Europea ai danni dei migranti, dei rifugiati, dei richiedenti asilo vanno a distruggere ogni pretesa di protezione dei diritti umani fondamentali poichè, come già sottolineato sopra,le violenze subite dai migranti sono la quotidianità, così come le violazioni delle loro libertà e dei loro diritti.

Mentre l’Europa continua a far finta di nulla e a mascherarsi dietro la retorica della salvaguardia delle vite umane e dei migranti che attraversano il Mediterraneo, gli accordi da essa stipulati con i paesi terzi permettono il perpetuarsi delle violenze nelle zone di frontiera, dove i migranti ogni giorno devono lottare contro abusi, repressione, detenzione e violenze di ogni genere per non abbandonare il loro sogno di raggiungere le coste europee.

E poichè la fortezza Europa alza i suoi muri e si impegna nella difesa dei confini piuttosto che nella protezione degli esseri umani, visti solamente come merce da piazzare per motivi economici e politici, l’unica risposta possibile è quella di opporsi e lottare contro a tutto il marcio di questo sistema. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno. Perchè potrà anche suonare banale e retorico ma sostanzialmente la verità è che siamo tutti cittadini del mondo e il mondo intero è la nostra patria, perciò non possiamo accettare che il diritto alla libertà di movimento sia un privilegio di pochi eletti. E non possiamo in nessun modo accettare una “fortezza Europa” costruita sull’ipocrisia, sulle violenze e sulle violazioni dei diritti umani.

“Continuare a combattere, continuare a resistere!” – i Waiapi sul piede di guerra

Le politiche recentemente presentate e adottate dal presidente brasiliano Temer indirizzate ad una liberalizzazione estrema dell’attività estrattiva nelle zone amazzoniche ricche di risorse minerarie, rischiano di mettere in serio pericolo l’esistenza e la sopravvivenza delle tribù indigene che abitano queste zone. Tra le tribù minacciate da questa apertura all’attività mineraria delle grandi multinazionali e dall’invasione dei propri territori per mano di taglialegna e minatori, quelli sicuramente più combattivi e bellicosi sono i Waiapi, popolo originario dell’area amazzonica conosciuta come Renca. I Waiapi sono entrati in contatto con la civiltà solamente nel 1973 e la loro esistenza dipende tutt’oggi esclusivamente dalla foresta e dai fiumi, questi ultimi minacciati per l’appunto dall’attività estrattiva delle grandi imprese minerarie. Oggi, in risposta alle politiche del presidente Temer decise senza interpellare i popoli originari del Brasile, i Waiapi rispondono imbracciando archi e frecce e dichiarandosi pronti a combattere fino alla morte per difendere i propri territori invasi e minacciati dalle multinazionali.

“Questo non porterà sviluppo per noi. Porterà solo una catastrofe per la foresta amazzonica in Brasile” ha dichiarato Jawaruwa, un portavoce waiãpi, in merito all’apertura della Renca all’attività estrattiva delle grandi imprese straniere.

“Continueremo a combattere. Quando le compagnie invaderanno i nostri territori noi continueremo a resistere. Se il governo brasiliano deciderà di inviare l’esercito e i soldati per ucciderci e reprimere la nostra resistenza, continueremo a resistere fin quando non saremo tutti morti” queste le parole di Tapayona, guerriero waiapi sulla trentina.

L’anziano capo waipi Tzako ha dichiarato a sua volta: “Noi stiamo combattendo affinchè in futuro questo non accada nuovamente; siamo pronti per la guerra ora, non ci arrenderemo!”

Quella tra Waiapi, governo Temer e multinazionali minerarie è solamente l’ennesima pagina del secolare conflitto che vede contrapporsi da una parte i popoli indigeni oppressi e minacciati ma pronti a combattere e resistere per difendere la propria esistenza e i propri territori e dall’altra multinazionali e governi mossi solamente dall’incessante ricerca di profitto e dagli interessi capitalistici che si concretizzano nella devastazione e nel saccheggio dei territori e nell’oppressione e nello sterminio dei popoli indigeni, in poche parole nello sfruttamento della natura e nella repressione di tutti quei popoli considerati “selvaggi” e “primitivi”. Ma la risposta dei Waiapi a questo ennesimo attacco alla loro esistenza è stata chiara: Resisteremo e combatteremo fino a quando non saremo tutti morti!