A Proposito di Multiculturalismo, Interculturalismo e Pensiero Meticcio

In questo articolo, prendendo come punto di partenza il saggio antropologico “Le Nostre Braccia” scritto da Andrea Staid, proverò non solo a fare luce sulle differenze sostanziali che intercorrono tra termini troppo spesso abusati e utilizzati come sinonimi (ovvero Multiculturalismo, Multietnico, Interculturalismo, ecc…), ma vorrei provare anche ad evidenziare l’importanza del così detto pensiero “meticcio” come paradigma antropologico fondamentale per approcciarsi allo studio e all’analisi dell’alterità culturale e delle comunità umane.

Chi è appassionato di antropologia e discipline affini è perfettamente conscio dell’importanza dell’identità nella vita dell’essere umano. Questo perchè l’identità permette di rispondere a due domande problematiche che l’uomo, partendo dalla suddivisione dell’umanità tra noi e loro, si pone: chi sono io? chi sono gli altri?, sono queste le domande che attanagliano la mente dell’uomo in ogni epoca e in ogni contesto storico. Credo sia utile però ricordare che l’identità culturale può essere analizzata secondo due punti di vista; infatti se da un lato permette una visione particolare del mondo, aiutandoci ad interpretare e semplificare la sua complessità, dall’altro lato l’identità impedisce di comprendere completamente le ragioni degli altri, conducendo quindi spesso, a partire da una visione etnocentrica dell’alterità culturale, all’intolleranza, ala discriminazione e al razzismo. Incontrare l’altro significa incontra l’alterità culturale in quanto ognuno vede il mondo in modo soggettivo e a partire da una propria esperienza personale.

L’errore (forse) più grande commesso dall’antropologia classica è stato quello di considerare le differenti identità culturali come entità ed oggetti monolotici, chiusi, rigidi e perciò non suscettibili di cambiamento o trasformazioni. La realtà dei fatti però è ben diversa; infatti ogni identità culturale è il risultato di un continuo processo di costruzione sociale, politica e culturale, ed è quindi in continua trasformazione, mutamento. Essendo prodotti storici suscettibili di cambiamento, le identità etnico-culturali non possono essere considerate omogenee, chiuse, fissate, bensì bisogna vederle come immesse in un processo di costruzione continua; le identità culturali sono sempre in movimento. E’ impossibile pensare ad una civiltà senza rendersi conto che essa esiste solamente grazie ad un processo storico di contatto, scontro e ibridazione tra popoli differenti portatori di tratti culturali differenti. E’ proprio per questa continua ibridazione e contaminazione tra popoli e culture differenti che è impensabile definire la cultura come un blocco omogeneo e inalterabile nel tempo. Così come è totalmente errato credere nell’esistenza di una fantomatica “cultura originariamente pura”, poichè ogni identità culturale è fin dalla sua nascita il prodotto di una contaminazione. L’impatto di una nuova cultura su una cultura autoctona è segnato dal confronto-scontro tra due modi differenti di vedere ed interpretare il mondo che partono dalle differenti categorie culturali che abbiamo interiorizzato a partire dalla socializzazione primaria. Questo confronto-scontro tra culture differenti permette alla cultura autoctona, che si sente “invasa”, di selezionare elementi della cultura nuova, cercando di rielaborarli e normalizzandoli all’interno della propria identità culturale.

