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È uscito il numero 58 di Nunatak, rivista di storie, culture e lotte della montagna!

È uscito recentemente il nuovo numero di Nunatak, rivista di storie, culture e lotte della montagna. Nunatak, per chi non dovesse conoscerla, è una rivista pluridecennale autoprodotta e stampata in proprio presso la Biblioteca Popolare Rebeldies di Cuneo ed è una pubblicazione trimestrale, quindi un numero per stagione. “Nunatak” è un termine originario della lingua dei popoli nativi dell’artico usato per identificare le formazioni rocciose che spuntano dai ghiacci della Groenlandia e di tutta la regione artica. Citando direttamente la redazione della rivista <<dinanzi al dilagare degli scempi sociali ed ecologici prodotti dalla società della Merce e dell’Autorità, le montagne della Terra tornano ad essere lo spazio della resistenza e della libertà. Affinchè una vita meno alienata e meno contaminata possa, giorno dopo giorno, scendere sempre più a valle>>.

Arrivati a questo punto forse vi starete chiedendo il perchè di questo articolo su Nunatak e la risposa è molto semplice. Mesi fa girai ai/alle compagni/e della redazione di questa rivista, che leggo ormai da tantissimi anni, un mio articolo, già apparso su questo blog in una veste differente, intitolato “Forme dell’abitare come armi coloniali. Il caso degli Inuit (in Canada e Groenlandia)”.

Forme dell’abitare e alcool come armi coloniali. Il caso degli Inuit e dei Sami.

Con mia estrema gioia, mista a sorpresa e soddisfazione, la redazione di Nunatak decise di pubblicarlo sul numero 58 dell’Autunno 2020, numero che finalmente ho tra le mani e posso sfogliare. Il numero 58 è ricco di articoli che trattano tematiche differenti, con argomenti che spaziano dalle tecniche e conoscenze per la lavorazione del legno seguendo i cicli lunari ed astrali a temi di attualità come il conflitto armeno-azero nel Caucaso. L’articolo che però ritengo più interessante e attuale, soprattutto in questi giorni in cui è avvenuta la prima scalata invernale al K2 della storia, è sicuramente “La montagna? Una cosa troppo seria per lasciarla agli alpinisti”, analisi critica dell’alpinismo occidentale come strumento e/o retaggio coloniale, con tutta la sua retorica e le sue narrazioni infarcite di termini quali “conquista” e “spedizioni”, sottolineando i rapporti estremamente asimmetrici dei ricchi alpinisti occidentali con le popolazioni locali e l’impatto ecologico-ambientale di un’attività turistica ormai di massa. Fatto questo  riassunto-introduzione per stuzzicare il vostro interesse nei confronti di Nunatak, vi lascio all’interessante editoriale che accompagna il numero 58 fresco di stampa e pubblicazione. Buona lettura!

“Non siamo scrittori. Non siamo alpinisti. Non siamo agricoltori o consumatori. Non siamo ecologisti, amministratori, attivisti politici. Non dedichiamo il tempo libero, di lavoro o del dopo-lavoro al cambiamento, all’alternativa, alla rivoluzione di domani.

Minuto per minuto cerchiamo il senso complessivo di ciò che siamo, di ciò che facciamo, di ciò che desideriamo. Il tempo è ora, non ce n’è un altro.  L’organizzazione sociale cui siamo sottoposti crea delle necessità a cui è difficile sottrarsi. Siamo utilizzatori più o meno passivi di energia, carburanti, tecnologie, armi, risorse. Siamo dipendenti, anche concettualmente, da ciò che ci avvelena.  Per essere disposti ad abbattere ciò che ci nutre ma contemporaneamente ci uccide, dobbiamo essere in grado di desiderare altro. Dobbiamo dare corpo a questo desiderio perchè solo così sapremo per cosa lottiamo e sapremo cercarlo, ricostruirlo fronte agli stravolgimenti in corso. 

Che la vita nelle metropoli fosse insostenibile lo abbiamo sempre detto. Ora lo hanno visto tutti, con l’esodo dei poveri verso i villaggi e con quello dei benestanti verso le villette con giardino. Fronte al più elementare dei bisogni dell’umanità, non morire di fame e malattia, la civiltà metropolitana non si è dimostrata molto più attrezzata delle precedenti. Questa civiltà sta crollando. Non sappiamo quanto durerà questa agonia, quel che è certo è che la sua caduta non sarà indolore. La violenza e la brutalità che dilagano, sono il prezzo per assicurare i privilegi di una minoranza sempre più risicata. E la sottomissione di tutti gli altri. Ci siamo dentro, che ci piaccia o no. Si tratta di scegliere da che parte stare e di capire come starci.

Durante il precedente confinamento coatto, anche nell’occidente ricco molti si sono chiesti se valesse ancora la pena pagare il prezzo per l’accesso ai benefici forniti dal sistema, se questo non fosse troppo alto, soprattutto nelle città. Molti l’hanno ammesso candidamente: che bello stare in casa, invece che ammazzarsi per portare a casa uno stipendio. Ma stare a casa è un lusso che non tutti possono permettersi, e ora, in questo secondo confinamento in cui l’unica libertà rimasta è quella di rischiare di morire per andare a lavorare, qualcuno ha compreso che il gioco non vale più la candela, e ha preferito prendersi le cose dove sono, nelle vetrine del centro città. La maschera di un sistema dove dicono basti lavorare per avere accesso ai beni, è caduta. E se certo non sarà una borsa di Gucci espropriata che ci cambierà la vita, la fine dell’adesione ideologica al sistema e alle sue regole, questo si che è un bel passo avanti. Ora, verrebbe da dire, bisognerebbe solo capire quali “beni” sono bene e quali no.

Per quanto ci riguarda, il confinamento precedente ha confermato tanto l’importanza di avere alimenti, quanto la necessità primaria di poter continuare tutte le attività sociali, ludiche, culturali, di lotta, che nella nostra giornata si mischiano inevitabilmente e diventano tempo e forma di vita. Il confinamento ha rafforzato le comunità in cui viviamo, permettendoci di dedicare loro più tempo.

Non possiamo relegare al tempo libero o al dopo-lavoro la creazione di basi di resistenza a questo sistema. Non c’è liberazione possibile nella dipendenza, nè tanto meno libertà. Non c’è autonomia di pensiero, di azione, di parola se non c’è autonomia materiale. Non riusciremo neanche a concepire contro cosa e in che modo dovremo batterci, privi di tale autonomia.

