“Il Dovere di Parola” – P.Clastres

 

“Parlare presuppone anzitutto il potere di parlare, o meglio, l’esercizio del potere assicura il dominio della parola: soltanto i signori possono parlare; ai sudditi il silenzio del rispetto, della venerazione e del terrore. Parola e potere intrattengono rapporti tali che il desiderio dell’una si realizza nella conquista dell’altro. Principe, despota o capo di Stato, l’uomo di potere è sempre non solo l’uomo che parla, ma la sola fonte di parola legittima: parola immiserita, parola povera, certamente, ma ricca d’efficacia, perchè si chiama comando e non vuole che l’obbedienza dell’esecutore. Potere e parola, estremi, ciascuno per sè, inerti, non sussistono che l’uno nell’altro, ciascuno è sostanza dell’altro e se il perdurare della coppia sembra trascendere la Storia, ne alimenta tuttavia il movimento: si dà evento storico quando, abolito ciò che li separa e li condanna, quindi, all’inesistenza, potere e parola si instaurano nell’atto stesso del loro incontro. Ogni presa di potere è anche acquisto di parola.

S’intende che tutto ciò concerne in primo luogo le società fondate sulla divisione: padroni-servi, signori-sudditi, dirigenti-cittadini. Il segno primordiale di questa divisione, il suo luogo privilegiato di manifestazione, è il fatto massivo, irriducibile, forse irreversibile, di un potere avulso dalla società nel suo insieme, poichè soltanto alcuni dei suoi membri lo posseggono, di un potere che, separato dalla società, si esercita su di essa e, all’occorrenza, contro di essa. Ciò a cui ci riferiamo è l’insieme delle società statuali, dai dispotismi più arcaici ai più moderni Stati totalitari, passando attraverso le società democratiche il cui apparato statale, per quanto liberale, rimane nondimeno il lontano possessore della violenza legittima.

Vicinato, buon vicinato, della parola e del potere: suona chiaro ai nostri orecchi da gran tempo avvezzi a intendere quella parola. Nè si può disconoscere questo insegnamento decisivo dell’etnologia: il mondo selvaggio delle tribù, l’universo delle società primitive, o anche (è la stessa cosa) delle società senza Stato, offre stranamente alla nostra riflessione questa alleanza già individuata, ma nelle società statuali, fra il potere e la parola. Sulla tribù regna il capo, il quale regna altresì sulle parole della tribù. In altre parole, e particolarmente nel caso delle società primitive amerindiane, gli Indiani, il capo (l’uomo di potere) detiene anche il monopolio della parola. Fra i selvaggi non si deve domandare: chi è il vostro capo? bensì: chi fra voi è colui che parla? Signore delle parole: così molti gruppi chiamano il loro capo.

Sembra dunque impossibile concepire separatamente il potere e la parola poichè il loro legame, chiaramente metastorico, non è meno indissolubile nelle società primitive che nelle formazioni statuali. Sarebbe tuttavia poco rigoroso fermarsi ad una determinazione strutturale di questo rapporto. Infatti la divisione radicale che attraversa le società, reali o possibili, secondo che siano con o senza Stato, non può non interessare il modo in cui potere e parola risultano connessi. Come si presenta questa connessione nelle società senza Stato, ce lo mostra l’esempio delle tribù amerindiane.

Qui si manifesta una differenza, la più evidente e, nello stesso tempo, la più profonda, nella coniugazione della parola e del potere: se nelle società statuali la parola è il diritto del potere, nelle società senza Stato, al contrario, essa è il dovere del potere. O, in altri termini, le società amerindiane non riconoscono al capo il diritto di parola perchè egli è il capo, ma esigono dall’uomo destinato ad essere capo che egli dia prova del suo dominio sulle parole. Parlare è, per il capo, un obbligo assoluto: la tribù vuole ascoltarlo: un capo silenzioso non è più capo.

