Società Primitiva e Guerra Generalizzata

La società primitiva è una società contro lo Stato in quanto è una società-per-la-guerra. (P.Clastres)

Introduzione

Facendo riferimento alla tesi esposta dall’antropologo M.Davie nella sua opera “The Evolution of War: A Study of its Role in Early Societies” possiamo affermare che nessuna società primitiva ignora la guerra; questa apparente prevalenza della guerra nell’esistenza dei popoli primitivi è stata difatti documentata più e più volte nel corso dei secoli da etnologi, conquistatori, missionari ed esploratori. Non possiamo pensare la società primitiva senza pensare alla guerra, la quale assume quindi una dimensione di universalità. Dato per appurato questo fatto, nel momento in cui decidiamo di porre sotto la nostra attenzione il funzionamento della società primitiva, non possiamo quindi esimerci dal domandarci quale sia la funzione della guerra all’interno di queste società. Ed è proprio partendo da questo interrogativo che prenderà corpo il seguente articolo.

Nel pensiero del filosofo-politico Thomas Hobbes il mondo dei Selvaggi viene definito come una situazione di guerra diffusa di tutti contro tutti; questo stato naturale dell’essere umano è quindi caratterizzato dalla guerra permanente tra gli uomini, a differenza della società statuale, presunta espressione massima della civiltà. In questa analisi della società primitiva risulta estremamente evidente il disprezzo (etnocentrico ed evoluzionista) che animava e nutriva Hobbes nei confronti dei Selvaggi e che si manifestava nell’idea che una società senza stato e governo (appunto come quella primitiva) non costituiva un’esempio di società. Come ha saputo spiegare in modo ottimale Harold Barclay nel suo breve pamphlet “Lo Stato”, Hobbes, in modo più o meno ideologico, ha volutamente confuso e utilizzato come sinonimi i termini “società” e “Stato” in modo da presentare la società statuale come l’unica alternativa possibile di organizzazione sociale. L’assenza dell’istituzione “Stato” renderebbe quindi possibile l’immanenza della guerra e di conseguenza impossibile l’emergere della società. In questo modo il Selvaggio si porrebbe al di fuori del sociale, immesso completamente in uno stato di natura dove è predominante l’attività bellica di tutti contro tutti. Questa in sintesi estrema la posizione estremamente ideologica ed evoluzionista di Thomas Hobbes, del tutto assimilabile ai resoconti e alle osservazioni dei primi missionari o esploratori permeati dal pregiudizio etnocentrico secondo il quale l’assenza dell’istituzione statale (anche solo di una sua forma embrionale) sarebbe sintomo di una mancanza dei “selvaggi” e conseguentemente di una loro inferiorità, di una loro immaturità nell’organizzazione sociale. I “selvaggi” restano al di fuori del sociale, mancano dello stato di società (e dunque in un’ottica hobbesiana mancano della società dello Stato) perché vivono in una condizione di natura nella quale impera la guerra di tutti contro tutti.


Violenza: dalla caccia allo scambio di doni reciproci

Tralasciando l’arcinota posizione di Hobbes in merito alle società senza Stato, all’interno dell’analisi della guerra nella società primitiva ci imbattiamo in tre principali discorsi: quello naturalista, quello economicista e quello scambista. Oltre questi si pone l’analisi di Pierre Clastres che andrò ad esporre in seguito.

Il discorso naturalista si incentra sulle posizioni di Andrè Leroi-Gourham, il quale aveva una particolare idea della violenza e riteneva che il comportamento aggressivo fosse una componente innata della realtà umana. Per Leroi-Gourham la violenza è quindi un dato naturale irriducibile che affonda le sue radici nello stesso essere biologico dell’uomo. L’aggressione appare come tecnica fondamentale finalizzata all’acquisizione di cibo e quindi collegata alla funzione della caccia; per questo viene vista come modalità di comportamento riconosciuta dall’umanità intera e ricondotta ad essa in quanto specie. Partendo dall’esclusione della dimensione sociale della guerra, Leroi-Gourham sostiene che questa che questa attività erediterebbe dalla caccia la sua carica di aggressività, risultando essere nient’altro che la caccia all’uomo. In realtà questa posizione naturalista è facilmente confutabile e appare del tutto infondata innanzitutto perchè se accettiamo l’idea che la guerra è la semplice ripetizione della caccia, essa dovrebbe risolversi e trovare il suo fine in una antropofagia generalizzata; quest’ultimo fatto è però totalmente smentito dall’etnologia e dagli studi sulle società primitive, difatti lo scopo principale della guerra non è mai e in nessun caso l’uccisione di nemici al fine di mangiarli.