Casa, cibo, salute, relazioni… tali sono le più significative armi di ricatto e di compravendita cui siamo sottoposti. Tentate un’emancipazione in tal senso è anche immaginare cosa significhi materialmente il mondo che cerchiamo, è una millimetrica ma importante sottrazione di risorse e competenze all’esproprio che subiamo. Senza creare nicchie, isole felici o collettivi politici senza anima. Riunendo tempo di lavoro, di vita e di lotta. Perchè questo sia tempo di vita vissuto e non sottratto a quello che vogliamo essere. Altrimenti non potremo creare nulla di diverso dal conosciuto.”

Per chi volesse leggersi tutti i numeri pubblicati fino ad oggi, gli arretrati di Nunatak sono disponibili in formato pdf su https://nunatak.noblogs.org/.

Distruggere la Merce, Saccheggiare l’Esistente

La lotta degli operai contro la merce è il vero punto di partenza della rivoluzione. Essa fa vedere chiaramente come il piacere di essere se stessi e di gioire di tutto passa attraverso il piacere di distruggere in modo totale ciò che ci distrugge ogni giorno. (Raoul Vaneigem)


Ho già trattato sulle pagine di Nulmal della pratica del saccheggio nell’articolo “In Difesa del Saccheggio”, nel quale proponevo la traduzione di alcuni estratti di un testo scritto da Vicky Osterweil in cui, non solo viene analizzata tale pratica in un’ottica estremamente approfondita, ma se ne riconosce e sottolinea una sua validità storica e politica. Oggi torno a concentrarmi sul saccheggio della merce (e anche della sua distruzione), vedendo un collegamento diretto con altri importanti momenti di rivolta a sfondo razziale come i riots che hanno incendiato il quartiere di Watts a Los Angeles nell’agosto del 1965 e successivamente la zona di South Central sempre a L.A. nella primavera del 1992, i quali mostrano un continuum interessante con quanto successo in seguito all’omicidio di George Floyd per mano poliziesca. Perché dare così tanta attenzione alla pratica del saccheggio? Per la sua attualità e per il suo ruolo, ovvero quello di negare l’economia mercantile-capitalistica e il suo spettacolo, perchè manifesta il desiderio di riappropriarsi del tempo libero rubatoci dal lavoro salariato e del plusvalore che ci viene sottratto, nonché di imporre una discontinuità radicale con le relazioni sociali regolate unicamente dalle categorie del consumo e del profitto. Perché, in fin dei conti, il saccheggio, e in una relazione di continuitá e/o compresenza, la distruzione della merce, sono pratiche intrinsecamente rivoluzionarie in quanto mettono in discussione l’assunto principale su cui si basa il capitalismo, ovvero la proprietà privata.

In difesa del saccheggio (di Vicky Osterweil)

Distruzione della merce e saccheggio si manifestano dunque come pratiche spesso in continuità o contemporaneità, una relazione traducibile in quella tensione che oscilla tra la distruzione dell’esistente o la sua riappropriazione. Se da una parte si saccheggiano i grandi centri di distribuzione, i supermercati, i centri commerciali per riappropriarsi e servirsi liberamente della merce, dall’altra nei momenti di insurrezione e rivolta possiamo spesso notare un’attacco diretto volto a dare alle fiamme la merce stessa e i templi del consumo, o ancora utilizzare la merce saccheggiata per costruire barricate con cui difendersi dalla repressione poliziesca o per modificare, secondo i propri desideri, l’urbanistica e l’organizzazione degli spazi urbani. Proprio come in un potlatch kwakiutl, in fondo distruggere la merce o i beni accumulati manifesta il rifiuto della proprietà privata.

Le impetuoso rivolte e le oceaniche manifestazioni che hanno incendiato la società e le città statunitensi a seguito all’omicidio poliziesco di George Floyd, hanno rappresentato qualcosa di estremamente importante sia a livello di quantità che dal punto di vista della qualità. Partendo da rivendicazioni e tensioni antirazziste e di abolizione della polizia, il movimento Black Lives Matter così come forme più spontanee di organizzazione tra rivoltosi e di azioni, hanno portato a momenti in cui il livello del conflitto sociale è sembrato giungere ad un punto di impossibile ritorno a quella normalità anelata dall’economia capitalista-mercantile e dallo stato. Nessuna pacificazione sociale sembrava poter mettere freno alla gioia e alla rabbia degli insorti e degli oppressi finalmente divampate, la macchina dello spettacolo mercantile, e il tempo scandito da essa, era stata interrotta e con essa le sue relazioni mediate dal consumo, i suoi ruoli spettacolari di consumatori-produttori e le dinamiche di profitto. Il desideri e le tensioni individuali e collettive degli oppressi, in prevalenza non bianchi, sono tornati a prevalere sulla dimensione economica che sembra dominare le nostre esistenze in tempi di quiete e “normalità”.

Sarebbe però un grave errore pensare all’incendio della caserma di Minneapolis o all’esperienza della CHAZ di Seattle come qualcosa di assolutamente inedito all’Inter della storia statunitense e soprattutto all’interno della storia delle sommosse e delle rivolte delle persone nere e non bianche contro il razzismo strutturale e istituzionalizzato che attraversa l’intera società e cultura USA. È interessante da un punto di vista storico, quanto politico e addirittura antropologico, vedere in altri momenti di insurrezione e rivolta contro il razzismo poliziesco che hanno interessato la società statunitense un continuum di pratiche, tensioni, rivendicazioni, analisi e obiettivi con quanto successo nei mesi scorsi. E soprattutto soffermarci ancora una volta su come la pratica del saccheggio e della distruzione della merce, siano una costante nei momenti di rivolta contro l’esistente capitalista e la sua oppressione. Dopotutto come ha scritto qualcun* su un muro a Kenosha (Wisconsin), dopo l’ennesimo tentato omicidio di un afroamericano per mano poliziesca, “Avete rubato più di quanto noi potremmo mai saccheggiare”. Dunque contro l’alienazione dello spettacolo mercantile, saccheggiare l’esistente è l’unica possibilità che abbiamo per scuoterci di dosso la rassegnazione e prenderci il presente.

Saccheggiando le parole di Vaneigem: avete già provato il desiderio di bruciare una organizzazione commerciale di distribuzione (supermercato, magazzino di vaste dimensioni, deposito)? In sostanza noi siamo stufi delle apparenze, della noia e dell’essere spettatori; E noi lottiamo di già, coscientemente o no, per una società in cui la vera fine della merce è nel libero uso dei prodotti creati attraverso la fine del lavoro forzato. Contro il lavoro che impedisce l’abbondanza e produce solo il riflesso menzognero, noi vogliamo l’abbondanza che invita alla creatività e alle passioni. Contro l’oppressione della merce e del suo spettacolo, l’unica strada che si apre dinanzi ai nostri occhi non può essere altra che quella dell’insurrezione. Distruggiamo dunque la merce e saccheggiamo l’esistente capitalista-mercantile.