Ma non ci si inganni: non si tratta del gusto, pur cosi vivo fra i selvaggi, per i bei discorsi, per il talento oratorio, per la magniloquenza. Non è questione di estetica, ma di politica. Nell’obbligo imposto al capo di essere uomo di parola, traspare infatti tutta la filosofia politica della società primitiva, si manifesta il vero spazio che vi occupa il potere – spazio che non è quello che si potrebbe credere. Ed è la natura di questo discorso, alla ripetizione del quale vigila scrupolosamente la tribù, è la natura di questa parola autorevole, che ci indica il luogo reale del potere.

Che cosa dice il capo? Che cos’è una parola di capo? E’, anzitutto, un atto ritualizzato. Quasi sempre il leader si rivolge al gruppo quotidianamente, all’alba o al crepuscolo. Disteso sulla sua amaca, o seduto vicino al fuoco, egli pronuncia ad alta voce l’atteso discorso. E la sua voce ha certo bisogno di potenza, per riuscire a farsi intendere. Nessun raccoglimento infatti, quando parla il capo, nè silenzio, ma ciascuno continua tranquillamente, come se niente fosse, ad attendere alle sue occupazioni, La parola del capo non è detta per essere ascoltata. Paradossalmente, nessuno presta attenzione al discorso del capo; o meglio, si finge la disattenzione. Se il capo, come tale, deve sottostare all’obbligo di parlare, le persone a cui egli si rivolge non sono invece tenute che a far mostra di non ascoltarlo.

E, in certo senso, non vi perdono, se così si può dire, nulla. Perchè? perchè il capo, nella sua prolissità, non dice letteralmente nulla. Il suo discorso consiste, quanto all’essenziale, in una celebrazione ripetuta più volte, delle norme di vita tradizionali: “I nostri avi si trovarono bene vivendo come vivevano. Seguiamo il loro esempio e in questo modo condurremo insieme un’esistenza pacifica”. Ecco pressapoco a che cosa si riduce un discorso di capo. Si comprende allora come esso non susciti alcun interesse in coloro a cui è rivolto.

Che cosa significa in questo caso parlare? Perchè il capo della tribù deve parlare proprio per non dire nulla? A quale domanda della società primitiva risponde questa parola vuota, che emana dal luogo del potere visibile? Vuoto è il discorso del capo appunto perchè non è discorso di potere: il capo è separato dalla parola, perchè è separato dal potere. Nella società primitiva, nella società senza Stato, il potere non si trova presso il capo: perciò la sua parola non può essere parola di potere, d’autorità, di comando. Un ordine è proprio ciò che il capo non può impartire, il tipo di pienezza rifiutato alla sua parola. Di là dal rifiuto d’obbedienza, che seguirebbe immancabilmente a un tale tentativo da parte di un capo dimentico del proprio dovere, non tarderebbe a porsi il rifiuto di riconoscimento. Il capo così folle da pensare, non tanto di abusare di un potere che non possiede, quanto all’uso stesso del potere, il capo che vuole fare il capo, viene abbandonato: la società primitiva è il luogo del rifiuto di un potere separato, perchè essa stessa, e non il capo, è il luogo reale del potere.

La società primitiva sa, naturalmente, che la violenza è l’essenza del potere. E in questo suo sapere è radicata la preoccupazione di mantenere costantemente separati il potere e l’istituzione, il comando e il capo. Il campo stesso della parola assicura la demarcazione e traccia la linea di confine. Costringendo il capo a muoversi nell’elemento della parola, cioè nell’estremo opposto della violenza, la tribù si assicura che tutte le cose restino al loro posto, che l’asse del potere si volga sul corpo esclusivo della società, e che nessuno spostamento delle forze possa mai coinvolgere l’ordine sociale. Il dovere di parola del capo, quel flusso costante di parola vuota che egli deve alla tribù, è il suo debito infinito, la garanzia che impedisce all’uomo di parola di diventare uomo di potere.”

“Il Dovere di Parola” è un saggio scritto da Pierre Clastres, apparso inizialmente nell’autunno del 1973 in “Nouvelle revue de psychanalyse”.