Nel corso dell’XIX secolo inizia a farsi strada, accettato e condiviso anche all’interno di buona parte del mondo accademico-antropologico, un discorso di carattere economicistico teso a rappresentare la società primitiva come il mondo della miseria e della sofferenza. Questa visione della società primitiva influenzata pesantemente dall’evoluzionismo (in parte data per vera ancora oggi) si fondava sull’idea che l’economia primitiva non fosse altro che un’economia dedita alla sussistenza e che permettesse quindi ai Selvaggi unicamente di sopravvivere, tutto questo a causa di uno stato di sottosviluppo tecnologico estremo. Partendo da questa posizione economicista la guerra viene vista come la conseguenza della scarsità di beni materiali disponibili nel mondo primitivo; questa situazione di scarsità porta alla concorrenza tra diversi gruppi umani spinti dalla necessità e dalla volontà di appropriazione di beni materiali, una vera e propria lotta per la sopravvivenza che tende a sfociare nel conflitto armato. Questa idea, anch’essa come quella di Hobbes fortemente ideologica, è stata e in parte viene tuttora accettata come un fatto evidente, nonostante differenti studi etno-antropologici abbiano più volte dimostrato il contrario.

La prima domanda che dobbiamo porci per smentire il discorso economicista sulla guerra primitiva non può che essere la seguente: l’economia primitiva è veramente un’economia della miseria? In realtà l’etnologia dimostra che l’economia delle società primitive è tutt’altro rispetto al mondo della miseria, della scarsità e della sussistenza. Difatti l’economia primitiva permette di soddisfare completamente i bisogni materiali di queste società, il tutto con un periodo e un’intensità dell’attività produttiva fortemente limitati, smentendo in questo modo l’idea largamente diffusa tanto in campo scientifico quanto nel senso comune del Selvaggio che si affatica per garantirsi la mera sopravvivenza; anzi, come sostiene Marshall Sahlins nell’opera “Economia dell’Età della Pietra“, a proposito delle società primitive si può parlare di vere e proprie società dell’abbondanza. La società primitiva funziona di fatto seguendo il principio caro alla teoria anarco-comunista dell’ “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Di conseguenza l’etnologia e l’antropologia hanno smentito l’idea che la violenza e di conseguenza la guerra siano causate da una presunta situazione di estrema miseria e scarsità caratteristiche della società primitiva nel suo complesso.

Possiamo passare ora al discorso scambista (discours èchangesite) che prende forma a partire dalla teoria etno-antropologica di Claude Levi-Strauss e che si incentra su una relazione di continuità tra la pratica del commercio e quella della guerra primitiva. La domanda che dobbiamo quindi porci in questo caso non può che essere la seguente: qual è il rapporto tra guerra e società primitiva per Levi-Strauss? L’antropologo francese afferma che all’interno della società primitiva la sfera della violenza, e di conseguenza l’istituzione della guerra, non abbia una propria autonomia, ossia non si può pensare alla guerra in sè in quanto essa è assente di una propria specificità, bensì acquista significato solamente quando posta in relazione di continuità con gli altri elementi che fondano e regolano la società nel suo insieme, commercio in primis. La teoria sulla relazione guerra-commercio di Levi-Strauss si può sintetizzare quindi come di seguito: gli scambi commerciali rappresentano guerre potenziali pacificamente risolte, al contrario le guerre sono il risultato di transizioni sfortunate. In questa affermazione si manifesta in modo chiaro la relazione di estrema continuità tra guerra e commercio nel discorso scambista in merito alla violenza e al conflitto armato nella società primitiva. Inoltre nella stessa affermazione si può evidenziare la priorità sociologica del commercio rispetto all’attività guerresca secondo la posizione dell’etnologo francese. Questa netta presa di posizione presuppone che le relazioni tra le differenti comunità si pongono principalmente su un piano commerciale ed è solamente dalla riuscita o meno di questi scambi commerciali che dipendono la guerra e la pace nel mondo primitivo.