L’11 agosto del 1965 iniziarono, nel quartiere-ghetto multietnico e nero di Watts a Los Angeles, una serie di rivolte e disordini in seguito all’arresto per guida in stato di ebrezza di Marquette Frye, uomo afroamericano. Fin dalle prime ore dell’arresto, alcune persone nere iniziano a ritrovarsi fuori dalla questura per portare solidarietà all’arrestato e contestare l’operato della polizia, protestando contro il razzismo strutturale della società statunitense che regola(va) l’operato anche degli apparati repressivi dello stato. Nel giro di poche ore e centinaia di rivoltosi7e iniziano ad assaltare il dipartimento di polizia locale, mentre la madre e il fratello di Frye vengono arrestati con l’accusa di incitamento alla violenza e alla rivolta. I riots deflagrano presto in direzione dei saccheggi dei negozi e dell’incendio degli edifici, presi di mira in quanto simbolo dell’oppressione, dello spossessamento e della segregazione secolare subita dalla popolazione nera e non bianca negli Stati Uniti. Saccheggiare la merce e scontrarsi con la polizia rientrano dunque nello stesso schema spettacolare, in quanto, per dirla ancora una volta con Vanegeim, il poliziotto è il cane da guardia del sistema mercantile. Dove la menzogna della merce non basta più ad imporre l’ordine, egli esce col suo casco dalle cosce della classe o della casta burocratica dominante. 

L’accenno, estremamente parziale, alle rivolte di Watts vuole fungere da minimo contesto generale per permettere di comprendere al meglio l’estratto che andrete a leggere di seguito. Un frammento tratto direttamente da “Il declino e la caduta dell’economia mercantil-spettacolare” (in Internazionale Situazionisti, numero 10, marzo 1966) che analizza e si concentra sulla pratica del saccheggio della merca nel contesto dei sei giorni di rivolta che hanno interessato il distretto di Watts nell’agosto del 1965.


“Il saccheggio del quartiere di Watts ha manifestato la realizzazione più sommaria del principio bastardo «A ciascuno secondo i suoi falsi bisogni», i bisogni determinati e prodotti dal sistema economico che il saccheggio per l’appunto respinge. Ma nel momento in cui questa abbondanza viene presa in parola, raggiunta nell’immediato, e non più indefinitamente inseguita nella corsa del lavoro alienato e dell’aumento dei bisogni sociali differiti, i veri desideri si esprimono già nella festa, nell’affermazione ludica, nel potlatch distruttivo. L’uomo che distrugge le merci dimostra la sua superiorità umana su di esse. […] I grandi frigoriferi rubati da persone che non avevano l’elettricità, oppure cui era stata tagliata la corrente, è la migliore immagine della menzogna dell’abbondanza diventata verità in gioco. La produzione mercantile, quando cessa di essere acquistata, diventa criticabile e modificabile in tutte le sue forme particolari. Solo quando essa viene pagata con il danaro, in quanto segno di un certo grado nella sopravvivenza, allora è rispettata come un feticcio da ammirare.
La società dell’abbondanza trova la sua risposta naturale nel saccheggio, poiché quella non era affatto abbondanza naturale e umana, era abbondanza di merci. Il saccheggio, che istantaneamente fa crollare la merce in quanto tale, svela anche l’ultima ratio della merce: la forza, la polizia e gli altri distaccamenti specializzati che nello Stato possiedono il monopolio della violenza armata. Che cos’è un poliziotto? È il servitore attivo della merce, è l’uomo totalmente sottomesso alla merce, per la cui azione il prodotto del lavoro umano resta una merce la cui volontà magica è di essere pagata, e non volgarmente un frigorifero o un fucile, cose cieche, passive, insensibili, sottomesse al primo venuto che le userà. Dietro l’indegnità che c’è nel dipendere dal poliziotto, i neri rigettano l’indegnità di dipendere dalle merci. Senza futuro mercantile, la gioventù nera di Watts ha scelto un’altra qualità del presente, e la verità di tale presente fu a tal punto irrecusabile da trascinare con sé tutta la popolazione, le donne, i bambini, fino ai sociologi che vi assistevano in quel momento. Una giovane sociologa nera di questo quartiere, Bobbi Hollon, dichiarava in ottobre all’Herald Tribune. «La gente prima si vergognava di dire che veniva da Watts, lo mormorava appena. Adesso lo dicono con orgoglio. Ragazzi che portavano sempre la camicia aperta fino alla vita e vi avrebbero fatto a fette in mezzo secondo, sono tornati qui ogni mattina alle sette. Organizzavano la distribuzione del cibo. Sicuro, non bisogna farsi illusioni, l’avevano saccheggiato… Tutto quel blabla cristiano è stato usato da troppo tempo contro i neri. Questa gente potrebbe saccheggiare per dieci anni e non recuperare la metà dei soldi che le hanno rubato nei negozi in tutti questi anni… Quanto a me, io sono solo una ragazzina nera.» Bobbi Hollon, che ha deciso di non lavare mai il sangue che ha macchiato le sue scarpe di corda durante la rivolta, dice che «ora il mondo intero guarda al quartiere di Watts”

Il Cile in Fiamme, Ancora.

Se in Cile tutto è cominciato con alcuni giovani ribelli che hanno deciso di attaccare i mezzi pubblici in seguito all’aumento del prezzo del metrò, perchè qualcosa di analogo non potrebbe accadere anche in altri luoghi dove la miseria della sopravvivenza pesa sulle spalle di tutti gli oppressi?


Venerdì 18 ottobre 2019, Santiago del Cile (e di conseguenza altri centri urbani cileni), ha visto divampare per le sue strade la rabbia di tantissim* giovan* che, dopo una settimana di azioni e proteste contro l’aumento delle tariffe dei mezzi pubblici, han deciso di prendere in mano il loro destino e iniziare ad attaccare la presunta normalità e l’alienazione quotidiana imposte dall’esistente capitalista e dalla società della merce. Sono iniziati così una serie numerosissima di rivolte che hanno investito in modo dirompente la capitale cilena e le altre città, con l’obiettivo iniziale di assaltare le metropolitane e le stazioni, per poi deflagrare verso obiettivi differenti come caserme, centri commerciali, supermercati, strutture logistiche e palazzi di multinazionali come Enel, tutti simboli che rappresentano la miseria della sopravvivenza quotidiana e dell’oppressione dell’economia mercantil-spettaccolare.