All’interno della società contemporanea, influenzata in modo massiccio dalla globalizzazione, sono emersi differenti paradigmi interpretativi per analizzare il rapporto con l’alterità cultural-etnica. Sentiamo sempre più spesso infatti parlare di multiculturalismo e interculturalismo, termini spesso utilizzati come fossero sinonimi intercambiabili anche quando in realtà ognuno di loro si riferisce ad una specifica interpretazione della società moderna. Il multiculturalismo infatti contempla la semplice convivenza tra culture diverse all’interno della stessa società; convivenza che però implica che i gruppi sociali appartenenti a culture ed etnia differenti occupino spazi diversi e opposti all’interno del contesto sociale, rendendo non solo difficile ma praticamente impossibile l’incontro ed il dialogo. La visione multiculturale vede le identità culturali come dei monoliti immobili e immutabili nel tempo e nello spazio. Il limite principale del multiculturalismo è la sua incapacità o indifferenza nel far dialogare e relazionare tra loro culture differenti, mantenendolo omogenee e lontane, impedendo qualsiasi forma di ibridazione e confronto. L’interculturalismo al contrario auspica che all’interno della società moderna multietnica prevalgano gli atteggiamenti di conoscenza e scambio reciproco tra le differenti culture/etnie e che all’interno della società multietnica tutte le culture possiedono pari dignità e convivono su un piano di uguaglianza. La visione interculturalista rigetta completamente l’idea che possano esistere culture superiori o inferiori, contrapponendo ad essa semplicemente l’idea dell’esistenza di culture differenti tra loro. La problematica maggiore che emerge dall’adozione della visione interculturalista probabilmente si manifesta nell’espressione di un culto quasi morboso verso l’alterità cultural-etnica; questo porta a concepire le culture come un qualcosa da proteggere da qualsiasi tipo di ibridazione e contaminazione e tende a valorizzare i contenuti culturali che fan leva sul sentimento identitario. Se la parola d’ordine del multiculturalismo è “separare per dominare”, possiamo senza troppi problemi sostenere che quella dell’interculturalismo è “separare per proteggere”. E si arriva al punto di incontro tra i due approcci, ovvero il problema commesso da entrambi: la separazione tra le culture. La cultura (le identità culturali) non deve nè esser dominata nè esser protetta; le culture non devono esser separate perchè tale atteggiamento porta solamente all’emergere di sentimenti discriminatori, frammentazione sociale e rivendicazioni dettate dalla costruzione artificiale di identità nazionali.

A questi due paradigmi interpretativi si contrappone il modello meticcio (o meticciato, o ancora pensiero meticcio), ovvero una modalità di pensiero che si manifesta senza regole prestabilite attraverso il continuo incontro, scambio e condivisione tra individui appartenenti a mondi culturali differenti. Se l’antropologia è “un sapere che fa della molteplicità irriducibile delle soluzioni umane il suo interesse principale e il suo punto di forza” come scrive Remotti, allora approcciarsi allo studio delle comunità umane partendo da un pensiero meticcio è l’unica soluzione che permette di annullare l’assunto gerarchico secondo il quale “noi”(portatori dell’unica e vera cultura) studiamo “loro”(l’alterità culturale). Con l’avvento della globalizzazione e con l’aumento dei flussi migratori le società moderne son diventate sempre più comunità meticce; risulta quindi non solo impossibile ma anche alquanto grottesco, nel mondo globalizzato di oggi, rinchiudersi in una sola cultura, in una sola identità culturale considerata pura e immutabile. Il modello meticcio a differenza di altri modelli interpretativi sopracitati, è pienamente consapevole del carattere cangiante delle identità culturali e per questo non smette di sottolineare che ogni cultura è in continua trasformazione e cambiamento. Il modello meticcio può e deve quindi insegnarci che nel mondo contemporaneo nel quale convivono a contatto svariate culture differenti, è impossibile pensarsi bloccati in una sola identità culturale. E allo stesso tempo il pensiero meticcio smaschera ogni possibile e presunta “purezza culturale originaria” da difendere dall’ibridazione con l’alterità culturale; citando direttamente Laplantine: “Alla nozione di purezza originale noi opporremmo la nozione freudiana di “perverso, polimorfo”, applicata alla cultura. Questo significa che l’identità culturale, nel modo in cui spesso è stata appresa non esiste affatto”.

Per concludere ritengo sia utile citare direttamente Andrea Staid per sottolineare che “con il meticciato nulla è mai definitivo, stabilizzato o fissato, non possiamo immaginare che prenda il potere, che diventi dominante.” E ancora: “E’ il pensiero di un mondo dove si riconosce eguale dignità alle diverse culture ma sopratutto che auspica a un mescolamento, teso al cambiamento, a un’ibridazione continua che sappia adattarsi ai tempi in cui vive, dove le culture vanno messe nelle condizioni di cambiare più rapidamente e felicemente possibile”. Il pensiero meticcio quindi non esiste mai allo stato puro, originario ed intatto, ma solamente nel rapporto e nella relazione con l’alterità. Per questo possiamo definire il pensiero meticcio come il “pensiero della trasformazione”, parafrasando il solito Laplantine.