I Fuegini della Terra del Fuoco – Tra Comunismo Primitivo, Evoluzionismo e Genocidio

La perfetta uguaglianza fra gli individui nelle tribù fuegiane, ritarderà per lungo tempo la loro civilizzazione…Nella Terra del Fuoco, fino a quando non verrà qualche capo con poteri sufficienti per assicurare qualsiasi vantaggio acquistato, come l’addomesticamento degli animali, sembra difficilmente possibile che la condizione politica del paese possa migliorare. Oggi, anche un pezzo di panno dato a un singolo individuo è diviso a brandelli e distribuito e nessuno diventa più ricco di un altro. D’altra parte, è difficile comprendere come possa sorgere un capo fino a quando non vi sia una proprietà di qualche genere, con la quale egli possa manifestare la sua superiorità e aumentare il suo potere. Credo che in questa parte estrema dell’America meridionale l’uomo viva in uno stato di civiltà inferiore a quella di qualsiasi altra parte del mondo

Questa è una delle tante descrizioni scritte con toni denigratori da Darwin intorno alla prima metà dell’800 in merito alle condizioni di vita degli indigeni della Terra del Fuoco. Una descrizione che rientra perfettamente nel contesto storico dell’epoca caratterizzato dall’egemonia del paradigma antropologico evoluzionista e dalla visione etnocentrica europea. Gli evoluzionisti partivano dal presupposto che la cultura umana fosse una sola e che si fosse sviluppata progressivamente nel tempo, seguendo la stessa sequenza di sviluppo presso tutte le popolazioni presenti sulla terra. L’idea che sta alla base del paradigma evoluzionista è quella secondo la quale i differenti popoli, nel loro cammino evolutivo, hanno percorso o stanno ancora percorrendo degli stadi culturali fissi, identici e comuni, che li avrebbero permesso di raggiungere lo stadio finale incarnato dalla civiltà rappresentata dalla società europea dell’800. In questo modo gli evoluzionisti, partendo dal concetto di progresso, poterono applicare la legge evolutiva (e qui si torna a Darwin) a tutte le culture umane, evidenziando il presunto stadio di arretratezza di tutti gli altri popoli rispetto alla civiltà europea e alla cultura occidentale, uno stadio di arretratezza e primordiale che la società occidentale aveva già da parecchio tempo superato.

Ma, come ci ha insegnato l’antropologia attraverso il paradigma del relativismo culturale, “in realtà ogni cultura è il prodotto di una storia particolare che deve essere ricostruita nella sua specificità” (citando direttamente l’antropologa Angela Biscaldi); quindi il riconoscimento della particolarità e della specificità delle culture, nonchè della loro pluralità, va a scontrarsi e a smentire inesorabilmente la teoria evoluzionista-etnocentrica fondata sull’ideologia del progresso (ideologia specifica della cultura occidentale) che oltre a non riconoscere la valenza delle differenze culturali, vedeva nelle altre culture solamente una testimonianza di stadi evolutivi che la società occidentale aveva già superato.

Dopo questo lungo excursus meramente tecnico sul paradigma antropologico evoluzionista, che mi permette di inserire la testimonianza sopracitata in un contesto storico-intellettuale ben preciso e che permette al lettore di comprendere l’approccio di Darwin verso gli indigeni, vorrei iniziare a parlare dell’argomento principale di questo articolo, ossia i Fuegini della Terra del Fuoco, prendendo come punto di partenza l’omonimo libro dello scrittore  Riccardo Ianniciello.

Tra i gruppi di cacciatori-raccoglitori di indigeni fuegini, che si stima fossero dodicimila all’inizio dell’Ottocento, si possono distinguere quattro etnie: gli Yamana e gli Alacaluf, definiti i fuegini marittimi poichè stanziati nelle isole occidentali della Terra del Fuoco; i Selknam (chiamati anche Ona) si dividevano in due grandi gruppi, quello settentrionale (i kojuka) e quello meridionale, ed erano sostanzialmente definiti fuegini pedestri dediti alla caccia; infine nella penisola Matre vivevano gli Haush. Come tutte le culture umane di cacciatori-raccoglitori, anche i fuegini hanno dovuto far i conti con l’invasione e la brutale civiltà dell’uomo bianco, anche se loro rispetto ad altri popoli primitivi hanno forse avuto una sorte peggiore, essendo stati vittime di un sanguinoso genocidio che ha decretato la scomparsa di questi popoli.