Oggi, a distanza di poche ore dall’anniversario di quel giorno preso a data d’inizio delle rivolte che hanno incendiato il Cile un’anno fa, giungono a noi notizie e immagini che ci mostrano come il fuoco dell’insurrezione contro un esistente fatto di alienazione, saccheggio e sfruttamento non si sia ancora affievolito. Difatti una teppa di incappucciate e incappucciati ha saccheggiato e dato alle fiamme la Iglesia istitucional de Carabineros che sorge nel Parque San Borja, nel centro di Santiago, per festeggiare e ricordare l’anniversario di quei gioiosi giorni dell’insurrezione. Per farla finita con le chiese e con l’oppressione religiosa, per farla finita con la repressione e le violenze poliziesche.

Per approfondire l’autunno caldo cileno di un anno fa vi invito a recuperare un interessante opuscolo scritto da alcun* compagn* lecchesi intitolato “Il Cile in Fiamme”. Inoltre di seguito riporto due estratti tratti proprio da questo opuscolo che spero possano essere utili come spunti di riflessione per discutere su come agire per minare l’esistente, qui e ora. Perchè il Cile non è il passato, potrebbe essere invece il nostro futuro. Un futuro in cui tutte le condizioni sono presenti anche qui da noi. In ogni caso, il segreto è accendere i fuochi di rivolta e far divampare la rabbia. sempre in direzione di una vita radicalmente diversa e infiniti mondi da sperimentare!


“Non esistono anche da noi infrastrutture critiche di trasporto, energia o comunicazione che, come a Santiago, sono indispensabili per perpetuare l’ordine esistente e che sono alla portata di qualsiasi ribelle?
Se solidarietà non è solo una parola vuota, è tempo di iniziare ad alimentare e prolungare dove viviamo le rivolte che si stanno sviluppando attorno a noi. E poiché la distruzione, anche dei beni comuni, è un linguaggio che parla direttamente da un angolo all’altro del pianeta… Ognuno ha l’imbarazzo della scelta per esprimere la propria rabbia per la libertà, in azione contro questo mondo di denaro e gendarmi”
“Di fronte a una tale estensione della rivolta, c’è una tensione classica che vorremmo inoltre sottolineare: quella tra la riappropriazione dell’esistente e la sua distruzione […] Se i saccheggi dei beni di consumo si moltiplicano, abbiamo anche potuto vedere una parte dei rivoltosi incendiare i templi del consumo, e altri gettare decisamente nel fuoco schermi al plasma e altri apparecchi appena espropriati per incendiare le barricate. […] Più l’insurrezione dura e si estende, più diventa complicato averne una visione globale e si può vedere di tutto: da chi si organizza in gilet giallo per proteggere le merci a chi tenta in tutti i modi di offrire sbocchi politici moltiplicando le rivendicazioni. Ma come è noto, le rivendicazioni sono la morte di ogni rivolta; è dialogare e chiedere al nemico piuttosto che autorganizzarsi in modo autonomo per riprendersi con l’azione diretta ciò che si vuole e distruggere tutto il resto.”

 

 

Frammenti sulla Zona Autonoma di Seattle

Come scrivevo nell’articolo con cui annunciavo il cambio di nome, con conseguente seppur lieve inversione di rotta, di questo blog: “… solo una rottura dell’ordine costituito può far intravedere la possibilità di sperimentare modi di vivere diversificati. L’unica possibilità che NULMAL prende in considerazione è quindi quella di sconvolgere questo mondo e sovvertire l’esistente e l’oppressione che impone sulle nostre vite, aprendosi alla sperimentazione di modi di vivere altri…” E un’esperienza, seppur breve, come quella rappresentata dalla CHAZ, la zona autonoma di Capitol Hill, emersa in un momento di forti mobilitazioni e rivolte che hanno attraversato la società statunitense in nome dell’antirazzismo o della volontà di abolire la polizia, sottolinea al meglio l’idea di farla finita con questo esistente fatto di oppressione e alienazione, aprendosi ad infinite possibilità e infiniti modi di vivere altri da quello dominante e dominato dallo spettacolo mercantile. Per sovvertire nelle viscere questa esistenza “definitivamente frammentata in isolati chiusi, in società sorvegliate; la fine delle possibilità di insurrezione e di incontri; la rassegnazione automatica” (Potlatch, n°5, luglio 1954), affinchè si possano intraprendere, insieme ad individualità dalle tensioni affini, percorsi certamente ignoti e tortuosi verso una vita non migliore, bensì radicalmente diversa.

Sulla scia delle rivolte e delle manifestazioni riconducibili al movimento Black Lives Matter, emerse a seguito dell’omicidio di George Floyd per mano poliziesca a Minneapolis, che hanno investito gran parte delle città statunitensi, verso l’8 di giugno a Seattle, un’intero quartiere della città è stato occupato e così sottratto al controllo poliziesco e all’oppressione dell’economia mercantil-spettacolare. A 101 anni dallo sciopero che diede vita alla Comune di Seattle, e’ nata così l’esperienza della Zona Autonoma di Capitol Hill (CHAZ) che, nonostante sia durata solamente una ventina di giorni, rappresenta un momento di assoluta importanza tanto dal punto di vista simbolico quanto a livello meramente pratico. La CHAZ è stata fin dalle prime ore attraversata da una moltitudine di individualità eterogenee e il ruolo dei/delle compagn* in questa particolare situazione è stato portare le proprie pratiche ed esperienze in un luogo e in uno spazio, in quei giorni, ancora in divenire. Collaborazione, mutuo appoggio e autogestione, son state queste le basi e le pratiche su cui si è fondata l’esperienza della zona autonoma di Seattle, che essendo emersa sull’onda delle mobilitazioni e rivolte legate al movimento Black Lives Matter, ha visto al suo interno lo sviluppo di pratiche e idee anticarcerarie e antirazziste. La CHAZ ci dimostra dunque che la lotta contro l’esistente capitalista comincia anzitutto dalla riappropriazione (spesso anche violenta), degli spazi e delle relazioni, sottraendoli all’economia, all’alienazione e allo spettacolo mercantile.

Per approfondire le dinamiche e le pratiche, cosi come le tensioni e le contraddizioni, emerse nel corso di questa esperienza di autogestione, riporto la traduzione di alcuni frammenti estratti da un’interessante intervista fatta a due compagn* presenti nella CHAZ Da Liaisons, in data 12 giugno e il contributo audio di una compagna anarchica di Seattle, preso da Radio Cane.  Prendete dunque quanto andrete a leggere nelle seguenti righe come fossero dei semplici contributi alla lotta, destinati ad essere discussi e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo, per parafrasare il caro, vecchio e sempre attuale Vaneigem. Alcuni frammenti sulla zona autonoma di Seattle che ha un’importanza politica e simbolica nel panorama sociale statunitense odierno di portata storica. Buona lettura.

https://radiocane.info/seattle-chaz/

Per una questione di lunghezza del testo, son stati apportati dei tagli nelle risposte date dalle due persone presenti alla CHAZ di Seattle.