“Siamo la Crepa nel Vostro Muro” – A Proposito di Capitalismo, Globalizzazione e Frontiere

(Immagine ripresa da Comune-Info)

 

Il 14 febbraio il Subcomandante Insurgente Moisés ed il Subcomandante Insurgente Galeano, a nome della Commisisone Sexta dell’EZLN, hanno scritto un comunicato per la convocazione di una campagna mondiale dal titolo: “Di fronte ai muri del Capitale: la resistenza, la ribellione, la solidarietà e l’appoggio dal basso e a sinistra.” attraverso il quale analizzano con tono critico la sempre più costante tendenza del Capitale e del Potere a costruire “muri” e invitano ad opporsi ad essi con la lotta, la resistenza, la ribellione e l’organizzazione (dal basso a sinistra).

Inizialmente il comunicato si concentra sul Potere incarnato oggigiorno dal Capitale. In quanto anarchico il mio atteggiamento in merito al “Potere” non può che essere di critica, di opposizione e di distruzione; il potere è infatti “il rapporto sociale per mezzo del quale chi comanda mantiene la schiavitù”. E questa definizione non può che applicarsi perfettamente al Potere inteso, nel mondo contemporaneo, come il dominio del Capitale e del regno del mercato. Un Potere, quello del Capitale, che è innegabilmente esclusivo, elitario, discriminatorio e che cerca di mantenersi in vita attraverso lo sfruttamento, la predazione, la repressione e la discriminazione. Il Capitale al giorno d’oggi domina il mondo, si è imposto tramite la guerra e si perpetua attraverso di essa, imponendo a livello globale il regno del mercato, un regno nel quale tutto si compra e tutto si vende, natura (devastata e saccheggiata in nome del profitto e degli interessi capitalistici) ed esseri umani in primis. Il mercato di natura capitalista si basa, e sembra anche banale ricordarlo, sulla predazione e sullo sfruttamento e la sua stabilità dipende solamente dalla costante repressione che attua nei confronti di coloro che provano a ribellarsi, a lottare e ad insorgere. Il Capitale è una macchina alimentata a distruzione e morte. “La distruzione del pianeta, i milioni di profughi, l’auge del crimine, la disoccupazione, la miseria, la debolezza dei governi, le guerre a venire, non sono il prodotto degli eccessi del Capitale, o di una conduzione erronea di un sistema che prometteva ordine, progresso, pace e prosperità”. Tutto questo in realtà costituisce l’essenza di questa macchina nefasta che chiamiamo “Capitalismo”; e l’unico modo per fermare questa macchina è agire concretamente per distruggerla attraverso la lotta anticapitalista.

La globalizzazione neoliberale, ovvero l’imposizione globale del capitalismo e del regno del mercato, non ha portato al trionfo della libertà, della giustizia o della pace, bensì ha diffuso e imposto ancor più marcatamente la separazione a livello mondiale tra la classe degli sfruttati e la classe degli sfruttatori, tra chi domina poichè detiene il Capitale e chi viene dominato. La globalizzazione, come possiamo benissimo notare oggi, non ha in alcun modo creato il famoso quanto fantomatico “villaggio globale” poichè in realtà solamente il mercato si è fatto globale, si è mondializzato, e di conseguenza la guerra in nome del Capitale e del profitto si è diffusa e amplificata. Oggi nel tempo della crisi globale, finalmente possiamo smascherare il vero volto del capitalismo, sintetizzato perfettamente nella formula “Guerra sempre, guerra ovunque.” Questo perchè il capitalismo, messo in seria difficoltà da una crisi diffusa a livello globale, ricorre alla guerra in quanto unico mezzo che può permettergli di perpetuarsi e mantenersi in vita. Ed è proprio in questo contesto di crisi globale del regno del mercato, in questi tempi in cui assistiamo al fallimento della globalizzazione e della favola del “villaggio globale”, che ci troviamo dinanzi al collasso del capitalismo inteso come sistema mondiale. Lo stesso capitalismo che si è imposto come sistema mondiale tramite la guerra, le violenze, la devastazione ambientale, la distruzione sistematica dei territori, lo sfruttamento dei popoli della parte meridionale del mondo e che Francis Fukuyama definì vent’anni fa “fine della storia”. Fine della storia perchè il capitalismo neoliberalista si presentava agli occhi del mondo come il sistema economico-politico ultimo, la cui supremazia aveva sconfitto il “nemico comunista”, che imponendosi a livello globale avrebbe concesso benessere, ricchezza, stabilità e pace a tutti i popoli e in tutte le regioni del mondo. In realtà il capitalismo come sistema mondiale è al collasso nonostante cerchi di mantenersi in vita attraverso la guerra e la distruzione, attraverso i muri e le frontiere.