In seguito Levi-Strauss tenderà a rivedere la sua teoria eliminando il concetto di commercio primitivo, al quale sostituirà l’idea dello scambio di doni reciproci ed è proprio a partire da questo concetto che prende vita il discorso scambista. Riprendendo l’idea dell’economia primitiva come vera e propria economia che permette l’esistenza di una situazione di abbondanza, dobbiamo quindi aggiungere il fatto che questa situazione rappresenta il vero e proprio ideale di autarchia che domina la società primitiva. L’economia primitiva essendo per sua natura votata all’abbondanza (contrariamente da quanto sostenuto dal discorso economicista già smentito) tende a chiudere la comunità su se stessa; prendendo la decisione di non dipendere da nessuno che non sia se stessa per la produzione di beni di consumo, la società primitiva elimina a prescindere la possibilità di relazioni di carattere commerciale con altre società/comunità. Per sintetizzare un minimo i concetti chiave possiamo quindi sostenere che, oltre ad essere un’economia dell’abbondanza, l’economia primitiva esclude in modo radicale la sfera commerciale. Questa esclusione del commercio dalla propria vita economica è la chiara manifestazione dell’ideale di indipendenza che anima la società primitiva; difatti rifiutando il commercio essa di conseguenza rifiuta di alienare la propria autonomia e di perdere la propria libertà.

Siamo quindi giunti ad un punto cruciale nella teoria scambista di Levi-Strauss: non è più il commercio a spiegare l’esistenza e la funzione della guerra nella società primitiva, bensì lo scambio. Ancora una volta si nota una relazione di continuità tra la guerra e lo scambio. Partendo dall’assunto secondo il quale la società primitiva è un essere-per-lo-scambio, Levi-Strauss arriva a sostenere che la guerra esprime la non realizzazione, dunque la negazione, della stessa essenza della società primitiva. In questa ottica la società primitiva viene vista come luogo privilegiato dello scambio e lo scambio individuato come essenza stessa di questa società. Se lo scambio è l’essere della società primitiva, la guerra quindi non può che rappresentare il suo non-essere. Ancora una volta notiamo la priorità del fenomeno dello scambio sulla guerra che ci porta a sintetizzare uno dei concetti cardine dell’antropologo francese: il principale desiderio sociologico della società primitiva è lo scambio. In quest’ottica la guerra non può che apparire come esterna all’essere sociale primitivo, andando a rappresentare un incidente interno alla società primitiva mossa unicamente dal desiderio dello scambio. Perciò per Levi-Strauss la società primitiva è pensabile anche escludendo la dimensione della guerra.


La guerra primitiva come fine politico

Il discorso scambista che trova in Levi-Strauss il suo più importante rappresentante può essere però smentito e confutato dalla posizione antropologica di colui che più volte è stato definito “l’allievo libertario” proprio di Strauss, ossia Pierre Clastres. Quest’ultimo pone come centro della sua analisi sul rapporto tra guerra e società primitiva un fatto empirico: l’universalità del fenomeno “guerra” in quasi la totalità delle società primitive studiate. Proprio partendo da questa costatazione che può apparire banale egli afferma, confutando contemporaneamente tanto la tesi del suo maestro quanto quella di Hobbes, che guerra e scambio non si pongono ne in una relazione di continuità ne tanto meno in un rapporto di esclusione vicendevole; questo perchè la società primitiva è allo stesso tempo il luogo dello scambio e il luogo della guerra. Infatti se da una parte Hobbes definiva la società primitiva come il luogo della guerra diffusa di tutti contro tutti, escludendo di fatto la dimensione dello scambio, Levi-Strauss compie lo stesso errore nel definire la società primitiva come il luogo privilegiato dello scambio di tutti con tutti, escludendo a sua volta la dimensione della violenza e della guerra. Clastres arriva ad un sintesi ben chiara: lo scambio e la guerra si pongono su di un piano di discontinuità radicale, evitando in questo modo di commettere l’errore di coloro che l’han preceduto, ossia la confusione dei differenti piani sociologici nei quali si manifestano e agiscono i due fenomeni.