Per iniziare, potreste darci un po’ di background riguardo il movimento odierno e le dinamiche locali e la rivolta a Seattle e dintorni? Cosa è accaduto prima della creazione della CHAZ?

In vista della formazione della Zona Autonoma di Capitol Hill, l’atmosfera è simile a quella che si sta sviluppando in tutto il paese. L’omicidio di George Floyd evidenzia con una chiarezza viscerale la violenza quotidiana della polizia, in particolare verso le persone nere. Nel bel mezzo di una massiccia crisi economica, dopo mesi in cui si è praticato l’isolamento, le persone si sono riunite nelle strade. L’intera nazione guarda, di volta in volta, la polizia brutalizzare chi protesta contro la violenza poliziesca, evidenziando quale sia il problema in questione. Non sono un[u] che si lamenta di come sia sempre la polizia ad iniziare o che tace riguardo agli attacchi più proattivi verso la polizia e la proprietà; ma in realtà era solo uno scorrimento di esempi continui sugli attacchi polizieschi alle manifestazioni pacifiche. Questi attacchi da parte della polizia sono stati seguiti da rivolte ed espropriazioni senza precedenti. L’abolizione della polizia, espressione che discende dal movimento per l’abolizione della schiavitù, diventa un argomento comune a cena e sulle notizie mainstream. La polizia non si sente più invincibile o necessaria ora che i commissariati bruciano. Coloro che già sapevano che la polizia era il loro nemico si sentono incoraggiat[u].

Molt[u] altr[u] non riescono più a restare in silenzio riguardo la polizia come forza di oppressione storica ed odierna – e come oppressione anti-nera in particolare. A Seattle è stata chiamata una manifestazione esplicitamente anti-polizia venerdì 31 maggio. Come c’era da aspettarsi, la polizia ha attaccato la manifestazione, e una piccola ondata di vandalismo si è scatenata nella zona del centro contro le vetrine di Amazon, gli edifici governativi e contro la polizia stessa. La folla rimane fino a notte, ma non è più la stessa folla. Lentamente le persone vanno ed altre arrivano finché la folla non riflette maggiormente la demografia generale della città ed è piena di rabbia delle persone nere. Alla fine la folla si fa strada dal centro verso Capitol Hill, cogliendo l’occasione per attaccare la prigione minorile, una concessionaria di auto di lusso, nonché la polizia che trova lungo la sua strada.

Il giorno seguente, una folla si raduna per una manifestazione più ampia con sfumature dogmaticamente pacifiste e contro i riot. Nonostante ciò, la polizia attacca nuovamente la folla. Dopo il loro attacco, tutto quello che la polizia può fare è tenere la linea mentre le persone cominciano a saccheggiare quasi ogni negozio nella zona dello shopping e ad attaccare ogni veicolo della polizia in vista.

Nel bel mezzo di tutto questo, i predicatori ed altri restano in un’area della piazza chiamando alla calma. Ma la gioventù nera arrabbiata e le persone a loro alleate danno fuoco ad un numero sempre maggiore di veicoli della polizia e rubano sempre più dai negozi nelle vicinanze. Niente di simile è stato visto in questa città, figuriamoci nello Stato, da decenni. Il sindaco, gli sbirri, il governatore e i media locali si sono spinti in una frenesia contro-insurrezionale. Viene dichiarato il coprifuoco. La Guardia Nazionale, un ramo locale dell’esercito usato generalmente in caso di catastrofe, viene schierata nell’eventualità di una risposta alla rivolta. L’FBI inizia a mobilitarsi. Ogni stazione locale sta spingendo [al] “manifestante buono contro manifestante cattivo”.

Per coloro che si trovano in centro, questi imparano duramente che quel terreno è molto inospitale per i/le ribelli/e. Emergono leader di movimento dalle facce ripulite, che sembrano lavorare mano nella mano con la polizia, il sindaco, i media, ecc, ripetendo la loro propaganda [di Stato] e seguendo i percorsi designati. Lasciano persino che il capo della polizia ed il sindaco parlino indisturbati ai loro raduni. I raduni, inoltre, diventano sempre più borghesi e bianchi. Il movimento alla fine scuote questi sedicenti leader e gli abolizionisti neri intervengono in questo momento critico convocando una manifestazione nel parco proprio accanto al distretto est del Dipartimento di Polizia di Seattle.

Questo parco si trova a Capitol Hill, quartiere storicamente gay e ora gentrificato, e sito di molti gloriosi May Day e manifestazioni anarchiche – tra cui le precedenti rivolte anti polizia. Il quartiere diventa il nuovo punto di incontro per le manifestazioni per le Black Lives e contro la polizia.

Ogni giorno l’odio per la polizia cresce e proliferano le tattiche difensive. Uno scudo di ombrelli è quello che va a formare la prima linea. Sempre più persone iniziano a vestirsi per la prima linea, prendendo in prestito le tattiche dalle rivolte di tutto il mondo. Non ci sono tattiche estremamente offensive. Contro la polizia vengono usati alcuni laser e bottiglie d’acqua, ma coloro che si riuniscono ogni notte mostrano il loro coraggio in un altro modo: tornando ancora ed ancora ed ogni volta con un piglio più feroce. Stare a 10 piedi (circa 3 metri, ndt) dalla linea [antisommossa] si è trasformato nell’essere proprio contro [essa], e così via.

Uno striscione elenca i nomi di più di una dozzina di persone cadute e su un altro si legge “Amnistia per tutt[u]. Non ci sono manifestanti cattiv[u]. Non ci sono sbirri buoni. […] gesti come questi ed il costante antagonismo con la polizia cambiano il carattere della folla. Le idee radicali che sembravano così lontane dal guadagnare un’attrazione generalizzata, cominciano a diventare nozioni comuni tra quasi chiunque stia sul campo.

[…]Quella notte la polizia annuncia di aver intenzione di ritirarsi dal distretto. Alla fine della settimana, nonostante ci fossero molti aspetti del movimento che potevano rivelare la sua rovina, erano state apprese innumerevoli lezioni. Una sorta di militanza difensiva si è inserita all’interno della divisione tra le parti violente-nonviolente [del movimento] ed è stato confermato un rifiuto radicale verso le strategie contro-insurrezionali della polizia di comunità.