Come scritto nello stesso comunicato della Sexta dell’EZLN “Il sistema è arrivato al punto di non ritorno” ed ora tocca a noi, che siamo le crepe di questo sistema e stiamo in basso a sinistra, lottare, resistere, ribellarci, insorgere ed organizzarsi.

Riportando direttamente le parole della Commisione Sexta “L’offensiva internazionale del Capitale contro le differenze razziali e nazionali, che promuove la costruzione di muri culturali, giuridici e di cemento e acciaio, vuole restringere ancora di più il pianeta. Vogliono creare così un mondo dove ci stiano solo quelli che sopra sono uguali tra loro. Suonerà ridicolo, ma è così: per affrontare la tormenta il sistema non vuole costruire tetti per ripararsi, ma muri dietro i quali nascondersi. Questa nuova tappa della guerra del Capitale contro l’Umanità deve essere affrontata con resistenza e ribellione organizzate, ma anche con la solidarietà e l’appoggio verso chi vede attaccate le proprie vite, libertà e beni.  Considerando che il sistema è incapace di frenare la distruzione. Considerando che, in basso e a sinistra, non ci deve essere posto per il conformismo e la rassegnazione. Considerando che è il momento di organizzarsi per lottare ed è tempo di dire “NO” all’incubo che ci impongono da sopra.”

Con l’obiettivo di chiamare all’organizzazione mondiale dal basso a sinistra per opporsi e resistere all’aggressività del Capitale e per contrattaccare insorgendo ed autorganizzandosi, il Subcomandante Moisès e il Subcomandante Galeano, invitano ad “organizzarsi con autonomia, a resistere e ribellarsi contro le persecuzioni, detenzioni e deportazioni. Se qualcuno se ne deve andare, che siano loro, quelli di sopra. Ogni essere umano ha diritto ad un’esistenza libera e degna nel luogo che ritiene migliore, ed ha il diritto di lottare per restarci. La resistenza alle detenzioni, sgomberi ed espulsioni sono un dovere, come un dovere è appoggiare chi si ribella contro questi arbitri senza che importino le loro frontiere. Bisogna far sapere a tutta quella gente che non è sola, che il suo dolore e la sua rabbia è visibile anche a distanza, che la sua resistenza non è solo benvenuta, ma è anche appoggiata anche se con le nostre piccole possibilità. Bisogna organizzarsi. Bisogna resistere. Bisogna dire “NO” alle persecuzioni, alle espulsioni, alle prigioni, ai muri, alle frontiere. E bisogna dire “NO” ai malgoverni nazionali che sono stati e sono complici di questa politica di terrore, distruzione e morte. Da sopra non verranno le soluzioni, perché lì sono nati i problemi.”

Come espresso nel comunicato, bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna lottare, bisogna organizzarsi. Tocca a noi, noi che siamo le crepe in basso a sinistra abbattere i muri del Capitale, abbattere ogni frontiera.

(immagine presa dal blog “Voci dalla Strada)

 

 

“CIE o CPR? Fuoco ai Lager Moderni”- Commento sulle Proposte del Ministro Minniti

Venerdì 10 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto sull’immigrazione in merito all’introduzione di nuovi Centri che andranno a sostituire i CIE proposto dal ministro degli Interni Minniti. Sul tema dell’immigrazione Minniti si concentra sulle nuove modalità di accoglienza e sulle nuove tipologie di integrazione dei richiedenti asilo o dei migranti.

Innanzitutto il ministro degli Interni ha dichiarato che c’è l’intento di favorire un modello differente di accoglienza differente da quello attuale e che passerebbe dalla progressiva chiusura e riduzione dei grandi Centri di accoglienza, ritenuti problematici visti i grandi numeri di migranti che si trovano a dover ospitare.