Oltre alle testimonianze, infarcite di inesattezze antropologiche e pregiudizi etnocentrici, lasciate da Darwin durante i suoi viaggi a bordo della Beagle verso l’estremo lembo del Sud America, ritengo importante riportare anche una testimonianza di un altro personaggio caro all’antropologia, James Cook, che nel gennaio 1769 incontra per la prima volta un gruppi di Haush. Cook parla di loro in questi termini: <<Non siamo riusciti a scoprire se avevano un capo o alcuna forma di governo… in una parola forse sono le creature più miserabili che vi siano oggi sulla terra>>. Ricorrono spesso nelle testimonianze e nelle descrizioni di Darwin e Cook, così come di altri, termini quali “creature abbiette”, “miserabili”, “vendicativi”, “menzogneri”, “irosi”, “razza mezza morta di fame”, tutti termini che danno un chiaro esempio dell’approccio evoluzionista ed etnocentrico sviscerato all’inizio di questo articolo.

Riprendiamo ora la testimonianza iniziale di Darwin; quest’ultimo, oltre a considerare i fuegini come esseri miserabili ed abbietti, accusa la loro perfetta uguaglianza sociale, che si tramuta in una forma di comunismo primordiale, di esser la causa dell’impossibilità della loro evoluzione verso la civiltà. La visione fortemente critica dell’estrema uguaglianza e dell’assenza di divisione gerarchica della società fuegina di Darwin è influenzata da tutti quei valori tipici della società e della cultura europea dell’epoca e che sono tutt’ora la base fondante dell’attuale concezione sociale, politica ed economica dell’Occidente, ossia l’accumulazione di beni, la proprietà privata, la divisione della società in classi, la gerarchia tra governanti e governati e lo sfruttamento. Questi presunti valori tipicamente occidentali erano però estranei alle comunità primitive, in particolare ai fuegini, i quali al contrario si dimostrarono capaci di sviluppare una reale uguaglianza interna alla comunità, base perfetta per la possibilità di una organizzazione sociale definibile senza troppi problemi come “comunismo primitivo”.

Avviandoci verso la conclusione di questo articolo, penso sia utile, per ricollegarmi alla condizione di estrema uguaglianza sociale delle società fuegine e alla concezione di “comunismo primitivo”, riprendere la tesi di Pierre Clastres secondo la quale le società selvagge e primitive non sono affatto società immature ed arretrate poichè caratterizzate dall’assenza di una autorità politica, di divisione e di una gerarchia sociale tra governanti e governati e di una entità statuale. Al contrario questi insiemi sociali indivisi, resistendo e opponendosi ad ogni possibile forma di accumulazione e di accentramento di potere nelle mani di uno o pochi individui che provocherebbe la disuguaglianza interna al corpo sociale, scelgono volontariamente in realtà non di essere senza ma contro lo Stato.

Per concludere, come già sottolineato sopra, le quattro differenti etnie in cui si suddividono gli indigeni fuegini della Terra del Fuoco sono state vittime di un brutale genocidio perpetuato ai loro danni dagli immigrati europei che giunsero in quella regione a partire dalla metà dell’Ottocento. I “miserabili” indigeni costituivano un ostacolo per gli interessi dei pionieri europei in quelle terre, perciò l’unica soluzione possibile agli occhi dell’uomo bianco era quella di perseguitarli e sterminarli. Citando direttamente la testimonianza di Gusinde, sacerdote famoso per le sue opere etnografiche riguardanti gli indigeni della Terra del Fuoco, si conclude questo articolo: <<La presa con la forza, il furto delle terre, prima invase e poi occupate dai civilizzatori, tolse agli aborigeni qualsiasi mezzo di sussistenza. L’indio patagonico indifeso fu cacciato dalla sua terra sulla quale aveva titoli legittimi. L’avidità e l’inumanità dell’uomo civilizzato arrivò ad un tale livello di bassezza tanto che le teste degli aborigeni costituirono per l’uomo bianco un articolo commerciale…>>. La tragica vicenda dello sterminio degli indigeni fuegini per mano dell’uomo “civilizzato” bianco rappresenta così una delle pagine più cruente scritte nella storia della colonizzazione e della civilizzazione forzata dei popoli primitivi di cacciatori-raccoglitori.