Potreste darci in breve un resoconto di come è nata la Zona Autonoma? È un’emanazione di Black Lives Matter (intesa come organizzazione) o è collegata ad altre forze locali? Come possiamo interpretare il fatto che la stazione di polizia sia stata abbandonata?

Risponderò a queste tre domande contemporaneamente.

Per iniziare, la polizia ha eseguito una ritirata tattica. Sentivano di non poter tenere il commissariato a lungo nel modo in cui sentivano di dover fare (quindi con lacrimogeni ecc), senza [che ciò portasse a] generalizzare ed intensificare l’antagonismo radicale contro la polizia.

Rimuovere la presenza della polizia era esplicitamente parte di una strategia di distensione e di pacificazione. La ritirata, inoltre, forzava la manifestazione in una posizione difensiva più reattiva, anziché far sì che ciò avvenisse dalla polizia – la quale poteva ora teoricamente operare con più margine di manovra ed in maniera più attiva. Questo non è per dire che non sono stati forzati a lasciare il luogo. Sono stati assolutamente forzati in una situazione socialmente insostenibile e, a tutti gli effetti, costretti ad andarsene a causa delle persone che assediavano il distretto ogni notte.

C’è stata anche questa idea paranoica, secondo me, per cui il commissariato fosse stato abbandonato in modo da spingere le persone ad attaccarlo. Per quello che posso dire, un risultato della “polizia nella testa delle persone”. In ogni caso, è stato lasciato vuoto ma ridecorato. È stata occupata la strada di fronte ed esso e sono state erette delle barricate per creare un perimetro. Ad essere chiari, non sono dei veri e propri check-point, ma un modo per bloccare le auto dall’investire le persone e rallentare un potenziale raid della polizia.

C’erano state delle barricate precedentemente; ma erano perlopiù barricate della polizia a cui era stata cambiata la destinazione d’uso e che avevano cambiato l’atmosfera. Qualcuno, non so chi, aveva cominciato a scherzare riguardo il fatto che fosse una zona autonoma, e le persone hanno trovato che fosse divertente, ma anche stranamente non inesatto. Un’idea apparentemente folle ed apparentemente realizzata.

Una cosa immediatamente chiara della zona è che questa non è più sorvegliata, o almeno non apertamente. C’erano state operazioni di “peace policing” da parte dei manifestanti e comportamenti machisti di sorveglianza, ma dopo un incontro in cui un gruppo di donne nere abolizioniste hanno parlato contro queste cose, le persone hanno ascoltato. […]Qualcun[u] potrebbe dire che sia solo un parco pubblico allargato dotato di un microfono aperto, ma c’è un livello di ingovernabilità che spinge oltre questo. Così come la disseminazione di idee radicali e di modi efficaci di operare in strada che spingono oltre questo.

Per quanto riguarda la relazione tra CHAZ e Black Lives Matter, dipende di cosa stiamo parlando.

Esiste un’organizzazione formale chiamata Black Lives Matter il cui gruppo locale è Black Lives Matter Seattle-King County – il quale è largamente rimasto al di fuori dagli eventi recenti e che ha tenuto il suo primo evento oggi, 12 giugno, due settimane dopo la prima manifestazione. Avevano delle persone nella Zona, ma sono rimaste perlopiù relativamente distanti.

L’altro movimento Black Lives Matter, più informale, è certamente presente. Sebbene ci siano opinioni e persone diverse al suo interno, la Zona ha una cultura molto intenzionale che si è focalizzata sulla liberazione nera, sull’abolizione della polizia e tutto ciò che si discosta troppo da quello che sembra di cattivo gusto. Oltre al gruppo formale di Black Lives Matter ci sono in campo anche diversi gruppi all-black di abolizionist[u] e per l’uguaglianza; ma nessuna organizzazione del genere gestisce ufficialmente il posto o si è formalmente impegnata nel suo endorsement, o cose del genere.

Sono tutti arrivati come individualità, cercando di promuovere un movimento abolizionista più ampio e provando a dare ciò che possono allo spazio. Ci sono anche molte persone nere radicali che vedono il movimento di Black Lives Matter come già esaurito e preferiscono parlare di ciò che sta succedendo nel momento come di una rivolta guidata da persone nere, oppure del movimento abolizionista o perfino di una primavera ACAB.

La CHAZ è uno spazio eterodosso che risolve i problemi emergenti appena fanno capolino, in maniera orizzontale. Non c’è una leadership ufficiale, non ci sono regole ufficiali (ci sono dei suggerimenti sparsi qua e là), non c’è un corpo ufficiale che prende decisioni, ecc. In termini della reale funzionalità della zona, i gruppi di lavoro e i gruppi di affinità di varie dimensioni e forme si prendono cura dei vari progetti e dei ruoli.

[…]Qualunque cosa abbiate ascoltato da Trump o da siti internet anarchici, non è una “zona controllata dagli/dalle anarchici/anarchiche”, ma da varie persone. Senza dubbio, nella Zona si stanno probabilmente usando dei mezzi anarchici; ma sarebbe una sopravvalutazione delle abilità anarchiche ed una sottovalutazione delle dinamiche liberali più problematiche chiamarla “zona controllata dagli/dalle anarchici/anarchiche”.

[…] Abbiamo anche ricevuto dei report sulle nascite in tutto il paese di altri tentativi ispirati alle “zone autonome” anti-polizia e per la liberazione nera. Potrebbe sembrare ovvio, ma anche noi ci siamo ispirat[u] ad un’altra “zona autonoma”: quella nata dalle ceneri del commissariato che è stato bruciato a Minneapolis. Anche loro hanno cacciato i poliziotti ed hanno iniziato programmi di mutuo soccorso e creato uno spazio di incontro. A Minneapolis, quando un’auto-officina di AutoZone è stata saccheggiata, qualcuno ha graffitato “Zona Autonoma” sul lato dell’edificio, a cui senza dubbio si fa riferimento nel nome alla Zona Autonoma di Capitol Hill. Così come noi siamo stat[u] ispirat[u], speriamo di essere d’ispirazione per altr[u].

[…]Stiamo costruendo ogni giorno il nostro potere condiviso in supporto alla liberazione nera e contro la polizia.

Quali sono le prospettive che possiamo immaginare per la Zona Autonoma? Ci sono discussioni sulla sua difesa e di come può essere sviluppata ulteriormente se tiene?