Fondamentale sottolineare la decisione presa di sostituire i vecchi CIE con dei nuovi centri nominati Centri di Permanenza per il Rimpatrio, almeno uno per regione come sostenuto dallo stesso Minniti e sopratutto con una capienza complessiva di 1600 posti, ovvero, nei fatti, meno di 100 migranti per struttura. Questi centri come viene sottolineato saranno costruiti appositamente fuori dai centri urbani, in zone periferiche e lontane da zone abitate. Come già scritto in passati articoli la chiusura della maggior parte dei CIE presenti sul territorio italiana è stata possibile solamente attraverso le resistenze e le lotte di chi era detenuto e imprigionato all’interno di questi “lager moderni”, che al grido di “fuoco ai CIE” e appiccando incendi interni hanno messo in atto una pratica di auto-liberazione, “rompendo l’acciaio per rivedere il cielo”. Quindi possiamo assumere con fin troppa certezza che concretamente cambierà la denominazione data a questi luoghi ma non la loro funzione di repressione, detenzione, violenza e controllo delle vite migranti. Ed è per questo che se le rivolte interne dei migranti hanno portato alla chiusura dei CIE, le stesse rivolte, con il supporto di noi militanti ed attivisti all’esterno, porteranno alla chiusura dei nuovi Centri di Permanenza per il Rimpatrio. I CIE bruciavano, i CPR bruceranno; questa è l’unica pratica di liberazione possibile per le persone migranti illegalmente detenute in questi lager moderni.

Inoltre, come se non bastasse il ministro Minniti aggiunge che le nuove norme approvate concedono la possibilità per i comuni, in accordo con le prefetture, di “impiegare i richiedenti asilo, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore delle collettività locali”, in modo da mascherare dietro la scusa del “colmare il vuoto dell’attesa del riconoscimento del diritto di protezione” il chiaro intento di sfruttare il lavoro non retribuito dei richiedenti asilo, sdoganando l’idea di doversi conquistare il diritto di protezione internazionale in cambio di cosidetti “lavori socialmente utili” che nei fatti non sono altro che schiavitù legalizzata dallo Stato e dalle Istituzioni. Nonostante venga sottolineata la possibilità di adesione volontaria del migrante a svolgere questi lavori socialmente utili, questo potrebbe aprire la strada in futuro ad un modello di accoglienza che vincolerebbe il riconoscimento del diritto di protezione e dello status di richiedente asilo all’obbligo da parte dei migranti di lavorare gratuitamente per assicurarsi il loro diritto di accoglienza.

Riprendo direttamente il commento in merito alla questione del lavoro non retribuito e su base volontaristica dei richiedenti asilo scritto dalla redazione di Melting Pot: “Lo stesso principio volontaristico produce l’effetto immediato di dividere i richiedenti asilo in buoni (quelli disposti a lavorare gratuitamente) e cattivi (quelli determinati a farsi riconoscere un diritto garantito sia a livello nazionale che internazionale), minando ulteriormente, come se ce fosse ancora bisogno, l’immagine pubblica del migrante.”

Questa tendenza rischia di divenire in futuro un vero proprio ricatto ai danni dei rifugiati che li costringerebbe cosi a dover lavorare gratuitamente, e quindi senza tutele e sfruttati, per guadagnarsi il proprio legittimo diritto di essere accolti pena il rimpatrio forzato. Ed in questo modo non è difficile pensare che verrà sdoganata la schiavitù come legge sancita dallo Stato, mascherata e celata dietro l’ossessione per la sicurezza e per il controllo dei richiedenti asilo e dei migranti.

“Fuoco ai CIE” – Non Solo Uno Slogan, Ma Una Pratica di Liberazione

Il nuovo anno si è aperto con la proposta del neo ministro degli interni Minniti di un nuovo piano per l’immigrazione che ha come progetto principale la riapertura e la moltiplicazione dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) in ogni regione italiana. Sommato a questo desiderio di moltiplicare i luoghi di detenzione dei migranti, Minniti ha mostrato l’intento di rendere più efficace il meccanismo delle espulsioni per combattere ciò che viene chiamato ” reato di clandestinità”. Io in quanto anarchico, cosi come la maggior parte dei movimenti di attivisti e militanti anti razzisti e no borders, credo nella lotta contro ogni forma di autorità e dominio ed è per questo che ritengo fondamentale lottare contro il regime delle frontiere e contro i CIE, ovvero il perfetto esempio delle forme contemporanee di controllo, di ossessione per la sicurezza e di violenza perpetuata dalla Stato-Nazione sulle persone.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire brevemente cosa sono i CIE e cosa accade al loro interno. Appena arrivato sul suolo italiano il migrante conosce uno dei vari centri di prima accoglienza situati sul territorio italiano per poi esser subito inviato in un CIE, ovvero un Centro di Identificazione ed Espulsione, in quanto considerato illegale e clandestino poichè sprovvisto di un valido documento di identificazione. I CIE sono l’evoluzione dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea), ovvero quei luoghi di detenzione introdotti con la legge Turco-Napolitano dell’ormai lontano 1998.