Oltre all’universalità della guerra all’interno delle società senza stato, un altro dato empirico ha sempre trovato grande spazio e ampi riscontri, tanto nei resoconti etnografici quanto nei racconti di missionari, conquistatori ed esploratori: l’estrema frammentazione della società primitiva, motivo che si è sempre visto come causa strutturale della frequenza della guerra e dell’ostilità. Clastres arriva però a sostenere che non è assolutamente la guerra ad essere effetto della frammentazione, bensì la frammentazione a generarsi dalla guerra, di cui è sostanzialmente il fine ultimo. Il fenomeno della guerra primitiva dunque appare come mezzo per un fine ben preciso, voluto e ricercato, ovvero la frammentazione estrema della società primitiva.

A contrapporsi alla natura frammentata di queste società, troviamo però altrettanti riscontri che dimostrano come la comunità primitiva fosse mancante di tutte quelle caratteristiche fondanti le società statuali come gerarchie, lavoro alienato, governi o classi, e dunque indivisa perchè impediva e non conosceva la divisone sociale tra dominati e dominanti o tra sfruttati e sfruttatori. E’ proprio partendo da questa natura indivisa che la società primitiva può pensare se stessa come un “noi”, ovvero come una totalità. Tornando dunque alla dimensione della violenza primitiva, Clastres nota come la possibilità della guerra è presente nell’essere stesso della società primitiva in quanto ogni comunità vuole affermare la propria autonomia e la propria indipendenza come totalità una.

Arriviamo ad un punto di svolta importante nell’analisi di Clastres, ossia il momento in cui dimostra come impossibili tanto l’ipotesi dell’amicizia generalizzata fondata sullo scambio proposta da Mauss, quanto l’ipotesi dell’ostilità generalizzata presentata da Hobbes, perchè entrambe portano allo stesso esito: la negazione stessa della società primitiva come totalità una e unità omogenea. Da una parte infatti l’ipotesi dell’amicizia generalizzata entra in contraddizione netta con il desiderio e la volontà di ogni comunità di esprimersi e affermarsi in quanto totalità una, poichè farebbe emergere relazioni di dipendenza “economica” che distruggerebbero l’ideale autarchico primitivo. Dall’altra parte la tesi dell’ostilità generalizzata, porterebbe all’istituzione di quella relazione politica di dominio e potere del vincitore sul vinto, relazione che la società primitiva cerca in tutti i modi di impedire.

La guerra primitiva deve essere quindi vista come la causa ed il mezzo di un fine ben preciso, di un finalità di carattere politico, ossia la frammentazione della società primitiva. Come abbiamo già detto nell’introduzione, interrogarsi sul perchè i Selvaggi fanno la guerra equivale a interrogarsi sull’essere stesso della loro società. La guerra all’interno del funzionamento della società primitiva dunque ha come funzione principale quella di mantenere indiviso il corpo sociale. Bisogna difatti pensare alla comunità primitiva al contempo come totalità, in quanto insieme autonomo e attento a preservare tale autonomia, e unità, ovvero che rifiuta la divisione sociale tra chi comanda e chi obbedisce e l’emergere della disuguaglianza economica. Questi due elementi sottolineano il carattere politico della società primitiva, ovvero il suo essere sostanzialmente indivisa.

La società primitiva funziona in modo tale da rendere impossibile l’emergere di quel malecontre che è l’inuguaglianza, lo sfruttamento, l’alienazione produttiva e la divisione sociale; la società primitiva è nel suo stesso essere indivisa in quanto ignora e impedisce la comparsa, l’emergere della divisione sociale tra chi sfrutta e chi viene sfruttato, tra chi detiene il potere e chi è condannato solamente all’obbedienza, tra chi possiede e chi non possiede. Dunque è solo attraverso la guerra che si mantiene invariato l’essere sociale primitivo in quanto totalità una e unità omogenea. Se dovessero difatti emergere relazioni di comando-obbedienza e la divisione del corpo sociale in dominati e dominanti, si decreterebbe la morte della società primitiva stessa.


 

Breve bibliografia di testi che ho consultato e che mi hanno dato l’ispirazione per la stesura del seguente articolo:

BARCLAY Harold, Lo Stato

CLASTRES Pierre, Archeologia della Violenza

CLASTRES Pierre, L’Anarchia Selvaggia, Eleuthera

LEVI-STRAUSS Claude, Guerra e Commercio tra gli Indiani dell’America del Sud; Le Strutture Elementari della Parentela