Uno sviluppo interessante è che la polizia, dopo essere stata insultata da Trump sui media ed aver approfittato del basso numero di difensori presenti al mattino, si è intrufolata nella CHAZ con circa una dozzina di agenti e, accompagnata da simpatizzanti autoproclamatisi leader della comunità, è entrata nel commissariato. Questo è stato un punto di svolta. Si è molto discusso su cosa fare. La soluzione venuta fuori è stata quella di bloccare tutte le successive incursioni della polizia e scortare fuori gli agenti rimanenti mentre escono dall’edificio. Allo stesso modo, noti reazionari erano stati circondati e costretti ad uscire diverse volte. L’ethos difensivo rimane ma è fermo nel suo impegno di voler mantenere la Zona libera dalla polizia. La polizia e le istituzioni cittadine hanno anche provato ad avere un incontro con alcuni “leaders” ed “anziani” usando una mossa da manuale della contro-insurrezione dell’esercito degli Stati Uniti: tentare di negoziare una resa del commissariato [e farlo tornare] di nuovo nelle loro mani. [L’operazione è] fallita miseramente ed è stata interrotta. Senza alcun leader formale o figure popolari disposte a svendere la città, è una perdita di tempo.

[…]

Ci sono anche implicazioni più ampie della Zona nella stessa Seattle. Se le persone imparano a difendere uno spazio in un modo che gli permette di guadagnare anche il supporto pubblico, allora uno sgombero è qualcosa di molto più facile da cui difendersi. Poichè gli sgomberi sono spesso annunciati, i gruppi di difesa, con ritrovato coraggio e con tattiche sviluppate, possono impegnarsi per difendere la Zona. E la CHAZ stessa sta diventando una tendopoli. È pieno di punti in cui potersi lavare le mani, una clinica popolare, è piena di cibo, bagni, raccolta della spazzatura, e libera dalle molestie poliziesche contro le persone povere.

Riguardo la difesa, dovrei anche menzionare che quasi sempre ci sono persone armate nella Zona. Queste persone naturalmente non sono qui per difendere la Zona da un’incursione della polizia, in quanto la folla spesso si imbroncia anche di fronte a persone che fanno una cosa innocua quale il tirare bottigliette di plastica agli sbirri. Invece, questi individui armati sono lì come deterrente agli attacchi da parte dei reazionari armati. […] E nonostante avere un esercito di stanza o un gruppo di agenti di sicurezza è qualcosa che quasi nessun[u] nella Zona vuole, se le persone di propria iniziativa arrivano per offrire ciò che possono, nessun[u] sembra farci troppo caso.

In termini di sviluppo della situazione, la cosa di cui molte mie persone amiche si preoccupavano era di mantenere la pressione sulla città; ma finora mantenere il commissariato sembra avere questo effetto. C’è anche ovviamente la nostra coordinazione da migliorare, così come il controllo di notizie infondate (che hanno fatto molta strada) ed altre cose di questo tipo. Sebbene le persone armeggino con le barricate ogni giorno ed aggiungano cose, la fortificazione non è necessariamente una preoccupazione primaria in questo momento, in quanto la lotta è fortunatamente per lo più sociale in questo momento.

[…] Stiamo anche costantemente provando a produrre informazioni pratiche e critiche riguardo le pratiche di anti-repressione e roba rilevante sul piano teorico che saranno particolarmente appetibili in questo spazio in modi mai visti prima d’ora.

Un’altra area su cui stiamo lavorando sono le nostre relazioni con i primi abitanti di questa terra, i Duwamish, i Muckleshoot e altri gruppi dei Salish della Costa. Anche loro hanno perso molte persone a causa della polizia e qualunque zona che desideri diventare autonoma in un buon modo, dovrebbe seguire delle regole per costruire relazioni simili.

Tutta questa cosa è interessante perché talvolta è considerata saggezza d’avanguardia, cioè il fatto che la polizia e i reazionari non siano altro che ostacoli sulla strada della rivoluzione e della costruzione di ciò che vogliamo – che è vero in molti aspetti, ma la creazione di questo spazio è stata possibile solo attraverso il confronto diretto, ostinato e abbastanza a lungo contro gli sbirri (che hanno dovuto lasciare). E la tensione contro la polizia sembra essere un importante fattore nella creazione dello spazio e nel coltivare l’attuale disposizione abolizionista.

Ora non stiamo solo cercando misure difensive, ma stiamo pensando a come espandere le nostre azioni al di fuori della Zona o possibilmente farle partire da essa, o in coordinamento con essa. Altri raduni sono già stati chiamati, in parte intenzionalmente, di fronte ad altri commissariati, bloccando le auto della polizia in modo tale da interrompere al massimo le azioni logistiche. Le persone stanno adocchiando i monumenti confederati, ed altri escono a graffitare per poi tornare indietro nella sicurezza della Zona.

Oltre a cercare di non perdere la tensione animatrice, c’è anche uno sforzo di tenere nella Zona uno spazio orientato alla liberazione nera. Tutto sembra così incredibilmente complesso e semplice allo stesso tempo. Tutto sembra così fragile e potente allo stesso tempo. Apparentemente ci sono vicoli ciechi ovunque, e potenzialità che spuntano dalle crepe nel cemento. È selvaggio.

 

Non chiamiamolo “antropologo” (da ANPIA)

A proposito dei fantasiosi rapporti tra rosari strappati dal collo di Salvini e presunte azioni di “magia nera”, pubblico un interessante articolo-riflessione scritto dall’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia con cui si prendono distanze nette da un’intervista fatta all’ “antropologo” Andrea Bocchi Modrone e apparsa su Il Giornale in data 11 settembre. Ritengo valido pubblicare questo contenuto sulle pagine di Nulmal perchè sempre più spesso l’antropologia come disciplina viene bistrattata e tematiche di interesse antropologico vengono affrontate con superficialità da individui che, spacciandosi per antropologi, diffondono e alimentano una visione colonialista e razzista, nonchè riduzionista e culturalista, degli eventi a fini estremamente politici.

“Sul quotidiano Il Giornale di venerdì 11 settembre 2020 appare un’intervista condotta da Giovanni Giacalone a un antropologo, Andrea Bocchi Modrone, a proposito dell’aggressione subita da Matteo Salvini a Pontassieve qualche giorno prima ad opera di Auriane Fatuma Bindela, di provenienza congolese. Come membri dell’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia siamo rimaste/i sconcertate/i dalla superficialità delle dichiarazioni del dottor Bocchi Modrone, il quale si autodefinisce “esperto in religioni sincretiche afro-americane”, eppure  esprime concetti che dimostrano scarsa conoscenza della storia degli studi antropologici.