I CIE possono essere considerati senza troppi problemi come dei veri e propri non luoghi di detenzione nei quali la violenza e la brutalità sono all’ordine del giorno; nei quali la sospensione dei diritti umani e la privazione della libertà diventano legali. Sono i lager del nuovo millennio; e come i lager hanno lo scopo principale di desumanizzare le persone detenute, di bestializzarle, al punto di non considerarle e non trattarle più in quanto esseri umani ma semplicemente come meri numeri e merci di scambio tra Stati-Nazione per interessi di natura geopolitca. Questi Centri di Identificazione e Espulsione sono dei veri e propri luoghi di detenzione nei quali si privano gli esseri umani della libertà e li si sottopone a violenze, torture e umiliazioni, e sopratutto luoghi nei quali spesso i migranti incontrano la morte. E appunto come i lager nazisti, i CIE sono centri nei quali le forze dell’ordine per difendere la presunta sicurezza e l’ordine dello Stato, rinchiudono individui ritenuti illegali e pericolosi in quanto privi di documento di identificazione o di regolare permesso. In questi centri di detenzione la prassi diffusa è quella dell’accoglienza attraverso pestaggi, umiliazioni e violenze ai danni dei migranti, sopratutto di coloro che tentano di ribellarsi a questa situazione di privazione di diritti e di libertà, di coloro che tentano la fuga, di coloro che si lamentano delle condizioni pessime in cui sono costretti a vivere.

Ad oggi i CIE attivi sul suolo italiano sono solamente 4: Pian del Lago (Catanisetta), Restinco (Brindisi), Corso Brunelleschi (Torino) e Ponte Galeria (Roma). Inizialmente i CIE presenti sul territorio italiano erano 13 ma grazie alle proteste e alle rivolte individuali e collettive dei migranti detenuti in questi luoghi si è arrivati, nel corso degli anni, alla chiusura della maggior parte di essi. Ed è sempre più importante, sopratutto in questo momento storico in cui si vogliono riaprire e moltiplicare questi luoghi di detenzione, evidenziare che la chiusura dei CIE è stata possibile solamente grazie alle rivolte e alle resistenze mosse dall’interno dai migranti detenuti illegalmente al grido di “Fuoco ai CIE”; non un semplice slogan ma una concreta azione di liberazione attuata dai detenuti per distruggere questi luoghi di violenza e detenzione e per riacquistare la propria libertà. Decenni di rivolte (a partire dall’apertura dei CPT nel 1998), proteste, fughe, incendi da parte dei migranti hanno portato si alla chiusura di molti CIE ma hanno anche avuto come risposta l’inasprimento delle violenze istituzionali e dei metodi di controllo e gestione di questi luoghi.

“Opporsi alla riapertura dei Centri d’Identificazione ed Espulsione non significa soltanto battersi per la libertà delle persone migranti, ma anche lottare per non rendere ancora più prigione tutto ciò che ci circonda; significa contrastare apertamente le logiche securitarie e militariste, cercando di aprire brecce per liberarsi di tutto il vecchio mondo; in poche parole, sfidare apertamente l’esistente per riprendersi la libertà che ci spetta.” riprendendo direttamente l’appello di alcuni nemici e nemiche delle frontiere per la lotta contro la riapertura dei CIE.

 

“Chiediamo Terra, ci danno Piombo” – Riforma Agraria e Massacro di Casas Viejas

Nella Spagna della Seconda Repubblica (1931-36) la percentuale dei lavoratori impegnati nell’agricoltura era ancora elevata nonostante stesse iniziando anche in terra iberica il processo di industrializzazione. La struttura della proprietà terriera è ancora saldamente ancorata ad un modello latifondista; infatti agli inizi degli anni ’30 il 3,5% dei proprietari terrieri che risiedevano nella capitale Madrid, possedevano la maggior parte delle terre coltivate. Questa situazione di privilegio si scontra con la situazione di malcontento delle famiglie di braccianti e dei piccoli contadini che iniziano a manifestare questa loro fame di terra.