Resistenze Indigene – La Disastrosa Missione Flatters e i Tuareg

Quest’oggi per la rubrica “Resistenze Indigene” si parlerà di un evento che diede inizio alle spedizioni coloniali francesi nelle regioni sahariane e che si trasformò, come si evince dal titolo, in quella che è passata alla storia come la disastrosa missione Flatters. Perché disastrosa? Procediamo con ordine.

La missione Flatters prende il nome dal colonnello Flatters (appunto) il quale, nel 1880, fu incaricato dal governo francese di compiere delle esplorazioni nelle regioni sahariane dell’Algeria e del Sudan francese (l’attuale Mali) attraverso cui sarebbe dovuta passare la linea ferroviaria transahariana. Non essendo riuscito a raggiungere durante la prima spedizione la zona dell’Hoggar, Flatters ripartì per una seconda missione nel Sahara che però, questa volta, si concluse tragicamente.

                               (Assassinio del colonnello Flatters per mano Tuareg – 16 febbraio 1881)


Infatti nel febbraio del 1881 il corpo di spedizione della seconda missione Flatters si imbatté in un gruppo di guerrieri Tuareg a nord dell’Hoggar che massacrarono sia i soldati francesi sia le loro guide chaamba (popolo nomade del Sahara settentrionale e nemico storico dei Tuareg). Il gruppo guerriero Tuareg era guidato dall’amenoak (“capo”) Ahitagel mosso da un forte sentimento antifrancese e anticoloniale. Ahitagel aveva deciso di reagire alle “invasioni” francesi imbracciando le armi perché vedeva nella missione Flatters una spedizione militare al fine di colonizzare il Sahara e il popolo Tuareg, piuttosto che una spedizione dal carattere geografico in vista della costruzione della ferrovia transahariana.

Inoltre Ahitagel sosteneva che l’arrivo di queste missioni avrebbe comportato l’inizio della pesante e violenta colonizzazione francese del Sahara e, di conseguenza, del popolo Tuareg. È utile sottolineare anche il fatto che i Tuareg reagirono violentemente perché sapevano che il progetto di costruzione della ferrovia transahariana avrebbe danneggiato il commercio carovaniero tipico delle comunità nomadi della regione.

Per concludere si evidenzia come, inevitabilmente, la disfatta della missione Flatters ebbe la conseguenza di ritardare di una ventina d’anni la colonizzazione francese del Sahara e quella problematica del popolo e delle tribù Tuareg proprio perché la Francia, inizialmente, si rifiutò di sacrificare altri soldati per la conquista di un territorio ritenuto senza valore e per la dominazione di un popolo così bellicoso, ostile e abile militarmente; ritardare ma non evitare la colonizzazione ed il dominio francese sul Sahara e le sue genti che ebbe come maggior conseguenza il crollo del mondo Tuareg e della loro società tradizionale. La disastrosa missione Flatters verrà poi vendicata nel 1902 dai francesi nella sanguinosa battaglia di Tit (che sarà argomento di un altro articolo correlato a questo) con la quale riprese la penetrazione coloniale francese nel Sahara e a danno del popolo Tuareg.

A Proposito di Comunismo Originario, Spazio Comune e Proprietá Privata

Gli Yanomami dell’Alto Orinoco, regione situata tra Brasile e Venezuela, sono organizzati in tribù di 300-400 unità e non vivono in vere e proprie case come siamo soliti intenderle oggigiorno noi in Occidente; infatti loro tendono a sviluppare la vita della comunità in uno spazio comune chiamato shapuno. Ma cos’è uno shapuno?