Qualcosa non va

In primo luogo, l’esperto usa del tutto a sproposito i termini “voodoo” e “tribale”: il vodu infatti si riferisce a una serie di culti  provenienti  dall’area del Golfo del Benin (tra Nigeria, Benin e Togo) diffusi fra le popolazioni Yoruba, Fon ed Ewe, che poco o nulla hanno a che fare con “il Congo” (Repubblica Democratica del Congo o Congo-Brazzaville?). Alcune  religioni sincretiche presenti nelle Americhe, – come il voudou haitiano e della Louisiana – derivano in parte dal vodu dell’Africa occidentale e, in questi contesti sincretici, sono confluiti in certi casi anche elementi di origine congolese. Ma, di per sé, il vodu non è originario del  Congo. Sembra piuttosto che l’antropologo Bocchi Modrone usi il termine “voodoo” come sinonimo di stregoneria, cosa che ci ha fatto iniziare a dubitare della genuinità della sua qualifica di antropologo. Anche in Congo sono  presenti credenze comunemente collocate sotto la categoria ibrida e controversa di  “stregoneria”, ma questa non va certo confusa con  il vodu. D’altra parte le credenze nella stregoneria e nel malocchio sono ben radicate anche in Europa e in Italia. Il nostro “esperto” sembra attribuire genericamente l’etichetta di “voodoo” a qualunque espressione religiosa africana, mostrando scarsa conoscenza del contesto  e della sua  complessità.
Come se non bastasse, il dottor Bocchi Modrone abusa continuamente del termine “tribale”, adottando un punto di vista implicitamente coloniale. Una prospettiva che identifica nell’Africa quel “cuore di tenebra” che tanto solleticava le fantasie dei sostenitori della missione civilizzatrice in epoca vittoriana (e non solo), convinti che il continente nero fosse una terra abitata da bruti, bisognosi dell’aiuto occidentale: the white man’s burden, il fardello dell’uomo bianco, era appunto quello di portare ai “selvaggi” la civiltà, lo sviluppo, strade, ponti, scuole, ospedali…. e la fede cristiana. Al di là dell’uso spregiudicato di termini come “magia nera”, “voodoo”, “feticismo”, “religione tribale” – termini sulla cui genealogia Bocchi Modrone dimostra di aver scarsa o nulla consapevolezza – colpisce l’implicita affermazione di una gerarchia tra “religioni tribali africane”, “culti sincretici afro-americani” e cattolicesimo. Pecchiamo forse di eccesso di malizia, ma è difficile non collegare tutto ciò ai tentativi, da un lato, di strumentalizzare la religione e, dall’altro, di demonizzare la differenza culturale ai fini del  consenso politico.

Attacco alla cristianità?

E proprio sulla fede cristiana Bocchi Modrone fa uno degli scivoloni più clamorosi: riconduce in automatico il gesto di rabbia di Bindela a un attacco alla cristianità, affermando di non sapere quale dio segua la signora, ma “sicuramente non […] quello cristiano, altrimenti non romperebbe il rosario”. Non ci sarebbe da stupirsi se invece Auriane Fatuma Bindela si rivelasse cristiana, come  la stragrande maggioranza  delle/dei congolesi (di cui circa il 50% si dichiara di fede cattolica). D’altra parte, l’atto  di strappare il rosario o il crocifisso dal collo di Salvini potrebbe essere letto come il gesto di qualcuno profondamente credente, convinto che il politico in questione stia abusando di un simbolo religioso e che non abbia il diritto di portarlo. Certamente non possiamo leggere nel pensiero della signora Bindela, ma forse Bocchi Modrone pensa di esserne in grado.
Leggere questo gesto come espressione di “credenze tribali” tradisce un approccio esotizzante che rischia di alimentare il razzismo e che stona con la professione di antropologo. Un paio di anni fa, durante un collegamento con un giornalista davanti al parlamento, una signora con marcato accento romano si mise a urlare “maledetti!” all’indirizzo dei politici. Dovremmo forse leggere quella maledizione come espressione di “credenze tribali”? Oppure sfoderiamo questa categoria desueta solo per inquadrare le persone di provenienza africana? Le credenze nella “magia”, nella “stregoneria” e nel “malocchio” non sono affatto un’esclusiva del continente africano: sono ben radicate anche in Europa e in Italia, dove sono state ampiamente studiate dall’antropologia. Allora perché non leggere l’attaccamento alla religione di Salvini come una “credenza tribale”, con tanto di amuleti protettivi e formule magiche?
Il nostro “esperto”, in realtà,  fa ancor meglio: non solo attribuisce alla signora “credenze tribali”, mostrando appunto ancora una volta di essere fermo nel migliore dei casi a un’antropologia di età vittoriana, ma addirittura si spinge ad affermare: «non mi sento di indicare questi culti africani come “animismo”, in antropologia non si può più utilizzare questo termine». Non è affatto vero che in antropologia non si possa usare il termine animismo: anzi, questo termine è stato recentemente rielaborato da Philippe Descola ed è al centro di un acceso dibattito nel mondo accademico.

Riduzionismo Culturalista

L’apice dell’intervista viene raggiunto quando si evoca la presunta maledizione nei confronti di Calderoli, attribuita al padre di Cécile Kyenge. Non solo Bocchi Modrone sembra ignorare che le credenze relative alla stregoneria siano assai diffuse anche in Europa e in Italia, ma ci fornisce una lettura degli avvenimenti assai più vicina agli immaginari di una certa cinematografia di avventure esotiche (stregoni, pentoloni, oscure cerimonie), che ad una genuina interpretazione di carattere antropologico.
In generale è proprio questo approccio riduzionista e culturalista – unito al fatto che lo si fa  passare come “parere di un esperto” – a lasciarci  sconcertate/i: ovvero la tendenza ad usare come chiave di lettura una presunta appartenenza culturale (per di più ricostruita in modo assai immaginifico). Non solo applicare questo tipo di pensiero costituisce una scorciatoia interpretativa che non ha nulla di scientifico, ma rischia di alimentare forme particolarmente subdole di razzismo.  Come diceva il compianto Ugo Fabietti, “la cultura non è qualcosa che spiega, ma che va spiegata”. Proprio un antropologo dovrebbe essere ben conscio del problema ed evitare di applicare comode etichette culturaliste.
Ci chiediamo a che titolo si pubblichino articoli di questo tipo, senza un approfondimento antropologico comprovato da reali esperti. Articoli come questo non solo contribuiscono a diffondere e alimentare pregiudizi e razzismo, ma gettano discredito sull’antropologia nel suo complesso. Come soci e socie dell’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia, ci auguriamo si possa un giorno evitare che chicchessia si spacci per antropologo senza comprovate competenze nel campo dell’antropologia.
La redazione di ANPIA “