La Seconda Repubblica spagnola, che vedeva a capo del governo Manuel Azaña e il cattolico Alcalà Zamora in veste di presidente, promette fin dai suoi primi passi un processo di mutamento radicale, sopratutto per quanto riguarda la situazione delle campagne e delle classi agricole. E’ per questo motivo che nel maggio 1931 viene presentata la proposta di riforma agraria che sarebbe stata applicata da un apposito Instituto de Reforma Agraria. Questa riforma agraria, tutt’altro che moderata, inizia a far emergere i malumori dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri che si coalizzano in difesa delle loro terre e stringono alleanze con le gerarchie militari per provare a boicottare la temuta riforma.

Nell’estate del 1932 accadde un fatto di fondamentale importanza all’interno del contesto di riforma agraria. Infatti il capo della Guardia Civil, il generale Sanjuro, prova ad avviare un golpe contro la Repubblica a Siviglia che però fallisce grazie soprattutto alla eroica opposizione delle forze popolari. Il golpe organizzato da Sanjuro aveva come finalità principale quella di annullare la riforma agraria in modo da difendere i privilegi dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri. Il governo repubblicano evita di punire in modo esemplare Sanjuro per evitare un peggioramento dei rapporti con le forze armate. Ma in questo modo dimostra la propria estrema debolezza e la subordinazione del potere politico a quello militare incarnato dalla Guardia Civil.

Quello che è accaduto nell’estate del ’32 da il colpo di grazia alla riforma agraria, segnando il suo fallimento completo. La reazione nelle campagne arrivò immediatamente; nelle zone rurali aumentarono le tensioni sociali tra classe contadina, al grido di “terra a chi la lavora” (che evoca la famosa formula usata da Emiliano Zapata durante la rivoluzione messicana, “Tierra y Libertad”) e latifondisti, il tutto condito con la brutale repressione della Guardias de Asalto (polizia repubblicana) ai danni dei contadini. Nel Gennaio del 1933 iniziano le insurrezioni nelle campagne; numerosi contadini andalusi rispondono all’appello insurrezionale della CNT-FAI e si apprestano a disarmare la Guardia Civil proclamando il “comunismo libertario”. Il gesto probabilmente di maggior valor simbolico è stata l’occupazione degli archivi comunali con la conseguenza di aver dato alle fiamme i documenti che attestano la proprietà terriera.

All’interno di questo contesto insurrezionale, di fallimento della riforma agraria, di scontri sociali tra contadini e latifondisti e di brutalità repressiva delle forze armate, avviene un fatto che è passato alla storia come il “massacro di Casas Viejas”. Casas Viejas era un piccolo villaggio andaluso vicino a Jerez de la Frontera, nel quale una famiglia di anarchici (i Seisdedos) convinta della via insurrezionale intrapresa e decisa a non cedere alla brutalità della polizia repubblicana, non si arrese decidendo di barricarsi in casa per resistere e rispondere all’assalto e al fuoco della Guardia Civil. Nonostante la situazione fosse chiaramente sotto il contro delle forze poliziesche della Guardia Civil in quanto gli insorti erano assediati e non avrebbero potuto resistere al fuoco nemico a lungo, le forze repressive della Guardias de Asalto appena giunte sul posto decisero di reprimere nel sangue la rivolta di questa famiglia anarchica. La casa venne incendiata e le persone che provarono a fuggire vennero fucilate dalla Guardias de Asalto; non soddisfatte le forze armate repubblicane arrestano nel paese decine di uomini accusati di legami con l’insurrezione degli anarchici; questi vennero portati nei pressi della casa ormai distrutta e data alle fiamme per poi essere fucilati. Alla fine degli scontri si contarono una ventina di morti, tra cui anche donne e anziani che non rappresentavano assolutamente un pericolo per l’ordine pubblico.

La CNT e la FAI denunciarono questo massacro e accusarono il governo repubblicano di aver risposto al malcontento del proletariato rurale dovuto alla mancata riforma agraria con la repressione e la brutale violenza delle forze armate e di polizia. Nelle campagne spagnole e nelle zone rurali, successivamente al massacro di Casas Viejas, inizia a diffondersi lo slogan “Chiediamo terra e ci danno piombo!” (che riporta alla memoria la risposta del monarchico Bava alla popolazione milanese che manifestava per la fame) che segna l’inizio dell’allontanamento del consenso contadino al governo repubblicano-socialista.