Uno shapuno è una grande tettoia dalla forma circolare con lo spiovente rivolto verso l’esterno e disposta attorno ad uno spiazzo. In questo spazio comune si svolgono tutti i lavori necessari alla comunità, cosi come comuni sono i prodotti del lavoro, della caccia e della coltivazione-raccolta. Alla base di questa pratica di condivisione dei prodotti del lavoro c’è una “legge” rituale interna alla comunità secondo la quale nessun membro della tribù può consumare il cibo che produce o che caccia, ma deve condividerlo con gli altri membri; si sviluppa in questo modo un processo di collettivizzazione dei prodotti delle fatiche individuali e comunitarie della tribù. Inoltre è importante evidenziare che, come dimostrato da svariate ricerche etno-antropologiche, gli Yanomani, al pari di molti altri popoli dediti ancora principalmente alla caccia e alla raccolta, dedicano al lavoro per il proprio sostentamento circa 2 giorni a settimana, che significa non più di 4/5 ore al giorno. Questo perché, come già evidenziato in passati articoli, all’interno della società dei popoli “primitivi” il surplus di prodotti creato da un surplus di lavoro è totalmente inutile e contrario alle necessità della comunità.

All’interno dello shapuno lo spazio è suddiviso per nuclei famigliari, anche se la maggior parte di esso è organizzato per la vita sociale della comunità intera. Verso l’esterno che da sulla foresta, chiuso da una parete, troviamo lo spazio esclusivamente famigliare; verso l’area centrale lo spazio è di tutti, quindi comune e addirittura aperto anche a membri di altre tribù che si trovano a passare per il villaggio Yanomani per motivi di caccia o viaggio.

Come ben evidenziano gli Yanomani e la loro struttura abitativa, lo shapuno, prima che si sviluppasse la proprietà privata, l’unica costante delle società era la vita comune e la condivisione non solo degli spazi, ma anche delle attività di lavoro e dei prodotti di tali attività. Questa situazione comune alla maggior parte delle comunità e ai popoli primitivi (e per primitivi si intende quei popoli che si contrappongono all’idea occidentalecentrica di civiltà e progresso) può essere definito “comunismo originario”.

Le societá di classe (come la nostra) annullano le forme sociali e comunitarie precedenti alla comparsa della proprietá privata. Ed è proprio qui che subebtra la domanda che andrà a concludere questo breve articolo: La società di oggi, o meglio ancora quella di domani, potrà re-impossessarsi delle modalità abitative tipiche del “comunismo primordiale” superando la propria specificità di classe tramite l’abbattimento della struttura capitalistica che divide il corpo sociale tra chi detiene i mezzi di produzione e chi vende la propria forza lavoro?

(Entrambe le immagini sono prese dal sito ArchEyes)

Addio a Ugo Fabietti, ha insegnato l’antropologia a tutti

Riporto il comunicato scritto da ANPIA (Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia) in merito alla scomparsa del famoso antropologo italiano Ugo Fabietti avvenuta il 7 di maggio. Riporto questo comunicato per ricordare uno dei primi antropologi che ho avuto la fortuna di conoscere e di studiare, ringraziandolo per il suo impegno rivolto verso il sapere antropologico e per la passione dimostrata nei confronti della disciplina antropologica. Dopotutto è anche merito, indiretto, di Ugo Fabietti se questo blog è stato creato ed esiste.

“Ci ha lasciati Ugo Fabietti antropologo e docente di antropologia culturale. Con Fabietti il primo impatto con la storia dell’antropologia, grazie ai suoi numerosi contributi scritti sulla storia e le interpretazioni antropologiche.

Per l’antropologia ha condotto ricerche nel deserto del Gran Nefud (Arabia Saudita), ha compiuto ricerche nel Pakistan del sud-ovest. Per l’accademia ha insegnato e coordinato programmi di dottorato e soprattutto ha insegnato a tutti l’antropologia culturale.

Con il Fabietti abbiamo affrontato le prove accademiche e quelle di campo, lo abbiamo ripreso dalla libreria per chiarire un dubbio e in modo familiare abbiamo ritrovato una risposta tra le parti sottolineate.

Oggi viene a mancare, e ripercorriamo un po’ tutti il percorso che abbiamo cominciato con l’antropologia nella nostra vita, le strade che abbiamo preso, le difficoltà che superiamo da quella prima scelta a oggi, alla conferma che quotidianamente compiamo nel mondo del lavoro.

Oggi ripensiamo che tutti siamo partiti da lì.

Grazie prof. Fabietti.

Le antropologhe e gli antropologi di ANPIA”